... Alessandro
   
 
Il "viaggio" di
 
Alessandro Bossini
DALL'ISOLA del GIGLIO al NEPAL
passando per l'India...
 
 
 
 SAATHI NEPAL (HomePage)
 Saathi... SAHARAWI !
 Presentazione
 RADIO - TV
 CICLISTIperCASO: PASQUA, NEPAL
 "Saathi" SCUOLE
 In "viaggio" con SAATHI
 ... Alessandro

Marco Banchelli
presenta:
 
l'ideale
"Ciclista per Caso"

 
Anche se Fabio, qui a lato, ha un po' confuso (...), ecco una prima presentazione del viaggio di Alessandro, a Calenzano, presso la sede di un altro storico "CpC": NENCINI SPORT. 
 
Da quando è nato il "gruppo", immediatamente dopo la registrazione delle puntate sul Nepal di "Turisti per Caso" con i mitici Patrizio e Syusy, mai mi era capitato di incontrare un simile ciclista...
 
Non perdetevi assolutamente gli aggiornamenti del suo "viaggio" cercando di ricostruire "tappe" ed esperienze anche dai  suoi "capitoli" di questa pagina ...
 


- 21 settembre
ore 0,45
collegamento con
Radio RAI
"BAO BAB di notte"
 
- PARTENZA
 
- 22 settembre:
ore 16,00
TVR-TeleITALIA
(anche su INTERNET-ADSL) La presentazione e le   primissime impressioni
 
 
- 29 settembre
INIZIA IL RACCONTO,  
PERCHE' non cominciamo da un po' di GERMANIA ?!?!
(da seguire... a lato)
 
- 1 ottobre
L'impatto con l'INDIA, dal monsone a tutto il resto... Adesso il "VIAGGIO" inizia per davvero!!!
 
- 10 ottobre
verso Dheli...
 
- 15 ottobre
il NEPAL... finalmente!
 
- 20 ottobre
Alessandro è arrivato a POKHARA
 
- 29 ottobre
un "trekking" verso gli "Annapurna" appena concluso...
 
- 31 ottobre
è già a KATHMANDU !
 
 

 
 


Capitolo III

2 Ottobre 2006

Fra le mie esperienze questa si sta' rivelando la piu' forte e profonda.

L'India non sta' colpendo solo i miei sensi, entra prepotente come le rapide di un fiume e la mia anima e' una foglia bagnata....sono solamente al primo giorno.

Lascio l'hotel di prima mattina, il cielo e' nuvolo ma sembra non promettere pioggia.

Il sonno mi ha lasciato sereno e, se pur la paura mi bolla nelle vene, son pronto alla partenza.

Per le strade c'e' musica.

Oggi e' festa nazionale, le vie sono adornate con collane di fiori e cosi'

anche macchine e passanti.

Compro acqua, frutta ed un impermiabile. Vorrei anche prendere una fotocamera digitale ma esito, troppe spese assieme.

Al "negozio' di bici mi aspetta il proprietario e con uno stradario alla mano mi segna la via migliore per Delhi. 1500km.

E' una persona disponibile, parla inglese (contrariamente alla maggior parte della gente incontrata) e mi spiega volentieri le ragioni della festivita' e sopratutto lo strano saluto che gli vedo fare (toccare con la mano destra i piedi dell'ospite e poi portarsi la mano alla fronte ed al petto).

-Sai- mi dice -i piedi sono una parte molto importante nella nostra cultura e toccare le estremita' e' segno di umilta' e rispetto...- <> penso io, <>.

Salgo in sella. Pantaloncini, guanti e casco, addosso porto il materiale che mi ha fornito il "Nencini Spotr", ma la maglia... beh, per ora indosso quella di Giglionews. Ho davvero un forte bisogno di sentire che non viaggio solo e questa mi ricorda il Giglio e gli amici di la'.

Una signora fa un fagotto con degli strani frutti (sono dolcissimi, morbidi e se non fosse per il colore giallo-marrone direi che sono DIOSPERI!) e me li regala. Poi mi scatta qualche foto con il proprietario e via. Si inizia!

La gente sorride vedendo i miei vestiti.

Qualcuno saluta, qualcuno mi suona ed intanto il traffico si ingarbuglia come spaghetti, Pedalo deciso, mi sento sicuro con una bici ed una meta (Delhi 0 da raggiungere in due settimane.

Suoni, frastuoni. Bancarelle a festa stendono le merci per terra, sull'asfalto e c'e' chi scaccia le mosche e chi aspetta sdraiato.

Salgo le rampe, le riscendo... poi uno scoppio.

Il terrore quando mi accorgo che non e' un petardo festivo ma la mia ruota anteriore!

<> Smonto la ruota (ha i bulloni, non gli "sganci facili"), tolgo la camera

d'aria: <<...che strano, non e' bucata, e' proprio esplosa... forse era stata montata male>>. Ma non e' affatto semplice il daffarsi.

Una schiera di curiosi forma un mezzo cerchio attorno a me e mi fissa impassibile con le braccia incrociate.

Passano i minuti e le goccie di sudore sono salate come le lacrime che trattengo.

Poi d'un tratto succede qualcosa, tutti insieme si avvicinano:uno mi arreggi la bici, altri si mettono a otto mani ad aiutarmi.

-Thak you...- Dico unendo le mani come in preghiera, ma neanche cosi'

riusciamo a sistemarla.

Qualcosa non va.

Ma la disperazione totale mi assale nell'accorgermi che anche la ruota posteriore e' sgonfia.

e come quando la sassata colpisce lo specchio, cosi' mille crette si diramavano sul mio progetto di viaggio e gia' non ne vedevo la fine.

Nessuno capisce l'inglese ed io mi sento esplodere a trattenere l'animo chiuso.

Solo gli occhi mi parlano, tristi, sotto l'ombra delle sopracciglia aggrottate.

Le persone che mi hanno aiutato sono vestite eleganti, guardo le loro mani adesso sporche, guardo i loro volti e non solo mi stanno sorridendo, mi fanno anche cenno di seguirli.

In due mi portano la bici, uno la ruota, un altro lo zaino, io con solo il casco li seguo.

-Un biciclettaio!-

E' un uomo scalzo, pelle scura che riluce incorniciata da una corta barba bianca.

Usando solo mani (e piedi) mi sistema la bici.

<> Ma cosa posso offrire a persone che mi hanno raccolto dalla cunetta e rimesso in sella? Apro lo zaino. Non ho nulla... prendo allora il fazzoletto con la frutta e chinando la fronte la porgo co entrambe le mani.

Accettano!

Inforco la bici e scortato dai nuovi amici mi riavvio per la National Hightway n'8.

Passano i km.

La bici e' un gigante a cui non piace correre. Uscito dalla citta' il traffico si dirada, per la maggiore camion. Attraverso fiumi con in secca schiere di pescerecci a vela, il verde si allarga ed il paesaggio scorre sul salire e scendere di colline.

Sono le 16:30.

Attraverso un piccolo paese (diciamo baracche).

I venditori da terra mi fanno cenni di assenzo ed anche se sono stanco decido do non fermarmi ma... ruota posteriore a terra!

Scendo che ho il cuore in gola.

<>. Mi siedo con l'animo muto sotto la sporcizia di un albero.

<>.

Poi una mano sulla spalla.

E' una venditrice ma non mi mostra la sua merce. No. Indica una costruzione senza tetto dicendo:

-Bike bike-.

Lento mi trascino con lo sguardo basso fino ad una pergola.

Uno stormo di bambini mi segue con occhi grandi e scuri. La' un ragazzo (14 anni forse) non parla inglese ma, tirata fuori la camera d'aria senza smontare nulla, vi incolla una toppa.

Regge!!! E quando mi chiede 10 rupie (solo 20 centesimi di euro) gle ne vorrei dare 1000.

<>

Ai bambini lascio qualche moneta europea, loro mi ringraziano in "indi"

scoppiando a ridere quando ripeto le loro parole.

5km.

Solo 5 km e lentamente inizia a piovere.

Lungo la strada l'insegna di un hotel. <> ...si, vai a quel paese, maledetta bici!

Di nuovo la ruota a terra (sono squarci nelle camere d'aria, non forature!).

Di passo raggiungo la palazzina, nell'atrio un vespaio di camion.

Nessuno parla Inglese e da dietro il bancone fanno capire a gesti che e'

solo ristorante.

Attorno alla bici una dozzina di camionisti, ragazzi giovani... e finalmente uno che parla inglese.

Gli spiego la situazione, il mio teorico viaggio e che ho una camera d'aria di scorta ma sarebbe inutile sostituirla: credo che i copertoni siano troppo larghi e in pochi km sarei nuovamente a piedi.

Poi aggiungo:

-Cerco un passaggio verso Delhi o che mi porti almeno in una citta'

dove

posso trovare dei ricambi.-

-Sei dalla parte sbagliata della strada allora. Qua si va tutti in direzione

Bombay.-

Ora e' buio.

Attraverso la carreggiata e mentre vado verso il parcheggio dei ragazzi mi fermano.

Parlano "indi"... non posso neanche spiegare.

Mi scortano sotto una costruzione illuminata e, armatosi di chiavi, in mezzora sistemano la bici.

Non vogliono soldi, piove forte e quando gli esprimo il concetto:

"dormire/tetto" si guardano tra loro.

Adesso sono sotto un pergolato con 4 mura. Loro dormono su delle brandine di canapa (?), io ho un tappetino steso a terra.

Dalla porta aperta li vedo passare, uno impasta (farina?) in un padellone nero che poggia sul terreno.

Cucina, frigge, poi mi fa cenno di mangiare. Sorrido, scuoto la testa e continuo a scrivere.

 


Capitolo IV

07 Settembre (?)  2006

Shahpura

Qualcosa di mistico.

Dopo un solo giorno di viaggio ero sconfortato, piegato sotto il peso di un mondo che stentavo a sorreggere.

Al risveglio l’alba era nascosta nella confusione della nebbia, tuttavia la ruota era gonfia e cosi’, dopo un lungo sospiro, ho ripreso il cammino.

Non so’ dire il motivo ma quel mattino qualcosa e’ cambiato, cosi’, inspiegabilmente.

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Non voglio fare di questo viaggio un semplice diaro di eventi. No.

Cerco di trasmettere un’esperienza, un passaggio non soltanto attraverso le vie dell’India, ma attraverso il suo cuore. 

Metro dopo metro la foschia si e’ sciolta aprendo le tende ad un impalpabile cielo azzurro. Ed era come aprire gli occhi, il sole stirava le braccia armate d’oro e, mentre perle di sudore intrecciavano le loro scie, la bici non era piu’ un mostro infernale ma la fida compagna di nuove avventure.

Come dicevo, qualcosa era cambiato. La realta’ buia ed ostile che mi aveva fin li’ accerchiato adesso emanava una fortissima energia vitale. Riuscivo a vedere qualcosa di nuovo, di cosi’ potente da stravolgere tutto quel mondo che mi aveva atterrito.

Non aspettatevi altre parole per spiegare, non riesco a trovarle.

Lungo la strada comparivano ugualmente radiografie di venditori scalzi e cani randagi, ma nei loro vestiti colorati, nei loro occhi… ora un fascino potente mi spingeva a fissarli con bocca aperta di stupore.

L’Hight Way attraversa piccoli villaggi dagli incroci caotici dove il lampeggiare di semafori invita all’attenzone: questi tra i posti piu’ sorprendenti dove aspettando per attraversare ti si poteva affincare un grappolo di pesone in bilico su una motocicletta o un carro trainato da un sonnecchiante dromedario che ti rumina in faccia.

Quel che prima era un singolo odore (anzi, una puzza indistinta) adesso era un insieme di distinte spezie, di frutta fermentata, di sterco, e cambiava ad ogni giro di ruota.

Bambini in divisa azzurra correvano con zaini enormi attraversando campi di erba piu’ alta dello loro teste: qualcuno inciampava e rialzandosi con le mani sporche raggiungeva gli altri che in fila sulla cunetta mi guardavano stupiti.

Uccelli zampettavano in caccia di briciole, la mia pelle era impregnata di nuovi sentori ed aumentava la curiosita’ del mipo palato.

Qualcosa era cambiato.

Ho stretto le mani disegnate di monaci (?) indu’ condividendo con loro il cammino per il tempio. Ho accettato dolci che le dita  tremanti di una vecchia mi porgevano, ho ringraziato per l’aromatico te’ offertomi da uno sconosciuto… qualcosa era cambiato ed io con esso. 

E poi e’ arrivata la sera… mancava poco a Valsad (nella regione dello Gujarat) quando un camion mi fa cenno fermandosi.

Inanos e Mastram sono due fratelli, parlano poche parole di inglese ma i loro volti sebravano sinceri.

-I’m fine. Thank’s- dico. Ma capiscono che ho bisogno di un passaggio. E’ piu’ difficile spiegarmi che accettare, cosi’ penso:

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xml:namespace prefix = st1 />30 km passano veloci… chissa che non abbia qualcosa da imparare…>>. 

Ps - Mi spiace ma adesso non ho piu’ tempo per scrivere. Appena riesco raccontero’ del caso (o fortuna) che mi ha affiancato a questi due ragazzi per piu’ di due giorni.

 

Capitolo V  

07 Ottobre 2006

Gurgaon 

Eccomi di nuovo qua con penna in mano e tanto da raccontare.

Di Inanos e Mastram dicevo…

E’ un camion vecchio ed ammaccato dai finestrini tenuti fermi con zeppe, ma la prima cosa che colpisce e’ la quantita’ di raffigurazioni divine appese sul parabrezza.

Passano i minuti, scorrono i km, ridendo e scherzando si supera la citta’ senza fermarsi.

-Hai mangiato?- mi domandanbo accosando ad un hotel (gli hotel sono dei pergolati dove si pranza e si cena).

-Lavarsi prima…- mi dicono.

Mi guardo attorno cercando il “bagno”… Nulla! Qualche albero, cespugli e campi.

Ad un lato un’enorme vasca in cemento riflette il turchino declinare del sole mentre la luna gia’ padroneggia i suoi ¾.

-Togli vestiti… sapone… lavare…- dicono.

Li guardo con gli occhi leggermente socchiusi come a dire: <>.

Credo che il messaggio sia arrivato perche’ sorridendo si svestono e chinati accanto alla vasca iniziano a sciacquare e grattare gli indumenti con il sapone.

E’ affascinante come impastano camicia e pantaloni, strizzano, strofinano sulla pietra, poi con un recipiente attingono alla “piscina” e risciacquano.

Provo anche io ma devo essere sembrato assai maldestro perche’ mi fanno cenno di mettermi seduto.

-No… No… Lo faccio io…- dico. Ma nulla. Prendono la roba e in pochi minuti e’ pulita e stesa sui rami gnudi di un albero.

Sempre con il solito recipiente si colano l’acqua sulla testa ed iniziano, con ancor piu’ forza, a strofinarsi la saponetta sulla pelle.

C’e’ cura nei loro movimenti e grande dignita’ in ogni pur semplice gesto.

Dopo un attimo di titubanza mi affaccio sulla specchio dell’acqua, qualche insetto galleggia impigliato ad un muschio filiforme, sorrido, immergo la bacinella e inizio a lavarmi.

Non mi aspettavo una cosi’ accurata igene del corpo ed invece… eccomi qua, di nuovo ad imparare.

La temperatura e’ splendida, in pochi minuti i vestiti sono asciuti e la pelle profumata.

Pronti per la cena.

Non si manga a tavolino ma su brandine di “corda” dove, seduti a gambe incrociate, vengono ordinate pietanze dai nomi difficili da ricordare.

Un ragazzino sistema un’asse di legno sulla “brandina” e vi poggia una “brocca” d’acqua (cioe’ un bustino di detersivo, credo, aperto a meta’), tre bicchieri e una ciotola con cipolla e limone.

Pochi minuti e arriva il resto.

E’ un solo piatto per tutti, una minestra densa e scura, anzi, quasi un sugo.

Su altri tre piattini vengono servite delle piadine appena cotte. Non si usano posate ma si fa “scarpetta” con il pane.

Naturalmente le spezie sono abbondanti e cosi’ forti da togliere il respiro ma anche questo fa parte della nuova cultura che mi appresto ad assaporare.

I due fratelli insistono per offrire la cena… 100Rs (2 Euro) in tre, il costo di un caffe’ in Italia, ma non voglio sminuire il loro gesto, unisco i palmi e ringrazio sinceramente.

 

Il cielo e’ uno scudo nero, poche stelle al chiaror di luna e mentre si sale sul camion cerco ancora una volta di capire dove stiamo andando.

-Silence now… please… after after… now Gods…- farfuglia armeggiando in una scatola da cui estrae dei fiammiferi e una barretta marrone che inizia a impastare come stucco.

<> Penso. <>.

Fuori e’ buio, mi guardo attorno allarmato, ma non si curano di me.

Con un panno steso sulla testa ne accendono un’estremita’, un filo di fumo bianco sale nella penombra. Il profumo e’ dolce, delicato e non e’ una “canna” ma una specie di incenso con cui scrivono nell’aria le loro preghiere. Poggiandolo accanto al finestrino aspettano con le mani giunte che si consumi; Inanos mi fa cenno di unire le mani dicendo:

-Different names… same Gods…-

 

Terminato il rito, stradario aperto, cerco di capire dove siamo o perlomeno la direzione.

Guardano la mappa (che e’ in inglese) ma sembrano non capirci molto. Anche stavolta vengo snobbato:

-Tomorrow, tomorrow… now sleep…-

Scrollo le spalle, in fondo non sono preoccupato ne’ mi interessa dove arrivero’, il loro sguardo e’ profondo, pulito ed in mezza giornata ho appreso piu’ che da decine di libri.

 

Mi lavo I denti e… sorpresa delle sorprese, vedo Masdram salire sul cassone del camion (alto 15 piedi) che mi fa segno di seguirlo.

Ragazzi! Non so’ se riesco a trasmettere le emozioni che mi sta dando questo viaggio. E’ il secondo giorno e mi trovo catapultato in una dimenzione di poverta’ e religione lontana anni luce dalla mia ita.

-Good night- dico.

Chiudo gli occhi, allargo le braccia e ringrazio per le stelle che mi fanno da coperta su questo letto di lamiera a 5 metri dal suolo!

 

Ho trascorso altri due giorni con i due fratelli. Con loro ho caricato e scaricato ballini di cipolle e patate attraversando strade sterrate verso paesi sperduti tra valli e colline.

Qua la miseria e’ una parola che ha valore solamente se comparata con la ricchezza.

Gente spinge carri con la dignita’ che sulle loro spalle e’ una muraglia e le donne trasportano sulla testa fasci d’erba quattro volte la loro statura senza che il peso ne pieghi la fierezza.

Fissavano la mia pelle, I miei capelli ed I bambini piu’ arditi mi sfioravano come a sentire se fossi vero. Credo che non molti turisti siano arrivati fin qua e per questo con occhi spalancati cerco di non perdere nessuna delle testimonianze uniche ed inripetibili che si presentano.

Ho condiviso il riso mangiandolo con le mani, bevuto l’acqua fresca e torbida delle giare di terracotta e raccontato della mia isola rannicchiato insieme a loro all’ombra di una roccia.

Imparando, imparando… perche’ il valore della vita ha molte piu’ misure di valutazione di qante pensassi.

 

Jaipur e’ la citta’ dove sono stato lasciato. Unica tappa che incrociava la HightWay 8.

Inanos e Masdram mi hanno stretto la mano ed auguratomi “buona fortna”… ma da parte mia un semplice “grazie” mi pareva una parola povera verso chi aveva condiviso il sonno, il proprio cibo, l’acqua, verso chi aveva lavato I miei vestiti e “protetto” da sgurdi minacciosi…

Cosi’ unisco le mani e chinando la testa dico:

-NAMASTE!-

Questo il saluto nepalese che mi ha isegnato Marco Banchelli (Ciclisti per Caso): <> mi pare sia la traduzione.

 


>.
Sono le 17:00, il sole rotola dietro i monti, quasi 11 ore sulla bici, le
buche si nascondono nelle ombre dell'asfalto, arranco dolorosamente per le
curve impennate.
Camion mi sorpassano come saette anche se non superano 18 km/h (... beh, ma
la mia di velocità era poco superiore al passo!).
<> Penso ad un certo punto.
MI aggrappo ad un camion ed in 30 minuti sono in paese!
(ps Purtroppo credo adesso di avere un braccio più lungo dell'altro!).

-Hotel al completo!- scuote la testa un vecchietto... <>.
La mia buona stella scodinzola un po' di fortuna ed un gruppo di ragazzi mi
viene attorno. In 10 minuti avevo un letto.
Generosità o interesse?
Non hanno accettato neanche un tè.

Finalmente la capitale: Kathmandu!
Chiasso e smog la prima impressione... seguendo il traffico assaggio
biscotti, ciambelle, frutta... e la città pian piano diventa dolce. Mi
piace!
-Sapresti indicarmi un albergo non troppo costoso?- Domando.
Ma Shiv Ray non si limita a rispondere, no! E' uno studente di 28 anni e prima mi invita a casa sua e poi si propone per
accompagnarmi per la città.
Cavole  se è bella Kathmandu!
Mi fermo in una Guest House, doccia (fredda) ed allucchettata la nbici
eccomi circondato da palazzi, case, templi ed un brullicare di persone,
negozzi, profumi... Quest'oggi i muri, ogni odore o sapore ha il suo nome
Nepalese e ShivRaj ne trascrive l agiusta pronuncia su un foglio.
Generosità o interesse?
Bianco o nero?
Forse sono binomi che non si inseriscono bene in una cultura così lontana
da quella Europea.
PS
Per quanto grande sia Kathmandu, beh, in mezza giornata ho riincointrato 4
ragazzi conosciuti sull'Annapurna ... anche Giota ed il suo enorme zaino.

 

 

Capitolo XX

02 Novembre 2006
Daman

Ecco scesa la notte, e’ difficile dormire con tutta l’eccitazione che sento
addosso...
Sono a
2150 metri, il lume di candela brilla nel freddo della stanza, fuori
l’Himalaya risplende di vita propria mentre le stelle sono appannate da un
ululato lunare.
Ma, prima di raccontare quest’aria, due parole su Kathmandu.

Nel lasciare la capitale resta un sottile dispiacere, e’ una citta’ che non
sazia perche’ fatta di continui incontri in ambienti mutevoli ogni attimo.
E’ un “Paese dei Balocchi”: negozi di ogni genere (e qua mi riferisco
principalmente a Thamel) si <> sulle strade, cosi’ colori, stoffe e
vestiti si sbizzarriscono in infinite varianti a costi ridicoli.
Ristoranti e pasticcerie accavallano le insegne a quelle delle Guest House
dai giardini fioriti, odore di buono e di dolce, odore dei carrelli con
noccioline e frittelle, odore di frutta, verdura, di tuberi e spezie...
cosi’ tante le cose che mi sembra autunno quando il vento arroviglia le
foglie e lo sguardo si perde al fissarne solo una.
Tra monumenti e templi e’ un continuo incontro di turisti, le strade sono
affollate come grappoli d’uva, le spalle si scontrano, cosi’ gli sguardi...
ed anche le tazze da te’.
Chi arriva, chi parte, tutti son talmente carichi di esperienze da
raccontare che e’ impossibile non fare conoscenze.
Kathmandu ha modellato “stile” e costi nepalesi a gusti e abitudini
occidentali.
Molte le offerte per ogni richiesta: dal trekking ad escursioni in bici, dal
rafting alle scalate...
Affascinante.
Tuttavia stamattina ero gia’ in sella che pedalavo via.
-Alessandro, non avere fretta- mi ha scritto Marco (CpC) –vivi e goditi con
piu’ calma il Nepal...-
Il fatto e’ che non sento MIA questa parte di Nepal.
E’ una citta’ prostrata al turismo, ingolfata da una “civilizzazione” che si
e’ prepotentemente appollaiata sulle presistenti strutture: se nella
comunita’ arcaica i rifiuti di cunetta venivano facilmente “smaltiti” adesso
plastica e metallo zoppicano a braccetto.
IL traffico congestiona le strade e la scritta <> sulposteriore
dei camion viene rispettata fedelmente: la violenza con cui i claxon sbatte
sui timpani e’ pari al fantasma di smog che spaventa occhi e polmoni.
I liquami sono ignezioni letali nel sangue della Terra che nonostante tutto
vive ancora ed al primo mattino respira aria fresca mentre le vie si
ripuliscono sotto le setole degli spazini.

Come dicevo questa mattina ho lasciato Kathmandu a malincuore e, anche s ei
gass di scarico ancora bruciavano nel naso, avvertivo gia’ un senso di
nostalgia.

Direzione Heutada.
Ma non voglio prendere l’Hight Way. Sulla cartina in giallo e’ segnata una
strada che crossa le montagne... al bivio la imbocco sulla destra.
Che diavolo di salite.
L’aria e’ limpida, la carreggiata stretta, nessun camion, qualche gip che
sorpassando mi propone un passaggio... <>.
Nelle otto ore di scalata su e giu’ per le vette ho fatto conoscenza con il
“MIO” Nepal.
La montagna... il fresco sulla brezza, il silenzio che da lontano si ferma
sul crocchiare dell’acqua, cicale che si nascondono nella pelliccia
degl’alberi ed i terrazzamenti che si sfidano in geometrie tridimenzionali.
Palung, come altri villaggi, e’ distante 500 anni dalla Capitale. Casolari
si spargono tra le linee dei monti e sentieri delicati si snodano
rispettando la burberita’ del terreno.
Sotto terrazzi e tetti pendono caschi di pannocchie, il riso balzella nei
setacci e la verdura e’ ancora attaccata alla radice in piccoli fazzoletti
di terra.
Questo il “mio” Nepal... dove le ragazze hanno vestiti colorati di
tradizioni lontane ed a centinaia tornano da scuola disperdendosi tra risaie
mietute e spighe oscillano tintinnando alle madri che attendono alla porta.
Vacche non brucano immondizia ma brillano fiere un lucido pelo e ragazzi nei
maglioni di lana badano alle capre.
La chioccia con il suo pigolio fa aia della strada ed il passaggio di un bus
stona come un’ombrra sul telo del cinema.

Sulla vetta, accanto all’osservatorio panoramico, l’insegna <> e’
appesa ad un fienile(?).
Ci sono solo tre camere e stanotte i figli della padrona dormono con la
madre: i loro letti sono occupati da me ed altri due ragazzi inglesi.
Ps
La fiamma vacilla, la cera cola le ultime goccie.
Termino cosi’ questa mail e me ne dispiace: il tempio biddista, il dal Bahat
con la famiglia, i racconti dei viaggi... sara’ per un’altra volta.

 

 

 

Capitolo XXI

05 Novembre 2006
Itahari

Ho scritto dei monti, dei villaggi e della tranquillita' agreste, del riso,
delle capre e l'ho chiamato "il mio Nepal"... beh, mi dispiace.
E' un'affermazione scorretta, come creare immagini ed aspettarsi di
ritrovarle nel viaggio.
"Nepal" e' un granaio di realta' che si affiancano, talvolta convivono
talvolta scompaiono.
Certo, attraversare montagne dai paesi giallo paglia, dalle sorgenti limpide
e dagli odori intatti e' idilliaco, come saltare nel passato, nei racconti
di quando nonna era bambina, tuttavia l'innovazione si innesta sulla
tradizione e non e' immediato recuperare l'equilibrio che si va perdendo.
E' facile puntare il dito ai nei del progresso e esaltare la quiete rurale:
ma al bambino che spacca le pietre chi gli va a dire di non sognare qualcosa
di diverso, chi gli va a dire di restare fermo li'... per non rovinare il
"bel quadretto"?
"Nepal" e' una farfalla che batte bianca le ali ed una che trema
sull'asfalto piombato di smog. Cosi' l'aquila e' una poesia nel suo volo di
eterno azzurro ed il corvo uno spazino su carcasse squoiate sul catrame.
E' bello cosi'... come una miscela unica che giorno dopo giorno stupisce in
nuovi sapori.

Ho lasciato Daman all'alba con il cielo che aveva dimenticato dei calzini
rossi nel bucato bianco... lenzuola di nuvole gocciolano ancora bagnate di
rosa.
La vetta!!! 2500m, poi giu' in picchiata per 50km!
La parola Nepal ha piu' fantasie di forme e colori di quante credessi...
nuovamente meraviglia: il mio stomaco si contorceva nei tornanti della
strada che avvinghiati al monte lo rilegavano con giravolte e fiocchi.
Poco traffico, come dicevo, qualche capanna si affacciava dai terrazzamenti,
dei cani facevano salotto sotto un albero...
-AIUTO!!! Ma che gli e' preso!?!-
Da prima un ringhiare, poi uno mi si avventa addosso subito seguito dagli
altri.
Le morse vischiose di bava scattano a pochi centimetri dalla gamba, spronato
dalla paura inizio a frullare sui pedali. La discesa e' ripida, ad ogni
curva ciottoli schizzano dalle ruote come proiettili, il branco continua a
inseguirmi latrando inferocito.
<>. Occhi sgranati. Prego per il
fischio del padrone... Nulla! Un tornante piega il gomito, il camion suona e
solo per grazia divina lo schivo. Uno dei cani non e' cosi' fortunato,
guaisce, io me ne infischio e fuggo via.

Il clima e' cambiato nuovamente! Adesso e' caldo, l'umido al mattino appanna
la strada, bagna i capelli e sui vestiti goccie bianche sono perle perfette
Tre dita sull'orizzonte non riconosco se e' sole o luna, ma risplende
pallido come un anello.
Cosi' sulla pianura tornano a prolificare di bici sotto fasciami di legna o
sovrastate da metri di canne e procedono spedite cigolando l'unica marcia.
Fin quando sono sulla strada mi sembra facile descrivere sequenza dopo
sequenza i cibi che assaggio e la vita che incontro... ma la sera, davanti a
questo foglio, tutto si ripropone in immagini spezzate dal sonno.
Cosi' in un flash mi rivedo a petto nudo che aiuto un vecchietto a gettare
una rete nella melma del torrente, lo risento parlare divertito in
Nepalese.... finche' non perdo il tramaglio con tutto il pescato! ...e mi sa
che dopo non era piu' tanto contento...
POi il riso che le donne stendono ad asciugare sul nero asfalto, la tosse di
un camion che vi si sdraia sopra, un cane che piscia sui chicchi e si becca
una sassata.
Mi vien da ridere mentre mangio il Dal-Bahat, piatto a base di riso (il
buono e' che per lo stesso prezzo continuano a servirtne fino a
sazieta'...).
Ma questa e' la norma. Le donne camminano scalze tra pietre e  sterpaglia,
le bambine raccolgono a mani nude rosoni (cacca) di vacca per concimare
l'orto e non faccio a tempo a pensare : <> che quella
si schiarisce la gola e con un rantolo sputa per terra.

Perche "Nepal" vuol dire tante cose, in primus UMILTA' DI IMPARARE.

 

Capitolo XXII

06 Novembre 2006
Bagdora (Weast Bengal – India)

L’[ultimo giorno di Nepal... e voglio provare a raccontarlo partendo dal
mattino, dalle piccole cose che sfuggono nella quotidianita’ del loro
ripetersi:
La frontiera di Kakarbhitta dista poco piu’ di 100 km, la nebbia e’ un
sipario di latte, l’Alba un attore timido.
Le sagome delle persone galleggiano in un bianco cosi’ denso che non si
possono  schivare neanche le cacche bovine, qualcuno si affianca con il
cigolio della bici, per iol resto il mattino e’ sacro al silenzio.
Piccoli villaggi si susseguono lungo la strada, gia’ brillano i forni
sull’odore della brace e nella semisfericita’ di gigantesche pentole il
latte bolle nel metallo annerito.
I ragazzi si avviano a scuola e troppe volte ho sentito lo stesso saluto:
<Hello... where are you from

> tanto da delegare il campanello alle
risposte.
Con l’accendersi della luce i carretti allestiscono banane e mele in
piramidi ordinate, i biscotti hanno confezioni blu, verdi, gialle e creano
uno sfondo variopinto alle spalle dei venditori.
Cigolii di saracinesche s’aprono sulle piccole stenze che, ricomposta sulla
brandina la coperta, diventano cucine dove tra sbadiglia e stropicciar
d’occhi involtini e ‘polpette friggono in neri bacini d’olio.
Mi fermo a mangiare qualcosa affidandomi al sorriso della signora: fagottini
ripieni di patate ancora brucianti d’olio, vanno intinti in una salsa di
fagioli e piselli... Poi dello “yogurt” dal retrogusto piacevolmente acidulo
viene servito con riso soffiato e zucchero grezzo.
La gente mi siede attorno incuriosita come fossi una celebrita’, mi porgono
inchini, sorrisi e mi accompagnano finche’ non inizio a pedalare.
...quasi rimpiango l’Europa ed il tranquillo passeggiare nell’anonimato.
Con il diradarsi della caliggine si distinguono i volti dei passanti:
qualcuno strofina i denti con un ramoscello per spazzolino, altri bilanciano
taniche di latte sulle biciclette “multiuso”.
Il giorno ricomincia.
Paesi son frazioni di un centinaio di metri che intervallano campi di riso o
rade foreste tuttavia impenetrabili per l’intricarsi del fitto sottobosco.
Oggi il cielo e’ trasparente in alto ed appannato sul basso, al fermarsi
degli autobus carretti assediano i finestrini ed e’ un continuo allungarsi
di braccia, bottiglie, frutta e cibi imballati in pagine di giornale.
Che male le mani ed il “sellino”... devo alternare il passo al pedalare, ma
forse e’ proprio questo procedere a salti e boccono che permette di
conoscere i passanti, di notare i vasi cotti sotto la cenere o restare
scioccato da come viene “spellato” un maiale nella polvere del campo.

Tra assaggi di dolci, frutta e “frittelle” di verdura non ho fame per pranzo
ma una vecchia mi fa cenno dalla bettola ed anche se e’ buia entro sedendomi
con gl’altri sul legno della panca. A turno andiamo nell’orto per lavarci
con una cannella a pompa poi Dal Bahat, ed inizia proprio a piacermi
mangiare con le mani.
La pelle s’abbronza di tropico, le case sono in costruzione: dove mattoni e
dove argilla, il lusso qua e’ potersi affacciare da un terrazzo.
La campanella suona e scolari scolari scolari... e’ bene che aumenti
l’istruzione.
In ogni minuscola capanna chiusa nella noia di biscotti e bottiglie guardo
la gente ingabbiata dentro e penso: <queste condizioni per dargli la possibilita’ di studiare>>.
A molte cose invece non trovo spiegazione ed osservare non basta:
-Perche’ stendono paglia sull’asfalto aspettando il passaggio dei camion?
-Sono alghe que i filamenti verdi che si intrecciano in corde? Perche’ sono
tenute a mollo?
Bovini muggiscono legati al bordo strada, qualcuno fugge trascinandosi il
guinzaglio penzoloni dalle narici, galletti corrono come lepri e cani
barcollano nella carreggiata ignorando il mio drin drin che chiede spazio.
Api e pulmini viaggiano saturi di passeggieri che si aggrappano al
portapacchi, ai finestrini... ad ogni frenata sbattendo come persiane al
vento.
“Santoni” si incontrano talvolta, piedi nudi e sguardo fisso come a contarsi
i passi, barba incolta riprende il nero dei capelli, in mano il tridente di
Shiva.
Il confine si avvicina.
HO UNO SCIAME DI BICI ALLE SPALLE, CI FERMIAMO PER UN TE’.
-Voglio arrivare in India prima di sera...- gli spiego.
Risalgono in  sella e pedalando come forsennati mi fanno strada per 30 km,
mi metto in scia e ringrazio per il “passaggio”.

Due timbri sul passaporto ed e’ Weast Bengal.

Capitolo XXIII

07 Novembre 2006
Dalkhola (Weast Bengal – India)

L”umore e’ un’altalena che sfugge al mio controllo, son tante le emozioni,
gli incontri, i pensieri... arrivano tutti assieme congestionando ogni
senso.

Ieri ho dormito in “Bagdora Loudge”, un vecchio senza una gamba mi ha
accompagnato saltellando sulla stampella: <> ma
sembrava cosi’ felice nel farmi da guida che non ho detto nulla.
Piu’ che un albergo e’ un aspecie di “Hostello della Gioventu’”: due piani
di stanze (qualcuna con finestra qualcuna no) in cui il suolo e’ una
distessa di coperte e ragazzi sdraiati si ammassano: chi studia, chi parla o
chi gia’ dorme.
Forse era piu’ confortevole l’altro hotel, quello illuminato con le finestre
incorniciate, ma preferisco qua dove sono un semplice “ragazzo” e non un
“Cliente da servire”.

E’ sera e camminando nel caos delle vie leggo un’insegna: “Multi gym – Healt
club”.
Una palestra!
E’ la prioma volta che ne trovo una qua in India.
Dalle vetrate sporche di polvere si intravede uno stanzino e della gente
davanti allo specchio che armeggia attrezzi arrugginiti.
Un signore mi si avvicina.
-Scusa, non volevo disturbare...- premetto io.
-Non preoccuparti anzi, perche’ non entri, questo e’ un club fatto dai
ragazzi.-
All’interno due poster di culturisti e cinque giovani dai bicipidi
palestrati.
Hanno circa la mia eta’...ed e’ come in Europa: tra una serie e l’altra
battute, scherzi, insomma, sport e compagnia.
Dopo un po’ che si parla mi invitano a fare qualche esercizio (panca
inclinata).
-No meglio di no...- rispondo.
-Ma dai, cosi’ metti un po’ di muscoli nelle braccia- insistono.
Beh, non aspettavo altro che una frase del genere e impugnando il bilancere
(40 kg) inizio ma non mi fermo alla 12’ ripetizione e sotto il loro sguardo
stupito arrivo a 30. Davvero divertente il tempo passato con loro, come
stare tra vecchi amici.
Fuori si fa buio e quando chiedo per un posto economico dove cenare mi 
danno un passaggio in moto fino un locale “tipico”.
Al lume di candela (manca l’eletricita’) un ometto cucina bahat, chapati,
minestra di uovo e lenticchie, pomodori, cipolle...veramente gradevole anche
la compagnia, ma quando chiedo il conto non solo e’ “alto” ma, pagando in
Rupie Nepalesi, inserisce anche la “commissione” del cambio.
Il problema non sono i soldi (ho speso neanche 3 Euro) ma che dopo tanti
sorrisi e strette di mano mi tratti come un “pollo da spennare”.
Vado a letto imbronciato.
Al mattino parto prima del solito e quando uno studente si affianca in bici
gli parlo “sgarbato”... imbroglia parole in un inglese incomprensibile e
risponde senza capire quello che dico.
-Tea... Tea...?- Mi fa cenno indicando una locanda.
-Non scocciare- dico scuotendo la testa –non te lo offro il te-
Sooride senza aver inteso e mi saluta.
Finalmente un attimo di pace!
Qualche istante dopo ricompare alle spalle porgendomi un pacchetto di
biscotti, gira di nuovo il manubrio e imbocca il bivio della scuola.
Giuro, sono rimasto piu’ di 10 minuti in piedi, fissando i biscotti e
sentedomi veramente una M...

Fa caldo, la pelle si cuoce sotto il sudore. Per le 16:00 saono a Dalkhola
...ed anche qua un’altra storia!
Nel portafoglio banconote Nepalesi e solo 50 Rupie Indiane.
<> mi avevano detto alla frontiera <accettano>>.
Il padrone dell’albergo scuote la testa:
-Solo Rupie indiane-
In banca non le caqmbiano ed il bancomat piu’ vicino dista 150 km!
Quando capitano queste situazioni mi viene da ridere: <succede... io ormai non posso far null’altro che confidare nel “caso” (o
meglio ancora, nel cuore delle persone)
Pankaj Poddar e’ uno dei ragazzi che mi si e’ affollato attorno.
-Seguimi- mi dice.
Per un’ora giriamo il paese cercando per cambiare 1000 N.Rs.
Un venditore di tappeti le accetta grazie alle preghiere del ragazzo.
Tornati all’hotel mi accompagna in camera e, dalle 300 Rs che il
proprietario mi aveva chiesto, mi fa pagare solo 115 Rs (che e’ il prezzo
normale) e cosi’ anche il Dal-Bahat: 20 Rs invece che 50.
Ma questi sono numeri, piccoli numeri a confronto delle grandi parole che mi
ha detto.
-Ti ho trovato in difficolta’ e sono stato responsabile per te, perche’
questa e’ la mia terra, la mia gente e non permetto che si approfitti di chi
e’ in bisogno. Che senso ha?- dice indicando in cielo –Noi si viene da la’
su’ nudi e nudi si torna. Che senso ha una rupia in piu’ se il cuore non e’
felice?
Io sono felice di averti dedicato parte della mia giornata, di averti
aiutato... tra un’ora, domani, puo’ darsi che sia morto e voglio che il mio
cuore sia sempre pronto e sereno.-
Alto e magro, mentre parla fisso i suoi occhi nocciola su una dentatura
impastata di polvere di tabacco (credo).
-Quale e’ la tua religione?- Lo interrompo.
-Induista...-
<> penso <mandarlo>>.

Un occhio s’appanna.
La stanchezza e’ arrivata tutt’assieme, il letto e’ duro... e buonanotte

Capitolo VI

8 Ottobre 2006

Delhi 

La strada e’ stata lunga ed il sole bruciava fino a

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xml:namespace prefix = st1 />35’, ho avuto numerosi scontri ed incontri,,, ma al termine sono arrivato.

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Prima di partire mi e’ stato detto di stare attento: <>.

SBAGLIAVI! Come sbaglia chi crede che altruismo e generosita’ siano appannaggio di benessere o ricchezza. 

Come gia’ accennavo la bici talvolta fa I capricci ed ogni giorno dedico alle riparazioni minimo 2 ore.

Quando una ruota, quando il sellino, quando un pedale… e mai, dico mai, sono rimasto solo nella difficolta’.

Persone che non conoscevo, che non capivano la mia lingua, lasciavano il loro impiego (fabbri, benzinai o contadini) per aiutarmi o cercare chi potesse.

Nessuno ha mai accettato denaro!

Il costo della vita qua e’ bassissimo ed avrebbero potuto chiedermi quel che loro guadagnavano in due settimane, ma no!

Tutti hanno preferito un sorriso a mani vuote, accogliendo la mia gratitudine con un cenno del capo.

Cosi’ adesso sono tante le persone che viaggiano con me. Chi con un bullone, chi con una toppa, chi con dell’olio… e sono loro a rendere questa bici giorno do po giorno sempre piu’ viva. 

Pedalando molti conducenti e passanti mi salutano, chi con un cenno di mano, chi con un fischio o chi con il beh beh del claxon.

Rospondo sorridendo e via.

Ieri un episodio un po’ bizzarro.

Una moto rossa si affianca e dopo avermi guardato mi fa il segno dell’OK con la mano.

Io rispondo con lo stesso gesto come a dire <>.

Ma questo, invece di proseguire, insiste per fermarsi ad un hotel (bar-bettola sul bordo della strada), tiro i freni ed accosto. Mi sistema una sedia, fa portare dell’acqua e rimane a fissarmi,

E’ un tipo alto e magro, 20 o 30 anni, capelli a mezza lunghezza che scendono unti fino agli orecchini. Gli parlo in inglese, provo ad interagire ma non sembra capire ne essere interessato. Continua a toccarsi l’orecchino sinistro: <>.

Poi, con le braccia poggiate tra le gambe, mi fa di nuovo il segno dell’ ”OK” ma stavolta inserisce l’indice dell’altra mano nella “O”!

Sgrano gli occhi e alzando le dita difronte al naso gli faccio il segno del “tergicristallo” per dire: <>

Faccio per alzarmi e mi prende il ginocchio!

Gli afferro il polso e stringo il pugno cosi’ forte che i muscoli del bracci mi si rigano di vene.

Non una parola e mentre lui spalanca la bocca dal dolore lo fisso con gli occhi da matto e penso: <>.

Credo che abbia capito perche’ mentre risalgo in bici lui si allontana contromano dalla parte opposta.

 

L’India e’ anche questo… un mondo di estremita’.

Da una parte grande liberta’ di vivere l’omosessualita’: molte coppie di ragazzi camminano per la strada stringendo uno il pollice nella mano dell’altro o facendo proposte esplicite (come nel mio caso).

Dall’altra giovani che si stupiscono nel sentire raccontare che in Europa si puo’ conoscere ed uscire con una ragazza anche senza doverl asposare.

Il mondo maschile ruota intorno al lavoro, quello femminile anche. Due universi divisi fino al matrimonio che, a quanto mi racconta Ramnivas (un giovane conosciuto in un villaggio), spesso viene gia’ concordato dalla famiglia.

 

 

Capitolo VII 

09 Ottobre 2006

Garhmuktesar (Uttar Pradesh) 

Ho lasciato la capitale da diversi km… citta’ affascinante! 

Chissa… chissa se le esperienze che sto’ vivendo hanno uno scopo, se accadono a caso o seguono una trama nascota.

Una settimana nell’ordine e razionalita’ tedesca, poi Bombay che dell’India e’ la citta’ piu’ povera che abbia visto.

Una contrapposizione violenta, estrema, che sicuramente non avrei vissuto se fossi atterrato qua nella Capitale.

Qua per le vie di Delhi scorre forte la cultura indiana, il caos del traffico tra mercati ambulanti ai bordi di strada, riscio’ a piedi che scarrozzano sguardi marchiati di nei arancioni… tuttavia e’ un luogo molto piu’ “europeo”! 

Monumenti, templi, palazzi, parchi… io li immaginavo come opere in un museo, perfetti e lucidi dietro un vetro… ma non e’ cosi’. La vita brullica all’interno, all’esterno, e non pare di osservare un quadro ma di farne parte e cosi’ per ogni istante del viaggio. Purtroppo i miei racconti non risciranno mai ad essere fedeli pennelli di questo mondo e mi dispiace.

Un corvo gracchia sulle corna di un bue, l’odore delle latrine tra disinfettante e mosche, io che mi sento in colpa a gettare i rifiuti a terra (non ci sono cestini) e per rendere meno “greve” il mio gesto poso la mondezza in ordine agli angoli del marciapiede…

Vorrei poter abbassare con solo le parole il finestrino che separa racconto da realta’ e dipingere questi colori sporchi ed abbaglianti, gli odori che fasciano il respiro, I camionisti che battono legni sullo sportello per farsi sentire (ormai all’assordante rumore dei claxon non fa piu’ caso nessuno).

Va beh… e’ meglio che riparta.

In due giorni voglio essere alla frontiera e finalmente Nepal!

 

 

Capitolo VIII

10 Ottobre 2006

Rampur (Uttar Pradesh)

Estratto di strada.

La strada… una parola che uso spesso cio nonostante non credo di averne mai dato una chiara immagine.

Eppure e’ questa l’India che sto’ vivendo, quella dell’asfalto, dello sterrato, l’arteria su cui scorre la vita in un continuo incrocio di sguardi. Il traffico freme di camion, moto, biciclette, sorpassi, frenate… e citta’ si stendono ai bordi della carreggiata tant’e’ che risulta impossibile capire dove finisce o inizia un paese.

Rumori Rumori Rumori sto’ perdendo l’udito, i claxon sono ruggiti e le macchine bestie con la bocca spalancata. Spesso l’aria pesa come piombo e mi domando come facciano le persone a dormire sdraiate oltre la cunetta.

Capre, vacche, cani e bufali sembrano non curarsi dei rumori e passeggiano tranquilli mentre le ruote dei camion sfrecciano a pochi millimetri dalle loro orecchia. Io al contrario ho la mascella serrata e le tempie che pulsano tensione. Qua ogni via e’ una via ed ogni direzione una direzione… non troverete un senso a queste parole, come neanche per queste strade dove non esistono freccie ne luci di frenata, ne tantomeno direzione di marcia.

L’asfalto e’ rugoso, crateri, ciottoli ed ogni pochi metri un casottino dove riparano le ruote.

Claxon Claxon Claxon.

Oggi ho I timpani a pezzi e vorrei trovare un angolo di silenzio che sia soltanto mio… ma no, al fischio del macchinista il treno parte ed I vagoni son gia’ tutti al completo.

E’ cosi’ diverso dall’Australia dove lo spazio apriva le braccia e potevo sedere liberando I pensieri al muto galoppo delle nuvole.

Vorrei arrampicarmi su un albero cosi’ alto da raggiungere il cielo e su d’un ramo dormire con il fruscio del vento. Basterebbe anche un minuto solamente… Sono a Rampur e finalmente ho troivato un cyber caffe’!

 

 

Capitolo IX

12 Ottobre 2006

Rampur

...perche’ siamo come le foglie al vento, si sfiora il suolo e poi di nuovo verso l’alto in un turbine di giravolte.

L’India e’ una continua sorpresa, un grappolo d’uva dove ogni acimo ha un sapore differente ed accanto all’agro c’e’ il dolce, accanto al frastuono il bisbiglio di una preghiera.

E una nuova svolta, una nuova chiave di lettura e’ apparsa cosi’, inattesa, con una stretta di mano quando ne avevo piu’ bisogno.

Ramautar Sasuna si e’ presentato con un leggero inchino, ero ancora davanti allo schermo del cyber caffe’ (internet) che scrivevo del desiderio di qualche attimo tranquillo quando mi invita nella propria casa.

Lo fisso con diffidenza.

E’ un ragazzo circa della mia eta’ (25 anni), spalle robuste e sguardo spavaldo.

-Ti prego- mi dice –mio fratello sarebbe molto felice di conoscerti...- .

Salgo in bici, per vicoli e cunicoli seguo la sua moto nell’intreccio di case, palazzi e mi chiedo se non stia andando nella tana del lupo.

<> ma la curiosita’ era troppa.

Volevo

conoscere l’India anche dall’interno di una casa.

Un cancello di ferro chiude le pesanti mura di una villetta, nell’ atrio interno la famiglia al completo mi aspetta!

Padre, madre, nonna, sorella, zii, due cugini orfani, ed anche il fratello Ratan, 17 anni, sdraiato sul letto che mi guarda curioso. Il suo volto e’ segnato da una cicatrice ancora fresca che dalla fronte si fa strada fino allo zigomo destro.

-Un incidente con la moto- mi dicono –ma ancora qualche mese e si rimettera’-.

Mi mostrano la casa di due piani, stanze quadrate, una cucina, un bagno e soprattutto grande semplicita’.

Poi tolte le scarpe apre due ante. Si inginocchia congiungendo le mani agli

occhi:

-Questo e’ il tempio-.

E’ una semplice cripta di pietra dove luci lampeggianti si intrecciano alle raffigurazioni divine ma tale e’ la fierezza delle sue parole che anche’io chino la testa in segno di reverenza.

Intanto le donne armeggiano in cucina e, steso un telo sul pavimento, fanno cenno di sedere.

Caviglie e ginocchia sono tutte un dolore ma in questo modo si mangia in India cosi’, imitando Ramautar, inizio a servirmi con le mani... e’ andata abbastanza bene, ho finito la ciotola di riso senimandolo solo la meta’ sui vestiti.

-Ti va del te’?- chiede la nonna accarezzandomi le spalle.

Ma ancora prima di rispondere fa cenno ad un ragazzo.

Pochi minuti dopo il grosso cancello di ferro si apre e un muggire do bufali e mucche entra guidato dalla verga del giovane.

Ramautar ride sonoramente vedendo il mio stupore e presomi per mano mi porta dai 5 bovini.

Si rimbocca le maniche e, seduto su uno sgabellop, inizia a mungere.

Non avevo mai visto mungere, lo schizzo suona ritmico nel secchio ed il latte e’ caldo e dolce. Quando ho stretto le mammelle la mucca ha scalciatoo. Non e’ semplice come sembrava ma vi assicuro che vale la pena governare questi animali, il sapore del te’ (qua viene preparato con il

latte) e’ qualcosa di subliume.

Nelle ore successive sono stato lavato, vestito e un numero incredibile di persone e’ arrivata in casa: amici, partenti, vicini, conoscenti.

-Si chiama Alessandro- traduceva Ramautar – e viaggia in bici da Bombay per imparare sulle nostre tradizioni...- A turno raccontano su usanze, famiglia, religione. Cosi’ parola dopo parola si apre una nuova finestra sul loro mondo: la famiglia ha un nucleo che si allarga generazione dopo generazione, i figli non lasciano la casa paterna ma continuano a viverci anche dopo il matrimonio (tra l’altro con una moglie mai vista prima delle nozze).

-Ramautar- gli domando –ma non ti e’ mai capitato di innamorarti?- -Certo... di mia moglie- risponde.

-Ma... tu non sei sposato! Gia’ la conosci?

-Non importa conoscerla, sara’ mia sposa e la amo fin da adesso-.

-No... no...- ribatto. –Io dico Amore... una cosa che non si puo’ scegliere, che dagl’occhi di una ragazza ti arriva improvvisa, che il cuore batte forte e tutto perde peso, tutto e’ fatto in funzione di lei e senza che tu possa decidere diventa il centro dell’universo... Non ti e’ mai capitato?- -Oh, certo- mi dice con un sorriso –ma questa e’ solo attrazione...- C’e’ convinzione nelle sue parole. Faccio cenno di assenzo.

Ramautar sorride ancora... e’ evidente dalla mia espressione che non capisco.

Le attenzioni che mi prestano sono quasi imbarazzanti, dallo sbucciarmi la frutta al porgermi i propri sandali (restando loro volta scalzi).

-Grazie... vi ringrazio dell’accoglienza ma non dovete darvi tutto questo

disturbo...- dico io.

-Non preoccuparti. Tutte queste persone sono qua a posta per vederti:

gli

piacciono i tuoi occhi, il viso ed il sorriso...- Appeso al muro uno specchio ed il mio riflesso e’ quello di sempre: i capelli iniziano ad accennare qualche ricciolo, quasi un mese che non mi rado e sotto la barba la pelle e’ bruciata dal sole tropicale. Nulla di piu’!

-...e per noi- continua – l’ospite e’ come un dio, quindi ti prego, resta qualche giorno... accetta la nostra ospitalita’ cosi’ che ti possa mostrare templi e bellezze di questa citta’.-

Nelle ore successive sono stato "scortato" per tutto il quartiere (e’ la zona "benestante": funziopnari statali, impiegati di industrie... ma nessun lusso che superi elettricita’, televisione e ventilatore a soffitto).

In ogni casa venivo accolto con un inchino e mi era riservata la sedia (divano talvolta) piu’ comoda.

Rifiutare te’, biscotti, frutta o dolci equivaleva ad un’offesa, cosi’ nell’arco di poche ore ero talmente pieno da riuscire a stento a bere.

Mi veniva in mente Ulisse nella terra dei Feaci, anche qua l’ accoglienza era genuina ed ogni ospite insisteva perche’ accettassi un dono: flauto, bracciali, collane, una penna blu (quella mia era rossa... un colore <

buono>>).

Tutti mi pregavano di restare almeno una notte da loro ma Ramautar scuoteva la testa come se ospitarmi fosse un privilegio da non dividere.

Con l’imbrunire siamo tornati in casa.

-Mi spiace che non sia pronta la cena ma e’ una festivita oggi e fino alle 23:00 non si puo’ mangiare....- Infatti le donne camminavano scalze, piedi e mani erano dipinti con linee arancioni.

La luna sul tetto rischiarava con un candido pallore, i rumori della strada erano lontani ed avvolte da veli colorati nonna, madre e figlia celebravano il rito tra candele, riso ed acqua che dall’alto veniva aspersa a cerchio.

La cena era a base di chapati (piadine, pane azimoancora caldo) e salse di lenticchie, yogurt e verdure.

Ramautar dice che in famiglia mangiano tutti assieme ma in mia presenza non ho mai visto toccare cibo alle donne che dalla cucina continuavano a portare salse e pane caldo.

Il mattino seguente sveglia all’alba, munte le mucche una colazione molto speziata e, con altri 4 ragazzi, in sella a 2 moto (non ero mai stato in 3 su un mezzo a 2 ruote). Inizia il tour.

Di certio una delle esperienze piu’ belle. La citta’ e’ piu’ grande di quanto pensassi, il verde sale a ciuffi nascondendo templi e statue; non e’ un semplice giro turistico ma una continua celebrazione di ruti, inchini, incenzi e cibi offerti alle divinita’. Forni crematori dalle alte pile di legna, ceneri odorose di vite passate, piscine ed uomini che si preparano alla preghiera, caste religiose dai capelli raccolti in fasce nere, dai pugnali affilati e bracciali d’oro, poi librerie che erano musei, soffitti immensi e rilucenti d’oro proteggevano pergamene centenarie... e se non fosse per le mie guide non mi sarebbe mai stata consentita l’entrata.

Per ultima la moschea islamica che, nonostante non sia un tempio indu, mi viene mostrata con grande reverenza.

Certo, i templi, la struttura medioevale di Jaipur, la magnificenza della Moschea de Delhi... ma per quanto spettacolari il vederle non ha avuto un impatto cosi’ forte come camminare a piedi nudi nel sacro di questa piccola citta’.

Lo sterrato delle vie, i mercati rumorosi, le grida di galline che scorrazzano accanto a padelle bollenti d’olio...piccole e grandi cose cambiavano proporsioni con la loro guida.

-Dove posso buttare la buccia?- Ho chiesto. –C’e’ un bidone?-

-Gettala...- ed indicandomi un uomo accovacciato a terra in posizione di

grillo: -c’e’ chi pulisce ogni giorno.-

A me faceva pena quell’accumulo di ossa che spazzava con un fascio di saggina senza manico. Ma i ragazzi non se ne curavano ed andavano avanti senza abbassare lo sguardo. Ed io seguivo, annusavo, curioso come anche i mercanti nel vedermi assaggiare i loro prodotti: "caramelle" della grannndezza di una noce fatte con foglie arrotolate a granelli di spezie, <>... ma questo me lo hanno detto dopo!

Ero trattato con molte attenzioni.

Passeggiando spesso Ramautar mi prendeva per mano (o per un dito), mi abbracciava la vita con la stessa disinvoltura che si usa per la propria ragazza! Ed io ero piu che imbarazzato, svincolandomi alla prima occasione.

-Ramautar- gli dico a un certo punto –non vorrei offenderti, ma in Europa solo le coppie si tengono per mano e si abbracciano...- -Qua anche con gli amici.- Mi risponde con innocenza.

Sono convinto della sua buona fede ma probabilmente le mie inibizzioni culturali sono piu’ forti di me. Nonostante il caldo non ho tolto piu’ le mani di tasca.

-Domani parto all’alba... un grazie profondo...- -Un altro giorno... resta un altro giorno ancora... per favore- Non volevano lasciarmi partire ed insisteano cosi’ tanto che ho dovuto promettere che sarei passato di nuoo prima di tornare in Italia.

Promessa da marinaio perche’ non credo sia possible.

 

 

 

CAPITOLO XIX

31 Ottobre 2006
Kathmandu

Fuori c'è musica.
Il cielo su Kathmandu è già inchiostro e dal 3’ piano del Sagar Guest
House (Bagdurbar, Sundhara) la città brilla di movimento, luci ritmano
percussioni e flauti orientali si amalgamano nel ipnotico occhio dei vicoli serpeggianti in spirali policrome.
Troppi richiami smuovono la mente dal quaderno ed è difficile raccontare
dei giormi addietro... già così lontani... ma proverò.

Al villaggio di Tatopani ero rimasto:
<> in Nepali significa <>: Terme!
Per quanto semplici le due vasche di acqua calda suscitavano grande ilarità
nei visitatori.
Si presentano come due impronte di elefante rese molto più scenografiche
dalle rapide che a pochi metri sgomitano in una vallata verde e scoscesa.
Finalmente dopo una settimana di polvere e sudore un bagno!!!
(p.s. Sto migliorano a lavare/raschiare i vestiti!).

Il cibo è buono, la compagnia tutta "occidentale" e se precedentemente ho
scritto di lasciarsi andare alle cucine locali adesso mi correggo.
Kariee è una ragazza dai capelli corti, inglese forse, il volto pallido si
scurisce solo nell'ombra delle gote scavate.
Tre giorni che non riesce a mangiare senza vomitare.
-Forse qualcge sorgente contaminata o uno di quei piatti conditi di batteri
che ha voluto assaggiare...- mi dice un amico.
Mi rendo conto di essere stato fortunato quanto incoscente finora.
L'oculatezza nella scelta dei cibi non è un limite ma un pregio difficile
da conseguire.

Credo sia stato il caldo o la bassa quota, ma il mattino successivo avevo voglia di correre.
Buki era stanco. Ha accusato il colpo.
Arrivati a Beni nel pomeriggio si è sdraiato sotto un albero ed ha
farfugliato:
-Tour finito. Non ci sono più sentieri per allungare il percorso...-
-Ma...- ribatto restano ancora due giorni di trekking...-
-Per questa via i Maoisti ti chiederanno delle "tasse"... Per quest'altra
serve un permesso "speciale"...-
<> penso storgendo la bocca.
Un autobus stile "antenati" procede a 20 km/h risalendo asfalto e sterrato.
Sul tetto l'aria batte fresca sulla faccia, la  griglia metallica che fa da
tappeto non è molto comoda ma il paesaggio... fantastico: tutto scorre a
passo d'uomo, i contadini nei campi sembrano fotografie e se non fosse per
la tosse del motore si potrebbe sentir filare il prttine nei capelli di quella donna.
Cinque ore di bus son tante, il fiume scorre, ragazzi vendono canestri
d'arancie verdi...
<>
Laggiù un pastore agita il bastone gridando dietro una fila d'asini in
bilico sul burrone.
<bracere piuma dopo piuma spenni quel gallo>>.
L'autobus procede lento, ho tempo di fissare gli occhi scuri della signora,
ma piuma dopo piuma non mi da risposta.

Arrivato, Naudanda si scuriva di sera, sosta in hotel e al mattino ero già
sui pedali per Pokhara.
La bici... che dolore il "sellino" dopo 8 giorni di trekking!
L'Annapurna... bellissima esperienza, anche se creata su misura per turisti.
Gradini, lodges, pietanze e bevande... tutto modellato per il mercato
"occidentali", e non si può far altro che esser clienti scortati per uno spendido museo in cui la vita reale è un quadro nascoto dietro lo spessore di un vetro.
Sulle ruote di una bici invece, beh, mi è più facile rompere questo vetro e sfiorare (magari anche solo con un dito) le profondità dei colori.

Nel omeriggio un raggio si spezza. Uffa!!!
E mentre borbotto curvo sul lungostrada di un villaggio una voce mi sorprende alle spalle:
-My friend... what happen?-
Generalmente diffido di chi spaccia la parola "amico" al primo che passa ma il ragazzo che mi si vvicina ha un sorriso gentile. Mi lascio guidare da un
meccanico (che non ha i raggi della misura), ad una Guest House ed infine a
fare due passi sul colle.
-...c'è una vista stupenda dei monti...-. Dice.
Ed era vero!
Mi mostra campi, sentieri, le piccole capanne fuori paese... il giorno
scivola in notte, qua e là qualche tizzone risplende nel volto di una donna che cucina, io sono seduto su un tappeto di paglia, a cerchio accanto a me
dei ragazzi suonano il loro stumento (aimé, non ricordo il nome, ma
d'aspetto pare un violino scavato nel legno e un archetto vibra su robuste
corde alternandosi all'arpeggio).
Qualcuno danza intorno alla candela, per bevanda un liquore prodotto da semi
fermentati e nessuna stella si nasconde stanotte.... i topi ballano quando
il gatto chiude il suo occhi giallo.
Bum bum, il tamburo passa di mano in mano ed anche la pipa da marjuana...
Mi riaccompagnano all’albergo che sono l'unico "sano".
-Domani mattina farai colazione con me e la mia famiglia- mi dice.
-Grazie... onorato per l'invito e per la compagnia-.

L'albergatore mi aspetta sull'uscio:
-Dove sei stato? E' tardi...-
-Mi spiace ma tuo fratello mi ha portato sulla collina e...-
-Non è mio fratello- mi interrompie, -Vuole solo dei soldi da te. Glene hai
dati?-
-No- rispondo, non avevo neanche il portafoglio...-
-Beh, stai attento-.

Il mattino sonopartito con il canto del gallo, un po' triste direi: mi era
stata data una risposta secca al quesito che spesso mi frullava per la
testa: <>.

Pedalo e pedalo e pedalo. Il cerchione storto frena. Salite, miseria che salite!
E quando chiedo per un letto mi dicono che in paese non ci sono hotel:
-O torni indietro di qualche km o arrivi a Naubise, 20 km avanti-
<

 



- Vuoi far parte anche tu del "gruppo" CICLISTI per CASO ?

- vuoi far avere ad Alessandro un tuo saluto un tuo messaggio?

- ti interessa un viaggio in Nepal (anche senza bicicletta...) ?

 

SEI proprio CAPITATO dove e come MEGLIO non avresti potuto !!!

 
 


Alla ricerca dei "capitoli" di Alessandro, saltellando in qua e in là per cercare l'ordine e seguirlo. Sarà proprio come stare al suo fianco, in questa sua straordinaria esperienza di vita e posso assicurarvi che ne vale la pena !!!
 
BUON "VIAGGIO"...
 


VIAGGIO IN BICI: India e Nepal

Capitolo I
21 Settembre 2006
Francoforte

Il viaggio inizia!
Il suono degli aereoporti e' un ticchettio di passi veloci, di carrelli cigolanti, di gente addormentata su scomode panchine. Ed io qua, seduto nell'attesa, stö sospeso tra il profumo di spezie orientali e di plastica di valige nere.
Pochi minuti all'imbarco, la fila scorre lenta, mi guardo attorno... chissa' chi avro' accanto durante il viaggio...
-Hi- sorrido alla signorina consegnando passaporto e biglietto.
Digita qualcosa sul computer, sfoglia il mio documento, ricontrolla sul monitor poi fa cenno ad un altro controllore.
<> penso.
-Mr Bossini, c'e' un problema con il suo visto per l'India. Non puo' imbarcare...-
-Ops!!!- E stavolta lo dico ad alta voce.
Poi sorridendo dispiaciuta scrive sul biglietto il numero dello sportello a
cui rivolgermi.
-Mr Bossini- mi spiega una seconda signora -Le sposto il volo a domani
pomeriggio. Mi spiace per il disturbo ma deve recarsi al Consolato Indiano
con il passaporto, la' ci penseranno loro.-
Ringrazio e sorrido... in fondo il viaggio stava cominciando nel migliore dei modi: un imprevisto ed un'intera giornata per visitare Francoforte!
Il taxi nel traffico si muove lentamente, musica araba alla radio e l'iraniano alla guida mi elenca per intero la nazionale italiana.
Francofotre e' una bella citta', oggi fa caldo e lungo il fiume la gente prende il sole in pantaloncini.
Le vie del centro brullicano di vita, i giovani girano con a tracolla lo zaino e ragazze intonano il biondo dei capelli con vestiti di stoffa leggera.
Mi guardo attorno, il cielo e' azzurro, un aereoplano ronza una linea bianca
e qua sembra ancora piena estate!
Ma concludendo: il mio passaporto adesso e' al Consolato e sara' pronto solo tra una settimana (il 29 Settembre), il biglietto aereo rimarra' valido, con una mora di 50 euro, fino al 30 Settembre, giorno in cui ripartiro', in assenza di voli per Delhi, per Bombai!
E tutto va alla grande!
In fondo a me piace viaggiare per vivere un tragitto, non per seguirlo.
Stanotte dormo in un ostello. Domani si vedra'.

22 Settembre 2006
Frankfurt

"Youth ostel"
L´impulso omicida e' cio' che spinge a sopprimere il ragazzo spagnolo che
russa a due letti dal mio.
Lo sbadiglio e' la conseguenza di averlo lasciato vivere!
AUGH che sonno!
-----------------------------------
La citta' segue il corso del Main e come questo fiume anch'essa scorre
tranquilla.
Per tutto il giorno percorro vie, strade, attraverso ponti riposandomi solo
sugli scalini di chiese e fontane.
Mi stupisce quanta gente sia in bici, sui roller o semplicemente in tuta per
correre.
Forse e' che col finire dell'estate si cerca di sfruttare maggiormente il bel tempo, tuttavia, piu' che in citta', mi sembra di stare in un piccolo paese di villeggiatura.


24 Settembre 2006
Seligenstadt

Un uccello bianco specchia il suo volo nel fiume.
Cosa fa un Gabbiano cosi' lontano dal mare?
Sono a circa 60km da Frankfurt, zaino in spalla che sto' risalendo il fiume a piedi.
Due giorni fa il cielo era troppo bello per dormire sotto un tetto cosi' mi
sono incamminato lungo il Main alla ricetca di un luogo tranquillo.
Con mia grande sorpresa un sentiero sterrato serpeggiava il corso del fiume.
Era uno spettacolo, prati e foreste costeggiavano la riva, salici piangenti
frusciavano su brezze ancora estive, una deriva bordeggiava da sponda a
sponda mentre cigni ed anatroccoli si godevano il paesaggio.
Piccoli paesi a specchio sulle coste, villette dai tetti spioventi
scendevano a sfiorare i giardini circostanti, il rosso e l'azzurro delle
tegole regalavano un quadro a dir poco fiabesco.
Ho fissato la tenda che era buio (tenda nuova, a tunnel, piu' leggera di
quella usata in Australia ma talmente stretta che a malapena sono riuscito
ad entrarci con lo zaino).
I pescatori lanciavano i loro galleggianti fosforescenti, in lontananza il tran tran dell'autostrada, l'aria era fresca e le cime delle canne piegavano a Est. poi l'alba e solo allora mi sono reso conto che tutto questo mi piaceva e che avrei passato i giorni successivi percorrendo la riva del Main.
------------------------
Il rumore di una bici sullo sterrato e' inconfondibile.
Si intona bene al cinguettio degli uccelli, allo sfregare delle cicale ed
anche al nitrito dei cavalli.
Incrocio moltissime bici, sono gruppi di amici, genitori con figli o coppie di anziani.
Non credevo di trovare cosi' tanti appassionati. Un po' li invidio mentre mi sorpassano... loro la' sui pedali, io qua a piedi. Ma bastera' pazientare
qualche giorno ancora.
Intanto cammino.
La strada e' per lo piu' priva di salite, non ci sono fontane ma i meli si
piegano dai frutti e le pannocchie di mais crescono fitte oltre la cunetta.
Questa mattina, uscito da un paese, quattro signore mi superano ridendo
sulle loro grosse bici. Pochi minuti dopo di nuovo loro, sedute su una
panchina ridono con ancor piu' gusto.
Mi fanno cenno, dicono qualcosa ma non parlo tedesco.
-I'm sorry. I don't speak German.- Poi, seguendo il loro indice, capisco.
Adesso anche a me vien da ridere: la signora piu' "in carne" aveva rotto un
raggio... e le altre la stavano prendendi in giro.
Tiro fuori qualche attrezzo dallo zaino ed in pochi minuti gli sistemo la ruota.
-Danken! Danken!- poi un abbraccio che mi pareva affogare in un pandoro...
E' che tra farfalle e cavallette il cammino e' sempre ricco di incontri.
-------------------
Sabbia di fiume, conchiglie, ocra sul rosso bruciato delle pietre.
Sotto il salice il ruvido delle radici e' il mio trono ed attorno gli scogli sono la corona.
Le rive del Main, il Park Schönbusch sono luoghi idilliaci. Non solo per il
verde o il silenzio scandito dai campanili che battono le ore, credo sia la gente che rende particolari le proprie strade. Provo a spiegarmi: coppie di
genitori che spingono le carrozze pattinando, tandem tripli... ogni minuto
passano in bici decine di persone; sorrisi, soste all'ombra degl'alberi... e
km e km sulle ruote.
E' la prima volta che incontro un'idea cosi' forte e diffusa dello stare insieme vivendo uno sport senza finalita' agonistiche.
PS
Ma gli sguardi... Mi fissano in lontananza ma passando accanto gli ochi si abbassano o restano inchiodati sulla strada senza l'accenno di un saluto o sorriso.
Forse e' il mio zaino cosi' pieno che suscita diffidenza.


26 Settembre 2006
Wörth

Wörth e' il paese piu' ad Est cui sono arrivato poi, attraversato il ponte,
ho preso il cammino per tornare a Francoforte sulla riva opposta.
Stanotte e' piovuto.
Nell'arco di poche ore il paesaggio e' cambiato radicalmente.
L'alba era appannata di nebbia, un'aria fredda e pungente velava l'erba
bagnata, qua e la' appariva il grigiore delle ragnatele come starnuti di
fumo.
Il cielo ha perso di profondita', nuvole macchiano una tela bianca priva di
uccelli.
Anche l'odore dei meli e' cambiato, acre ora, scende dai rami e ristagna sul
molle dei pomi che concimano la terra.
Forse mi sono allontanato troppo.
Ho comprato un ombrello buffo... alla Mary Poppins.
Il lungofiume e' deserto come anche le vie dei piccoli paesi limitrofi.
Seduto sotto un ponte aspetto... piove troppo per proseguire.
------------------
Il corso del fiume si allarga leggermente.
Ordinate lungo la riva panchine di legno, poco distante alberi e aiuole.
Splendido paesaggio... come nei giorni precedenti ma adesso, con erba
bagnata e bagliori di lampi, piu' nessuno passeggia. E mentere un'altalena dondola nuda, il vuoto abbaia inquietante.
Un albero di noce ha lasciato cadere qualche guscio ed io tranquillamente mi siedo a raccoglierli.
Unico sopravvissuto alla pioggia un bambino che mi guarda incuriosito.
Raccoglie delle noci ed allineate una accanto all'altra si diverte a
frantumarle con i piedi.
-Wait! What are you doing?- Gli dico.
Mi guarda stranito. Non credo parli inglese ma sorride e mi fa una
linguaccia.
Anche se ha l'aria da peste ispira simpatia, cosi' mi avvicino alla riva con
qualche mezza noce in mano e, preso dal marsupio candela ed accendino,
comincio a fabbricare barchette con gusci, rami e carta.
Una ha per vela una foglia, un'altra due piume, un'altra ancora uno
scontrino... Il ragazzino si siede accanto e mi guarda.
In pochi minuti e' pronta la flotta! Gli faccio cenno di metterle in acqua e soffiare, lui sorride ed appena i velieri prendono il largo inizia a battere le mani.
Poi di scatto corre sotto l'albero e torna con una manciata di noci ma prima
ancora che riesca ad aprirne una ricomincia a piovere.
-Met!- grida una donna dal giardino. E senza neanche guardarmi in faccia lo
porta via in braccio.
<> penso mentre mi saluta con la mano.-
Apro il mio ombrello alla Mary Poppins e vado via.

Capitolo  II
01 Ottobre 2006
Mombay

Francoforte, l'Europa... sono cosi' lontani che non esistono piu'.
Degli ultimi giorni in Germania non resta che un flebile ricordo, un tiepido sole sulla pelle. Nulla piu'.
Tutto adesso e' soppresso sotto il tallone di odori indiani, della pioggia, dell'umido che incolla la mia maglietta addosso... tanto da vedersi il cuore dibattere violento ed impaurito.
Ma iniziamo per ordine.
E mentre aspetto l'apertura del negozio di bici vi scrivero' delle prime ore a Mombay.
L'atterraggio e' stato brusco, il volo traballante e quando le porte
scorrevoli si sono aperte l'alba non era ancora sorta.
Non ho dormito durante il viaggio ma l'euforia era troppa per avvertire la stanchezza.
Il cerchio equatoriale sfiora Bombay ed il caldo soffoca anche di notte, tant'e' che una patina di sudore vela subito sulla fronte.
Schiere di persone fanno cenno per offrire trasporto e albergo. Una si avvicina mostrando tesserino con foto.
-Dove vai? Dove dormi stanotte? Vieni con me. Ti porto in un motel cosi' potrai riposare ed avere tutte le informazioni che cerchi.-
-Grazie, ma cerco solo un negozio di bici...-
Il discorso va per le lunghe, vuole rifilarmi viaggio e pernottamento a otto ore di autobus!
-Mombay non e' sicura, vai in questo villaggio turistico... spiaggia, servizi, e molti italiani.-
-Beh, per ora cerco solo una bici, poi vedro'.- Insisto io.
Gli racconto delle'esperienza che intendo fare ma lui ribatte:
-Ma cosa credi! Questa non e' mica l'Europa. Qua c'e' poverta', ci sono bombe ed attentati, ti ritroverai un coltello nello stomaco per quei soldi che ti porterebbero in un luogo divertente. Non vuoi questo biglietto? Allora faresti meglio a volare da dove sei venuto!-
Ceco di deglutire ma ho un groppo in gola.
-Si- rispondo -forse farei meglio.- Volto le spalle e mi allontano. Altre
persone in divisa si avvicinano, sulla camicetta una scritta: <>.
Anche loro cercano di "vendermi" qualcosa. Sorrido, gli spiego il mio viaggio. Sono ragazzi della mia eta' e probabilmente mi trovano simpatico, anzi anomalo, tant'e' che in una decina mi circondano, ascoltano, domandano. Ma
nessuno che mi da indicazioni per arrivare in citta' senza tentare di
rifilarmi un'oferta "speciale".
Poi interviene un vecchio con barba e turbante che mi indica degli autobus suggerendomi anche la fermata.
Il bus cigola di ruggine e man mano che le immagini scorrono dietro ai finestrini il groppo in gola si fa sempre piu' grosso.
Un'overdose di colori, suoni, odori manda le mie percezioni in tilt.
Mi sento inadeguato, fuori luogo ed immaturo per questo viaggio. E tuttavia mi affascina...
La strada e' piena di buche, sui bordi macerie e mondezza si accumulano accanto ai carretti dei venditori di frutta.
Baracche senza mura pendono sui marciapiedi che di notte fungono anche da dormitorio.
Inizia a piovere, poi diluviare.
Mai vista scendere cosi' forte!
L'aurora e' sorta senza colore, il bianco sovrasta. Claxon claxon claxon. Apette, riscio', axi e le bici come znzare, tutti suonano BI BI BI TRIN TRIN TRIN, le foglie di banana come ombrelli, ruminando una mucca scarna fa inchiodare un'auto. Tamponamento. Suonano BIBIBI claxon. E si riparte.
Odore di povero, odore di pelle, di uomini e di vacche. Tutto assieme...
Prendo un taxi a tre ruote che mi scarica a dstinazione.
Sono le 07:00, ho ancora due ore d'attesa.
Una prigione di goccie mi sbarra sotto un'edicola chiusa e mentre scrivo il puzzo che scodinzola un cane mi tiene compagnia.
Il cielo si illumina un poco, l'acqua continua a scendere e volti scuriti da ombrelli mi guardano torvi.
Anche il mio odore non va bene ma questa e' l'India e questo sono io in tutta la mia inadeguatezza di ragazzo forse non ancora uomo.
PS
Mamma tranquilla tornero' sano e salvo perche' e' come il caffe'... e' dopo l'amaro del primo sorso che viene il forte aroma ed il buon retrogusto.


MOMBAY (Dadar)-Hotel City Point

Troverete le mie parole confuse, affrettate, magari sconnesse... e me ne dispiace.
Sto' scrivendo da un piccolo hotel dove pochi minuti fa mi sono rifugiato.
L'aria spavalda del viaggiatore si e' disciolta nelle pozzanghere che
annacquano la citta' e cio' che adesso resta e' il mio riflesso incerto e  stordito.
Il negozio di bici (Upadhyay Cycle Matr) e' un garage di pochi metri che si apre davanti un cimitero di biciclette copere da foglie e teli.
E' il migliore della citta'!
L'unica mountain bike ha problemi ai cambi, e' obesa e manca di bagagliaio.
Il proprietario scrolla le spalle farfugliando qualcosa ad un ragazzo. Questo prende chiavi, martello ed a suon di botte modella il telaio per incastonarci il portapacchi, un po' d'olio alla catena e wala', Frankestain
e' pronto.
Continua il diluvio mentre provo la bici sotto l'acqua... ogni buca
traballo, le auto suonano, e come un'ape gialla la mia testa si perde in un rovaio di more nere.
Naturalmente scarpe automatiche, contachilometri, valigie posteriori...
neanche a spiegare cosa siano!
-Va bene- gli dico - ma adesso piove. Torno domani mattima.-
Salgo su un riscio' e via, verso il centro, a Dadar.
<> penso <> ...IDENTICO!!!
Lungo la strada sacchi della mondezza fanno da tetto a cupole di canne, le poche mura sono annerite dallo smog e tubi colano a perdere sui marciapiedi.
Ma non e' la poverta' ed il luogo che mi attanaglia lo stomaco.
Sono gli sguardi, mi rincorrono primancora di scendere dal triruote, come a strapparmi anche il nome di dosso, ed il mio respiro si perde in una diversita' che non riesco a colmare.
Continua a piovere...
Non c'e' nulla di famigliare a cui aggrapparmi: un bar, una panchina solitaria o la semplice croce di un campanile.
Lingue diverse muovono onde sconosciute e la stanchezza mi sommerge di sconforto.
Per questo, contravvenendo ai mie propositi iniziali, stanotte mi fermero' in una camera "singola" (1500 rupie!!! Purtroppo), ma ho bisogno di restare solo in silenzio (... in questo chiassoso silenzio...) e ritrovare entusiasmo e forza d'animo per affrontare anch'io questa faccia del mondo.
 


Capitolo X

13 Ottobre 2006

Khatima (Uttar Anchal)

Sono partito da Rampur che era l’alba, la fronte macchiata con neo rosso e riso in augurio di prosperita’ e fortuna, l’aria e’ fresca e su tutte le porte del quartiere la gente e’ gia’ in piedi per salutarmi: qualcuno lasciandomi frutta, altri il pranzo di chapati e salsine di cipolla avvolte in carta di giornale...

Ed un entusiasmo nuovo gira con me sui pedali. Ancora una volta si era stravolta la precedente visione dell’India.

Uscito dalla citta’ il traffico era quasi scomparso.

Camion carichi di tronchi procedevano lenti su una carreggiata stretta e pulita. Attorno il verde prendeva fiato facendosi spazio a campi di riso. I colori scintillavano tagliati da un sole tondo come l’occhio di un gallo e rosso come la sua cresta.

Piccoli templi si rifugiavano dietro alberi sempre piu’ alti ma l’ azzurro di Shiva richiamava l’attenzione e passanti unendo i palmi chinavano la fronte.

Poi le scimmie che mi guardavano accovacciate sull’asfalto e neanche a suonare si spostavano.

I successivi villaggi si presentavano diversi per mantenendo la stessa struttura.

Non piu’ immondezza ne odori intensi, adesso la frutta matura si alzava a muraglie ordinate sui carretti ed il dolce dei datteri si avvertiva a metri di distanza.

I venditori, scolari vestiti uguali sotto la stessa cravatta, tutti mi sorridevano soltanto per salutare ed anche io salutavo sorpassando i carri trainati dai buoi.

Dalla moto un ragazzo si affianca

-Hallo... How are you?- in un inglese incerto, senza fermarmi scambio qualche parola (nulla di nuovo) ma 5 minuti dopo era sempre accanto!

-Hai un bel sorriso... ti va una tazza di te?- mi dice.

-No!!!- Sentenzio io. –Voglio arrivare in Nepal prima di buio.- Insiste ma rimango saldo sulla mia decisione.

Rallenta, accosta ma dopo neanche 1km eccolo di nuovo, stavolta con un altra moto guidata da un signore sulla cinquantina.

-Ti prego- esordisce quest’ultimo –accetta una tazza di te’, la mia fattoria e’ di strada, 5 minuti e poi riparti.- Sara’ imprudenza, sconsideratezza, il fatto e’ che aveva occhi genuini ed a me piace fidarmi delle persone.

La fattoria non era proprio "di strada".

Uno sterrato sesrpeggiava tra campi di grano mietuto a grandi quarati e ragazze dai lunghi veli colorati bilanciavano in testa enormi fasci d’ oro.

Non avrei mai immaginato che il riso avesse un tintinnio cosi’ dolce e sensuale, come lamine d’oro che suonano in una danza del ventre... e mi par di vedere Lilian dai lunghi capewlli di spiga...

Anziane setacciano i chicchi in cerchi di tele, i bovi tirano silenziosi un aratro di legno, la fattoria profuma di buono e tutta la famiglia mi sorride all’ombra di un colonnato.

No, 5 minuti non sono bastati per bere il te’, per assaggiare tutti i dolci, la frutta secca, le chapati con vari intingoli piccanti, non sono bastati 5 minuti per le foto, per visitare l’enorme tempio circondato da rigoli d’acqua, ne per cogliere papaia e banane.

5 minuti son stati appena sufficienti per ringraziarli e assicurarli che sarei stato piu a lungo loro ospite al ritorno... Un’altra promessa da marinaio!

Pochi km alla citta’ di Sitarganj, l’orologio segna le 13:00 e sono ancora nei tempi di viaggio, quando si affianca un’altra moto.

Un uomo con nera barba e turbante (40 anni credo) chinando la testa

sussurra:

-Namaste!- Si chiama Khunkun, parla un po’ di inglese ed arrivati in citta’ si offre di guidarmi nel favoloso tempio di Nanakmata Sahjib.

All’entrata viene salutato dai guardiani con un reverendo inchino, affida loro scarpe e bici:

-Non preoccuarti del lucchetto, sono io responsabile e nessuno tocchera’ nulla.

Poi pone un fazzoletto sulla mia testa e mi precede.

Una piscina immensa e’ chiusa a rettangolo da un colonnato dove una scalinata arriva fino al fondale. L’acqua e’ verdognola ed enormi pesci nuotano indisturbati tra il bagno dei fedeli.

Dopo inchini e genuflessioni un sacerdote(?) ci pone sul palmo una mollica calda e dolce e, seduti sotto un albero quasi millenario, mi raccomnta della vita del fondatore.

I raggi gia’ piegano obliqui e dopo avermi offerto un te’ si allontana strappandomi un’altra promessa (da marinaio) di accettare la sua ospitalita’ al ritorno.

Stesso e’ accaduto con un fattore che mi ha accolto (e offerto un te’

)

durante un improvviso scroscio d’acqua. Poi finalmente la sera, pochi km a Khatima e una macchina accosta.

Ajay Madaan e’ un farmacista che ha viaggiato per tutto il mondo, mi offre un te’ ed un baracchino di strada (non gass o elettricita’... per il fuoco si smuove o ravviva solo la brace del forno di pietra) e mi da appuntamento al suo negozio:

-Se ti fa piacere per la notte ti posso presentare ad un amico che ha una fattoria in cui aiuta i giovani...-

Mezz’ora dopo ero iun Khatima.

Credo il villaggio piu’ bello incontrato fin’ora. Pulizzia, profumo di chapati ed i mercati lungo le vie erano illuminati dall’abbagliante brace dei forni.

L’India era cambiata giorno dopo giorno avvicinandomi al Nepal come se l’esuberanza del verde stendesse un velo di serenita’ sui volti e una brezza soffiasse voci di poesia sulla terra.

Vengo accolto nella piccola armacia ma il suo amico non risponde al telefono.

-Non preoccuparti. Sei mio ospite per la notte, alla fattoria andremo

domani.-

Ha moglie e figlio di 4 anni, ma anche stavolta la donna cucina e serva senza mangiare con noi.

 

 

Capitolo XI

14 Ottobre 2006

Ataria (Nepal)

Il mattino "seguente" la sveglia e’ alle 04:30.  Sono invitato ad una lezione di Yoga!

Con un gruppo di altri 10 uommini (dai 30 ai 50anni) ci ritroviamo in una "palestra" all’aperto.

E cosi buio che solo a fine lezione sono riuscito a distinguere i volti.

E’ stato interessante (non certo per le mie ginocchia), esercizi di streching abbinati alla respirazione, ai lunghi HOMMM, a sonore risate <> alzando le braccia...

Poi l’alba e prima di colazione Ajay esce in strada con un calice d’ acqua, chinata la fronte lo versa al Sole sussurrando una preghiea:

-Per avere proprizio tutto il giorno....- mi spiega.

Un’ora piu’ tardi eravamo nella "fattoria di cui mi aveva accennato.

Ci riceve Rick Shipway, un australiano della Tazmania che ha venduto tutto per trasferirsi con la moglie qua.

Acri di terreno si arrotolano nel grano, riso, alberi da frutta e non avevo capitio che era una Missione per bambini orfani ed abbandonati.

Rick mi scorta per le stanze dai soffitti bassi e dalle brandinre di legno e corda, per la cucina affollata di ragazze che attizzano il fuoco ed impastano farina, per le classi dove gli alunni si alzano per saluto.

-Lo stato non provvede a loro- mi spiega – ed il nostro obbiettivo e’ dare loro un’educazione che gli permetta di svolgere un lavoro. Molti una volta "adulti" restano nella Missione a curare la terra e le ragazze, educate alle opere domestiche, possono divenire a loro volta insegnanti.- Il suolo manca di pavimenti, maiali e galline scorrazzano inseguite dai piedi nudi dei bambini ed alla guida di Rick mi viene mostrata la chiesa, l’impianto di biogass (metano prodotto dalla fermentazione del letame), gli aratri in legno e ragazze che mietono. Vorrei aggiungere molte altre cose, dalle amache per neonati alle croci che spiccano dai tumoli nel campo... ma preferisco un momento di silenzio...come silenzioso e’ il mio passaggio su questa terra dove adesso queste mie mani sembrano cosi’ piccole ed il cuore ciosi pieno.

Le pratiche alla rontiera di Mahendranagar sono veloci, un altro timbro sul passaporto ed e’ Nepal!

A dosso la maglia che mi ha regalato Marco Banchelli. Stampata in rosso la scritta "Emozione Nepal"... solo adesso ne comprendo il significato!

Procedo lentamente dritto sui pedali, gli occhi sono lucidi dall’ emoione non per aver raggiunto una meta, ma per lo scenario che si srotola a perdita di vista.

Al bordo strada sempre mercati di frutta, di monili tintinnanti e vesti colorate, tuttavia qualcosa qua e’ diverso... la via e’ larga e poco trafficata, i pochi bus che viaggiano sono carichi di persone, di studenti che dai finestrini e da sopra il tetto mi salutano gridando:

-Hi... hello... bye bye... how are you?...- Coppie di bufali spingono carretti di legno, caprette scorrazzano libere prendendosi a testate, sotto il carico di fasci di rami o paglia a stento si distinguono gli arti magri ed ossuti che passo dopo passo si allontanano.

Donne e ragazze stringono nelle mani mezzelune imbrunite dall’usura e rannicchiate sui campi mietono spighe, ripuliscono erbaccie... io non riuscirei mai ad impiegare la vita in questi lavori ma perche’, perche’ allora ho la sensazione di essere in un Paradiso?

Perche’ la vista di tutto questo e’ una camicia di seta che tanto dolcemente si abbottona alla mia anima?

La strada e’ il busto e foreste secolari le immense ali: come cavalcare una gigantesca aquila il mio spirito plana libero sul verde.

Erba alta piu’ di un uomo si china in ciuffi strigliati d’oro e meriglio, spennacchi bianchi e canneti longilinei cantano al cielo... un cielo azzurro, limpido nonostante in basso l’orizzonte si appanni di umidita’ .

Numerosi ponti si fiumi e torrenti, e dovreste vedere quale accordo tra colori, suoni, odori riescono a formarsi: una trasparenza eterea si posa sull fronde cigliose di tronchi potenti e cola in basso, fino al suolo, come un sospiro di luce dove lo sguardo corre senza pericolo negl’ampi nodi del tramaglio.

Poi la sabbia gialla e bianca dei corsi asciutti in parte, talvolta l’ acqua scorre bassa e sottile in un levigar di pietre, talvolta piu’ torbida in pozze, e si ode il ridere di ragazze e bambini mentre lavano e giocano accanto all’abbeverarsi degli animali.

Ps

Si e’ rotto un raggio! Un "biciclettaio" si e’ proposto di sostituirlo... a suon di martellate ha smontato le rondelle d ei cambi. Dopo due ore di disperazione in cui non son riuscito a fargli capire di fermarsi mi ritrovo con il raggio riparato, ma 2 marce non funzionano piu’, il portapacchi e’ rotto cosi’ anche le luci di segnalazione.

Ops... credo che sperare in solo pianure qua in Nepal sia pura follia!

Atariya e’ un villaggio a 80 km dal confine, compro un po’ di frutta e mordendo una mela chedo a dei ragazzi per un hotel.

Hari Chaudhari ha 21 anni, con altri compagni mostrano dove domire e mi accompagnano nel cyber caffe’, parla inglese e quando mi offre ospitalita’ nella propria famiglia accetto.

...sono in un altro tempo!

La strada per casa di Hari e’ lunga, si attraversano sentieri tra campi di riso, le donne ancora mietono, alberi di banana pendono i frutti verdi ed anche la papaia matura d’arancione.

Man mano che il paese si allontana mi faccio sempre piu’ muto e le domande lasciano posto ad un’espressione sospesa tra stupore ed incredulita’.

Neanche con una foto riuscirei a rendere l’idea dello spazio che pastella colori di spighe verdi, del giallo mietuto, dello smeraldo che ristagna lungo i campi... Poiu piccole case seminano tetti di tegole arancioni che scendono fino a un metro da terra, muri lisci come vasi d’argilla e tappeti di riso stesi al suolo si asciugano al sole prendendone il colore.

Lungo questi sentieri caprette dormono sornione come gatti, bufali ciondolano i loro campanacci bruicando le ombre che si allungano ed e’ come se le loro corna forassero il mio stomaco riempiendolo nell’irrealta’ delle immagini.

Dei bambini fanno il bagno nel torrente insieme a due bovi, ragazze bellissime frustano il biondo delle spighe mentre i loro capelli profumano di un nero intenso.

Balle di fieno (?) si confondono come cappelli con la paglia di capanne ma piu’ stupefacente di tutte e’ la casa di Hari.

I muri sono di argilla (?) liscia e bianca, una "sala" senza porte e una cucina (anche camera della madre e della nipotina con cui vive) sono spoglie di arredo tranne che per una tavola di legno a pochi centimetri da terra.

Le pareti si allargano e squadrano in enorrmi "giare" che contengono il riso.

Una fragile scala di bambu’ porta nel sottotetto: la camera di Hari!

Ho dormito qua’, sul pavimento caldo e morbido di argilla crettata che ad ogni passo pareva cedere.

Ho dormito qua’, che potevo toccare il tetto alzando la mano... sotto le tegole solo paglia, argilla e corteccie!

 

 

Capitolo XII

16 0ttobre 2006

Kohalpur (Nepal)

Due giorni ospite di Hari... esperienza incredibile!

Si mangia riso per colazione e usare le mani non e’ facile affatto: il riso viene servito in un piatto dove si aggiunge una o piu’ liquide salse da impastare con le dita. Sempre con le dita (destra, perche’ con la sinistra si beve) si mangia a manate spingenfdo il cibo alla bocca con il pollice piegato al palmo...

Come dicevo non e’ semplice affatto e tutto il vicinato veniva a farmi visita cercando di mostrarmi il modo.

Anche dissetarsi e’ un problema, bere a "garganella" da una bottiglia e’ un conto, ma da un vaso grande come una brocca e’ molto piu’ complicato!

Tant’e’ che finivo sempre per inzupparmi.

Ps - L’acqua si prende da cannelle azionate da pompe a mano. E’ fresca e limpida appena sgorga ma dopo solo mezz’ora assume un colore marrone e torbido.

Nelle ore trascorse in questo villaggio rurale ha visto pescare piccoli pesci e granchi (?) nei canali paludosi delle risaie e ne ho provato ilsapore per cena, ho assistito alla vaccinazione contro il polio dei bambini e sono rimasto stupefatto nelle cave di pietra: lungo le rive del fiume donne e bambini colpivano con pesanti martelli le pietre fino a ridurle in ciottoli delle dimenzioni di una mandorla.

Ho caricato enormi tronchi su carri per aiutare i ragazzi del "New Progressive youth club" a costruire la loro sede ed al passo di macilente vacche il tempo sembra muoversii su altre lancette.

Lo so...lo so... troppi pensieri in poche parole e le immagini risultano confuse e sospese... ma l’attimo che segue e’ ricco di novita’ ed adesso son gia’ a Kohalpur che mangio riso mentre un ragazzo seduto a terra trancia un capretto su di un tronco, un pezzo dsi carne rotola sotto i miei piedi, lui sorride e lo rimette nel canestro con lgli altri. 

Le mosche danzano felici.

An abbraccio da tetto del mondo.

Capitolo XIII

18 Ottobre 2006

Butwal

Nepal Nepal Nepal

Non so bene dove cominciare… sono seduto a scrivere e centinaia di memorie premono l’una con l’altra per diventar parole.

L’immagine piu’ forte e’ quella dei monti: nei primi giorni erano guardiani attenti, lontani dietro caliggini di cataratte, li vedevo confusi al mattino, piu’ nitidi di giorno, ma sempre distanti e la strada disegnava ampie curve tra foreste dagli arbusti radi dove sipari pendevano dal collo delle vacche; e campi verde-oro e giungle dalle foglie larghe come scudi dove non riuscivano a far breccia gli sguardi.

-Non dormire nei boschi... in agguato tigri e lupi e serpi e

pericoli...-

diceva un vecchio indicando la selva ed io mi sentivo Mougli nel " Libro della Giungla".

Poi legni come bilanceri sulle spalle calibravano impressionanti balle di grano (?) a piedi nudi ed il loro passo era una marcia ritmata dal balzellare del carico.

E file di scolari, km e km di camicie bianche verso la scuola, di passo, in bici chi pedalando e chi seduto sul portapacchi, chi con sottobraccio i libri chi in bilancia sulla testa...

Kusuri, Amiliya, Lamati e la strada si fa in salita.

La bici si fa pesante. Schiacciate da 50 e passa kg le larghe ruote diventano macigni quadrati!

Diverse marce sgranano, il perno dei pedali fa gioco cigolando e la mountainbike, ridotta ad una Graziella, procede lenta.

Mi fermo, spingo a mano, cammino, risalgo, vetta dopo vetta e’ come un’ascesa spirituale dove il sudore e’ ripagato con lo stupore... e il Nepal e’ uno dei posti piu’ belli in cui sia stato: baffi di erba smeraldo scendono da picchi a strapiombo sulla strada, qualche animale selvaggio galoppa via senza dirmi il nome, seduto su un tronco o sdraiato sull’ erba spesso mi fermo a contemplare il silenzio, altre volte con il flauto di bambu’ lascio voce al mio animo, spesso canzoni Gigliesi: <> e’ sempre la prima.

La bellezza del Nepal non sta’ solo nel suo cuore selvaggio e spirituale, ma nella cultura secolare, nella profondita’ di quei valori che ogni sguardo riflette.

La prima notte sui monti il sole e’ inciampato su una cresta e prima che riuscissi a trovare uno spiano dove fissare la tenda il buio si era fatto nero come pece... <>.

Continuo a pedalare ma intorno nulla, qualche camion abbaglia, uccelli notturni sibilano spettri d’ombre, poi d’improvviso lucciole..., anzi, come lucciole..., scintille brillano sinistre a poche centinaia di metri.

<> penso scendendo di scatto dal sellino.

No... ero arrivato a Kusuri, un piccolo villaggio ricco di stelle ma privo di elettricita’.

Alcuni ragazzi mi vengono in contro con candele in mano, lo stupore dondola sul volto al flebile danzare della fiamma.

Non parlano inglese. Dal marsupio estraggo il "Nepali phrase book" e ne’’ora successiva raccolgo in cerchio tutto ilpaese.

Tra risate ed una tazza di te’ si trova un "canale" di comunnicazione.

Vengo portato in una stanza di pochi metri, il letto e’ un asse di legno, le pareti argilla(?)... per 100rs (1 euro) ho da dormire.

Mi preparano del riso ma... nel portafoglio solo 90 rs!!! Cavolo!!!

Tirare fuori una banconota da 500Rs Indiane (800rs Nepalesi) mi sembra una mancanza di rispetto per una vita cosi’ parca.

-Non ho fame (bugia)... ed ho solo questo denaro...- La signora mi lascia il piatto e mi fa cenno che va bene cosi’!

Ho dormito beatamente ...anche se dovevo schiacciare gli insetti che risalivano lungo le gambe.

...perche’ vedete, partire tascinandosi dietro pregiudizi e comodita’ e’ il piu’ grande dei limiti.

Cosi’, pur sempre con accortezza, trovo stupendo condividere la vita di chi incontro.

Quando possibile disinfetto l’acqua con amuchina ma cenando non ho mai rifiutato di bere (a garganella) dalla brocca comune.

Questa mattina, prendendo il te’, una signora mi ha offerto un dolce.

Somigliava a marzapane con frutta seca che disegnava un fiore. Ho soffiato via le formichine che vi curiosavano sopra ed ho gettato alla capra sotto il tavolo la foglia su cui mi era stato servito.

Domani mi avvio per Pokhara. 158 km di montagne che superano i 1800m!

Forse 3 giorni... perche’ vorrei fermarmi a visitare Amar Narayan Temple e recuperare fiato suonando il flauto su qualche picco roccioso.

Il viaggio procede bene ma dopo gli ululati che ieri notte mi hanno tenuto sveglio credo che usero’ la tenda solo in luoghi meno isolati...

PS

Un’ultima cosa riguardo al viaggio:

Credo sulla terra ci siano luoghi sicuri e meno sicuri, ma ancor piu’ credo nelle persone!

In queste avventure non voglio dimostrare nulla, ne che percorro paesi tranquilli, ne che il mondo sia un "Eden" di pace.

Viaggio perche’ mi piace, perche’ trovo me stesso nel contatto con altre realta’.

Quindi se un giorno non dovessi piu’ scrivere, se un giorno non dovessi piu’ tornare, vi prego, non guardate queste partenza come negative ma come esperienze per cui vale la pena spendere la propria vita.

PPS

Tranquilla mamma che se sono sopravvissuto alla tua cucina non mi stendera’ di certo qualche piadina di mais.

 

 

 

Capitolo XIV

19 Ottobre 2006

Un villaggio vicino Butwal

E’ sera e trendele illuminano la stanza. Scalpellato nel vivo di un tronco la mia brandina ed un sottile vetro di finestra fa specchio ad un dirupo di 200 metri.

Le fate dagl’alti ruscelli scivolano scalze sul muschio felino che s’affusola sull’artigli d’un gatto ma di fremer l’ali han l’accortezza e della brina fann’iride come il tremar sul focolare.

Cosi’ ondeggiano le tre fiammelle la prosperita’ dei bronzi fianchi mentre la cera ha per loro due occhi bramanti nudita’... come chi non sa...

come

chi non sa... Tutto e’ una goccia che lacrima e se ne va.

 

19 Ottobre 2006

Buon giorno, buon giorno.

Il sole rischiara sul bianco foglio che nel sonno mi ha fatto da cuscino.

Devo essermi addormentato tutt’assieme che neanche ho richiuso la penna.

Aveva ragione l’albergatore: <>.

Pochi attimmi ancora per trascrivere delle scaglie di roccia, del ruscello, della valle... poi riparto.

Kohalpur e’ oramai alle spalle.

Sono partito ieri con il pomeriggio che gia’ piegava in sera ma eran talmente belle le montagne... non ho saputo aspettare.

La strada risaliva la valle, pareti scoscese tagliavano vertigini verso il basso e dalla paura anche gli alberi sbavavano le radici che pendevano nel franar di terra.

Lo sterrato spezzava l’asfalto, polvere al passar dei bus si alternava a pantani di fango e, snza barriere, ciottoli rotolavano sordi nel torrente un centinaio di metri piu’ in basso.

Neanche nelle mie piu’ esotiche fantasie sarei riuscito a ricreare un simile scenario... ero sulla testa di un toro e corna di roccia si impennavano titaniche su entrambi i lati. Lo scorrere dell’acqua si mesciava al fruscio di egetazione che aspra risaliva fino ai massi sulle vette, ed in questa ruvidita’ di colori ecco aparivano, soffici e gialle, le distese di grano come carezze strappat ai pendii e su questi terrazzamenti rivedevo l’ Isola del Giglio con le sue greppie.

La strada aveva i gomiti piegati, sporadiche capanne facevano margini con i loro tetti di paglia e pareti rocciose si vestivano la nera pelle con stoffe muschiose.

Poi il buio piu’ completo ed eccomi qua in questo "hotel" che da a precipizio sulla valle, che sul tetto ha un viaio di stelle ed avvolto nella pesante coperta l’unica parola che vorrei dire e’ <

>, nnon

saprei chiedere di piu’.

Alessandro

20 Ottobre 2006

Un altro villaggio dal nome sconosciuto

L’Aurora dalle rosee dita stende un tappeto sul cammino.

25 km e saro’ a Pokara.

Attorno e’ tutta motagna, un continuo scalare e poi riscendere fino a ponti di fiumi e torrenti che un attimo doo scompaiono dietro un fitto entaglio d’alberi.

Tensen sulla vetta domina limpido, l’aria e’ frsca e dalle mie labra vapori bianchi scendono per unirsi alle nebbie lanose che ristagnano nelle valli.

Ricordate l’altalena?...l’attimo in cui sei sospeso, non Sali ne scendi e nel vuoto il cuore salta in gola?

Bene, il Nepal e’ una gigantesca altalena e quando termini la ripida salita ti guardi attorno e manca il fiato: il cielo ti si appoggia sulle spalle!

Sara’ perche’ vengo da una piccola isola dove attorno le onde del mare non son piu’ che fili d’erba in un prato, ma son cosi’ tanti i picchi all’orizzonte che manca l’eqilibrio.

La vista piomba sul fondale e cromature l’accompagnano, le scacchiere delle culture creano linee che si intrecciano, si cavalcano in diverse profondita’ e dove la spiga ha incontrato l afalce il marrone domina.

Smagliature si diramano bianche sulle gote piu’ basse ed e’ difficile distinguere i sentieri dal crettar della terra rigonfia.

In ultimo la’, il fiume, che sembra immobile se non per le virgole bianche intorno a qualche masso.

Da qua non piu’ si vede il bagno dei bambini nella calma di insenature ne il colorar dio vesti che le madri sdraiano ad asciugar sull’erba.

Da qua solo il volo dell’aquila ed il silenzio spezzato dal suono del mio campanella ad ogni curva.

Sentieri che scendono dall’alto si immettono sull’asfalto, l’abbaiar dei cani a capre fuggitive, il profumo del riso, dei dolci caldi e polpette sfrigolano sull’olio mentre calderoni bollono su forni oltre la cunetta.

La strada e’ un palpitar di vita, perche’ e’ verde, perche’ ha fantasie arancioni e turchine dipinte sui lunghi scialli delle donne, perche’ dalle pareti di roccia sgorgano zampilli d’acqua e non rubinetti ma canne di bambu o larghe foglie ne fanno da cannelle.

E sciacquarsi sotto i rigoli che le pietre sudano e’ come un battesimo alla natura, la pelle dapprima rabbrividisce poi, sotto i raggi ancora caldi, si distende al tepore del mezzogiorno.

 

 

Capitolo XV

20 Ottobre 2006

Naudanda (400m)

Tre raggi spezzati!

Frenando ad ogni giro la ruota posteriore ragliava come un asino che impunta gli zoccoli ma alla fine eccola... salita dopo salita ho conquistato Pokhara distesa in un'ampia vallata.

Il centro e' gremito di gente, bancherelle ecarretti parcheggiano lungo i marciapiedi, insegne e pubblicita' sono sovrapposti come levoci e lo strombazzare del traffico. Passo passo spingo la bici fino al Bindya Vasini Temple... piu' frastuono di quanto mi aspettassi! Mille occhi che si incrociano e sul sorriso delle ragazze non piu' bionde spighe ma seta colorata, poi i negozzi, la folla che passeggia curiosa.

Bello certo... ma gia' guardavo alle montagne, la', oltre i palazzi, e mezza giornata di citta' mi era sufficiente.

Adesso Annapurna!

Marco (C.p.C.) mi ha consigliato un treakking fino al Campo base.

Apro la cartina, punto il dito sugli 8091 metri della montagna ed inizio a pedalare.

Torna il silenzio dei campi, il ruvido che spina sui monti, qualche moto sgassa veloce e dietro una curva, nella direzione opposta alla mia, un altro ciclista!

Germania, occhi azzurri, barba e capelli biondi si arricciano sotto l'elmetto.

Ha una mountainbike ben attrezzata, scarpe con attacchi e borse laterali...

ma pochi km alle spalle. La fidanzata ha caricato la bici sul bus e lo aspetta in citta': <>.

Quando gli dico che vengo da Bombay scoppia a ridere:

-E sei partito con una bici cosi' vecchia? Dove porti l'acqua ed il

cibo...?- Mi dice.

-Acqua di sorgente e prodotti locali... e la mia bici non e' vecchia!

-

Ribatto io. Poi guardando il mio "Macigno" colar ruggine da tutti i bulloni, i pedali che si inarcano sull'asse ed il borsone legato a corda che pende dal portapacchi rotto, aggiungo:

-E' solo vissuta... ma ha 3 settimane!-

Mi augura buona fortuna, faccio altrettanto e ritmando il cigolio della catena proseguo per la mia strada.

Nelle mail precedenti avevo parlato di monti... ma avrei dovuto dire "colline"!

Mio Dio! Non credevo d'esser solo al primo gradino!

Oltre questo verde scalare ecco comparire lontano un accartocciarsi di neve.

Ero ancora sui piccoli funghi ai piedi delle sequoie!

Ma il vero schioccare della meraviglia al rendermi conto che il candore velato di nuvole non erano vette ma solo pendici di una smisurata catena.

Annapurna himal!

Ora sono in un hotel a Naudanda.

Mi sono accordato con un ragazzo che mi accompagnera' in un treaking di 10 giorni fino al Campo base Annapurna.

Sembra un tipo im gamba: mi ha consigliato un magazzino per borsa e bici e del vestiario ma, prima di lasciarmi, dice:

-Scusami, non posso farti da guida, mi spiace... impegni e blabla blabla'.

Ma mio fratello e' a tua disposizione...- Guardo il nuovo ragazzo e mi vien da ridere: avra' tra 18-22 anni, parla un inglese che non capisco nula (ma forse solo perche' e' un po'

sbronzo) e

gesticola convulsamente con lo sguardo perso da sniffatore di colla!

<> Penso tra me.

-Ok- sorrido –Allora domani alle 07:00 qua difronte-.

 

 

Capitolo XVI

21 Ottobre 2006

New Bridge (1340 metri)

Diamine!!!

In che pardiso sono finito?

Un torrente pronuncia con insistenza i suoi gorghi colmi di ESSe, insetti (mi dicono) ripetono un'infinita sequenza di Ci, piu' di 200etri di roccia scendono in picchiata su questa Guest House dove stiamo pranzando ed alle mie spalle liane pendenti siintrecciano alle creste degli alberi.

Ma per raccontare delle cascate, dei sentieri scalinati di lavagna, del traballare dei ponti di corda... ci sara' tempo.

Chhomrong (2170 metri)

Laxman (BUki) e' il nome della mia guida, ha 21 anni e questa mattina eramolto piu' lucido.

Apparte la prima impressione credo di essere stato fortunato... e' un pazzo scatenato!

I una sola giornata abbiamo coperto 40 km, il doppio della norma (salendo e scendendo di 1700 metri!)... Non ho mai visto nessun altro saltare giu' per scarpate cosi' ripide ed arrampicarsi co tanta leggerezza, alternavamo un veloce passo alla corsa e le persone che superavamo avevano bocca spalancata e sguardo stupefatto.

Ma la sera precedente non mi ero sbagliatosui suoiocchi un po' persi:

ad

ogni "villaggio" infatti si fermava nei cortili di anziane signore a riempire sacchetti di marjuana, ne rollava un paio e poi, tranquillo e rilassato, ripartiva.

Io invece dopo solo un'ora di salita boccheggiavo... <

Saranno

anche 3 settimane che non cammino ma queti sono ritmi da maratoneta!

>>.

Non ho detto nulla. Orgoglio forse.

Fatto sta che dopo qualche ora le gambe mi si erano sciolte ed ero io a guidare la marcia.

Credo di essermi innamorato di questo posto, vi ritrovo le stesse emozioni dei sentieri gigliesi anche se qua ne ginepri ne rovi, ne viti o bacocoli ed il granito non scende in lastroni scintillanti... tuttavia la pace e l'armonia e' la stessa. Il Giglio e' solo un'onda confronto a questo oceano, ma nelle greppie che scalinano gli scoscesi pendii, nelle pietre levigate da generazioni che hanno fatto di un'impervia terra la propria casa, nella limpidita' dell'azzurro, in tutto cio' ritrovo il medesimo cuore.

Questo primo giono di "treaking" si chiude qua, nella Guest House Chhomrong.

Fuori piove anche se le nuvole galleggiano piu' basse del tetto.

Lungo il cammino abbiamo incontrato numerosi gruppi ed adesso siamo tutti

qua: irlandesi, inglesi, tedeschi, francesi, israeliani, cinesi... ed un italiano.

Buki che cerca di vendere la "roba", una radio suona dolce al tintinnio sul pergolato, io che ripenso ai passi degli sherpa sotto 30kg di

bagaglio: in

ogni cosa vedo la firma del sudore perche' dove gli zoccoli dei muli non possono giungere la volonta' dell'uomo arriva.

Alessandro

22 Ottobre 2006

Dovan (2286 metri)

<

ha odore di neve

e scendero' lieve

anch'io come lei...>> Cantava Raf.

Mattino... il sole e' un postino che suona le sue corde nelle fessure della finestra ed allo spalancar della porta lettere bianche sono state consegnate sule vette.

Neve!!!

L'aria frizza limpida, il terrazzo si affaccia su una foresta adesso immensa senza nebbia e tutti stiamo a bocca spalancata sul nuovo scenario.

Nel

piccolo zaino solo il saccoa pelo, T-shirt dio cotone, maglia, felp[a da ciclista e giacca gia' le indosso, cosi', guardando le mie scarpe da corsa di tela lacera mi rendo conto che parto decisamente impreparato per un treaking a 4100m.<> penso fissando i giganti bianchi che forano l'azzurro.

La colazione e' bollente ed a scaglioni pian piano gruppi si avviano:

capienti zaini, vestiti "the North face", scarponi e racchette...

Buki ed io si parte per ultimi ma in un'ora siamo gia' in testa.

Ho le gambe legnose e non mi piace il passo che teniamo: 10 minuti di cammino rapido e 20 minuto di sosta per rollare una canna!

-Oggi non si puo' camminare quanto ieri- mi spiega –sopra i 2000m si deve salire gradualmente-. Ma nonostante questa "accorta" affermazione in sole 4ore eravamoa gia' a Dovan (2286 metri!).

Durate una scalata nasce un feeling particolare tra treakers: e' un continuo superarsi, rincontrarsi, condividere tazze calde di te' seduti su un'unica panca.

Adesso fuori piove... ed e' strano che dopo 3 ore ancora non accenni a smettere. Io sono imballato tra sacco a pelo ecoperta, mi sento strano, qualcosa non va.

Man mano che gli altri ragazzi raggiungono la Guest House passano dalla mia "stanza", che con bollenti bevande al limone, chi con medicine e con librida leggere.

Forse mi ha fatto male il cibo, forse l'acqua... non ho diarrea ne febbre ma sento lo stomaco gonfio come avesi mangiato uova bollite e lievito di birra.

Buki siede al bordo della brandiana:

-Tieni- mi dice porgendomi marjuana –questa ti fara' passare tutto.- -Ma vai a quel paese- gli dico in italiano –te e la tu'erba! ...

Thank's but

for the last time: I don't like smoke!-

 


Capitolo  XVII

23 Ottobre 2006

Machhapuchhre Base Camp (3700 metri)

Questo mattino stavo meglio!

-Probabilmente e' stato un problema di altitudine... forse sei salito troppo

velocemente.- Mi sorride Dana, una irlandese dai fulvi riccioli.

-Si, credo anch'io.- Rispondo.

Si riparte.

Fa un freddo polare e neanche a salire queste scale grattacielo ci si riscalda.

Adesso impongo io il ritmo: passo lento, costante e senza soste.

Non importa che sia gelo, che le dita perdano sensibilita' o che le gambe accusino fatica, ogni metro percorso da un'emozione cosi' forte che scrivere non basta, vorrei tornare su questi sentiericon amici, magari con una ragazza... Veramente, per quante descrizioni riesca a fornire, nessuna si avvicinera' alla palpitazione di sedersi su una roccia e perdersi tra cascate, alberi ed il riluccichio della neve che diventa un'iride dio ghiaccio.

Nell'attraversare hotel e lodge bambini intonano canti dolcissimi di ben venuto, un tamburo ritma le acute melodie e collane di fiori arancioni sono il ringraziamento per qualche Rupia.

E poi i terrazzamenti che si imbrigliano in scalini a spirali e salgono e salgono e la sera piccoli casolari brillano al lume di una candela nell'oro delle risaie: <

isolato che un soffio e' l'unico interruttore al buio totale...

>.

Man mano che i picchi si tuffano nel blu una schiuma bianca fa risacca e solo al mattino lo smeraldo traspare rendendo minuzioso ogni dettaglio anche da questo verde fondale.

Sara' il dolce della cioccolata calda, sara' la stufa che sotto la tavolata unisce tante persone in un'unica famiglia, o forse sara' che fuori dalle pareti vetrate tutto e' zucchero ed oggi fiocchi di neve ci onorano con il loro danzare... ma tutto sembra trovare un equilibrio spirituale in ogni dimenzione della realta'.

Le montagne sono mazzi di carte che scozzano le loro sezioni per obliquo, cosi' muschi e peli d'erba son calli di marinai e cascate come code di cavallo sparecchiano lep areti piallandone la pelle.

Torrenti improvvisi risorgono dall'intrecciarsi di radici e pietre, dita nodose hanno per unghie specchi di ghiaccio, il naso respira rosso sopra la barba gelata i mille odori che camminano lenti a queste temperature.

Alessandro

24 Ottobre 2006

Annapurna Base Camp (4100 metri)

<>.

Dame Freya Stark

Nella notte il termometro e' sceso sotto lo zero!

Due/tre brandine per camera distribuite pochi centimetri l'una dall'altra, niente elettricita' e si procedeva a tastoni per trovare il letto.

L'aria secca e le pareti erano dei sottili timpani che ampliavano ogni sospiro delle stanze accanto.

Ancora una volta non so' spiegare la ragione ma nonostante fossi rannicchiato a bruco nel sacco a pelo con i palmi intorpiditi, stampato sul volto mi brillava un sorriso da re.

La sveglia ha suonato alle 05:00!

Il firmamento era accapponato di stelle, i monti in basso confondevano le ombre mentre la neve, su per le vette, brillava di luce propria... e tra muchio e borotalco tutto sembrava un presepio.

Il torrente era chiacciato ma sottili rigoli riuscivano a pattinare sulle lastre producendo un fruscio ovattato.

L'erba si acconciava in rasta gelati e, mentre il cielo impercettibilmente perdeva le stelle, un pennello colava un tuorlo di luce sulle creste.

Le ragazze son talmente belle con le gote arrossate dal gelo e le labbra piu' sensuali quando soffiano su una tazza fumante di calore...

Ho appena terminato colazione al Campo Base: tende, neve, dalle tegole stalagmiti... un ultimo sguardo che a minuti si riscende!

Alessandro

...cara la mia mamma:

durante il cammino incontro persone di ogni nazione ed eta', ognuna con differente andatura porta a spasso occhi orientali, lentiggini irlandesi o treccie israeliane.

E quando parlo con una signora della tua eta' si fa sempre piu' forte l'idea di portarti qui.

Credo ti picerebbe... e vedresti con i tuoi occhi le migliaia di cose che sfuggono alla mia penna: dai ciuffi d'erba chele guide intercciano per appiglio nelle salite al luccicare dell'alluminio delle stoviglie che riflette le nuvole asciugandosi sui tetti.

Se dico <>, <> e poi << nudi piedi nei sandali>> probabilmente a te arriveranno solo immagini separate.

Ma per i sentieri del Nepal questa e' una realta' "unica" dove, sotto panieri di vimini tintinnanti, charpa trottano instancabili cosi come le minute donne dalla forza del bamboo.

Vedi mamma, la parola <> si posa su tutte le vette ma ogni cima ha un'identita' unica, come unici i colori che vi si spezzano e gli odori riflessi nelle luci... bisogna scoprire con i propri sesi cio' che nasconde <>.

Alessandro

Guest HOuse "Bamboo"

Il 4' giorno di treaking finisce qua, a 2300 metri di altezza.

Nuovamente un fitto di alberi, liane, calsamaglie verdastre sopra corteccie ed il fogliame riappare su un percorso molle per lo sciogliersi del ghiaccio.

Il torrente galoppa.

Dagli strapiombi ragnatele d'acqua venano bianche le crepe dei lastroni.

Una forza primordiale ribolle, urla nel desiderio di vita.

 

 

Capitolo   XVIII

25 Ottobre 2006

Tadapani (2590 metri)

Quanto velocemente cambia il paesaggio in un "solo" giorno di marcia!

Il sole brucia nuovamente di calore, il cielo e' un enorme ascensore e la miamaglia un cerotto sulla testa della collina.

Sdraiato sull'erba fisso le uvole a torso udo e all'arpeggiare dellachitarra una canzone francese si scioglie nell'aria.

Attorno all'hotel altre persone riprendono fiato mentre le monagne guardano soddisfatte il loro operato.

Le Guet Houses rassomigliano alle baite, offrono vitto ed alloggio a prezzi economici rispetto all'Europa (una camera 100RS, cioe 1 Euro) e lungo il sentiero sorgono fitte come funghi.

Trai fabricati bancarelle di collane, anelli e vestiario colorano i lastricati delleviuzze, piccoli orti verdeggiano di lattuga e erbe amare mentre galline scorrazzano in iberta'.

-Hello.hello....come in... seat lease...- squilla una voce dal buio di una porta.

IL basso tetto di lastre di lavagna (?) e' annerito dal fumo ed un forno di terracotta (?) schioppetta brace e cenere sul pavimento.

Ua donna armeggia sul fornello il nero d'una pentola.

-Ti piace la cucina nepalese?- Mi chiede. –Vuoi assaggiare dei momo o della carne di bufalo?- -Perche' no...- Rispondo.

Appese sulla bocca del forno strisce di carne secca (affumicata?).

Ne prende una e sminuzzata la getta in padella.

Qualche boccone rotola a terra ma nulla sfugge al suo sguardo attento... e lo rimette con gli altri.

Il piatto sipresenta scuro, tozzi di carne sono amalgamati da olio e spezie che non riescono ad ammorbidirne la gommosita'.

Da provare... magari con un anti-diarroico a portata di mano. Per qualche giorno andro' aventi a Dal-bahat (riso bianco da cospargere di salse vegetali)!

 

26 Ottobre 2006

Ghorepani (2750 metri)

Ci sono persone speciai che si incontrano solo in viaggio e che danno un senso diverso ai giorni successivi.

Il domani iniziera' sul colle a 50 minuti di cammino, perche' l'Aurora la'

e' una principessa che strizza l'occhio e vola via.

 

27 Ottobre 2006

Tatopani (1190 metri)

I rumori del risveglio si muovono negl'hotel tra cigolii, tochi d'uscio e le voci delle guide (o portatori) che invitano i traekers a prepararsi.

Non sono ancora le 05:00 che uno sciame di torcie si fa breccia nell'oscurita' del sentiero.

Il cielo! Le stelle risplendono come falo sbriciolando brace a manciate confuse, sono infiniti fari che segnalano porti lontani.

Scalando le ombre de colle null'altro che silenzio... ma un silenzio magico, che la nostra "civilta'" ha perso affogandolo in impercettibili brusii elettrici.

Camminare nell'oscurita' mi affascina molto, il respiro s'affanna nella ripidita' ed un forte legame si crea con le persone che precedono e seguono.

Non ne vedo i volti, solo sagome, e nel buio avanziamo insieme verso la stessa meta: l'Alba dal colle!

25 minuti e sono il primo ad arrivare. 3100metri!

La torretta e' alta circa 40 piedi, una catena montuosa s'erge a muraglia ma solo il bianco delle creste si distingue dal nero comune.

Nell'ora successiva il serpeggiare delle altre luci sfocia in una guazza di brusii. 100 e piu' sguardi sono fissi nell'orizzonte, flah scattano sui futuri ricordi, io tremo e, mentre tutto rischiara, attorno lo spazio riempie i polmoni, il ghiaccio lucida l'erba e una scorza di mandarino stilla miele a grandi goccie.

Il freddo fa tremarenel brodo indistinto di colori mi par d'essere sul traghetto delle 06:00... e ricerco il mare, la sua linea netta d'azzurro, la', dietro gli scogli...

Poi il sole sorge, prima rosso sulla neve, poi uno schiaffo che s'abbatte sulla guancia.

Non e' il Giglio quella collina, non e' sangue questa crema... Giota e' di Atene e viaggia sola; sulle spalle uno zaino grande come due ali ed a questo bivio gira per Pokhara, io per Tatopani.