SAN CARLINO ALLE QUATTRO FONTANE

SAN CARLINO ALLE QUATTRO FONTANE

Dagli architetti della sua epoca, il Borromini fu considerato uno stravagante e un creatore di forme bizzarre e chimeriche. Rispetto all' architettura classica, tuttavia, l'architettura del Borromini era veramente rivoluzionaria ed apriva nuove feconde possibilità per lo sviluppo successivo. Nella prima delle sue opere autonome, il convento e la chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, troviamo molte caratteristiche dell'autore. II chiostro (1635-1636) è costituito da un sistema continuo di colonne, disposte ritmicamente. Non ci sono angoli nell'accezione normale del termine, perché la ristretta campata del sistema murario si svolge in curve convesse nei punti in cui avrebbero dovuto esserci gli angoli. Così, con i mezzi più semplici, il Borromini riesce a creare un elemento spaziale unificato. Nel convento troviamo diverse sale in cui sono evidenti le medesime intenzioni: così nel vecchio refettorio, oggi sagrestia, la cornice ha una curvatura concava sopra un angolo normale. La transizione fra i due elementi è segnata da un cherubino con ali spiegate, un motivo usato ripetutamente dal Borromini per risolvere problemi dello stesso genere. Nella chiesa i temi fondamentali sono ripetuti in una variazione più ricca, indicando la tendenza del Borromini ad attribuire ad ogni spazio individuale un appropriato carattere psicologico. II progetto di San Carlino è stato analizzato infinite volte e spesso si sono descritte le piccole dimensioni della chiesa dicendo che essa potrebbe essere contenuta in uno dei pilastri che reggono la cupola di San Pietro. Quello che di solito viene sottolineato nelle descrizioni di San Carlino è la complessità geometrica della pianta. Non è il caso di ripetere che il Borromini in S. Carlo e negli edifici posteriori fondò i suoi disegni su unità geometriche. Rifiutando il principio classico di una progettazione modulare, cioè in termini di moltiplicazione e divisione di fondamentali unità aritmetiche, Borromini rinunciò ad uno tra gli assunti fondamentali dell'architettura antropomorfica. Per rendere più evidente la differenza di metodo, si potrebbe dire, forse con troppa categoricità, che nel primo caso il progetto totale e le sue divisioni si sviluppano aggiungendo modulo a modulo, nell'altro dividendo una coerente configurazione geometrica in sotto-unità geometriche. In altre parole, lo spazio è inteso come unità che può essere articolata, ma non scomposta in elementi indipendenti. L'unità spaziale di San Carlino è piuttosto complessa. Il punto di partenza è la tradizionale ellisse longitudinale, e insieme uno schema a croce greca allargata: le due componenti sono fuse piuttosto che combinate, e danno vita a un organismo biassiale. L’insieme di questi schemi è nascosto all'interno di una delimitazione continua ed ondulata, definita da un colonnato ritmico che continua tutto intorno e da una trabeazione ininterrotta. II movimento della trabeazione esprime gli schemi tradizionali contenuti nella soluzione. Le campate sugli assi diagonali sono così definite come pilastri che portano gli archi della cupola e sono aperte da porte che introducono in spazi secondari, come la Cappella della Madonna, caratterizzata come unità esagonale circoscritta da un muro avvolgente continuo. I pilastri sulle diagonali sono gli elementi strutturali essenziali, ed hanno una trabeazione diritta e colonne con capitelli diversi dagli altri. In essi le volute sono attive, erette, mentre le altre colonne, secondarie, hanno capitelli normali compositivi. E' evidente che il Borromini differenzia la funzione dei singoli elementi all'interno dell'insieme unitario. Potremmo anche aggiungere che i pilastri sono collegati con le campate da un continuo modellarsi sopra la porta e sotto gli archi degli assi principali. Verticalmente San Carlino mostra una organizzazione più convenzionale, basata sugli archi e sul bordo di imposta della cupola ellittica. La continuità verticale è meno forte della compiuta coerenza del movimento orizzontale. Possiamo sottolineare , tuttavia, l’interessante trasformazione che avviene quando si proceda dalla complessa circonferenza dello spazio principale alla cupola ellittica. Nella lanterna avviene una nuova trasformazione, per cui gli otto lati sono resi convessi come se fossero premuti verso l’interno dallo spazio esterno. Gli spazi di Borromini, cosi, non sono unità statiche, ma entità flessibili che partecipano ad una intersezione spaziale più comprensiva. Questa flessibilità è espressa dal movimento della superficie delimitante. Invece di dividere lo spazio in base a rapporti del tipo "davanti-dietro" i muri ondulati del Borromini espandono e contraggono lo spazio creando relazioni mutevoli fra interno ed esterno. L'aspirazione barocca all'integrazione spaziale si realizza così in modo generale, ed il Borromini supera di colpo tutte le ricerche dei suoi contemporanei su questo problema e le loro soluzioni particolari. Questa variabilità delle forme del Borromini è evidente anche nella facciata di San Carlino, aggiunta tra il 1665 c il 1667. Il movimento ondulato può essere concepito come il risultato dell'incontro di forze interne ed esterne, cioè lo spazio interno in espansione e il movimento direzionale della strada antistante. Nello stesso tempo la facciata varia il movimento delle sezioni murarie dell'interno. L'intera composizione può così essere, intesa come un insieme di variazioni di un tema murario che è funzione del fondamentale dinamismo spaziale introdotto dal Borromini. E la facciata introduce alle proprietà essenziali dell'interno.

BIBLIOGRAFIA

Francesco Borromini -Paolo Porloghesi pag 39-50

Architettura Barocca -Paolo Porloghesi Pag 108-115

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