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Immortale Afrodite trono adorno, figlia di Zeus, che trami inganni, ti invoco: non mi abbattere l’animo con pene, grande signora, ma giungi qua, se già in altro tempo ascoltando il mio grido da lontano, giú dalla casa d’oro di tuo padre presto giungesti, aggiogato il tuo carro; e ti portavano passeri belli sull’oscura terra, fitto battito d’ali giú dal cielo, velocemente. Giunsero presto; e tu, beata dea, sorridendo col tuo volto immortale, mi domandasti perché mai soffrivo, perché chiamavo, e che cosa di piú desideravo nel mio delirio. «Chi devo piegare perché ti ami? Saffo, chi ti fa ancora torto? E se ti fugge, presto inseguirà se non vuol doni, presto donerà, e se non t’ama, presto t’amerà, contro se stessa». Ritorna ancora a me, toglimi il peso di sofferenza; e ciò che il desiderio vuole compiuto, compilo; e sii ancora la mia alleata. (Saffo, Fr. 1) Huc huc, quisquis es, in dei salacis Deverti grave ne puta sacellum. Etsi nocte fuit puella tecum, Hac re quod metuas adire, non est. Istud caelitibus datur severis: Nos vappae sumus et pusilla culti Ruris numina, nos pudore pulso Stamus sub Iove coleis apertis. Ergo quilibet huc licebit intret Nigra fornicis oblitus favilla. Qui, qui, chiunque tu sia, non pensare che sia cosa grave entrare nel sacello del Dio salace. Anche se una fanciulla passò la notte con te, non c'è ragione per temere d'entrare, solo gli Dei severi pretendono l'astinenza: ma noi siamo un buono a nulla e una piccola divinità degna di rustico culto, senza pudore stiamo sotto il Cielo aperto a coglioni scoperti. Dunque chiunque entrerà qui, sarà segnato di nero dalla favilla della fornice. Contentus modico Bacchus solet esse racemo, Cum capiant alti vix cita musta lacus, Magnaque fecundis cum messibus area desit, In Cereris crines una corona datur. Tu quoque, dive minor, maiorum exempla secutus, Quamvis pauca damus, consule poma boni. Bacco suole accontentarsi di un modesto grappolo d'uva, quando i grandi tini a malapena contengono i loro mosti, e quando l'ampia aia non basta per le fiorenti messi, sui capelli di Cerere si pone solo una corona. Anche tu, dio minore, seguendo gli esempi dei maggiori, per quanto poco ti diamo, custodisci i pomi del bene. Rusticus indocte si quid dixisse videbor, Da veniam: libros non lego, poma lego. Sed rudis hic dominum totiens audire legentem Cogor Homeriacas edidicique notas. Hic vocat quod nos psolen psoloenta keraunon; Et quod nos culum, coleon ille vocat. Smerdaleos certe si res non munda vocatur Et pediconum mentula smerdalea est. Se mi si vede parlare da ignorante zotico, perdonami, non leggo libri, raccolgo frutti. Sebbene rude, mi tocca spesso ascoltare il padrone mentre legge e ho imparato molti vocaboli omerici. Egli chiama fulmine fuligginoso quel che chiamiamo la minchia, e coleon quel che chiamiamo culo. Smerdaleos è chiamata certamente una cosa non pulita e merdoso è il cazzo degli inculatori. Carmina Priapea PARTECIPATE ALLA NOSTRA MAILING LIST http://it.groups.yahoo.com/group/paganesimoqueer |
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