rurale

Pieve Torina sta tra Marche ed Umbria, nell'entroterra maceratese, laddove il torrente S. Angelo mischia corrente con il ramo destro del Chienti. Al centro del comprensorio che guarda i Sibillini e la città dei Varano, la gente di Pieve Torina peregrina va per le fiere dei transumanti di Visso e Macereto, si lasciava trattenere le mani dai sensali per un torello al mercato della Maddalena e ricercava fettucce nei banchi di Camerino. Riassume i caratteri d'un territorio attraversato dai protoitalici diretti dalle valli umbre alle piane adriatiche, dai pastori e greggi nomadi, dagli Etruschi, dai Romani inseguiti da Annibale, dai Longobardi di Spoleto, dai monaci Benedettini e dai Francescani. Le testimonianze ricostruiscono la storia di un popolo votato alla terra e al culto bovide i grattatoi mesolitici di Lucciano e quelli neolitici di Maddalena, le asce-martello del III millennio di Valsantangelo e le tombe picene ancora a Lucciano, il vasellame della necropoli della seconda età del ferro poco sopra la Rocca, i bronzetti di Appennino e lo specchietto etrusco di Caspriano. E poi il cippo e le colonne in cipollino del santuario pagano dei San ti, il ponte romano nel diverticolo della Flaminia, le statue di san Michele Arcangelo, longobardo che diventa S. Angelo e veglia la valle sotto Prefoglio, la rete di castelli medievali incastonati sulle sommità strategiche, da Appennino a Capriglia, da Antico a Torricchio. Terra umbra sotto la chiesa spoletina fino al 1587, poi legata a Camerino, disseminata di templi: la Madonna di Carpineto e di Caspriano, S. Angelo di Torricchio e S. Rocco del castello d'Appennino, la plebale, S. Agata e S. Giovanni del capoluogo. Terra di confine, s'è detto, ma con una fisionomia unitaria ed originale proprio nell'infusione dei caratteri umbri e piceni. Lo stesso dialetto presenta aspetti di continuità con l'altro versante, saltando gli Appennini. Ma poi, nella storia recente, l'Umbria viene dimenticata, fissando la Maremma e Roma. A frotte i sudditi della Sibilla hanno lasciato l'entroterra da pastori transumanti e da esattori, da stagionali agricoli e da guitti, da servette e da cascherini. Il fascino di Roma sapeva di frontiera a poco più di duecento chilometri, non troppo lontana per ritornare. Ed il rientro dei pochi che avevano fatto fortuna; ha alimentato il desiderio di progettare una vita diversa, di affrancarsi dal padrone o dal capoccia della famiglia patriarcale. Ma fra montagna e pianura, e ancor di più fra montagna e città, il salto è stato forte, inevitabili le difficoltà nell'integrazione. L'abbandono delle aree interne ha presentato fasi diverse. La prima caratterizzata dall'emigrazione temporanea. Non era conveniente trasferirsi in modo definitivo nella pianura, considerando la permanenza stagionale come un utile complemento della propria attività nel villaggio di montagna. Il gruzzolo guadagnato durante il periodo invernale ritornava, col proprio realizzatore, al monte e veniva investito in nuovi terreni e case. Lo spopolamento si è ingrossato da un sempre più sensibile sfasamento fra le possibilità dell'economia del piano e quelle dell'economia del monte, contemporaneo ad una sempre più accentuata percezione di tale sfasamento da parte dell'uomo della montagna. Nel piano viene ad affermarsi la grande industria, con nuovo spazio per il commercio, ma si richiede la continuità della permanenza ed i contadini-pastori nel decenni 1950 1960 lasciano i campi e si trasferiscono in città. In montagna restava un mondo antico, ma diviso al suo in terno tra urbani e dispersi, possidenti e mezzadri, agricoltori ed artigiani, collinari e montanari. I padroni, anche quando non ri siedevano in città, si sentivano culturalmente lontani dalle prior tà delle popolazioni rurali.




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Macereto

Macereto di Visso, in provincia maceratese e a due passi dall'Umbria, è luogo inatteso. C'è solo un santuario chiaro, con i chiari edifici ad esso aggregati, a mille metri che lievitano su un pianoro assediato dai Sibillini. Bisogna andarci apposta, oggi, per una strada che scivola ruvida dal bivio di Appennino o da Ussita. Ci sono luoghi, come Macereto, che stanno fuori, ma è come se stessero dentro. Per raccontarli, allora, occorrono parole forzate in un tempo sospeso - uno qualsiasi -, lasciarle sospingere da un passo leggendario - uno qualsiasi -, che smussi gli spigoli dei sogni interrotti, che s'allarghi in respiro infinito tendendo l'arco della malinconia fino a stuccarlo. Lo sguardo verso Macereto non riposa, incoccia su monti chiazzati e su tornanti vinti da verdura e rimbalza su tracce d'uomini, edicole e chiese sperse, frazioni monopolizzate da famiglie strette, mete ormai non-mete perché fuori itinerario. La loro ricerca e scoperta sa di acquisto prezioso, di cammino di redenzione, di capacità di attesa e di volontà d'ascolto del silenzio. Nel silenzio di Macereto il tempo scorre rumoroso, come un fiume sotterraneo, come un esercito sbandato, come una grandinata infinita. E ci si perde. Sbarcavano accaldate là in cima pattuglie di pellegrini che per secoli hanno transitato per Macereto, provenienti dalle terre interne del Regno di Napoli e dirette a Loreto. A Macereto c'era un castello "sfoggiante di torri superbe e imponenti, già assai popolato e fecondo di nobili e distinti personaggi", conteso tra conti e comuni e ducati, come tutti i castelli di frontiera, tanto da finire distrutto nel primo Trecento. Rimase solo un piccolo oratorio dedicato alla Madonna, che sempre sorveglia i viandanti e gli incroci. Lassù visse per trent'anni dal 1338 un eremita francescano, Ugolino Magalotti, che s'era rintanato per pene di cuore in santa vita e pace dopo che l'amata Clara Reguardati l'aveva lasciato per ritirarsi dal mondo. Qualche anno più tardi, nel 1359, Ugolino fu testimone del prodigio che rafforzò la devozione mariana di quel luogo sospeso: mentre transitava una carovana marchigiana diretta in Abruzzo, un mulo, che portava una statua lignea della Madonna con Bambino, "inginocchiato, si fermò, quale neanche a fortia di battiture si potè più fare levare in piedi". Attorno a quella immagine si costruì un'edicola - sottoposta al comune di Ussita - che divenne in poco tempo approdo di preghiera e di prodigi, e nel 1414 un cieco recuperò la vista. L'infinita controversia per il dominio del luogo si risolse a favore della famiglia Boncompagni di Visso, insignita da papa Bonifacio IX del titolo di conti di Macereto, la quale emigrando vendette il titolo al Comune di Visso, e tuttora il Sindaco pro- tempore della cittadina è anche conte di Macereto. La fabbrica del santuario iniziò nel 1527 (nel 1524 era stata ultimata la fontana) ad opera di una Corporazione di maestri lombardi, tra i quali Filippo Salvi e dall'architetto e scultore G. Battista Lugano, che morì prematuramente nel 1539 al momento di innalzare la cupola. La tradizione vuole che il progetto provenga da uno dei vari studi redatti dal Bramante negli anni 1505-1506 nel progettare la basilica di S. Pietro, ma, pur essendo evidente l'influsso bramantesco, la paternità va attribuita unicamente al Lugano. I lavori terminarono nel 1566, col cruccio della mancata realizzazione del campanile, franato durante la costruzione per il cedimento del terreno. La splendida costruzione, rivestita di prezioso travertino estratto da una cava vicina (e che è stata riutilizzata per i lavori di restauro), presenta pianta ottagonale con avancorpi nei tre lati frontali ove si aprono le porte di ingresso (Visso, Ussita e Cupi), mentre la parte posteriore, a forma di poligono irregolare, include la torre - dalla quale doveva innalzarsi il campanile - che ospitava l'abitazione del prete-custode. L'interno è affrescato da Simone de Magistris, scolpito nelle sculture ed intagliato negli altari dagli artisti lombardi e vissani. Nel cuore del tempio la cappella di pietra, che ricorda quella di Loreto, scolpita da Francesco Casella (anche' egli della val di Lugano), riveste l'antico sacello contenente la statua della Madonna.

Appena ultimato il santuario si realizzarono il palazzo vignolesco delle Guaite, destinato ad ospitare le autorità civili e religiose durante le feste, ed il palazzo dei pellegrini. Macereto divenne il centro della religiosità e della vita sociale della gente dei Sibillini; le sue feste e le sue fiere erano così frequentate che il papa Giulio III, nel 1550, dette facoltà alla Comunità di Visso di deputare un Capitano con venti fanti armati per assicurare l'ordine pubblico. Per costoro fu costruita la casa degli armigeri, situata in fondo al porticato. Quest'ultimo venne realizzato in quegli anni per ospitare i venditori che affollavano, in particolare, la fiera dell'Assunta. Dopo quasi sei anni di importanti restauri e consolidamenti (a cura della Soprintendenza ai monumenti, su pressante interessamento del Sindaco di Visso Franco Sensi, e con il concorso dell'Amministrazione del Santuario e dell'Arcidiocesi di Camerino), che hanno interessato l'intero complesso, il Santuario della Madonna di Macereto si è offerto per la festa della prima domenica di maggio nell'antico splendore delle fredde pietre.

FESTE E PROCESSIONI

Don Sante Eleuteri, arciprete di Visso, ha gli occhi stretti, serrati per guardare lontano senza ferirsi la pupilla, per sfidare il sole. Trasporta una scala nella collegiata laddove incombe un S. Cristoforo pittato e lungo sei metri. Ed elenca, una ad una, tutte quelle piante che da giovane parroco di Cupi aveva fatto piantare nella pineta di Macereto. Era il 1949 e le figlie dei pastori guadagnavano centesimi a raccattare i sassi nel grande piazzale del santuario. S'addensavano come mosche in montagna prima dell'acquazzone, i fedeli dei preti montani, ai santuari poveri di madonne povere per le feste di Pasqua. E le feste di Pasqua si allungavano democratiche per non farsi concorrenza, da Caspreano a Croce, fino chiudere in gloria alla prima domenica di maggio, quando il popolo affluiva alla Madonna di Macereto. Salivano processioni ansimanti di bande barzacche e sgranate da Visso, Ussita, Appennino, Aschio, Villa, Vallopa. Le donne davanti, in fila per due, col velo cantavano sovrapponendosi ai clarini, dietro gli uomini spennazzanti camici di confraternite storditi da basso e bombardino. I suoni s'impastavano alla saliva, alla polvere, agli stendardi, al latino del rosario rurale. Salivano come fiumi torti dai paesi dispersi fino all'altipiano. Manco un posticello sull'erba per mangiare ova sode, tanta gente c'era. Coi vestiti rinnovati per l'evenienza, per la messa, per la fiera, per ruminare pizza e salame e ciausculo (che viene dal latino "cibusculum" fino a confondersi nella "merennetta" dialettale) trastullavano uova sode a coccetta, inseguendo l'azzardo di perderle. La gente delle valli montane affogava in un mare di lupini. Da far sudare in tasca per poi tirare, come coriandoli, alle femmine belle. Mira precisa, senza bizzarrie, ognuno allo paro dello sua, padronali co' padronali, contadini co' contadini. Nel santuario di Macereto in silenzio, quest'anno restauratore negli edifici. Squassati dal silenzio, penetrava l' appartenenza ad un popolo muto ed orale. Orale come il mondo dei pecorari. I miei hanno svangato l'esistenza senza fiatare. Non sindacati, ne' rivoluzioni, ne' eclatanti episodi, ma semplici storie intrecciate, come canapa e cotone, trama ed ordito. I miei, in silenzio, si sono fatti complici della rozzezza dei padroni, possidenti e mercanti di campagna che conoscevano solo la solidità della terra, la ricchezza delle bestie e dei bifolchi, la trasgressione delle cosce delle serve. Hanno tenuto a bada fattori micragnosi sottraendo briciole di grano tra la pula, nascoste dentro le sottane delle mogli, in silenzio. Hanno amato in silenzio e sono morti nel silenzio di camere spoglie ed umide, trattenendo l'anima tra i denti. Don Sante ha l'anima montana, ma è di Visso. Visso è anticum et fidele, ed è città, ed è pure avamposto di Roma, e quelli di Visso sono gli unici del contado che guardano negli occhi quelli di Camerino. Insieme a lui, in questa prima festa con Macereto tutto restaurato, i preti dell'ultima gente montano si parano al meglio. Quello di Ussita e don Pietro - "ci ha la mossa proprio da prete" fa un'altro prete tartufaro azzeccando un grosso complimento - che ricorda i consigli dei maestri teologi: "per finire in gloria, parlare della Madonna va sempre bene", ed anche l'Arcivescovo nel pomeriggio. Fatìcano assieme i preti rurali, e riempiono la sagrestia. In sagrestia ci andavamo da chierichetti, con la tunica della comunione a righe rosso vescovile per recuperare aspersori ed incenso. La sagrestia è alcova di maschi, vecchi e giovanissimi. Le femmine venivano un punta di piedi, come camminassero su un tappeto d'uova, per accordarsi coi preti delle messe per santanime di parenti. Ci hanno insegnato - e lo facevamo come soldati prussiani - a ronzare intorno celebrante, a correre a prendere il cintolo e a porgerglielo tenendo a destra il pennacchio, a dire "prosit" alla fine, con un inchino profondo e buffo. Poi correvamo a contare punti su tabelloni per le messe servite, alla fine si vincevano i torroni per Natale e uova di cioccolato per Pasqua, ad aspettare le ostie cotte dalle monache di Camerino per sugarle come caramelle d'un gusto unico e proibito, i grandi, anche quelli più devoti, si dovevano accontentare d'una al giorno. Quei grandi armadi di noce intarsiati, con i cassettoni per i cintoli e le stole e col nome dei preti, che schieravano dentro le pianete, e le tuniche antiche e toppute. Solo dalla sacrestia, poi, partiva la scala dei cantanti il santissimo, una congrega di fortunati - ché lassù dal coro vedevano tutti e chiacchieravano evitando il peso di prediche sui quattro evangelisti - che s'arrampicava su gradini di legno corghi, e pareva portassero direttamente su in cielo. Ghiaccio dentro Macereto, sebbene il sole di fuori. Quanto freddo avranno accumulato le genti rurali e montane. A noi annichilisce; sarà anche la suggestione della pietra bianca squadrata, ma l'umido secco della sera - coi piedi in cuoietto bono solo per una stagione - sale intenso in quella aula austera, con i santi pitturati pure smagriti di freddo e di fame. La festa di Macereto capitava appena dopo lo sfogo alimentare della Pasqua, esaltato dalla carestia della Quaresima. Magri e piegati come betulle, la fame e le malattie li aveva fatti nodosi e il vento scolpiti ridicoli. La gente rurale montana contava gli anni come i pallocchi della polenta, che riempiva le trippe per sedare la fame della notte lunga, fatta con le stesse patate da dividere col porco. Porco e patate dentro le budella per farci le "salcicce matte", gonfie e tristi. Pure i gatti, fini come alici, s'erano abituati a svangare con l'insalata. Ma finalmente Pasqua, festa di Dio e della panza. La coralità dell'evento, confondeva i protagonisti ora massa, cancellava le individualità e s'affidava allo spazio vuoto del tempio che premeva sull'assemblea. Una festa piena, un paletto sicuro contro l'arroganza della proprietà. La Chiesa aveva reso il contadino indisponibile pure al padrone. Con comunione e cresima, matrimonio e feste comandate, gli aveva ipotecato la cosa più intima e cara, l'anima. L'anima apparteneva a lei, alla cura d'un clero della stessa leva, della stessa piazza e della stessa osteria. Perché la religione salvava prima i suoi:"beata quella casa dove sta la chierica rasa". Per il buon cristiano, selvaggio redento, tenendo a mente la sacra famiglia, il riscatto era nel saper tirar su una famigliola a modo. Da popolano a parrocchiano, la cinghia di trasmissione alla cittadinanza sociale era assicurata. Per questa lunga Pasqua restauratrice, i preti infagottati di pianete dorate hanno riunito quel popolo rurale, disperso e diviso. E coi vecchi di qua a sorvegliare villaggi per le vacanze e gli altri distanti che riacchiappano il filo della storia familiare. La quercia fa sempre le ghiande. E ridono pure del vento cruento, che non si cura di feste e di madonne.