prosa11

(p)ROSA SHOCKING

 

Volume 1.1 Luglio 97

 

periodico delle ragazze del Circolo Culturale "N. Papini"

 

PeRcHè

sentiamo l'esigenza di riflettere separatamente su ciò che ci riguarda

 

NoI Sia MO

da molti anni all'interno di un gruppo misto, ma non vogliamo dimenticare

che il nostro guardare e vivere il mondo è diverso da quello dei compagni maschi

 

DONnE

dunque, che pensano, elaborano, discutono tra donne e ad altre donne si rivolgono

CI SCUSIAMO............

fin d'ora per le stronzate, che sicuramente non mancheranno, ma ancora siamo molto recenti in questo percorso, si può anzi dire che stiamo muovendo i primi passi, e tutte le critiche, i consigli, i contributi sono ben accetti.

Tatiana & Marina

 

+ Circolo culturale "N. Papini"

Via Garibaldi, 47

61032 FANO

 

 

SOMMARIO

 

Ricette....

Signorina cultura....

Christa Wolf ....

 

 

 

un pesce di nome wanda

Ricetta del mese

 

Pasta alla Kaori

Tritare cipolla e (volendo, per insaporire) Pezzetti di Kaori

Tagliare circa un peperone a testa a listelle

Far cuocere peperoni con sale, pepe, paprika e un po' di olio

A peperone cotto, schiantare nella pentola una o più (a seconda di quanta gente dovete nutrire) confezioni di PHILADELPHIA e farlo sciogliere: il sugo è fatto!

Cuocere pasta (rigatoni o fusilli), versare sugo e abboffarsi.

Se la ricetta fa schifo non prendetevela con noi, che notoriamente non sappiamo cucinare, e fate un salto alla pizzeria d'asporto, che è sempre un'ottima soluzione. Il vino: si accompagna perfettamente con un vino bianco secco, il Tavernello è ottimo (!)

 

 

 

 

 

Signorina

cultura....

 

ALL' ALTRA META' DI CIELO

 

Fin da piccolo tu hai avuto la precisa sensazione che il mondo, ed io con esso, fosse fatto a tua misura, perché tu ne usassi a tuo piacimento; da ciò derivi la sicurezza che ti ho sempre invidiato. Quella sicurezza, io non l'avrò mai, che ti fa camminare per la strada con la convinzione che tutto ciò che ti circonda sia stato fatto proprio per te, che persino il frutto sull'albero sia lì per te, che fa sì che tu parli con la certezza di essere ascoltato.

Tu sei nato dal ventre di una donna ed hai continuato a cercare per tutta la vita l'accoglienza, la comprensione, la morbidezza ricevute dalla prima donna che hai conosciuto. Col padre, invece, hai identificato l'autorità, la parola, la tua collocazione simbolica in un mondo fatto da e per maschi.

Tu non mi chiedi stimoli, non mi riconosci alcuna autorità, non vuoi affrontare problematiche che pensi non ti debbano riguardare; tu vuoi solo essere amato, accolto, specchiarti in me. E quanto ti infastidisce la mia ironia dissacrante, sembra lasciati nudo, impotente: non sei abituato all'idea di una donna che abbia anche degli spigoli . Ma la novità, comunque, ti incuriosisce

(Ulisse, non per niente è maschio), ti intriga, per cui, dato che non riesci a riportarmi a ciò che hai conosciuto, mi dai un ruolo sospeso e finisco per essere la tua amante (ah, Circe, perché anche tu ci sei cascata?), colei, cioè, che è fuori dai ruoli prestabiliti, colei che, in sostanza, non esiste. E la tua illusione è quella di non dovermi nulla, come nulla si deve alle proprie fantasie, ma di poter usare di me finché te lo concedi, finché ti possa ritornare utile. Cito:

 

...Eccedi, disse lui. Al solito eccedi. Come se ci fosse stato qualcosa. Niente c'è stato. Niente. Non la prendere così sul tragico.

Ah Dio, dissi con quel tono falso che tu a ragione detesti tanto in me, ma che vuol dire qui tragico. Noi, forse, un poco ci opponiamo ancora all'impegnativa convenzione in base a cui la mancanza d'amore non è da prendere sul tragico. Un uomo come Lei questa cosa s'è l' è lasciata alle spalle. E' uno che per tutto ha una spiegazione e che si rifiuta di soffrire. Noi, purtroppo, stabiliamo un legame col mondo solo grazie all'amore...", Christa Wolf, Sotto i Tigli.

Oppure mi castri, mi rendi essere asessuato, non-donna, quasi-uomo, e così deformata, mascherata riesci ad "apprezzarmi". Quasi che la determinazione, l'intelligenza, l'ironia, la forza fossero caratteristiche non appropriate al mio sesso; come Atena, che nasce da un dio maschio, anzi dalla sua testa, e che, eternamente vergine, non è mai completamente femmina e può, quindi, incarnare la guerra e la cultura, la tua, i principi fondanti del tuo potere. Le guerriere e le sacerdotesse sono, del resto, sempre delle vergini. Anche la madre del Dio incarnato lo è: Cristo non poteva essere "sporcato" da una sessualità che tu rifiuti, neghi, finanche nel linguaggio. Spesso ti osservo inorridita, è vero; ti guardo come se fossi di un'altra specie e sento che siamo impenetrabili l'uno all'altra. Tu, frutto di una cultura millenaria alla cui base c'è sempre uno stupro - quante dee, donne e semidee violentate nel mito greco !--, tu frutto della cultura della morte, per cui il corpo è male e la nascita è caduta (ricordi Platone?), per cui il valore si dimostra nell'uccidere i propri simili e la virilità nell'assoggettare l'altra parte del mondo. Io, parole dette per secoli di nascosto da te, io figlia delle Streghe, delle Sibille, delle Menadi e delle Amazzoni; io mistero che, non potendo spiegare, hai negato. La mia cultura è cultura di vita, quella vita che posso dare semplicemente amando. Semplicemente amandoti.

Cito: "...gli uomini, esclusi dal generare la vita che è esperienza esclusivamente femminile (esclusi dal segreto), trovano nella morte un luogo ritenuto più potente della vita in quanto la vita toglie.", Adriana Cavarero, Nonostante Platone.

Eppure io ti ho amato, forse ti amo ancora, ma a te questo non interessa: non è d'amore che mi parli nelle notti in cui la voce è un soffio e i nostri corpi stanno vicini; non vuoi, ed io troppe volte l'ho creduto, essere davvero in comunione con me. A te serve parlarmi, farti ascoltare, per darti conferma del tuo essere, perché io ti faccio essere, ti do la vita ogni volta che me la chiedi. E continuo a farlo, talvolta, per compassione, perché tu hai bisogno che io ti rifletta un'immagine che non sia decostruita, e nemmeno opacizzata, per poter credere in te.

Tutto questo mi rattrista. E mi fa male: ma davvero tu pensi che la mia ragione d'esistenza sia solo quella di ricaricarti di sempre nuove energie, così che tu possa riconfermare a te e al mondo, ogni giorno, il diritto di calpestarmi e di ammutolirmi ?

Sarebbe quasi ridicolo, ma non riesco a riderci su, il tentativo che fai continuamente di convincermi che non posso che adeguarmi al tuo "ordine", alle tue categorie, quelle che mi mascheri sotto neutre mentite spoglie.

 

Tu ti sei posto come universale, mi hai fatto diventare "l'uomo", mi hai racchiusa nell' "umanità", con una menzogna che ha sublimato la mia mutilazione. E ogni volta che la smaschero, che ti smaschero, ti lascio nudo ed inerme. Cito: "...l'intollerabile sovversione che per qualsiasi società rappresenta una donna libera, davanti a sé e agli altri, capace di spazzar via con uno sguardo ogni miraggio, lasciando il re nudo, e di andare ancora più in là, in quella regione dove il re non era mai esistito, né lo sarebbe mai...", Marvel Moreno, In dicembre tornavano le brezze.

Cito parole di donne, cito le mie madri simboliche, coloro che hanno rotto per sempre il muro del silenzio, uno strano lapsus: avevo scritto "del pianto", e in effetti ho pianto, sì, di rabbia, tante volte. Tu ti spaventi a sentirmi parlare di rabbia e mi somministri il solito tranquillante, la "camomilla dell'uguaglianza" (fatale citazione da Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano), ma io non voglio calmarmi, sento rabbia e dolore e, allo stesso tempo, una forza grandissima: tu non ti impossesserai mai di me, del mio corpo e della mia voce, perché io non ti appartengo, né ti voglio appartenere. No, per me amare non è appartenere, non ho bisogno di te per trovare la mia interezza, altra menzogna che mi hai propinato, che senza di te non potessi essere soggetto, che la donna "continuamente all'uomo deve risalire per la valutazione di sé" (Scritti di Rivolta Femminile). Io non voglio che tu mi accordi la cittadinanza di "essere umano", mi pongo, bensì, come altra da te, soggetto autonomo, donna nata da donna.

Amazzone mi sento, Amazzone guerriera, e non mutilata dei miei attributi femminili, come tu mi hai voluta rappresentare, (-a privativo + mazoV = senza un seno), ma guerriera perché donna, guerriera in quanto donna.

Donna, come è bello il suono di questa parola ! Un tempo non riuscivo a pronunciare il mio nome, mi si strozzava in gola, ma ora ne non ho paura, niente di quello che è in me mi fa più paura. E nemmeno tu mi fai paura. Solo, sono stanca di doverti combattere per essere libera.

 

Tatiana

 

 

 

CHRISTA WOLF PRESENTA "MEDEA", PADOVA 7-6-1997

 

PRESENTAZIONE DI ADRIANA CAVARERO:

In Grecia alla fonte di ogni muqoV c'è è la Musa, figlia della mnhmosunh, la memoria, ma la Musa stessa è chiamata talvolta memoria; infatti ella è memoria, memoria muta che custodisce le storie e ispira il narratore, chi cioè mette in parola, affida quindi alla fonh, la voce, i miti della memoria. Il poeta (e non è un caso che io usi il maschile) è il tramite sonoro tra il muqoV e il pubblico e segna il passaggio delle storie dalla memoria divina a quella umana. Ma la versione del narratore è solo UNA versione della storia: la storia degli accadimenti è conservata dalla Memoria, che non è falsa, ma il narratore può dire una menzogna (v. Esiodo nel proemio de Le Opere e I Giorni): mentre la Musa non dice, è il poeta che può dire cose verosimili, ma non vere, che può quindi essere infedele alla storia.

La Musa è sempre innocente.

L operazione che Christa Wolf ha fatto è stata quella di tornare ad ascoltare la voce muta della Musa: si può sempre tornare ad ascoltare la voce muta della musa per raccontare

un altra versione della storia. Così ha dato a Cassandra un'altra voce, ascoltando la Musa.

E così ha fatto con Medea: nonostante la versione maledetta di Euripide, si può riascoltare il muqoV . In Cassandra C. W. ha dimostrato come, nonostante il testo patriarcale, le donne del muqoV potevano avere una loro voce: i miti si possono rielaborare. Wolf disfa e rifà il textus (il tessuto) ed in particolare con Medea rifà un testo teatrale. Se la storia è un intreccio di voci ed azioni, allora la storia è partizione delle voci ( non a caso Stimmen= voci è il sottotitolo di Medea) e nel teatro nella memoria muta della Musa le voci stanno nel presente dei fatti; è al teatro che Wolf si rivolge, dove le voci sono attori che mimano la voce originaria da cui la storia è scaturita. La Musa è la partizione originaria e Wolf si avvicina alla partizione originaria delle voci. Medea non è un testo polifonico, o almeno non esattamente, ma è una partizione del raccontare. Il titolo di Medea è: Medea. Voci; Wolf ha voluto significare che ciò che le stava a cuore era l'intreccio di voci: ma nuove voci sono quelle che dà ai personaggi, soprattutto a Medea. C. W. non emenda Euripide, ma torna alla Musa. E' una versione antagonista a quella euripidea, dove Medea non è l'infanticida, ma il frutto di una cultura matriarcale da cui l'eroina deriva un sapere che scaturisce dalle radici femminili e si scontra con quello della violenta Corinto. Sarebbe però riduttivo parlare di Medea come dello scontro fra due culture, quella matriarcale e quella patriarcale, non è così semplice. La versione di W. è più fedele alla storia di quella euripidea, ma perché?

Alla fonte del narrare nella cultura greca c è sempre una donna; alla base del sapere c'è sempre una fonte femminile, anche alla base di un sapere patriarcale, che oblia, cancella, mette a tacere le donne. Perché allora ci indica che alla sua base c'è un sapere femminile? Cosa c'è sotto? Questa è la traccia, il sintomo della violenza che ha cancellato la parola femminile: W. lavora per la restituzione alle protagoniste di una voce cancellata e sostituita con una voce maschile. W. ascolta il suono della voce di Medea e lo mette in scrittura restituendogliela. Non solo con un lavoro sull'antichità, ma con un lavoro dove le voci femminili siano qui ed ora. Anche in Medea sono le nostre voci ad essere in gioco tramite un gesto di libertà.

 

INTERVENTO DI CHRISTA WOLF:

Nel mio libro ho citato Adriana Cavarero e il suo Nonostante Platone : io non ho fatto a caso questa citazione, ma ho voluto porre la questione della morte in quanto possibilità di togliere la vita. Sono impressionata dalle persone che sono qui in questa occasione, per parlare di oggi attraverso le storie antiche. Il Mito è una parola che in origine ha avuto una connotazione che indica la cattiva coscienza, ma io credo che sia una connotazione negativa; ho iniziato ad occuparmi del mito negli anni '80, gli anni della guerra fredda, col pericolo dei missili nucleari, sia ad Est che ad Ovest, e ne è scaturita Cassandra (1983).

Mi sono chiesta dove abbia avuto inizio nella civiltà lo spirito di autodistruzione e dove esso possa arrivare. Nel corso dei secoli, molti secoli e molti conflitti ci sono voluti prima che Omero arrivasse a raccontarci di Cassandra e della sua capacità, ritenuta non attendibile, di prevedere il futuro. Era impensabile che un dio desse un dono come la veggenza ad una donna: debbono essere passati dei secoli e, attraverso questi, si deve essere consolidata la capacità di Cassandra di vedere il futuro. Quando mi occupo del mito non è per trasformarlo o modificarlo, ma per andare alla fonte originaria: solo attraverso questa posso andare avanti. Quando ho iniziato ad occuparmi di Medea (1990) il mio interesse era nato da vicende personali; non è per motivi morali che ho scelto Medea, di riproporre la sua storia, ma perché ho ritenuto che, essendo una facoltà fondamentale delle donne nelle società antiche quella di generare, allora l'infanticidio era un tema importante, che Medea ha vissuto. Ho avuto la fortuna di conoscere una studiosa di Basilea, attraverso cui sono giunta a conoscere le fonti originarie di Medea e a rielaborarne il Mito: non più protagonista, ma vittima dell'uccisione dei suoi figli. Vi è stata una donna che si è posta la domanda del perché l'immagine di Medea si sia trasformata in quella di un'infanticida, del perché ella avrebbe dovuto uccidere i propri figli: ho poi deciso di rappresentare un'altra Medea, di cui sono contenta.

 

DIBATTITO

Domanda:

Ho avuto l'impressione leggendo Medea di un forte pessimismo.

C. W. :

Questo racconto non è più pessimista, ma più duro rispetto ad altri; in Germania tra il 1990 e il 1991 c'è stato il crollo di un regime che non poteva più reggersi ed il crollo di una struttura ormai priva di vita: la conclusione non poteva essere positiva, conciliante. E' una storia tragica, con una conclusione inconciliabile. Molti lettori tendono ad identificarsi col testo che hanno di fronte e quindi, spesso, hanno delle difficoltà ad accettarlo: anche Brecht è stato molto criticato per questo motivo, alla lettura di certi suoi scritti.

 

Quando l'autore racconta un mito giocoforza lavora su di una storia tramandata, ma alcune parti non sono riconoscibili, ad esempio la figura di Oistros non è stata tramandata: come si svolge il gioco tra fantasia e realtà?

 

Quando si lavora con il mito e si rielabora si ha una traccia che fa da sfondo, per es. in Cassandra non ho voluto far sopravvivere questa figura, così in Medea Oistros è una figura inventata: ma queste figure dovrebbero comunque riflettere la realtà.

 

Leggendo Medea ho provato un senso di angoscia, di morte che incombe.

Angoscia: ma anche io ho provato angoscia quando l'ho scritto. D'altra parte ciò che l'autore prova viene inevitabilmente trasmesso ai lettori. Ma è un dolore vivo o è solo un ricordo? Medea è tragica, come è tragica la sua storia. Voglio anche aggiungere che l'angoscia è un fatto molto presente, perché stiamo vivendo un momento storico che potrebbe avere anche un epilogo tragico.

 

Cosa pensa del ruolo possibile degli intellettuali nell'Unione europea.

Gli intellettuali in Germania non hanno molta voce in capitolo.

 

Vorrei sapere qual' è in Medea il messaggio per le donne.

Mi dispiace deluderla, ma io non credo che sia compito del letterato dare dei messaggi. Uno scienziato può dare dei messaggi all'umanità in merito alle sue scoperte, ma non noi.

 

Christa Wolf MEDEA. VOCI Edizioni e/o 234 ppgg. £ 25.000

Nelle edizioni e/o è possibile trovare quasi tutti i romanzi della Wolf: imperdibili CASSANDRA e TRAMA D'INFANZIA.

 

 

 

 

 

 

...on trouve la femme....

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Ritratto di Signora di JANE CAMPION

Perversioni Femminili di SUSAN STREITFELD

Nenette e Boni di CLAIRE DENIS