Teologia minima queer-pagana
Gli dèi sono cosí - TEOLOGIA MINIMA a cura dei paganiqueer
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Chi segue, anche solo per curiosità, le attività dei paganiqueer in
ambienti naturali, in aree archeologiche o nelle cerimonie ospitate presso
l'associazione IREOS di Firenze, avrà constatato come non si cerchi
mai di dare una spiegazione razionalmente coerente di ciò che avviene,
ma semplicemente si compiano dei riti, eventualmente indicandone
per sommi capi l'origine storica, le radici antropologico-culturali.
I paganiqueer non sono un movimento filosofico-teologico-ideologico,
semplicemente costituiscono una comunità di pratica.
Essi condividono infatti una religione a base cultuale, dal verbo latino colere,
coltivare; i pagani queer sono dunque giardinieri degli dèi.
Sempre sia dunque onorato Priapo, Dio dei giardini.
Praticare questa religione non richiede alcun atto di fede, ma molta
attenzione, ricettività, apertura mentale, predisposizione a far lavorare
la mente sulla base di suggestioni, analogie, visioni e simboli, piuttosto
che sul ragionamento o sul rispetto di dogmi e norme.
E' una religione dove l'elemento personale del rapporto col divino è
talmente prevalente, da rendere pressoché impossibile una teologia.

Tuttavia veniamo sollecitati a più riprese a "spiegarci"; alcun* ci
fanno domande spint* da una positiva curiosità, altr* per criticarci.
Ecco allora nascere il presente tentativo di ordinare le idee per scritto,
di fissare, seppure provvisoriamente, una teologia minimale, per dirla
con Roland Barthes, un grado zero della teologia queer-pagana.
Per alleggerire il discorso e per avvicinarlo al divino, parte della
trattazione verrà lasciata a citazioni poetiche.

Cominciamo dunque con una brutalità classificatoria da entomologi:
da un punto di vista filosofico e antropologico siamo immanentisti,
politeisti interculturali, pluritradizionalisti, esoterico-essoterici eclettici,
fondamentalmente animisti e naturalisti, non credenti, quasi amorali.
La particolare attenzione tributata agli dèi mediterranei, greci, etruschi,
italici e romani, non inganni, è solo una questione di "genius loci", di
mediterraneità centro-settentrionale; preghiamo anche i kami e gli dèi
slavi, celti, germanici, all'occorrenza o in aggiunta.
Siamo molto attratti dai culti silvani, specie quelli legati alla stregheria
italiana, da quelli fenologici, dal "trans" sotto ogni suo aspetto.
Rispetto al transgenderismo, in particolare, diamo molto valore
alle tradizioni che vedono Dei e Dee transitanti da un genere all'altro
o dall' incerta attribuzione dei caratteri sessuali. Il culto di essi fu ed è
un tentativo di superameto del violento dualismo tra i generi che improntò
sia il matriarcato originale, con la Dea trina che esigeva sacrifici maschili,
sia il patriarcato che spodestò la/le Dea/e originaria/e relegando la donna
a un ruolo subalterno nella società.

Che aspetto hanno gli dèi? La parola a Senofane di Colofone (Fr. 11-15-16)

"Omero ed Esiodo attribuirono agli dèi tutto ciò
che fra gli uomini è vergogna e biasimo,
che rubassero, che fossero adulteri e che si ingannassero fra loro.

Se i buoi, i cavalli e i leoni avessero avuto le mani
e con le mani avessero saputo dipingere e compiere opere come gli uomini,
i cavalli avrebbero dipinto immagini di dèi simili a cavalli,
e i buoi ai buoi, e avrebbero fatto corpi
tali, quale è l'aspetto che ciascuno ha.

Gli Etiopi dicono che i loro dèi sono camusi e neri,
i Traci, invece, che hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi."

Si evidenzia dunque, con sintesi gergale psicoanalitica moderna,
il carattere proiettivo dell'immaginario religioso. La narrazione
mitologica cristallizzatasi in era arcaica risente della mentalità
aristocratica del tempo; prima d'allora e anche oggi le divinità
avevano/hanno un carattere più naturalistico, carattere che hanno
maggiormente conservato divinità alle quali erano più devote le
classi sociali più popolari: Demetra-Cerere, Persefone-Proserpina,
Dioniso-Libero.
Ma emergono subito anche altri aspetti importanti:
gli dèi pagani non sono onnipotenti, onniscienti e perfetti; sebbene
immortali, non sono sempre esistiti e non hanno neppure creato il
mondo, al quale non preesistevano. A volte si comportano in modo
davvero deprecabile, altre volte fanno la figura di poveri/e sciocchi/e.
Anche il supremo Zeus è soggetto alla moira/fato, si lascia ingannare da
Prometeo, non controlla perfettamente ciò che versa su uomini e donne
attingendo dai due vasi di cui è dotato; un'impersonale bilancia d'oro al
di sopra del suo arbitrio decreta la fine delle umane vite. Pure Amaterasu
o-mi-kami si comportò da bimba sciocca quella volta che gli altri dèi le
tesero un benevolo tranello per farla uscire dalla grotta nella quale si era
chiusa indispettita, lasciando il mondo al buio (ella è infatti il disco solare).

Sul tema della creazione e dell'eternità i credenti nelle religioni rivelate
si accaniscono terribilmente. Questo non è un trattato, perciò circa il
concetto di immanenza e il rapporto tra materia e divinità rimandiamo
alla letteratura specializzata. Lasciateci dire solo questo: gli immanentisti
sono fisicofili, diversamente dai sunnominati credenti che sono fisicofobi;
l'amore per il mondo materiale si rivela ovviamente anche come sessuofilia.

Gli avvenimenti mitologici quando sono accaduti? Anche qui lasciamo
ripondere poeticamente a Salustio (Degli dèi e del mondo):
"Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre".
Con la solita sintesi gergale psicoanalitica moderna diremo che gli
attributi del divino sono archetipi (cfr. C.G. Jung).

Quanti sono gli dèi?
Per Esiodo (cfr. le opere e i giorni) sono trentamila.
Solamente i kami, in Giappone, sono otto milioni.
Una stima di quanti dèi ci siano nel resto del mondo si potrebbe anche tentare.
Essi sono così tanti sia per la pluralità delle tradizioni cultual-culturali, sia
perché molti di essi sono numi tutelari di un clan (è così in Giappone, era
così per Etruschi, Italici, Romani -i Penati); e poi ci sono i Lari, genietti locali...

Perché POLIteisti?
Il pluralismo è uno dei valori qualificanti in base ai quali il neopaganesimo
prende le distanze dalle religioni monoteiste moderne, che non lo coltivano.
Karol Wojtyla, interrogato sulla natura monarchica e autoritaria dello Stato
vaticano, ricordò che infatti il cattolicesimo non si riconosce nei valori di
democrazia e di pluralismo; il MONoteismo richiede la MONarchia
e l'obbedienza alla suprema autorità.
Il politeismo precede comunque la nascita dell'idea politica di pluralismo,
ed è piuttosto la presa d'atto dell'estrema complessità del cosmo, agito da
forze diverse in una dialettica di cui non si scorge un disegno unitario, una
teleologia prefissata, bensì un fluido, possibilista e irriducibile interagire,
un proliferare di diversità.
Di questa multiforme realtà gli dèi rappresentano ad un tempo la
personificazione e l'ipostasi e col loro essere ed agire danno esistenza e
ragione a quel complesso multiforme di esseri, atti, manifestazioni
(cfr prefazione di G. Arrighetti al volume Esiodo, Teogonia, Milano 1984).
Con lessico postmoderno i neopagani rifiutano riduttive visioni del mondo
che non diano risalto alla biodiversità, ai sistemi complessi, ai frattali.
Il MONOteismo presuppone inoltre i concetti di bene e male, di verità
assoluta, con tutta la conflittualità che ne scaturisce, mentre il POLIteismo
previene il conflitto con una mentalità additivo-inclusiva, basata sulla
contaminazione, sulla coesistenza armoniosa, sull'accettazione delle
contraddizioni, sulla negazione del dualismo bene-male. Di nuovo con Jung,
si può dire che i politesti integrano la propria ombra, anziché rimoverla dalla coscienza. Gli dèi stessi riflettono questa concezione e ne sono il paradigma:
ciascun attributo divino è foriero agli umani di doni generosi e di gravi calamità.

Perché il politeismo confonde spesso divinità e miti?
E' una domanda che viene frequentemente formulata dai monoteisti, che tentano
di individuare anche nel politeismo appigli per una possibile unificazione.
Il motivo teologico principale è che non esistono sacre scritture; tutte le teogonie
sono state scritte da letterati/e umani/e, come tali fantasiosi/e e storicamente inquadrati/e.
Un motivo di confusione è la disposizione mentale al sincretismo, all'accoglienza
additiva di tutte le tradizioni affluenti. Così i miti di divinità corrispondenti si
confondono o la stessa divinità è chiamata con nomi diversi in lingue diverse. Inoltre spodestamenti e contaminazioni tra divinità diverse sono il riflesso di profonde trasformazioni sociali che inevitabilmente influiscono anche sulla sfera cultuale.
Essendo immanentisti, e dunque portatori e creatori di divino, ci sembra assai normale che se cambiamo noi cambiano anche gli Dei e le Dee. Se siamo matriarcali invochiamo la Dea trina, se patriarcali pluralisti un pantheon capeggiato da un Dio.
E' il caso di evidenziare comunque che esistono anche ragioni profondamente
religiose, connesse agli stessi attibuti divini e alle modalità di culto.
Gli dèi superi sono molto ben definiti; su Apollo, che è la chiarezza per
antonomasia, non ci sono infatti tentennamenti. Gli dèi inferi vengono più spesso
presentati con narrazioni equivoche e contraddittorie. Ma per forza! forse che
nelle tenebre del mondo sotterraneo si può avere una visione chiara? E poi sono
le divinità più metamorfiche, quando non addirittura "trans", cambiano aspetto,
genere, classe sociale, nascono e muoiono e rinascono; sono preposte alle grandi
trasformazioni cicliche. Potrebbero essere narrate con rigore logico?
Esse sono oltretutto celebrate con culti misterici avvolti dalla segretezza e/o
in riti orgiastico-sciamanici, in uno stato di coscienza alternativo a quello
normale, quotidiano, che consente la visione del divino.

Agli iniziati ai culti misterici eleusini e dionisiaci è garantita l'immortalità.
Il significato di questo termine nel contesto del paganesimo arcaico e del
neopaganesimo naturalista è assai distante dal concetto di resurrezione tipico
dell'orfismo e del cristianesimo. Questi ultimi infatti presuppongono un eterno
permanere dell'identità individuale.
In età arcaica, invece, nonostante la precisa percezione delle diverse funzioni
psichiche svolte dall'anima, non si concepiva un'identità individuale
comparabile con definizioni formulate dal pensiero moderno. Nell'Ade i
tratti più personali dei defunti impallidiscono e l'immaginazione fa diventare i
morti semplici membri del vasto mondo sotterraneo, che si muovono a sciami.
Ciò che permane è invece la vita nel suo complesso, che incessantemente
rinasce metamorfica, senza risurrezioni, con regolare ciclicità, come ben ci
svelano le vicende delle divinità ctonie (Dioniso germogliatore, Persefone
dalla doppia vita).
Quale altra concezione dell'eternità della vita meglio si accompagna con
l'olismo ambientalista e la frammentazione dell'io, tipici della postmodernità?

Cui prodest?
A chi fa comodo essere mono o poli-teista?
Sicuramente a tribù che conducono precaria esistenza in un ambiente ostile
è più facile che compaia un dio unico e severo. Il monoteismo fa comodo poi
per sottomettere interi popoli a una norma che minimizzi le libertà individuali
e ostracizzi tutte le diversità eversive (con un apice talebano impressionante!).
Certo, anche il politeismo riesce ad essere autoritario, imponendo per esempio
il culto imperiale o proibendo celebrazioni cultuali pubbliche (es. le dionisie
furono proibite per lungo tempo a Roma), cadendo però così in contraddizione:
perché mai si dovrebbe limitare il numero di dèi e la libera preferenza?

Perché si è religiosi?
Tralasciando recenti studi neurologici che hanno dimostrato la natura psichica
anatomico-fisiologica della spiritualità (dunque la natura umana sarebbe di per
sé religiosa), questa domanda risulta particolarmente irritante in ambiente queer.
Non ci siamo forse stancat* di sentirci chiedere perché mai siamo gay, lesbiche,
bi o transessuali? Chi ce le pone ha già una sua idea personale che ci vorrebbe
imporre, sia essa scientifica (geni, ormoni?), psicologica (troppa mamma?),
morale (peccato, perversione). Fate caso che difficilmente si dà conto di ciò
che si accetta spontaneamente e positivamente. Gli/le eterosessuali si chiedono
perché lo sono e come lo sono diventati?
Allora, santi numi, perché mai dovremmo chiederci perché siamo religiosi, se
lo siamo spontaneamente? Si chiedano semmai gli atei perché non riescono ad
avere una relazione con esseri così profondamente incorporati in tutto il mondo
che li/ci circonda.