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La Storia di Reggio Calabria

Così
san Giorgio uccise il drago pestifero

Il
santo protettore di Reggio Calabria (come pure di Ferrara e Genova) è
nientemeno che san Giorgio di Lydda: quello del drago! La sua leggenda
straordinaria ci è stata trasmessa dal celebre libro di Jacopo da
Varagine o da Varazze (1228-1298), a sua volta beato e autore della Legenda
sanctorum o Legenda aurea (circa 1256), popolarissima
narrazione di vite di santi raccolte dalla tradizione precedente.
Questo
Giorgio sarebbe stato un militare della Cappadocia, divenuto tribuno
dell'esercito romano, che «nei suoi viaggi giunge in Libia, nella città
di Silene, dove, in una grande palude, si nascondeva un orribile drago
che, quando si avvicinava alle mura della città, uccideva col suo fiato
infuocato e pestifero tutti quelli nei quali si imbatteva. I cittadini,
per mitigare il furore del drago e per impedire che appestando l'aria
provocasse la morte di molti, gli offrirono in cibo due pecore al giorno.
Ma quando le pecore, delle quali non avevano molta disponibilità,
cominciarono a mancare, presero a nutrirlo ogni giorno con una pecora e un
uomo. Il nome della vittima era tirato a sorte, e già tutti i giovani
validi della città erano stati divorati, quando fu estratta a sorte per
essere portata dal drago l'unica figlia del re. Il re, disperato, offrì
in cambio metà del suo regno e tutti i suoi tesori, ma il popolo ritenne
offensiva questa offerta, se ciascuno, senza tentennare, avesse presentato
al drago i propri figli. Il re chiese allora otto giorni di tempo, al
termine dei quali i cittadini cominciarono ad agitarsi perché morivano
per il soffio pestifero del drago. Il re, visto che nessuno poteva salvare
la figlia, la vestì di abiti regali, pianse sopra di lei, la benedisse,
guardandola allontanarsi verso il lago.
Il
beato Giorgio, trovandosi a passare di lì, incontrò la fanciulla
piangente e le chiese cosa avesse. Dopo molte insistenze seppe della sorte
cui era destinata, e invitandola a non temere, le promise di venirle in
aiuto, in nome del Cristo. Mentre i due parlavano il drago sollevò la
testa dall'acqua. Giorgio montò sul cavallo, si segnò con la croce e si
lanciò sul drago vibrando la lancia, con la quale lo ferì gravemente. Il
drago cadde a terra e Giorgio invitò la fanciulla ad avvolgere la sua
cintura intorno al collo del mostro.
Il
popolo, nel vederla avvicinarsi in città, fu preso dal terrore, ma
Giorgio lo rassicurò, annunciando che egli era stato mandato da Dio
proprio per liberarli dal drago, se essi avessero accettato la conversione
e i l battesimo. Tutti gli abitanti si battezzarono, e Giorgio uccise il
drago che fu portato fuori dalla città su un carro trainato da quattro
coppie di buoi». Vennero battezzati ventimila uomini, oltre le donne e i
bambini, mentre il re di Libia fece erigere un grande tempio in onore
della Madre di Dio e di Giorgio. Questa è la leggenda forse creata al
tempo delle crociate a Costantinopoli. San Giorgio è festeggiato in città
il 23 Aprile.
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Reggio
nel XVIII secolo: la natura si ribella!
Il secolo XVIII era stato, per la Calabria e per la città di Reggio, segnato
da una terribile successione di sciagure e calamità naturali: Ia
pestilenza del 1743. La carestia del biennio 1763-1764 e, soprattutto,il
tremendo terremoto del 1783.
E pensare che il secolo stesso si era aperto con quella che sembrava
essere una nuova fase per il Sud e la Calabria. Infatti dopo un breve
periodo (1707-1734) di dominazione austriaca, della quale nessuno si
accorse in maniera significativa. gli Spagnoli tornarono nel Sud Italia e
sul trono di Napoli si insediò Carlo, figlio di Filippo ed Elisabetta di
Borbone.
Pare che questo sovrano fosse alquanto innovatore ed illuminato. Per quel
che riguarda la Calabria. le riforme di Carlo si fecero sentire e la
regione ebbe un periodo di crescita ordinata grazie all’istituzione del
Catasto Generale (che introdusse un sistema fiscale di tipo moderno), ed a
quella del Supremo Tribunale del Commercio Inoltre il potenziamento della
flotta mercantile permise uno sviluppo considerevole dei traffici di
alcuni porti meridionali, tra cui quello di Reggio. Erano anni di grande
fermento ed a Napoli le idee riformatrici ed illuministe trovavano un
terreno oltremodo fertile.
Le sciagure che si susseguirono, che culminarono nel terremoto del 1783,
inflissero un duro colpo a quanto di positivo era stato fatto in Calabria.
sul fronte dello sviluppo sociale, politico ed economico.L'intervento
dello Stato borbonico, in occasione del sisma, fu, nel complesso
tempestivo ed efficiente, almeno per quanto riguardava i soccorsi.
Tuttavia Reggio che riportò grandi devastazioni ma un numero di morti,
tutto sommato, limitato (un centinaio di vittime), per una serie di
lungaggini burocratiche e di opposizioni allo schema della ricostruzione
che ledeva interessi e alterava la struttura urbana medievale e
sei-settecentesca. rimase a lungo vittima del degrado, tant’è che nel
1811 i segni del terremoto erano ancora evidentissimi agli occhi di Pietro
Colletta, Intendente del nuovo regime francese in Calabria meridionale.
Ma procediamo con ordine: tra Ia fine del XVIII e l’inizio del XIX
secolo la Calabria non era immune dai sommovimenti politici che
infiammavano l’Europa.In seguito alla conquista del potere da parte di
Napoleone Bonaparte in Francia, la Rivoluzione francese divenne tin
fenomeno europeo. Ferdinando IV di Borbone. che nel 1759 era succeduto a
Carlo, fu costretto dall’incalzare degli eserciti francesi, guidati da
Championnet, a rifugiarsi in Sicilia. A Napoli il 22 gennaio del 1799,
venne proclamata la repubblica e tra i 22 firmatari dell’atto di
decadenza della monarchia vi era anche un reggino, Giuseppe Logoteta. La
reazione che Ferdinando IV, rifugiatosi con la corte a Palermo, affidò al
Cardinale calabrese Fabrizio Ruffo, fu accanita e forte anche degli aiuti
massicci portati dalla flotta inglese al comando di Orazio Nelson. Infine
Napoli venne riconquistata dalle Truppe “sanfediste”. Gli storici
ricordano, nella piazza Mercato, una feroce esecuzione dei “giacobini”
catturati, tra cui i reggini Agamennone Spanò e Giuseppe Logoteta.
Il 14 febbraio del 1806 le truppe francesi occupavano nuovamente Napoli e
insediavano sul trono Giuseppe, fratello di Napoleone. La Calabria si
oppose in modo irriducibile a questa nuova dominazione e altrettanto
spietata fu la repressione da parte dei Francesi anche dopo la nomina a
vicerè di Gioacchino Murat. II Congresso di Vienna (1815) riporto i
Borbone nel Sud Italia e Ferdinando IV i insediò col titolo di Ferdinando
I delle Due Sicilie mentre Murat veniva giustiziato nel castello di Pizzo.
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XIX
secolo, la rinascita della città dello Stretto.
Uno
dei primi alti della nuova o, per meglio dire, restaurata amministrazione,
lungamente atteso e fonte di significativi sviluppi per la città di Reggi fu
l’elevazione di Reggio al rango di capoluogo della nuova provincia di
Calabria Ultra Prima (1816). Le Calabrie fino ad allora erano due: quella
Citeriore (Citra) con capoluogo Cosenza e quella Ulteriore (Ultra) con
capoluogo Catanzaro. La nuova suddivisione avveniva nell’ambito della
Calabria Ultra e dava origine alle due province (Prima e Seconda) con
capoluoghi Catanzaro e Reggio. Si trattava di una vertenza annosa in quanto
l’autonomia reggina era un’esigenza sentita da prima del terremoto del
1783. Anche in epoca murattiana tale esigenza sembrava improcrastinabile ai
funzionari francesi, stante il fatto che Reggio era di gran lunga la più
popolosa città calabrese e, inoltre, le carenti vie di comunicazione
rendevano assolutamente indispensabile la divisione amministrativa onde
evitare ritardi e lungaggini burocratiche.
Le vicende che avevano visto Reggio territorio di frontiera nella guerra tra
francesi e anglo-napoletani avevano fatto mettere da parte il progetto ma
Ferdinando lo aveva poi prontamente ripreso. II ruolo svolto
dall’istituzione del capoluogo contribuì, unitamente alla ritrovata
stabilità politica e alla necessità di ricostruire, finalmente, la città,
ad un notevole sviluppo tanto del tessuto urbano, quanto dei commerci e degli
affari anche amministrativi e giudiziari.
Un notevole flusso migratorio veniva attratto in città e in esso facevano
spicco funzionari, tecnici e varie tipologie di commercianti e imprenditori.
Se a ciò aggiungiamo l’incremento demografico che, spesso. accompagna i
periodi di “quiete” dopo eventi tumultuosi e drammatici, si può ben
comprendere come la città di Reggio passò dai poco più di 14.000 abitanti
del 1815 agli oltre 3l.000 del 1848. Nello stesso periodo, il movimento
produttivo e commerciale subiva, in tutta l’area dello Stretto, analogo
incremento.
Dalle rade di Reggio, Gallico, Catona e Villa S. Giovanni si sviluppava un
crescente traffico per Messina e da lì verso l’estero, che vide la
provincia reggina esportare prodotti esclusivi come agrumi, essenze e seta
grezza e importare prodotti tessili e coloniali. Non vi erano industrie in
senso propriamente detto al di là di due “fabbriche” di acido citrico e
una di acido tartarico. Tuttavia nel 1847 nel comprensorio di Reggio vi erano
102 filande con oltre 4.000 addetti e nel 1843 al 1863 le filande reggine,
tutte di tipo tradizionale, passarono da 16 a 44. Dominante era il ruolo
dell’agricoltura che trasferiva i propri effetti anche nell’economia
tessile in quanto i reggini venivano considerati veri maestri
nell’allevamento dei bachi da seta che richiedeva grandi coltivazioni di
gelso.
L’economia della filanda era, purtroppo, l’unica forma proto-industriale e
se, da una parte, assicurava prosperità. contribuiva. d’altro canto, a
fossilizzare l’economia della città che non assurgerà mai al rango
industriale propriamente detto. Questo anche a causa del fatto che, comunque,
la provincia reggina rimase assai periferica e scarsamente dotata di una buona
rete viaria e di infrastrutture. E’ strano (ma forse nemmeno più di tanto)
come queste considerazioni, fatte a proposito degli anni trenta-quaranta del
secolo scorso, unitamente a quelle sulle lungaggini nei lavori pubblici o
sull’importanza di una investi tura a capoluogo, possano considerarsi
attuali ancora oggi...
Anche lo sviluppo urbanistico segue una logica di sviluppo che avveniva si, ma
“senza sforzi” particolari, anche perché il sito “soffriva” la
posizione. con le colline a ridosso del litorale. Vennero tracciate due
importanti vie, Palamolla a nord ed Aschenez a est. e venne ridefinita la
fascia che dal Corso andava fino al mare. Più statica era la situazione sul
versante meridionale dove il progetto di costruire edifici per circa 8.000
abitanti con criteri moderni e antisismici andava a rilento e inoltre diveniva
sempre meno aderente alla realtà dato che la popolazione aumentava più di
quanto si sarebbe potuto prevedere
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I
problemi di ieri simili a quelli di oggi.
Da
questi fatti derivarono rimaneggiamenti e modifiche alle progettazioni
originarie e palesi violazioni della normativa antisismica impietosamente
messe in evidenza da un nuovo terremoto verificatosi nel 1841 che
costrinse a proclamare la demolizione (mai avvenuta) dei terzi piani degli
edifici appena costruiti: in realtà le norme approvate dopo il 1873
vietavano costruzioni alte più di due piani ma esse vennero
tragicamente disattese...
Lo sviluppo demografico, comunque, rendeva sempre più evidente il problema
abitativo e nuovi spazi, precedentemente adibiti a baraccamenti, situati
nell’area circostante il Castello e più a sud verso il Crocifisso e la
zona di S. Anna, vennero densamente popolati e si assistette al sorgere di
veri e propri rioni minimi ante litteram denominati Fornaci, Paniano,
Orangi, Palombaro, Gasolari, “labirinti di viuzze strettissime e
luridissime, che il sole non rallegrò mai e in cui l’aria a stento
circolava”. In questo contesto è interessante rilevare come le idee
“risorgimentali” riuscissero ad attecchire anche nel territorio
reggino: net 1838 venne pubblicato a Reggio il primo periodico letterario
calabrese La Fata Morgana, e nel 1847 la città, unitamente a Messina,
dava luogo ad un originale movimento liberale che (2 settembre 1847) sfociò
in un tentativo insurrezionale.
Venne proclamata una “Giunta provvisoria di Governo” presieduta dal
canonico Paolo Pellicano, nipote del generale Agamennone Spanò che era
stato giustiziato a Napoli nel 1799. Questa insurrezione mise in luce un
nucleo dirigente costituito da borghesi (proprietari terrieri,
commercianti e professionisti) che avevano sposato gli ideali riformisti
ma nel quale erano rappresentati anche i ceti popolari e persino alcuni
preti facevano parte della cospirazione. II “moto” venne represso
abbastanza facilmente anche per l’ isolamento in cui venne a trovarsi.
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I
moti del 1848
I
“moti” che nel 1848 scoppiarono in tutta Europa ebbero dei riflessi importanti
anche nel Meridione d’Italia. Naturalmente pure a Reggio vi furono dei
tentativi ma essi furono profondamente condizionati dal fallimento
dell’anno precedente e dall’uccisione di Domenico Romeo, capo dell’insurrezione,
avvenuta nella tarda estate del 1848 nel corso di uno scontro con le guardie
urbane. Romeo venne decapitato e le sua testa fu esposta, per due giorni,
infissa su una lancia nell’atrio del carcere reggino.
La rivolta venne ancora una volta repressa ed a Reggio l’ordine venne
ristabilito dalla Guardia Urbana, tuttavia il potere borbonico ormai aveva
fatto il proprio tempo. Infatti, nonostante alcuni “contentini” (come il
completamento del Teatro Comunale e la promozione di una Biblioteca Civica che
si aggiungevano al Museo Archeologico, istituito peraltro nel 1819), la
massiccia presenza di guardie borboniche e le vessazioni subite da reggini in
odore di essere attivisti e sobillatori politici rendevano sempre più inviso
il re e il potere stesso di Napoli.
Il regime borbonico, ormai indebolito anche a livello internazionale, era
prossimo a ricevere il colpo di grazia che sarebbe stato inferto nel 1860
dall’impresa di Garibaldi. Reggio si preparo agli avvenimenti del 1860 con
rinnovato fervore, diffuso peraltro in tutto il Meridione sul versante
dell’attivismo che spinse anche i gruppi liberali più prudenti ad
organizzarsi. Nel 1859 la Società Nazionale raccoglieva i migliori spiriti
liberali. vecchi e nuovi, della città (tra i tanti: Domenico Spanò-Bolani,
Francesco Paolo Gullì, Felice Valentino, il canonico Auteri. i fratelli
Ferro, Lofaro, Suraci, Furnari, Melissari, Melograna, Antonio Fera, Ferdinando
e Casimiro Cuzzocrea, Fortunato Gatto, Vincenzo Panuccio, Natale Calarco e
Giuseppe Travia), che in molti casi occupavano ruoli chiave nel commercio e
nelle professioni.
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Lo
sbarco dei Mille
La tardiva concessione della Costituzione da parte del giovane erede borbonico
Francesco II non riuscì a bloccare il disfacimento del Regno delle Due
Sicilie sotto l’incalzare dei garibaldini, tra i quali vi era il reggino
Antonino Plutino Conquistata la Sicilia, le truppe garibaldine sbarcarono il
19 agosto 1860 nei pressi di Melito. I liberali reggini avevano operato alcuni
giorni prima un tentativo (Musolino-Missori) volto a sorprendere la
guarnigione del Forte di Altafiumara. Tale spedizione era fallita ma un grosso
contingente borbonico era stato impegnato in uno sterile inseguimento. Inoltre
la colonna Musolino-Missori si era poi ricongiunta, attraverso l’Aspromonte,
ai garibaldini sul versante ionico, insieme ad un altro piccolo contingente
(guidato da Agostino Plutino, fratello del garibaldino Antonino) fuoruscito da
Reggio.
A S. Lorenzo jonico, Garibaldi, simbolicamente, dichiarò deposta la dinastia
borbonica. dopodiché mosse (il 20 agosto) in direzione di Reggio. La marcia
verso la città dello Stretto era auspicata e incoraggiata dagli attivisti
liberali senza, almeno in questa fase, apprezzabili segnali di rivolta
popolare antiborbonica. La piazzaforte di Reggio era, nonostante una certa
inettitudine da parte dei comandanti borbonici, abbastanza munita e il nucleo
difensivo portante era costituito dall’asse Castello-Piazza Duomo. Il 21
agosto 1860 ebbe luogo la battaglia di piazza Duomo, decisiva per le sorti
della città e, in fondo, per quelle della spedizione garibaldina. Anche se
col tempo le dimensioni e la portata di questo scontro vennero ingigantite,
soprattutto nell’ottica e nella memoria reggina, la battaglia dovette essere
abbastanza cruenta.
Il comandante Borbonica Dusmet vi perse la vita e numerosi furono i morti e i
feriti da ambo le parti (tra i garibaldini venne ferito anche il comandante in
seconda Nino Bixio e il reggino Antonino Plutino). La piazza del Duomo, scelta
dai borbonici per la difesa, benché fosse situata immediatamente al di sotto
del Castello nel quale era rifugiato il generale Gallotti, comandante militare
di Reggio, era abbastanza vulnerabile. Veniva infatti intersecata dal corso
Borbonio (in seguito ovviamente denominato corso Garibaldi) e in essa
confluiva no numerose strade tanto dalla parte del Calopinace quanto dalla
zona degli Archicelli (S. Anna). I garibaldini, seguendo queste vie, dopo aver
superato l ‘avamposto del S. Agata. si erano riversati nella piazza
sopraffacendo i soldati del povero Dusmet. Con grave ritardo, consistenti
rinforzi borbonici erano stati inviati dal generale Briganti da Villa S.
Giovanni. Tale ritardo aveva consentito alle “camicie rosse” di
organizzare delle solide barricate in località Giunchi (attuale Lido) e a S.
Lucia, cosicché queste truppe vennero respinte, cosi come vennero attaccate e
sconfitte, dai garibaldini appostatisi a monte del Castello, altre truppe
borboniche che, risalendo il torrente Caserta, avevano raggiunto il piano di
Condera. Il “governo rivoluzionario” prese possesso della città e
Antonino Plutino venne nominato da Garibaldi governatore di Reggio con poteri
illimitati. Plutino in pochi giorni proclamò l’estensione dello Statuto
Albertino, nonché delle leggi piemontesi, alla provincia di Reggio. Inoltre
non accettò mediazioni e si rifiutò di istituire un Consiglio governativo,
come era avvenuto in altre città prese dalle “camicie rosse”.
Vennero allontanati, mediante un decreto di espulsione dalla provincia 36
personalità considerate “borbonici reazionari” e un successivo decreto
sancì l’espulsione anche per l’arcivescovo di Reggio, monsignor Ricciardi.
In questo clima di vendette e rivincite, Il 21 ottobre 1860 si tenne Il
plebiscito che sanciva l’annessione della provincia reggina al neonato Stato
uniturio. Le tensioni non si placavano neanche in seguito, obbligando il
Plutino ad agire con energia per sedare alcuni, peraltro blandi e velleitari,
tentativi “reazionari” al termine dei quali venivano arrestati 154
filoborbonici mentre altri 31 si davano alla latitanza. Erano le ultime
scaramucce di un fronte che fu in seguito capace di organizzare qualche
contestazione sul tempi e modi dell’unificazione politico-amministrativa. ma
che non costituì mai un serio pencolo di ritorno al passato. Il nuovo corso
veniva sancito dalle elezioni politiche del 27 gennaio 1861 (con ballottaggio
il successivo 3 febbraio) che videro la provincia di Reggio suddivisa in sette
collegi elettorali. Le votazioni per il collegio di Reggio videro in lizza
Domenico Spanò-Bolani e Pietro Romeo. Si dovette assistere ad un poco
decoroso balletto fatto di annullamenti e ricorsi. prima della definitiva
proclamazione del Romeo. Gli elettori aventi diritto a votare erano poco pili
di un migliaio, stando alle norme elettorali dell’epoca. Quasi lo stesso
corpo elettorale (1091 elettori) votò qualche tempo dopo per eleggere 40
consiglieri comunali e 3 dei 40 consiglieri provinciali.
Sono questi i primi passi lungo il cammino di Reggio nell’ambito dello Stato
unitario Italiano.
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