L’altro pomeriggio a scuola abbiamo parlato delle guerre. Ne scoppiano in continuazione. Oltre a quella in Iraq, nonna Clotilde dice che il mondo è pieno di guerre di cui non parlano né i giornali né le televisioni perché non ci riguardano. In Africa, per esempio, in questo momento ci sono conflitti feroci, dove succedono cose che farebbero impallidire tutti i libri horror di mio fratello. E vi combattono persino bambini della mia età. Vengono rapiti e subiscono violenze di ogni genere. La nonna mi ha portato a vedere uno spettacolo teatrale che parlava dei bambini-soldato. Si intitolava: Allah n'est pas obligé. «Sembra proprio che i popoli non riescano a convivere in pace» ha detto a un certo punto la signorina Verri, scuotendo desolata la testa. Io sono scattata sulla sedia e prendendo il coraggio a quattro mani come dice mia nonna - mi piace immaginare che il coraggio sia qualcosa che si può afferrare, ma perché le mani debbano essere quattro è un mistero - ho esclamato: «Per far finire tutte le guerre basterebbe non produrre più armi!» La signorina Verri allora ha replicato: «Sarebbe bello Michela. Ma vedi, l’uomo ha sempre combattuto, con ogni mezzo, anche semplici bastoni. E continua a farlo.» Ha chinato la testa. «In Africa ancora adesso usano i machete per uccidere gli esseri umani invece che tagliare i rami» ha mormorato facendoci rabbrividire. Poi ha sostenuto che da quando esistono i missili e la bomba atomica ogni nazione deve potersi difendere dalle aggressioni e per questo sono necessari gli armamenti. «Così però è un circolo vizioso!» ho detto io, ripetendo un’altra frase di mia nonna. I miei compagni sono scoppiati a ridere e la signorina Verri ha sorriso. Poi la campanella ha suonato e tutti si sono alzati in piedi. Tornando a casa immersa nei miei pensieri, sono passata davanti al recinto dei giochi dove andavo da piccola. Al di là della stecconata, dei pargoli ululanti sgambettavano intorno allo scivolo. Chissà perché mi danno sempre l’idea di essere degli gnomi. La mia attenzione è stata attirata da una gnoma silenziosa. Aveva una felpa con il cappuccio. E s’inerpicava sulla scaletta con la lingua fra i denti, come se stesse scalando l’Everest. All’improvviso sono stata invasa dai ricordi di quando anch’io vedevo il mondo da rasoterra. Ho chiuso gli occhi e per un attimo mi sono ritrovata aggrappata ai gradini sul vuoto. Due manine intorno alle sbarre e sotto di me la ghiaia che brillava. Poi l’alito caldo del bambino alle mie spalle, che mi spingeva giù. Non potevo far altro che lasciarmi andare sullo scivolo. Ho trattenuto il fiato, un tuffo e ho sentito nella pancia tanti sassolini rotolare. «Brava!» una voce ha interrotto il ricordo. Ho spalancato gli occhi e ho visto la gnoma sorridente ai piedi dello scivolo. Che strano, ho pensato, mentre correva fra le braccia della madre. Non avevo neanche tre anni, eppure quel ricordo mi era rimasto impresso. Due gnomi mi sono passati davanti di corsa. Stavano spingendo dei passeggini. Vi assicuro, erano proprio due maschi che giocavano alle bambole. Incuriosita mi sono appoggiata alla stecconata. Li ho visti girare dietro agli alberi, lontani dagli sguardi dei grandi. Era evidente che si sentivano invisibili. A un tratto, senza preavviso, quello con la criniera da leone ha afferrato il passeggino dell’altro ed è scappato via. Quello con quattro peli in testa giallo canarino non si è scomposto. Ha trotterellato verso il passeggino abbandonato, ha impugnato i manici e si è messo a inseguire l’amichetto. Apriti cielo. Il leone si è messo a strillare e senza abbandonare il passeggino rubato si è buttato sul suo per tornarne in possesso. Il canarino lo ha mollato subito ed è scoppiato a piangere. Un pianto silenzioso. Da vittima. Solo dopo un po’ i grandi si sono resi conto di quello che era accaduto. La mamma leonessa è piombata sul figlio leone strappandogli dalle mani il passeggino non suo e lo ha restituito al canarino in lacrime. Risultato: anche il leone è scoppiato a piangere. Mi sono allontanata con questa immagine negli occhi, ricordando che da piccola anche io ero una canarina: non reagivo mai. Proprio come quella volta sullo scivolo, quando un leone mi ha spinto giù …
Come mai esistono bambini leoni e bambini canarini? Si nasce così? O è solo un momento che certi bambini attraversano per affermare la propria autonomia? O c’entrano le famiglie e l’educazione? E ha davvero ragione la signorina Verri, che ci si deve poter difendere dalle aggressioni? Io credo di no. Anzi, preferisco la teoria di nonna Clotilde: bisogna avere pazienza. Lei, tutte le volte che subivo una sopraffazione, mi consolava asciugandomi le lacrime. Diceva che non era importante, che non era successo niente, che forse quel bambino voleva solo fare amicizia. Già. Proprio così. Bisogna imparare a conoscersi, ad accettarsi, a non voler vincere a tutti i costi. Sono convinta che con la pazienza, e senza armi per reagire alle aggressioni, non ci saranno più guerre. E ne ho le prove. Perché il bambino leone che quel giorno mi ha spinto giù sullo scivolo sostenendo di essere arrivato primo, è diventato il mio migliore amico…. E voi, che ne pensate? |