S.

S. IVO ALLA SAPIENZA

Al termine del pontificato barberiniano, Francesco Borromini affronta la costruzione di S. Ivo alla Sapienza (1642 e segg.) situato all’estremità del cortile dell’Università.

La nomina per Borromini ad architetto della Sapienza risaliva al 1632, ma la commissione della nuova cappella gli fu affidata solo dieci anni più tardi. La strana forma della chiesa è dovuta a ragioni simboliche e celebrative.

La struttura in mattoni del corpo di fabbrica e la volta di S. Ivo sono concluse nell’ottobre 1644, nei primi mesi del papato di Innocenzo X.

La decorazione dell’interno fu realizzata all’epoca di Alessandro VII ed è compiuta nel 1660 quando il pontefice, il 14 novembre assiste alla consacrazione. Nel 1642 viene realizzato per l’interessamento del papa anche il pavimento in vasole bianche e nere.

Similmente che in S. Carlino , Borromini per definire la pianta della chiesa fa uso di una geometria di triangoli equilateri, che in questo caso, sovrapposti e invertiti, si intersecano in modo da formare una stella. Gli angoli di questa sono tagliati da linee curve alternatamente concave e convesse e opposte frontalmente ; le prime determinano una spinta centrifuga, mentre le altre una spinta centripeta.

Le intersezioni più interne dell’esagono, che risulta dall’intreccio dei triangoli, si collocano su una circonferenza e formano un esagono regolare ; la metà dei lati di questo corrisponde a sua volta ai raggi delle semicirconferenze che definiscono gli spazi minori concavi che si aprono sull’invaso esagonale in corrispondenza delle estremità di un triangolo. Ai limiti dell’altro triangolo le estremità convesse risultano da circonferenze con lo stesso raggio ed il centro nei vertici esterni del triangolo. L’articolazione delle parti minori risulta anch’essa basata su una modularità rigorosa.

Nel disegno del Borromini le parti concave stanno di fronte a quelle convesse determinando una situazione imprevedibile. Queste strane forme sono ispirate all’emblema barberiniano dell’ape.

L’esagono delinea uno spazio unitario articolato su pilastri giganteschi e sottolineato dal cornicione continuo che evidenzia la forma a stella del piano base.

Questa piccola chiesa ha un perimetro bizzarro e mistilineo che si conserva via via restringendosi fino al sommo della cupola.

Come all’interno, la cupola non è la chiusura, ma il proseguimento della forma del vano, così all’esterno è avvolta da un tamburo lobato, che si sviluppa nell’aria e nella luce con un chiaroscuro tenue, ma continuamente interrotto dagli spigoli delle lesene. Il poco di calotta che emerge dal tamburo è subito contraddetto dai contrafforti radiali, sicché il ritmo può continuare nell’alta lanterna e nel lanternino, che conclude tutte le spinte dell’edificio nel ritmo rotatorio, sempre più rapido, della decorazione a voluta.

La luce che proviene dalla lanterna e dalle alte finestre tagliate sopra la trabeazione esalta la dinamicità delle strutture, che sono state impreziosite da un’astratta decorazione a motivi dorati su fondo bianco con gli emblemi chigiani della stella e dei monti.

Il compimento esterno della cupola dovette sembrare ai benpensanti una terribile sfida perché immediatamente si levò un coro di proteste ed accuse verso l’architetto ; infatti i suoi nemici lo accusarono di aver realizzato un edificio staticamente assurdo e perciò destinato a cadere.

I lavori iniziarono nel 1659 con la demolizione delle case che occupavano l’area destinata all’ampliamento e furono portati a termine rapidamente insieme a quelli della decorazione interna della chiesa che fu consacrata come già detto nel 1660.

Borromini progettando la struttura di questo edificio indaga il valore di quello che sta pensando perché vuole cercare la forma più adatta e ragionarla.

Particolare significativo della chiesa è la finestra dietro l’altare che rispecchia la costante preoccupazione dell’architetto di illuminare di luce propria la zona del presbiterio.

La chiocciola della cupola di S. Ivo fu immaginata da Borromini come uno spazio percorribile con caratteristiche che riecheggiano quelle del Pantheon. Alla chiocciola si arriva attraverso un condotto verticale che sbuca in una cella ai piedi della spirale.

Una chiave iconologica del S. Ivo è l’immagine dello Spirito Santo che appare nel medaglione sopra la finestra in asse con il cortile, sul cielo della lanterna e attraverso l’evocazione simbolica del fuoco, nella corona in fiamme che conclude l’elica della lanterna, probabile riferimento ai temi simbolici della Sapienza divina, della scala di Giacobbe e della tiara pontificia trasformata in struttura continua ma rievocata dai tre avvolgimenti.

Altre motivazioni per l’uso delle figure simboliche possono essere cercate nei personaggi che si succedettero sul trono di Pietro negli anni in cui la chiesa fu costruita : Urbano VIII Barberini, Innocenzo X Pamphili e Alessandro VII Chigi.

L’ape potrebbe essere il motivo ispiratore della planimetria e il sole barberiniano può avere influito nella scelta di una forma raggiante. La corona dei Pamphili appare nelle absidi della lanterna e nella cupola, mentre monti, stelle e querce chigiane ricorrono con tale frequenza da lasciar trasparire il desiderio dell’architetto di ingraziarsi il pontefice tanto amico del suo rivale.

BIBLIOGRAFIA :

Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari - Arte nel tempo (vol. II, tomo II) - Bompiani

Del Pesco - L’architettura del Seicento - UTET

Piero Adorno - L’arte italiana (vol. II, tomo II) - Casa Editrice G. D’Anna

P. Portoghesi - Francesco Borromini – Electa

<<INDIETRO<<