LA VOCAZIONE DI S.

LA VOCAZIONE DI S. MATTEO

Chiesa di San Luigi de’ Francesi – Roma

L’opera rappresenta una delle opere più significative del Caravaggio; più significativa perché in essa si possono riscontrare le peculiarità e le caratteristiche tipiche e salienti del periodo barocco, e non solo dell’artista.

Dal punto di vista iconografico-semantico la Vocazione (come asserisce il critico italiano Maurizio Calvesi) equivale ad una conversione, in quanto Matteo, "pubblicano e peccatore", viene redento dal Cristo, che lo invita a seguirlo e a poter godere della sua luce. Matteo infatti era un esattore delle imposte e personifica pertanto la cupidigia; così il denaro che si può scorgere sul tavolo posto sulla sinistra dell’opera è il simbolo della brama e della cupidigia terrena.

Coloro che, come Matteo e i due giovani, si accorgono della presenza del Cristo potranno effettivamente salvarsi; al contrario coloro che, come il vecchio con gli occhiali e il giovane sull’estrema sinistra, non notano (o, per meglio dire, non vogliono contemplare) il Cristo, sono destinati alle tenebre e alla perdizione eterna. Riguardo al tema della Grazia e della salvezza il gesuita Juan Maldonado (morto nel 1583) scriveva: "Coloro che non vengono illuminati, è perché non vogliono riceverla, cioè non vogliono essere illuminati". Nel Vangelo di Giovanni si dice poi: "La Grazia è la vera luce che illumina ogni uomo, ma le tenebre non la ricevettero".

È una luce dunque che pertanto dà a tutti la possibilità di salvezza, anche per mezzo della Chiesa, personificata nella tela da San Pietro. Sta poi all’uomo scegliere tra salvezza e perdizione. Era questa infatti la tesi cristiana che si contrapponeva a quella dei protestanti francesi, cioè quella degli ugonotti, che al contrario affermavano che l’uomo non può decidere del proprio destino, ma tutto è nelle mani di Dio, secondo la dottrina della predestinazione. Possiamo parlare di "libero arbitrio" per i cristiani e di "servo arbitrio" per i protestanti.

Nell’opera c’è dunque un sottinteso polemico verso il mondo dei protestanti da parte del Caravaggio, che con questa opera ha voluto implicitamente condannare le tesi opposte a quella cattolica. Per chiarire questa polemica è necessario dire che la chiesa in cui è collocata l’opera rappresentava la nazione francese e il re di Francia Enrico IV si era da poco convertito alla religione cristiana, abbandonando la strada del protestantesimo. Il Caravaggio crea dunque un parallelo tra Matteo e il re di Francia, entrambi "convertitisi" alla religione di Gesù.

Tutto il dipinto è rafforzato dal braccio del Cristo che indica Matteo e dallo stesso gesto del peccatore che, indicandosi, denota il suo stupore e la sua meraviglia.

Dal punto di vista spaziale – compositivo si deve innanzitutto notare l’ambiente in cui è inserita la scena, cioè un ambiente buio, molto semplice e ridotto all’osso, creando un effetto di straordinario realismo, ed una spietata rappresentazione della realtà tipiche del Caravaggio, ma in generale di tutto il periodo barocco (per una questione di comunicazione immediata). Oltre alla semplicità, nel dipinto si scorge anche un grande virtuosismo pittorico riscontrabile nei particolari delle diverse figure. I due termini (semplicità e virtuosismo) sembrano apparentemente opposti, ma non è così; infatti essi si completano a vicenda e rendono più accessibile l’opera allo spettatore.

La luce di cui si parlava prima, non è una luce reale e razionale (come nel Rinascimento), bensì una luce morale e la sua efficacia è sottolineata dal fatto di penetrare obliquamente nella vicenda, creando un effetto di dinamismo e rendendo più appetibile l’opera (caratteristica anche questa tipica del periodo in questione).

Bibliografia:

L’arte italiana, Piero Adorno, vol. II tomo II, pagg. 1069 –1070

Art dossier, Maurizio Calvesi, Giunti

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