Gli
uncini sanguinanti e hi-tech di Meira Asher
Al teatro Kismet, l'opera
elettronica "Spears into Hooks"
di FABRIZIO VERSIENTI
E' la compassione la chiave interpretativa di Spears
into Hooks, l'opera elettronica realizzata da
Meira Asher in forma di cd recentemente
pubblicato da Crammed Discs (distribuzione
Materiali Sonori), e di spettacolo presentato al
pubblico italiano negli ultimi giorni d'inverno
con una breve tournée che ha toccato Palermo,
Catania e Bari (altre date a fine aprile).
Compassione, nel senso letterale della
capacità di saper assumere su di sé il dolore
altrui nel tentativo di renderlo presente,
incombente, reale; una compassione che la porta
ad impersonare lungo i cinquanta minuti
dell'opera, in una sorta di possessione
tecnologica e carnale, un terrorista-suicida
islamico e un detenuto politico nelle carceri
d'Israele, l'aguzzino di un campo di
concentramento nazista e un'anonima madre in fuga
che cerca di salvare il suo bambino da uno dei
tanti massacri consumati nel teatro di guerra del
Novecento, in Africa come in Kosovo o nel cuore
stesso d'Europa, mezzo secolo fa.
A 34 anni, la performer israeliana ha
radicalizzato il discorso intrapreso con Dissected,
l'album d'esordio uscito nel '97 ma concepito e
realizzato molto prima, a dare sbocco creativo
alle esperienze accumulate con i viaggi in Africa
e in India per studiare sul campo l'arte del
ritmo, della danza e del canto. Percussionista e
cantante Meira lo è stata, infatti, fino a pochi
anni fa; e continua ad esserlo anche oggi, pur
facendo filtrare dalle macchine quasi tutti i
suoni che produce.
Sabato scorso, nella sua tappa barese al
teatro Kismet, si è fatta precedere sul palco da
un acre odore di brace, e poi ha invaso e
percosso l'aria con un paio di microfoni, qualche
tamburo e i pads elettronici, e soprattutto i
computer manovrati in tempo reale da Daniel
Baruch.
Due schermi in alto, a rimandarsi immagini
forti, spiazzanti, ferocemente argute e duramente
esplicite: operazioni chirurgiche, uomini in
fuga, feriti nauseati dall'asfalto e gesti
esemplari come quelli dei lanciatori di pietre
dell'Intifada accostati alla rotazione plastica
di un discobolo.
Spears into Hooks, che riprende nel
titolo una metafora biblica d'abbondanza
ritorcendola in una profezia di carneficina, è
un oratorio non riconciliato sulla ferocia del
mondo, animato da un'impressionante quantità di
messaggi inviati contemporaneamente attraverso i
suoni, le parole dette e scritte, le immagini;
messaggi articolati tra loro secondo una sintassi
politematica e poliritmica, che colpisce testa e
stomaco, cuore e nervi, ritornando spesso
sull'angosciante motivo delle vittime di un tempo
trasformate ora in boia. Sono le cose che Meira
ha visto molto molto da vicino, nella sua Tel
Aviv.
I suoni dell'album, registrato tra Lubiana,
Bruxelles e Londra, emergono dal buio del
palcoscenico e talvolta si riverberano nelle
immagini sugli schermi; è quanto accade con
l'apparizione della Kocani Orkestar, irreale come
un ricordo e bruciante come un desiderio.
Di fronte a tutto questo, il pubblico è
naturalmente diviso, a disagio, timido e incerto
nell'applauso e perfino sorpreso da un finale che
spegne tutto d'un colpo, come un soffio su una
candela; eppure alla fine è in buona parte
"commosso" da quello che ha visto e
sentito.
Perfetta è la macchina scenica, coprodotta
dal Grand Theatre di Groningen e dal Sophian
Zelle di Berlino, e splendida la musica che sposa
la ricerca contemporanea più rigorosa al fragore
metallico dell'elettronica "selvaggia",
quella dei gruppi post-rock britannici e
tedeschi; d'altronde a Baruch, occhialoni
quadrati e posture da dj hip hop, basta un
microfono e un palloncino gonfiabile per
inventare suoni.
Rapida, Meira Asher torna a Berlino, dove ha
eletto domicilio da sei mesi; ma questa sua
opera, un cupo requiem per il secolo, andrebbe
mostrata in tutte le città d'Europa.
Da "Il Manifesto" del 24 marzo 1999.
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