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ALLA RICERCA DELLA MONETA PERDUTA |
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- Ehi, guarda dove metti i piedi... - brontolò il signore distinto, allungando le braccia verso il ragazzo. - Non mi aiuti? - chiese con rabbia. Quello stupido lo aveva centrato in pieno, facendolo precipitare su un gradino. E per giunta sporco, notò guardandosi un palmo della mano. Povero completo color cobalto, pensò sconsolato. - Ops, mi scusi... - mormorò Benjamin, chiaramente soprapensiero. E lo sorpassò lasciandolo là per terra, ancora più infuriato. - Tutti maleducati i giovani d'oggi... - fu il commento del signore distinto, mentre rialzandosi si spazzolava il sedere. Ma Benjamin non lo sentì. Oramai stava volando per i corridoi del "Museo Mondiale di Economia Terrestre", con il cuore in gola. Era convinto di aver trovato la soluzione del problema. E non vedeva l'ora di poterla esporre al professore. Arrivò alla porta trafelato e cominciò a bussare come se volesse abbatterla. Tanto che la targhetta su cui spiccava il nome "Mister Tallerus" a lettere d' oro si staccò di colpo finendogli ai piedi. Ma nessuno rispose. Dentro, assolutamente insensibile a tutti i rumori il vecchio prof. di numismatica camminava a grandi passi, avanti e indietro, creando quasi un solco nel pavimento dello studio. Con la mano destra si accarezzava nervosamente la barba, con la sinistra infilata nella tasca sfregava la pelle di daino con cui era solito pulirsi gli occhiali. Mancavano tre giorni e una stramaledetta piccola monetina alla data che aveva scelto per l'inaugurazione della "Grande Mostra del Denaro", da lui ideata in quanto massimo esperto di monete. Il 22, 2, di quell'anno, il 2222, gli era sembrato infatti un giorno magico e facile da ricordare. Il giorno giusto per passare alla gloria come colui che è in grado di spiegare ai ragazzi l'invenzione, l'uso e il valore di tutte le monete e le banconote del mondo, da quando l'uomo aveva cominciato a barattare le prime pelli a quando, pochi anni prima, era entrata in vigore la moneta unica mondiale, il glob. E l'idea di rendere virtuale quella nuova moneta era stata tutta sua. - Ciao ragazzo, vieni a consolarmi? - disse scorgendo Benjamin che timidamente si era affacciato alla porta. - Entra e leggi cosa osa scrivermi quell'odioso Mister Marayama. - E gli consegnò la lettera: "Caro prof. sono spiacente ma non ho la minima intenzione di regalare al vostro museo nessuna delle monete della mia collezione privata. Anzi. Prima possibile organizzerò io personalmente una vera mostra. Rendendovi ridicolo agli occhi del mondo. Se però...esiste sempre un se...fosse sua intenzione pagare la mia gentilezza con uno stramiliardo di glob, sarei grato di riceverli via e-mail, facendovi poi recapitare la monetina da 1 Eurocent italiana che manca alla vostra collezione storica. Distinti saluti. Marayama Rjiugi" - Schifosissimo essere... - si lasciò scappare Benjamin, appallottolando nervosamente il foglio di carta. Ma all'improvviso si ricordò del motivo che l'aveva condotto lì e tornò sereno. - Io ho... be', insomma avrei... la soluzione. - cominciò a dire, balbettando. - Basta andarsela a prendere... - Andarsela a prendere? E cosa? - s'informò incuriosito il professore. - Ma l'euro italiana... - borbottò Benjamin. Ogni tanto il professore non gli pareva così intelligente. - E dove? Perdiridindina? Vuoi andare nel Deposito di quell'affarista e fare un furto? Sei impazzito. Non sai che un intero esercito sta a guardia di quella costruzione? - Il professore aveva sgranato gli occhi. - Ma no... Io volevo dire che... insomma potremmo prendere in prestito la macchina del tempo che ha inventato papà e andare nel 1999 a cercarne una. Semplice, no? - disse d'un fiato. - La macchina del tempo? Non sapevo che Archileon l'avesse collaudata.- si stupì il professore. - Infatti. Non l'ha collaudata. La collauderemo noi... - rise Benjamin. - Perciò devo credere che tu la sappia usare... - mormorò preoccupato il professore. - Deve credere... - non lo tranquillizzò Benjamin. - Ma non c'è altra soluzione. Il professore chinò la testa pensieroso. Chi non risica non rosica, si disse prendendo la sua decisione. - Partiamo subito? - chiese deciso. - Subito. Papà è fuori città. - Benjamin era veramente contento. - Devo prendere qualcosa? - chiese ancora il professore, fissandolo negli occhi. - La cassetta medica. - gli rispose il ragazzo. - Papà non l'ha ancora preparata... Il professore alzò le spalle. - Allora andiamo. - disse deciso, prendendo il pastrano viola che volteggiava nell'angolo e si avviarono entrambi fuori dalla porta. Montarono senza indugi sul tapis roulant che conduceva all'esterno del Museo. Ma non si limitarono a farsi trasportare. Il professore camminava avanti, con le mani dietro la schiena e la testa eretta. Dietro Benjamin saltellava fischiettando. All'aperto la luce lattiginosa lo abbagliò. Il professore strizzò gli occhi. Non era abituato a quella luminosità. Scesero a prendere la sotterranea sempre senza scambiarsi una parola. Benjamin stava riflettendo, un po' preoccupato. Chissà come sarebbe rimasto male il professore, se non fosse riuscito a far partire la Macchina. Non venne invece neppure sfiorato dall'idea di potersi perdere nel tempo. Il professore pregustava la vittoria, fiducioso. Si fece guidare dal ragazzo per i vicoli della città vecchia ed entrò nel loft del suo amico Archileon avendo perso ogni cognizione spazio-temporale. Lo spirito adatto per poter affrontare un viaggio di quel tipo. - E' là... - Benjamin gli indicò una Palla di vetro e acciaio, o almeno così gli parve. - Ma come si entra? - chiese sbigottito non vedendo nessuna porta. - Mi segua. - ordinò il ragazzo e appoggiò i piedi su un punto dipinto in bianco, proprio davanti alla palla. Sparì d'incanto, per riapparire dietro al vetro, nella palla. Sorridente. Il professor Tallerus lo imitò e si sentì d'un tratto leggero come una piuma. Chiuse gli occhi e quando li riaprì si ritrovò seduto accanto a Benjamin. - Cosa aspetti? - chiese burbero. Il ragazzo aveva le mani sudate e la vista annebbiata. Inspirò, girò una manopola, digitò un numero sulla tastiera della consolle e premette un pulsante. Il professore sentì all'improvviso il sedile ballare sotto il suo sedere. La Palla cominciò a girare vorticosamente. Tutto divenne buio e persero i sensi. |
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Quando il professor Tallerus riaprì gli occhi, due secondi esatti prima di Benjamin, venne quasi accecato dalla bellezza dello spettacolo che si apriva là, davanti a lui. Si tolse gli occhiali per pulirli e si sfregò gli occhi prima di rinfilarli sul naso, ma lo spettacolo non mutò. - Cribbio... - si lasciò sfuggire allora. - Non credevo che Milano stesse sul mare, qualche centinaio d'anni fa. - soffiò fra i peli della barba. - Ehm ehm - Benjamin si schiarì la voce. - temo che questa non sia Milano. Il computer di bordo è impazzito. - sembrava un cagnolino bastonato. - Non so proprio dove ci troviamo... né quando... Il professore non parve scosso. Ammirò il mare color turchese e la lunga striscia bianca di sabbia che lo separava dalla vegetazione di un incredibile verde. Si dimenticò della sua missione e venne colto dall'irrefrenabile desiderio di annusare l'aria. - Bè, già che siamo qui facciamo un bagno. - disse, lasciando perplesso il povero ragazzo. - Tanto tu sai cosa fare, vero? - affermò sicuro. E Benjamin non ebbe il coraggio di contraddirlo. Preferì rimandare il problema e dopo essersi infilato nel taschino della camicia il pass per poter risalire a bordo, schiacciò il bottone nero. In un lampo si ritrovarono entrambi catapultati fuori, nel grande caldo. E piombarono con il sedere sulla sabbia. Il professore non ci mise molto a spogliarsi. Avvoltolò ordinatamente tutti gli indumenti nel pastrano viola e lasciò il fagotto su un tronco secco che il mare aveva trasportato a riva. Per terra le scarpe con dentro i calzini. Poi, sfoggiando dei mutandoni a pois verdi e gialli, si avventurò verso la schiuma del mare. Proprio mentre quello pucciava l'allucione del piede destro nell'acqua, Benjamin udì un rumore. Gli parve che una gran massa di persone stesse bisbigliando tutta insieme, un po' come nei self-services all'ora di punta. E senza riflettere si diresse verso la fonte del rumore. Superò una prima duna, poi un'altra e un'altra ancora. La sabbia diventò erba. Le palme qua e là si trasformarono in un bosco. Alla fine si affacciò su un altro golfo e vide un villaggio. Le case erano tutte di legno, innalzate su palafitte e avevano il tetto spiovente. Da quelle più grandi proveniva il brusio che l'aveva attirato. Si avvicinò e allora, un po' sulle piroghe in acqua e un po' sulle piattaforme, vide decine di uomini e donne seminudi, piccoli, con la pelle scura e i capelli acconciati in vari modi. Il brusio cessò improvvisamente e un uomo vecchio, con uno strano 'coso' rosso in testa, si girò di scatto e rimase a fissarlo a bocca aperta, come se avesse visto un fantasma. Benjamin provò un terrore indescrivibile e pensò che potessero essere dei cannibali. Simultaneamente le teste di tutti i presenti si voltarono nella sua direzione. E in tutti gli occhi lesse lo stesso stupore. - Ragazzo, vedi quell'ometto laggiù, con quello strano copricapo di piume? Be', quello è il padre della sposa. Ha appena acconsentito alla vendita di sua figlia. - disse il professor Tallerus. Era apparso d'incantesimo, tutto sgocciolante, alle sue spalle. Copricapo? Pensò Benjamin osservando meglio il rotolo rosso che aveva in testa il vecchio. - Sono le piume di un uccello che si chiama Mysomela Cardinalis. Sono belle così rosse, non trovi? - Il professore sembrava veramente contento. E non pareva preoccuparsi minimamente di essere anche lui seminudo. Si era infilato calze e scarpe, ma teneva sotto braccio il fagotto dei suoi vestiti con la massima noncuranza. - Le hanno incollate una a una su una corda di fibra vegetale e poi arrotolate. - continuò nella sua dotta spiegazione. - Vedi come sono brillanti? Quella ragazza deve essere figlia di un capo. - e indicò con il dito una ragazza, che Benjamin trovò decisamente bruttina. Lei invece lo trovò di suo gusto. Lanciando stupidi gridolini si avvicinò tutta vezzosa al padre e cominciò a indicarlo con ampi gesti della mano. - Ci troviamo nel Pacifico, nell'arcipelago della Melanesia, e precisamente nelle Isole di Santa Cruz. - dichiarò soddisfatto il professore. Era deci-samente emozionato. Non avrebbe mai creduto di poter assistere a una cerimonia basata sullo scambio. E doveva assolutamente rendere partecipe del suo piacere anche quel ragazzo ignorante. - Vedi, - cominciò con tono professorale. - quel rotolo di piume è una specie di 'moneta' primitiva. Un passo più in là rispetto al semplice baratto, quello di io ti do una cosa per un'altra. Questi rotoli vengono usati specificatamente per comprare mogli, piroghe e anche animali. Pensa che a volte raggiungono persino dieci metri... - continuava estasiato, senza rendersi conto del pericolo che stava correndo il suo giovane amico. Alcuni indigeni, infatti, si erano avvicinati al ragazzo e lo stavano palpando con una certa violenza. - Le conchiglie, - riprese la lezione. - sono l'oggetto più simile al nostro concetto di denaro. Per esempio usavano delle conchiglie sferiche, chiamate 'occhio di gatto' i Papua della Nuova Guinea, qui vicino. E i nativi del Nord America tessevano delle cinture chiamate 'Wampum', che poi scambiavano con gli uomini bianchi. E in Cina i 'cauri' erano delle piccole conchiglie che rappresentavano il denaro già tantissimi secoli fa. E anche in Africa...- Ma Benjamin non lo stava più ascoltando. Completamente circondato dagli uomini era stato condotto dinnanzi al vecchio che, nel frattempo, si era tolto il copricapo. A malincuore lo aveva resti-tuito a un tipo con la barba e le sopracciglia folte. Doveva essere il promesso sposo perché stava studiando Benjamin, cioè il suo avversario, con un'aria truce. La ragazza intanto continuava a starnazzare coprendosi il volto con una mano. Solo allora il professore comprese il motivo di quella confusione: la ragazza voleva sposare il suo allievo! Perbacco! E subito prese la contromisura. Non tanto per salvare Benjamin, quanto per poter proseguire il suo viaggio e tornare in possesso della monetina in tempo per l'inaugurazione. Così, dopo essersi rivestito, si avvicinò al grande capo e gli offrì il pastrano viola in cambio della preda vivente. Il vecchio ci impiegò un po', per capire, ma alla fine si alzò, l'indossò e ruotò su se stesso mettendosi in mostra come un pavone. Poi si rinfilò in testa il copricapo, finalmente soddisfatto, e mise a tacere la ragazza, che cominciò a piangere in silenzio. Benjamin non aspettò oltre, prese per mano il professore e lo trascinò di corsa dove erano atterrati. La Palla era ancora là. Non appena furono abbastanza vicini estrasse il pass dal taschino e digitò la password. In meno della frazione di un secondo si ritrovarono seduti al posto di guida. ********************************************************************************************* |
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Quando il professor Tallerus riaprì gli occhi per la seconda volta provò una dolorosa fitta al cuore. - Corbezzoli! - brontolò. - Dove caspita siamo arrivati? La costruzione sferica e gigantesca che riempiva l'orizzonte non aveva infatti niente a che fare con l'architettura del 1999. Nella fretta della partenza Benjamin doveva aver commesso un errore. Si voltò per cercare negli occhi del ragazzo la conferma dei suoi dubbi e si rese conto che non aveva ancora ripreso i sensi. Stava appoggiato al sedile con le mani abbandonate sulla consolle di guida. Gettò uno sguardo agli strumenti di bordo ma non riuscì a capirci niente. Allora cominciò a scuotere con violenza il ragazzo. - Oh! Che c'è? Che ore sono? Non è domenica? - chiese stralunato, stiracchiandosi tutto. - Ma dove siamo? - disse infine riconoscendo il professore. - E' quello che speravo mi dicessi tu... - mormorò quello, sconsolato. - Adesso però vedi di immettere i dati giusti nel computer e ripartiamo! - ordinò poi, seccamente. Non avevano tempo da perdere. Ma mentre Benjamin stava trafficando tutto preso dalle operazioni di partenza, si mise a osservare con maggiore attenzione la strana costruzione. Era formata da grosse pietre e un grande lago la circondava. "Interessante, pensò, questo luogo ha qualcosa di familiare, anche se sono sicuro di non averlo mai visto in fotografia." E gli venne il dubbio che si trattasse di qualche monumento andato perduto. Cominciò a sudare per l'emozione e cercò nella memoria: gli Egiziani non avevano costruito nulla di simile, i Babilonesi nemmeno... eppure era sicuro di aver letto la sua descrizione... - Perdinci, ma dove? - si chiese ad alta voce. E decise di uscire dalla Palla per cercare qualche indizio. Non poteva buttare via una simile occasione. Senza avvertire Benjamin s'impossessò del pass che il ragazzo aveva abbandonato sul cruscotto e premette il pulsante nero come aveva fatto lui. Puff e si trovarono nuovamente con il sedere per terra, ma questa volta il terreno non era morbido. - Ma che razza di scherzo... - urlò Benjamin. - Questo è meglio lo tenga io. - disse strappandogli di mano il pass e infilandolo nel taschino. L'imprevedibilità del professore cominciava a fargli più paura della sua incapacità a governare la Palla. - Ecco cos'è! - sbraitò intanto l'altro. - Il sepolcro di Aliatte! E quello deve essere il lago di Gige. Proprio come lo descrive Erodoto. - Aliatte? E chi è Aliatte? - domandò perplesso Benjamin, che di un certo Erodoto aveva sentito parlare. - Il padre di Creso... - mormorò il professore. - Uhm... - borbottò il ragazzo. Come se quella spiegazione fosse stata chiara. - Perdinci! Il padre del più famoso re di Lidia! - urlò il professore, scorgendo il vuoto nei suoi occhi. Lidia era una bellissima ragazza che frequentava il suo stesso corso di studi, ricordò Bejamin, ma non gli venne in mente nulla di più. - Ragazzo, siamo in Asia Minore, più o meno nel 540 a.C. - gli comunicò il professore. - E Creso era l'uomo più ricco del mondo... Quello del tesoro... Non hai letto Erodoto? Benjamin scosse la testa e il professore si mise le mani nei capelli. - Ah gioventù ignorante! - si lamentò. E cercò di riassumere per lui un po' di storia. - La capitale dei Lidi era Sardi e sorgeva al centro di quella che oggi è la Turchia. Gli abitanti erano abili commercianti e dovettero inventare qualcosa che li facilitasse negli scambi. Così intorno al 600 a.C. crearono la moneta. Infatti il loro territorio era ricco di elettro, una lega naturale di argento e oro. Cominciarono a forgiare con quel materiale i primi pezzetti rotondi. E per renderli validi, impressero sopra un sigillo governativo. Insomma inventarono la tecnica del conio. - Il professore si fermò per prendere fiato ma ricominciò subito dopo. - Creso differenziò poi il valore delle monete, creando quelle d' oro e quelle d'argento. Così 20 stateri d'argento equivalevano ad 1 statere d'oro. E le sue monete bimetalliche passarono alla storia anche dopo la sua sconfitta da parte dei Persiani... L'espressione sgomenta che si era disegnata sul volto di Benjamin lo fece zittire. Meglio non mettere troppa carne sul fuoco, pensò. - Io avrei un po' di fame... - si lamentò il ragazzo, quasi avesse potuto visualizzare il suo pensiero. - Proviamo laggiù. Quello mi sembra un villaggio. - mormorò il professore incamminandosi. Quando furono vicini videro delle casupole di canne che, a parte la presenza di un cagnetto, sembravano disabitate. Intorno regnava il silenzio. Il cane magro magro, dalle gambe lunghe lunghe e il colore indefinito, drizzò le orecchie e puntò il naso trotterellando verso di loro. Il professore prese a carezzarlo e quello scodinzolò allegramente. - Saranno tutti a mangiare... - immaginò il ragazzo, per consolarsi. E mentre stava finendo la frase fece un balzo indietro e cominciò a urlare. Dal terreno era apparso uno schifosissimo serpente, e poco più in là ne apparve subito un altro. E così anche più avanti. Fino a che tutto il terreno circostante al borgo non venne invaso da serpenti che strisciavano. Fu allora che dalle casupole cominciarono a uscire gli abitanti del borgo. Erano vestiti come gli antichi greci, e sembravano meravigliati. Poi accadde qualcosa di ancora più strano. Un cavallo che era al seguito del suo padrone chinò la testa e si mangiò un serpente, quasi fosse la cosa più normale del mondo. Allora gli uomini liberarono tutti i cavalli dalle loro stalle e quelli pascolarono fra i sassi cibandosi dei serpenti come aveva fatto il primo. - Portento! - gridavano gli uomini. - Aveva proprio ragione Erodoto... - esclamò il professore. - Questo è il presagio della sconfitta di Creso. I serpenti sono i figli della terra, cioè i Lidi, e i cavalli gli stranieri... cioè i Persiani. Ragazzo se non ce ne andiamo in fretta va a finire che assistiamo alla vera battaglia. E magari i Persiani ci prendono prigionieri e non riusciamo più a tornare a casa. Io direi di filarcela in fretta. Al mangiare penseremo in un altro momento... - e senza aspettare un secondo di più fece dietrofront e corse alla Palla, inseguito da Benjamin che non aveva capito niente ma si fidava di lui ciecamente. Ancora una volta estrasse il pass, digitò la password e si ritrovarono seduti ai posti di comando. - Adesso cerca di ragionare con calma... - Ma mentre il professore tranquillizzava così il pilota, all'orizzonte apparve un gran polverone e un'esercito agguerrito di cavalieri e fanti armati di tutto punto si avvicinava minaccioso. - Come non detto, metti in moto e partiamo! |
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Benjamin si svegliò di soprassalto, grattandosi l'orecchio destro. Qualcosa di caldo e appiccicoso lo stava solleticando. Spalancò gli occhi e si trovò naso contro naso con un cane. Sobbalzò. Era il cagnetto che il professore aveva accarezzato prima dell'apparizione dei serpenti e della grande fuga. - E tu che ci fai? Il cane scodinzolò e gli leccò la faccia. - Probabilmente ci ha seguiti ed è stato catapultato dentro. - intervenne il professor Tallerus che si era appena risvegliato. - Devo annunciarti che non siamo ancora sbarcati nel 1999. - e sospirò. Benjamin preferì non rispondere. Gli venne da ridere. Era evidente anche per un ignorante come lui che non erano atterrati nel giardinetto di una villetta di pochi secoli prima. E il tizio che, in piedi sotto il colonnato, li fissava a bocca aperta gli ricordava Spartacus, l'eroe di un telefilm sull'antica Roma. Come quello infatti indossava una tunica di lino, un mantello di lana sulle spalle, e dei calzari ai piedi. Benjamin lo soppesò e visto che non gli dava l'idea di essere bellicoso, dopo aver controllato che il pass fosse nel taschino, schiacciò il bottone nero. Era spinto da una fame bestiale. In testa aveva oramai solo un enorme panino con la salsiccia. In un baleno si trovarono, lui il professore e il cane, al centro del giardino fiorito, di fianco a una fontanella in marmo bianco e proprio di fronte all'uomo dalla bocca spalancata. - Ave! - salutò il professore. - Salve. - borbottò Benjamin. - Non sapreste indicarci un posto dove mangiare un boccone? - ma si dovette interrompere perché l'espressione spaventata dell'uomo si era trasformata in vero terrore. Il cane infatti, e senza motivo, si era avventato contro di lui, mostrando i denti in un ringhio davvero poco simpatico. L'uomo, già abbastanza provato dalla visione di quei due che erano balzati fuori dalla Palla metallica, cadde a terra privo di sensi. Il professore si chinò e gli sollevò la testa, mentre Benjamin cercò in tutti i modi di richiamare il cane. - Buono... qui, Fido... Cane... pappa... - gridava per distrarlo, ma vedendo che quello continuava ad accanirsi, venne assalito dal dubbio che non lo capisse. Allora lo afferrò per la coda e cominciò a carezzargli la testa, riuscendo a tranquillizzarlo con la dolcezza. - Buono. Buono. - andava ripetendo. E nel suo cervello si delineò una certezza: anche l'uomo svenuto non era in grado di capire le sue parole. Se non fosse riuscito a mettere finalmente qualcosa nello stomaco, pensò, sarebbe di certo piombato al suolo anche lui. Morto per la fame. - Guarda, è uno schiavo... ha la medaglietta al collo. - il professor Tallerus lo stava chiamando. - Appartiene a un tal Lucianus... L'uomo, che stava rinvenendo, vedendo il professore a un palmo dal suo naso sbarrò di nuovo gli occhi, terrorizzato. Allora quello si ritirò e cominciò a parlare con voce sicura e calma. - Tranquillus, veniti simus in pax. - gli disse in un latino forse un po' maccheronico. - Facendo lungo viaggio ut ad casam revenire et abemus multam famem. - continuò senza che Benjamin riuscisse a capirci niente Lo schiavo invece, sentendolo parlare così, si commosse. Anche lui parecchi anni prima era stato strappato da casa sua e continuava a sentirne il rimpianto. Così si decise ad aiutarli. -Estis fortunati. Domini profecti sunt ad villam. Ego ivi sum solus. Venitis cum me. Imus ad se cibis ingurgitare. - disse suppergiù così mentre li conduceva in casa, lungo un corridoio con il pavimento a mosaico. Passarono in una stanza quadrata su cui si affacciavano tutte le porte. Da un grosso buco, proprio nel centro del soffitto, si poteva vedere il sole. Sotto, in corrispondenza, una vasca. Lo schiavo arrivò all'ingresso e aprì il chiavistello della porta con una grossa chiave. Si trovarono così in un vicolo chiassoso, pieno di gente e negozi dalle insegne colorate. I banconi di pietra si affacciavano direttamente sulla strada. Benjamin riconobbe un fornaio dalle forme di pane bene in vista e si precipitò dritto da lui, con il cane attaccato alle calcagne. Ma arrivato di fronte al bottegaio rimase muto. Aveva paura di spaventarlo, parlando la sua lingua. Allora lo schiavo lo raggiunse e cominciò a parlare facendo larghi gesti verso di loro e tirando fuori una moneta. Il bottegaio gli allungò due filoni di pane ancora caldo e intascò la moneta con un sorriso. - Agite! Venite! Emite! Gustate ... - sentì Benjamin mentre stava dando un pezzetto di pane al cane. Era la voce stridula di una donna che stava dietro a un altro banco e lo invitava a comprare la sua merce. Si avvicinò masticando e sentì subito l'acquolina in bocca. Il profumo che usciva dai vasi di terracotta inseriti nel banco di marmo era squisito. O almeno così sembrò all'affamato. Lo schiavo capì al volo e si avvicinò alla donna e gli indicò delle scodelle, poi estrasse dalla borsa delle nuove monete. Mentre la donna riempiva due scodelle con dei pezzi di carne e li ricopriva con una salsa di pesce, che chiamò "garum ", il professore incuriosito prese una moneta dalle mani dello schiavo e lanciò un gridolino estasiato. Aveva riconosciuto un famoso aures, quello con il ritratto di Cesare e la scritta sul retro COS TER, che voleva dire Terzo Consolato. - I romani non avevano l'abitudine di ritrarre sulle monete personaggi viventi, come gli orientali. Cesare fu il primo a introdurre la propria immagine, ma non gli portò fortuna. Dopo questa... - e la mostrò a Benjamin. - venne assassinato. Chissà se siamo capitati proprio nel 46 a.C., l'anno in cui venne coniata questa moneta. Forse Cesare è già morto... - il professore si era completamente dimenticato della scodella fumante che la donna gli aveva posto davanti. - Poi fu Bruto, l'assassino, a volere una moneta con il suo ritratto, per ricordare le Idi di Marzo, il giorno dell'omicidio... Ma Benjamin non stava più a sentire, si era avventato sul cibo e si stava ingozzando. - Così mangiavano i poveri, lo sapevi? - gli disse il professore assaggiando il cibo con sospetto. - No... - rispose automaticamente il ragazzo. - I cittadini poveri non avevano una cucina, così dovevano comprare il cibo pronto in queste botteghe o sulle bancarelle ambulanti... - Ma lo sproloquio del professore venne interrotto dallo schiavo. Stava indicando un gruppetto di soldati che camminava verso di loro con l'aria feroce. - E' meglio ripartire... - mormorò Benjamin abbandonando sul bancone la sua scodella. Cominciarono a correre verso la casa e prima che i soldati potessero raggiungerli si ritrovarono all'interno della Palla. L'ultima cosa che videro prima di ripartire fu lo schiavo che li stava salutando con la mano. ********************************************************************************************* |
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Benjamin annaspò. Stava sognando di annegare e sentendo il naso bagnato, spalancò gli occhi. Il cane lo fissava con la testa inclinata. E la lingua umidiccia spenzoloni. - Piantala di leccarmi! - lo riprese, passandosi una mano sul volto. - Ti va bene se ti chiamo Julius? E' un nome importante. - gli domandò, occhieggiando l'aureus appoggiato alla consolle. Il professore doveva essersene impossessato soprappensiero. - Come Giulio Cesare. - concluse guardandosi attorno. Il cane, cioè... Julius, abbaiò assentendo. E sembrava veramente soddisfatto. Un po' meno soddisfatto fu invece il professore che risvegliato dal suono improvviso fece un balzo e batté la testa contro il vetro. - Accidentaccio. - brontolò diventando sempre più scuro in volto e strizzando gli occhi fino a farli rimpicciolire a due fessure sottili, dietro gli occhiali. - Ragazzo, credo che questa volta tu abbia azzeccato il luogo. Siamo senza ombra di dubbio a Milano e quella è la Corte Ducale. La residenza che Galeazzo Maria Sforza si era fatto costruire per abitare all'interno del Castello. - e tirò un grosso sospiro. - Ma temo che tu abbia ancora sbagliato secolo... Il professore infatti indicò a Benjamin due figure: un ragazzetto e un uomo sui quaranta, dalla folta barba. Stavano passeggiando lungo una vasca rettangolare colma d'acqua. A Benjamin venne voglia di fare un bel bagno. Deve trattarsi di una di piscina all'aperto, pensò. Poi si mise ad osservare i due. Erano vestiti in modo buffo: il giovane su una calzamaglia che gli avvolgeva le gambe magre indossava una giacchetta con le maniche a sbuffo e un cappello proprio in cima alla testa; il vecchio invece portava un indumento lungo e voluminoso e in testa un berretto rosso con dei paraorecchi. E nessuno dei due si era ancora accorto di loro. - Sarà. - disse Benjamin poco convinto. - allora riprovo? - e appoggiò le mani sui comandi, pronto a ripetere le operazioni di partenza. - No! - il professore lanciò un grido. - Vedi, quel ragazzo veste un farsetto e il vecchio una bellissima guarnacca. Due capi rinascimentali. Sono pronto a scommettere che siamo intorno al 1490 e che quell'uomo è il grande Leonardo da Vinci... Benjamin lo fissò stupito. Leonardo quello della Gioconda dal sorriso ebete? Poi sorrise. Quella guarnacca infatti gli ricordava tremendamente il pastrano viola che il professore aveva barattato in cambio della sua libertà... - ... E, se ho ragione, questa è un'occasione irripetibile. Fammi uscire immediatamente. - gli ordinò con tono imperioso. Benjamin non ci pensò su due volte, lui amava l'avventura, e tenendo in braccio Julius premette il bottone nero. Fuori faceva un bel freschetto e al ragazzo passò subito la voglia di fare il bagno e depositò al suolo Julius che invece corse allegramente verso la vasca e ci si tuffò dentro sgambettando per stare a galla. Richiamato dal rumore, l'uomo con il berretto rosso si voltò di scatto verso di loro e invece di spaventarsi di fronte ai due sconosciuti e alla Palla alle loro spalle, come aveva fatto lo schiavo, si avvicinò a grandi passi, con gli occhi spiritati e l'aria davvero incuriosita. - O sconosciuto che dal nulla apparisti, contami di tua siffatta invenzione. Essa pur vola? - disse con una bella voce rivolto al professor Tallerus. - Messer Leonardo, noi qui venuti dal futuro siam. E non per l'aria, ma nel tempo volando. - gli rispose quello. - Qual è di cotanta impresa il segreto? - mormorò allora Leonardo, perché era proprio lui, mettendosi a toccare la Palla e studiandola da vicino. - Codesto jovine figliò è del grande inventore. Ma lui solo sa i segreti del suo motore. Noi semplici siamo passeggeri... - e il professore era veramente dispiaciuto di non poterlo aiutare. Leonardo fissò intensamente Benjamin, come aspettando che fosse lui a parlare. - Mio padre, Archileon, è uno scienziato... - balbettò il ragazzo, ma l'altro lo fissò con aria interrogativa. Non riusciva a capire le sue parole. E Julius corse a trarre d'impiccio il suo padrone. Saltò fuori dall'acqua e si mise ad abbaiare contro i due intrusi, scrollandosi furiosamente e schizzando così tutti e quattro. Leonardo, invece di arrabbiarsi scoppiò a ridere. - Ospiti miei siete, suvvia seguitemi. - disse loro, avviandosi sicuro verso il palazzo. Il professor Tallerus mosse i primi passi alle sue spalle, rigido come un automa. Sembrava addirittura ipnotizzato. - Non ci crederà nessuno... - mormorava addolorato, scuotendo la testa. - Il nome mio Jacopo è. - disse il ragazzetto, affiancando Benjamin e guardandolo da sotto in su. - Benjamin. - si presentò lui, ma non tentò di dire altro, tanto era sicuro di non essere capito. Entrarono sotto il colonnato, in un portone di legno pesante. Dentro era tutto molto buio. E dovettero camminare per molte sale. Silenziose e vuote. Dov'erano spariti tutti gli abitanti della casa? Finalmente giunsero in una stanza luminosa. In fondo, vicino a una finestra stava un quadro, appoggiato alla parete. Era il famoso ritratto della "Dama con l'ermellino". Appena terminato. - Quella pulzella è Cecilia... - disse Jacopo con un risolino. - Cecilia Gallerani... - continuò. Ma Benjamin non fece una piega. Lui non conosceva i pettegolezzi dell'epoca. - Un'amante di Ludovico il Moro... - gli sussurrò in un orecchio il professore, mettendogli ancora più confusione in testa. Chi era costui? Poi si mise estasiato ad ammirare l'opera. A un tratto si scosse, ricordandosi della sua missione. - O Maestro. Darmi dovete un ricordo di cotanto incontro. Perché tardi è e noi andar dobbiamo. - implorò afferrandogli le mani. Allora Leonardo si mise al tavolino e fece un disegno, uno schizzo del viso del suo allievo e una torre del castello in cui erano ospiti. Poi lo consegnò fra le mani tremanti del professore, insieme a una monetina. - Andate.E buona fortuna! - disse voltando loro le spalle. La sua mente stava già pensando ad altro. Benjamin e il professore s'incamminarono verso l'uscita, con il fedele Julius alle calcagna. - Guarda! Mi ha dato una moneta con l'effige di Bona di Savoia! Era reggente prima di Ludovico il Moro. E' uno dei rari ritratti femminili del periodo. Lo sapevi che Milano ha prodotto le più belle monete del Rinascimento? - ma non poté andare oltre nelle sue argomentazioni perché intorno alla Palla si era formata una vera e propria folla di curiosi e Benjamin dovette usare in fretta il pass. Partirono subito, prima che qualche mano poco accorta non gli creasse dei danni irreparabili. ********************************************************************************************* |
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Il risveglio di Benjamin e del professor Tallerus questa volta fu decisamente più veloce. Forse perché si erano abituati a scorazzare per il tempo. Appena la Palla ebbe terminato di girare vorticosamente su sé stessa, aprirono gli occhi insieme e insieme sbuffarono delusi. Erano atterrati su un promontorio ricco di vegetazione, a picco sul mare. E intorno c'era solo mare. - Obbiettivo mancato! Non si può partire sempre così di fretta.... - sbuffò il professore. - Questa volta non ho più intenzione di sbagliare! Voglio ragionare con calma e ricordarmi gli insegnamenti di papà. - e Benjamin si mise a studiare il computer di bordo. - Allora, voglio arrivare al 17 settembre 2001, a Milano in Lombardia, Italia, Europa, alle ore 11,30 esatte della mattina. Ripeteva ad alta voce ogni impostazione, mentre il professore, osservandolo, pensava ad altro. - Accidentaccio! Chissà se potrò mai più fare quattro chiacchiere con Leonardo. - scosse la testa. Forse non sarebbe dovuto scappare così in fretta. Ma sotto sotto aveva paura di essere già in ritardo per l'inaugurazione. - Ho perso la cognizione del tempo... - mormorò. E gli venne da ridere. Julius stava in un angolo, abbacchiato. Sentiva lo stomaco sottosopra e gli era venuta una nausea terrificante. Cercò di attirare la loro attenzione abbaiando. Ma nessuno dei due sembrò farci caso. - Questa volta non possiamo sbagliare. Ho fatto tutto come si deve... possiamo andare... - disse Benjamin, aspettando con il dito alzato il benestare del professore. Allora il cane terrorizzato all'idea di ripartire cominciò a grattare con la zampa sul vetro. Non solo doveva respirare l'aria fresca e mangiare un po' d'erba per non vomitare, ma doveva fare anche un 'goccetto', perché nella fretta degli avvenimenti se n'era sempre scordato. - Credo voglia uscire... - brontolò il professore. Julius, allora cominciò a leccargli la faccia, tutto riconoscente. - Credo proprio... - convenne Benjamin. - Ma fai in fretta... altrimenti ti lasciamo qui. - disse con voce burbera il professore. Non appena toccò il suolo, Julius si mise a sgambettare felice e a mangiare erba. Poi corse fra i cespugli e alzò la zampetta. Benjamin si stiracchiò e decise di camminare fino al bordo del promontorio. Voleva guardare di sotto. Quello che vide lo meravigliò quasi quanto l'ultimo videogiochi fantasy che gli avevano regalato. Sulla destra scorse una nave che stava andando alla deriva. Sulla fiancata lesse il nome "Magdalena" e sul ponte si potevano vedere dei piccoli focolai accesi. E proprio sotto di loro, a pochi metri dalla spiaggia stava all'ancora una nave pirata. Il teschio bianco sopra due ossa incrociate, sulla bandiera nera che sventolava al vento non lasciavano dubbi. Guardando meglio Benjamin vide qualcosa che gli fece venire la pelle d'oca. Sulla spiaggia sotto di loro degli uomini seduti per terra si dividevano il bottino. - Uno a te, uno a me... - gli parve dicessero. Ma forse se lo immaginò soltanto, perché erano troppo lontani. - Siamo nel 1669, ragazzo. E quella è la ciurma del pirata Henry Morgan. Siamo su un'isola di fronte al Venezuela e la nave spagnola che sta affondando trasportava in patria un carico di 'pezzi da otto', enorme. 40.000, pensa. Oltre a dobloni d'oro, spade e argenteria varia. Un vero tesoro. - mormorò il professore alle sue spalle. - Pezzi da otto? - balbettò Benjamin, sorpreso. - Gli spagnoli sfruttavano le miniere d'argento del Messico, della Bolivia e del Perù per fare delle monete d'argento di fattura grossolana che potevano essere tagliate a pezzi per ottenere degli spiccioli. Per questo avevano quel buffo nome. Comodo, no? Benjamin avrebbe proprio voluto vederle. - Al Museo ne troverai qualcuna. - Il professore sembrò leggergli nel pensiero. - Ma se vuoi possiamo scendere e chiedere che ce ne regalino una... Il ragazzo non riuscì a capire se stesse scherzando o dicesse sul serio. - Preferirei di no... - mormorò comunque fra i denti. E riprese ad osservare la scena. I pirati, che avevano finito di fare la divisione, stavano risalendo sulle scialuppe per tornare a bordo. Quattro di loro si erano messi invece a trasportare la cassa verso una grotta, il cui ingresso era nascosto da dei cespugli. Sparirono, inghiottiti dalla parete sotto di loro, ma dopo solo qualche minuto tornarono alla luce e salirono sull'ultima scialuppa. Benjamin li seguì con gli occhi fino sul ponte della nave. Vide l'ancora salire lungo la fiancata e le vele gonfiarsi al vento. Poteva sentire la voce degli uomini in lontananza che intonavano una canzone triste. Oho Oho ... risuonava nell'aria. - Perché non diamo un'occhiata? - gli suggerì il professore, che fra i due era decisamente il più curioso e si era scordato persino dell'inaugurazione. Arf arf... disse convinto Julius e li precedette lungo il sentiero. Magari laggiù avrebbero trovato un osso... Benjamin si mise a correre dietro il cane e più lentamente li seguì anche il professore. Cominciava a pensare che avrebbe dovuta percorrere quella strada anche in salita e non era più troppo soddisfatto della sua proposta. Si augurava solo di fare qualche ritrovamento interessante. Julius trovò in un battibaleno l'ingresso della grotta, che era veramente ben mascherato. E dentro, incassata fra due rocce, recuperarono la cassa. Era piena dei famosi 'pezzi da otto' d'argento. Ma nessuna di quelle monete fece sobbalzare di gioia il professore. - Robetta... - borbottò. Poi si consolò prendendo in mano estasiato l'elsa intarsiata di una spada. Un grosso rubino spiccava nel centro.- Questa potrei regalarla a mia moglie... - mormorò. Benjamin sorrise. Non aveva mai immaginato che il professor Tallerus avesse una moglie. Anche Julius sembrò sorridere. Teneva fra i denti una borsa di pelle nera. Aveva proprio un buon sapore. - Andiamo, se no faremo tardi! - disse allora il professore, risvegliandosi all'improvviso. Affrontò la salita sbanfando. - A proposito di borse dei pirati. Lo sapevi che proprio un pirata di Morgan ha lasciato una ricetta su come si cucinano? Benjamin lo guardò perplesso. - Non scherzo. Fra un anno, quei galantuomini saranno così affamati che dovranno mangiare le proprie borse. Taglieranno la pelle a strisce, la metteranno a bagno e la batteranno con delle pietre. Poi, dopo aver tolto tutti i peletti le arrostiranno. Qualcuno le preferirà bollite, e comunque servite con tanta acqua. A Benjamin venne mal di stomaco e per fortuna arrivarono alla Palla. Impugnò il pass e si trovarono tutti all'interno. Poi con molta calma ricontrollò il computer e alla fine ripartì. ********************************************************************************************* |
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La gente camminava imperterrita attraverso la piazza. Frettolosamente. Qualcuno addirittura sfiorò infastidito la Palla d'acciaio che, apparsa dal nulla, intralciava il cammino. Benjamin pensò che gli abitanti della Terra all'inizio del Duemila erano proprio abituati a tutto. Le persone che aveva di fronte in quel momento erano degli esseri che pensavano esclusivamente ai fatti loro, indifferenti a tutto il resto. Il professore non sembrò notarlo. Era felice. - Non potevi scegliere un posto migliore! - si complimentò con lui. - Siamo in Piazza Affari, davanti alla Borsa di Milano. - si fregò le mani soddisfatto. - Anche se là dentro certamente non troveremo neppure una monetina da 1EuroCent... - e scoppiò a ridere. Julius, che se ne stava accucciato ai loro piedi in un angolino stretto stretto, sollevò una palpebra e la lasciò ricadere subito. Non dava segno di volersi svegliare. Era stanco di vagare nel tempo. - Andiamo e facciamo in fretta. - disse Benjamin, che cominciava a sentire nostalgia di casa. E pigiò con forza il bottone nero. Vennero proiettati fuori senza che alcuno facesse una piega. E Benjamin investì quasi una signora distinta che si limitò a lanciargli un'occhiataccia. Il professore allora si sedette sui gradini di un palazzone e allungò una mano, prendendosi il cane in braccio. Voleva elemosinare così la famosa monetina. Ma un poveraccio vero arrivò di corsa con l'intenzione di farlo sloggiare. - Questo posto era mio! - cominciò a sbraitare battendo i piedi. - Eh, quante storie... - borbottò Benjamin. - Tu cosa c'entri! - s'imbestialì il poveraccio. - Non prendertela... se mi cedi 1 Eurocent me ne vado via subito. - intervenne il professor Tallerus. - 1 Eurocent? - si meravigliò quello. - Sei proprio un morto di fame... - e con un gesto di spregio gli rovesciò nella mano aperta un intero sacchetto di monetine, che caddero anche al suolo. Benjamin si mise a raccoglierle e scovando la monetina che cercavano lanciò un grido di gioia. - Andiamo! - tirò per un braccio il professore e insieme si avviarono alla Palla. In meno di un minuto impostò il computer per tornare a casa. La Palla con un boato sparì nel tempo e... riapparì nel centro della hall del Museo, sotto lo sguardo curioso degli invitati. Erano tutti molto eleganti. Tranne, naturalmente, lui, l'ospite, l'esimio professor Tallerus, che in maniche di camicia ma con un sorriso smagliante sul volto cominciò a fare gli onori di casa. Stringeva beato nel pugno la monetina che presto avrebbe deposto nella sua teca. ********************************************************************************************* |
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