Il Mulino ad acqua di Fiume, a tre chilometri da
Pieve Torina, è la sede distaccata del Museo della
Nostra Terra. Il mulino, le cui strutture risalgono
al settecento, è ancora funzionante e visitabile su
richiesta. Di grande valore storico ed ambientale,
il Mulino di Fiume è provvisto di un laghetto, due
cascate e, all'interno, due macine. Il sistema è
funzionante a pale, e totalmente autentico.
Ci sono sempre uomini d'acqua insieme agli uomini di terra. Anche dove la corrente scorre veloce che non puoi seguirla e riconoscerla. Anche quassù con solo la palude di Colfiorito che s'allargava per le contrade col "mignattaro" che vendeva per le case sparse "mignatte", sanguisughe, bestiole ingorde di sangue cattivo. Era appunto omo d'acqua, quel mignattaro in questa terra fredda senza mondine o pescatori. Che conosceva i paesi e i suoi assetati d'amore, officiante per congiungere gli sparigliati, unico vero intermediario di legami fuori paese.
E poi i mugnai. Uomini di acqua anch'essi. Diversi, perché strategici, perché dominatori dell'acqua che elaborava frutti della terra. Perchè catturatori di pesci senza pena e senza attesa, senza sfida di pazienza e furberia, loro che regolavano pure le secche di fiumi e pantani. Raccoglievano pesci cogli occhi slarghi come fossero pere sfrante, a pescolla con forchette e canestri. Ma l'acqua pesava sulle loro teste, nel laghetto ed addossata al muro del mulino; occorre conoscerla nella sua irrequietezza e nella sua docilità.
I mugnai uomini d'acqua e d'industria.
Piano, con calma decisa c'era da tirar su quella leva che alza la tramezza e lascia sfogare in fessura l' irritazione del liquido racchiuso, così da scaricare l'innaturale compressione idrica nelle pale di legno. Anch'esse in doloroso schiaffeggio iniziavano appena un attimo stanche, poi sconvolte dal turbinio, a girare. Girare, su se stesse, per far girare il perno che faceva girare la macina, e girano le bocchette che raccolgono la farina, e gira lo staccio, e gira la mola, e gira tutto il mulino e con esso la vita della gente rurale.
L'accordata di schiocchi sordi e ondeggi ampli, e attrito di pietra, e scorrere vuoto di cinghie, è il lamento della natura parziale sopraffatta, costretta nei tempi appena più stretti. Si sarebbe vendicata, poi, distribuendo sole impietoso per magre e diluvi per innondazioni.
Ricapita quel monaco della Chiaravalle francese che nel Duecento tesseva le lodi del primo macchinismo :"il fiume si slancia dapprima con impeto nel mulino, dove è molto indaffarato e produce molto movimento, tanto per triturare il frumento sotto il peso delle mole, quanto per agitare il vaglio che separa la farina dalla crusca".
E' un avvenimento un recupero e una rifunzionalizzazione. A Fiume di Pieve Torina, paese prezioso mai arreso al "fiume", il Mulino recuperato diventa museo vivo. Perchè testimonianza auten
tica, in tutti i suoi pezzi, che ritorna a dimostrare come la vita era rimasta intatta, nei cicli, per secoli fino a qualche decennio fa. Il Museo che cerca le testimonianze non per portarsele via e mostrarle in ambienti ricostruiti, il Museo della Nostra terra ha deciso di lasciarle lì, dove hanno vissuto e dove si sono animati.
La presenza del Mulino ad acqua di Fiume, lungo il torrente S. Angelo, si attesta almeno sin dall'alto medioevo quale "Molinello" accanto al "Molino di Valsantangelo".
Nella scheda per la statistica industriale, nel 1865, è uno dei cinque mulini del comune di Pieve Torina, di proprietà dell'Università di Camerino; il più grande stava a Sorti (macinava 1100 quintali di grano e 400 di granturco l'anno), quindi quello di Roti di proprietà dell'Ospedale di Camerino (840 quintali di grano e 100 di granturco), quello della Rocca (400 di grano e 14 di granturco) e quello di Capodacqua (170 di grano e 77 di granturco). Il Mulino di Fiume, in enfiteusi perpetua a Paolo Betti, nel 1865 valeva 1500 lire (150 il fabbricato, 150 le due macine, 1200 il "motore idraulico"); macinava 747 quintali di grano e 47 di granturco).
Il Museo della Nostra terra, saputo che il Mulino di Fiume, inutilizzato dai primi anni 60, stava per essere modificato in garage, decise di acquistarlo attraverso il Comune, grazie ad un finanziamento regionale di 6 milioni e mezzo. Nel 1988, sempre con fondi statali, fu restaurato il tetto. I finanziamenti della Regione del 1989 e del '90, venti milioni complessivi, destinati al Museo sono stati poi utilizzati per i vari consolidamenti dell'edificio e delle strutture murarie lungo il torrente S. Angelo, per la recinzione del laghetto, per la ristrutturazione degli interni e del sistema meccanico. Il Mulino è di nuovo funzionante, con tutti i suoi meccanismi originali.
A Fiume ci si arriva dopo tre chilometri da Pieve Torina verso Colfiorito per la Val S. Angelo, via di rara bellezza, già diverticolo della Flaminia. Di qua passò Annibale, S. Pietro e S. Paolo e Celestino V (che costa crederci?), quindi i Longobardi ed i Benedettini. Per strada si incontrano resti della necropoli picena, il ponte romano, l'eremo pagano dei Santi; in dominio il castello e la chiesa di Prefoglio.
Il complesso del Mulino di Fiume comprende, oltre l'opificio, una prima cascata di immissione del torrente, il laghetto con una sporgenza dove sta un noce, la cascata della chiusa, un piccolo pianoro con una grotta dove il mugnaio aveva ricavato la cantina.
Posato su uno sperone di roccia l'edificio si presenta con un unico vano rettangolare, di circa 30 metriquadrati, sostenuto da volte in pietra. Attraverso due "canale" inclinate, lunghe oltre 5 metri, l'acqua cade sui tre "retrecini" (eliche in legno formate da fusello e pale incassate): due grandi per le macine ed uno minore per azionare lo staccio ed una mola, posti sotto le volte.
Nel vano si trovano due macine in pietra (del peso di circa 10 quintali ciascuna). Dalla prima, impiegata per grano tenero, un sistema di cinghie in cuoio porta il macinato allo staccio ("stamigna") che comprende quattro bocchette a seconda del tipo di farina. Una bocchetta per il "fior di farina" (utilizzato soprattutto per le "pizze di Pasqua"), una per la crusca ("semmola") e le intermedie per graduare nel macinato la percentuale di "fiore" e di cruschello ("tritello"). E proprio la bianchezza della farina indicava il benessere della famiglia.
La seconda macina, senza staccio, frangeva il cereale destinato al bestiame (granturco, orzo, fava, moco, ghianda, avena...).
Per avviare la lavorazione, il mugnaio tirava le leve collegate alle barriere che ostruivano le canale (un'altra leva serviva per avvicinare o allontanare la pietra mobile -superiore- della macina per ottenere la macinazione desiderata). L'acqua così poteva defluire con forte pressione cadendo sulle pale di quercia dei "retrecini", incassate nel "fusello" che all'apice aveva un' asse di ferro bloccato all' anello della pietra mobile della macina.
In periodo di magra una portata del laghetto ("lu vallatu") permetteva di macinare un quintale di grano; era necessario attendere dalle tre alle quattro ore per permette la nuova riempitura (il lavoro, allora, si protraeva per l'intera notte).
Quando si aveva la massima portata, l'acqua superflua trapassava la paratia che sbarrava il fiume formando una cascatella che provocava la "sforda" (letteralmente "sfondata", una pozza).
Ogni due o tre anni "lu vallatu" era svuotato per ripulirlo dalla depositi fangosi ("troscia") e, con maggiore frequenza, per catturare trote, anguille e gamberi.
Una volta la settimana le macine dovevano essere smontate; con stanghe o argano si rivoltavano quelle superiori che venivano lavate e strofinate con sacchi di iuta immersi in acqua calda, quindi incise ("battute") con "martelle" taglienti. Se con il grano veniva a trovarsi l' "aglietto", la "battuta" era immediata giacché le pietre, "lucidate", perdevano l'efficacia d'attrito.
Fiume
Fiume e il suo fiume sono tutt'uno. Nel nome, nella abbondanza dei raccolti, nel risciaquo del sottofondo, nei racconti di chi cadeva dentro. "E' un bel fiume" fanno i residenti, per dire che ch'è stato affidabile, che ci si poteva contare.
Il torrente S. Angelo, che taglia Fiume a metà, offriva trote e gamberi. Una trota e due gamberi, con pomodoro, una lacrima d' olio, cipolla ed aglio: il sugo lento da versare sul pane per preparare la montana zuppa di pesce.
Il Mulino e Fiume sono sempre vissuti in integrazione. Si chiudeva il ciclo della terra, dalla spiga alla farina. Lungo laghetto, sopra le "schiacce" (pietre levigate) le donne del paese
sbattevano panni di lana e di canapa, inginocchiate dalle preoccupazioni di famiglia e di comunità. Di fronte al ponticello di legno di ingresso del mulino, sta il muro con gli anelli dove legare gli asini che portavano i sacchi di grano. "Cammina costo lu cancellu" suggerivano ai piccoli, asini e muli da dietro son affatto fidati. Poco più giù aspettava il vino dell'osteria di Serafino, per annegare, nell'attesa, l'anima. A Fiume venivano da Massaprofoglio, da Valsantangelo, da Giulo.
Il bianco e il rosso
Rossa è la roccia che scopre il verde appassionato della Valle S. Angelo, bianca la pietra spugnosa degli ambienti del mulino, sotto le arcate, dentro la cantina-grotta, dei fiori di muffa d'umidità.
Rossi cotti di sole i contadini. Pallido il mugnaio, con sopracciglie cariche di farina. La bianca polvere della farina scialbava la stanza delle macine, come quelle madonnelle sotto vetro che a testa in qiù si riempiono di neve. Ed intenso l' odore bianco di grano schiacciato.
Bianca pure la paga al mugnaio, la "multura", compenso in natura che consisteva in tre chili di farina ed un chilo di crusca per ogni quintale macinato (occorreva un'ora di lavoro). E la perizia del mugnaio dipendeva dalla capacità di ottenere il massimo di farina e il minimo di semola, (il risultato ottimale consentiva di avere per ogni quintale di grano 18 chili di crusca, 6 chili di cruschello ed il resto di farina). La perfezione s'avvicinava al bianco, ancora.
Il bianco si riappacificava col rosso, camice e mantellina della confraternita per le processioni verso la Madonna di Prefoglio, di settembre. Quando c'è festa occorre essere grossi e rossi..
Dall'imbrunire all'alba, l'ex convento di S. Agostino torna ai frati. Succede che tutte le notti le sante anime dei religiosi ivi defunti passeggino per gli ambulacri. Una silenziosa vendetta che dura da quando, oltre cento anni fa, i padri passionisti furono cacciati. E questa non è l'unica storia dell'antico edificio che ospita il Museo. Il primo monastero di S. Agostino era ubicato nella contrada Roti, poco lontano da dove sorge l'attuale costruzione. Risale, come testimonia un manoscritto del 1650, almeno al 1285-87 durante pontificato di Onorio IV (3). Il Locus fratrum ordinis heremitarum S. Augustini de Rosis è presente nelle carte del secolo XIV (4), nel 1354 tra i confessori di alcuni conventi della Marca di Ancona compare Matheus de Roti; tale Domenico da Roti è eletto provinciale nel 1438. Dal 1434 iniziamo a ricevere messaggi dal convento di Pieve Torina (5). La prima descrizione, piuttosto parziale, dell'edificio nell'ubicazione attuale si ricava dalla stessa relazione del 1650 (6). La chiesa adiacente - comunicante attraverso una porta oggi murata, sopra la quale troviamo un affresco cinquecentesco raffigurante S. Agostino, recentemente restaurato - lunga 52 e larga 21 piedi romani, constava di una navata, otto altari e coro affrescato con otto sedie per i padri. Il monastero include un chiostro con logge (70x44 piedi), aperto da un lato e con la facciata corrispondente alla chiesa. Comprendeva stalla, cantina e granaio e, dirimpetto all'ingresso principale una stanza che serve da caldara per cocere li mosti, per canale et legnara, et appresso vi è una porta che va in refettorio, dispensa e cocina con il cocinotto. Nel piano superiore un locale per tener fascine et alla fine si trovano tre logge come al di sotto nelle quali in doi vi sono dodici cammere con un palumbai fra le quali quattro sono inabitabili. Con il passare dei secoli la presenza degli agostiniani divenne occasionale tanto che nel 1782 gli abitanti di Pieve Torina, con insistenti richieste, ottennero che i padri passionisti, provenienti da Recanati, ridessero vita al convento. Dopo un periodo di fervente attività religiosa e culturale, nel 1810 S. Agostino subì la soppressione napoleonica. Cinque anni dopo i passionisti tornarono e nel luglio del 1819 tra loro troviamo S. Gaspare del Bufalo. Sicuramente nel 1840 S. Agostino era sede di uno Studentato, che ospitò, diciott'anni dopo, il giovane Francesco Possenti, S. Gabriele dell'Addolorata, compatrono del paese e al quale sono legati numerosi episodi agiografici (7). A S. Agostino di Pieve Torina, insieme al convento Renacavata, mandavano gli studenti dell'Università di Camerino con difficoltà di rendimento per far espiare le sanzioni disciplinari. Nel 1867 la legge regia che soppresse molte corporazioni religiose, portò al definitivo abbandono di S. Agostino, anche se i religiosi rimasero per oltre trent'anni in alcune abitazioni del paese nella speranza di ritornare nel convento. Al 1860 risale una puntuale planimetria che ci descrive un convento la cui struttura è stata recuperata da un bel restauro conservativo, ora anche nella facciata esterna.