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La
fortezza di Santo Niceto
La fortezza di Santo Niceto è situata sulla vetta di una montagna dai ripidi versanti. La data di costruzione del castello di Santo Niceto non è nota. Tra le molteplici ipotesi, che sono scaturite da studi approfonditi, quella che risulta più realistica, è la conclusione che la fortezza sia stata costruita dai bizantini nella prima metà
dell'XI sec. parallelamente al continuo incalzare degli attacchi arabi verso la costa calabra. Con l'arrivo dei normanni, successivamente si definiscono chiaramente i confini del territorio assegnato alla fortezza, e si incominciano ad avere con più frequenza notizie su di essa. Santo Niceto fu, come tutta la Calabria, vittima del tormentato periodo di lotta tra Angioini ed
Aragonesi, che lo dominarono alternativamente, e che si concluse nel 1327 con la sua assegnazione ai delegati del papa che nel 1321 lo affidarono al dominio di Roberto
D'Angiò. Successivamente nella storia del sito si evidenzia la presenza dei Ruffo che gestirono il possesso del feudo fino al 1464, anno in cui si ha l'estinzione definitiva di Santo Niceto. L'avvenimento fu causato dal conflitto fra la città di Reggio e le Motte che la circondavano e che si concluse nel 1462 quando Reggio ottenne da Ferdinando D'Aragona, vincitore definitivo della battaglia contro gli
Angioini, l'autorizzazione ad impadronirsi delle Motte e a distruggerle. La missione fu guidata da Alfonso, duca di Calabria, che con un esercito formato da reggini e da
aragonesi, riuscì velocemente a conquistare Motta Rossa (alle spalle dell'odierna Gallico), Motta Anomeri (sul pianoro di Monte Chiarello, dominante il villaggio di
Ortì), Motta San Cirillo (sita sul sabbioso pianoro di Monte Goni, che sovrasta il villaggio di
Terreti), e Santo Niceto. L'unica che riuscì a salvarsi fu Motta Sant'Agata mettendosi sotto il protettorato del papa.
La storia narra che l'occupazione del castello è legata ad uno stratagemma che riuscì ad ingannare i soldati che difendevano la fortezza. L'assedio vide come protagoniste un gregge di pecore che portavano alle corna dei rami resinosi accesi. Queste vennero nella notte sul lato ovest della montagna, i difensori pensando che le luci fossero quelle dei nemici si radunarono in quella parte di territorio lasciando senza protezione gli altri tratti di mura. Questo permise ai nemici di riconquistare la fortezza la cui porta, si dice, fu aperta da un monaco traditore soprannominato
Gabbadio. Così nell'autunno del 1465 finiva la storia civile e militare di Santo Niceto. Il paese con la conquista del castello fu definitivamente distrutto e non venne mai più ricostruito mentre la fortificazione, a differenza delle altre
motte, non fu demolita ed ancora oggi, nonostante la sua elevata degradazione ed il suo abbandono, troneggia su quel cono di roccia sul quale 1000 anni fa le capacità architettoniche dei bizantini e degli arabi, si mescolarono dando vita così ad
una struttura estremamente affascinante e colma di significati storici.
L'area da esso occupata è circondata interamente da una cinta muraria lunga circa 648 metri, la sua configurazione è estremamente suggestiva e affascinante essendo assimilabile ad una nave, che punta la prua verso la montagna, mentre la sua poppa si allarga verso il mare. Il suo ingresso è guardato da due torri quadrate che difendono l'unica porta di accesso, alla quale si arriva superando una breve salita, ai piedi della quale si trovano i resti di una chiesa di età bizantina nella cui abside si poteva ammirare fino a qualche tempo fa, un aureolato Cristo. Dentro l'area murata tutto quello che resta di un
"castron", al quale per secoli è stata affidata la difesa di un territorio vasto e di estrema importanza strategica quale appunto quello del comprensorio che andava da Reggio fino ad oltre Capo dell'Armi, sono i ruderi di alcuni edifici e di una torre cisterna adibita per la raccolta dell'acqua piovana. L'osservazione architettonica della struttura ha evidenziato anche la presenza di tecniche di costruzione tipicamente arabe che costituiscono appunto la conferma del momento storico che questa estremità di terra dell'impero bizantino attraversava agli inizi del millennio.
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