Nuova guerra e nuovo pacifismo

 

 

 

    Sta ormai già agendo una nuova percezione del conflitto e degli assetti su cui ci eravamo accomodati o situati come singoli, società civile, comunità democratica occidentale, movimenti e culture. Almeno dalle apocalissi dell’11 di settembre dell’anno che finisce su Manhattan e su Washington. A distanza di mesi siamo ancora – e lo resteremo per chissà quanto – all’interno di uno shock da evento globale e assoluto che ci costringe a una riflessione continua che la risposta dell’iniziativa di guerra non fa che rendere più preoccupata e necessariamente responsabile.

    “Ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta?” si è chiesto nella sua omelia per sant’Ambrogio il cardinal Martini nel duomo di Milano. Ebbene, senza nessuna necessità di rimuovere l’entità e il pericolo del nuovo terrorismo internazionale islamista e fondamentalista, ormai globalizzato, nessuna seria interrogazione etica può fare a meno di allertarci sugli scenari possibili di questa nuova e strana guerra con obiettivi, tempi e scenari potenzialmente illimitati. Neppure dopo questi primi mesi e la rovina del regime sanguinario dei Talebani, che sembrano solo essere un prologo, con le caratteristiche già conosciute delle guerre in parte per procura, di numerose perdite civili, di profughi, di bombardamenti massicci e di città “liberate” che appaiono nelle televisioni satellitari solo come cumuli di povere macerie.

    Siamo di fronte a una nuova guerra, e conseguentemente a una nuova percezione della società globale del rischio, questa sì spesso e facilmente rimossa, almeno in passato. Già dopo la fine del secondo conflitto mondiale le guerre locali e regionali successive erano state classificate come postmoderne dagli analisti militari, guerre comunque sovradeterminate dal conflitto e dall’equilibrio del terrore nucleare denominato, a partire dal 1947, col fortunato termine di «guerra fredda». Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito, dalla guerra del Golfo a quella dell’ex-Jugoslavia, passando per stragi e conflitti meno conosciuti, non tanto a guerre locali residuali ma a guerre postnazionali e transnazionali, tipiche di un’ epoca di globalizzazione non solo economica e finanziaria. Sono andate via via divenute meno convincenti le guerre giuste, necessarie, umanitarie, non solo, ma anche quelle di liberazione e separatiste che consentano il terrore verso i civili, nella coscienza comune. Il conflitto pluridecennale israeliano-palestinese è stato lasciato impazzire, diventando quasi un prototipo della guerra permanente e della perdurante realtà di come la violenza ecciti la violenza.

    Ora questa nuova guerra, questa guerra duratura, non è un film già visto, né da chi ha l’età per ricordarsi del Vietnam né da chi pensa alla vicenda più recente del Kosovo. Questa guerra ha un teatro potenzialmente illimitato, dall’Iraq al Sudan, dalle Filippine al Kashmir, dal Medio Oriente all’Asia centrale, sino alla Somalia. Lo stesso direttore della rivista di geopolitica “Limes” ha paventato il rischio di una guerra globale permanente, se solo si allarga il teatro delle operazioni militari. In una prolusione pubblicata sul fascicolo di “Micromega” dedicato in gran parte a guerra e globalizzazione, Jürgen Habermas paventa la possibilità, sia pur remota, per adesso, che il diritto internazionale divenga senz’altro diritto penale militare. Difficilmente si può ritenere che la guerra postnazionale sia più la continuazione della politica con altri mezzi. La novità dei caratteri della guerra dovrebbe aiutarci anche a non servirci più di vecchie “categorie-zombie” per interpretarla. Né serve in alcun modo interpretare questo nuovo terrorismo come scontro di civiltà o come fosse quello ideologico (europeo e italiano) degli anni settanta. La destra internazionale e quella locale degli stati-nazione è da sempre per la chiusura autoritaria dei conflitti, non si capisce perché la sinistra debba accettare, sia pure con i distinguo, qualcosa del genere, tanto più la sinistra europea. La sinistra politica italiana è a un tracollo storico anche perché attaccata alle vecchie culture politiche. Quello che resta del centrosinistra non riesce a ricollocarsi all’opposizione. La disponibilità alla “bipartisanshep” sul dispositivo di guerra per l’intervento del nostro Paese è incomprensibile moralmente e politicamente sbagliato.

    Quello che in Italia e in Europa, soprattutto, ma non solo, si sta sviluppando, è un nuovo pacifismo, niente affatto rètro o stile anni cinquanta (quello che faceva lauti sconti all’egemonismo del blocco sovietico). Quello che si sta sviluppando è un nuovo pacifismo, che viene dopo il pacifismo religioso, ideologico, filosofico, giuridico, persino dopo quello politico. Naturalmente portando tracce delle culture passate. In questa sua novità il pacifismo della nuova modernità o della postmodernità, se si vuole, ha la sua possibilità di allargarsi e crescere, di diventare difesa della qualità della democrazia, riflessione etica profonda sulla difesa dell’ecosistema terrestre, genere umano incluso, etica della responsabilità per le generazioni future. Pacifismo di coscienze e movimenti che avanzano la necessità concreta e utopica assieme di nuovi assetti democratici del mondo della tardomodernità, necessità della democrazia postnazionale e cosmopolita, necessità della giustizia globale (sociale e dei diritti).

 

 

 

 

 

                                                 L’OPPOSIZIONE

 

 

    Il sogno di governare senza opposizione (al massimo una opposizione di comodo o parolaia) è destinato a naufragare, già in questi primi mesi di governo dell’anomalo centrodestra all’italiana. I tre filoni della protesta del movimento dei social forum, della FIOM e della CGIL che hanno preso atto della fine della concertazione e dell’illusione del riformismo dall’alto e del movimento democratico degli autoconvocati sui temi della democrazia e della legalità, stanno forse per saldarsi. Tutto questo non configura affatto una ripresa del conflitto incompatibile per un paese europeo, democratico, normale. E’ singolare leggere sulla grande stampa non ancora acquisita alla multiproprietà mediatica del presidente del Consiglio la propaganda della teoria che un paese moderno e globalizzato non ha bisogno di questa sinistra, anzi non ha affatto bisogno della sinistra, andrebbe forse bene una sinistra residuale e accomodante facile da cooptare nel quadro delle necessità del neoliberismo.

    Le vecchie e storiche classi dirigenti italiane hanno spesso manifestato una pulsione al regime, anche nella forma di una democrazia bloccata e autoritaria. Il modello di più modernizzazione e meno democrazia è uno dei tratti storici che si ripresenta spesso sulla scena moderna del politico. L’occasione di una chiusura autoritaria del conflitto è amplificata dal clima creato dalla guerra globale permanente in atto, che a breve rischia di entrare nella fase successiva e ulteriore. Nella società del rischio, sosteneva il sociologo tedesco Ulrich Beck già nel 1986, pensando soprattutto ai rischi globali dell’ambiente, il pensiero democratico è di fronte a sfide completamente nuove: “La società del rischio ha insita una tendenza ad un “legittimo” totalitarismo di difesa dai pericoli, che, partendo dal diritto di evitare il peggio conduce, com’è fin troppo noto, al “peggio ancora”. Gli “effetti politici collaterali” degli effetti collaterali minacciano l’esistenza di un sistema politico democratico che si trova davanti al dilemma o di fallire di fronte ai pericoli prodotti strutturalmente, oppure, servendosi di “sostegni” autoritari e repressivi, di sospendere principi democratici fondamentali”.

    Il bilancio degli anni ’90 è ancora da fare, da pensare, e certamente non è semplificabile. In ogni caso è crollato da quasi dieci anni un regime politico autocentrato, a tassi insostenibili di corruzione e illegalità, quando non di concezione e pratica criminale dell’agire politico, ed è iniziata una lunga transizione che è andata via via ad impantanarsi. Studiosi della politica come Gianfranco Pasquino e Sergio Fabbrini hanno parlato di riformismo senza riforme o al massimo di riforme senza riformismo, in ogni caso di cambiamento politico senza trasformazione istituzionale, e tutto questo dà il segno dell’instabilità della situazione italiana, a livelli di guardia che ne fanno spesso oggetto di monitoraggio preoccupato in Europa e non solo.

    Non si tratta di strillare al regime, naturalmente, ma i fatti di Genova del luglio dello scorso anno cos’altro sono stati se non una prova di regime, per quanto fallimentare? Gli atti del governo Berlusconi sono andati rapidamente nella direzione della difesa dei corposi interessi del premier, nell’attacco al sistema dei diritti sociali del lavoro, nella privatizzazione della scuola e della sanità, nella liberalizzazione delle impunità più varie (rogatorie, falso in bilancio, diritto europeo, ambiente), nel pugno duro contro i migranti, nell’attacco all’indipendenza della magistratura, e più avanti, probabilmente, nello stravolgimento costituzionale.

    Che i rappresentanti delle vecchie leadershep della sinistra politica e dei democratici centristi stiano annaspando lo vedono tutti, non hanno voluto e saputo ragionare sul dopo 13 maggio, sul dopo Genova, sul dopo 11 settembre. Si sono illusi di essere classe dirigente. Non hanno rinnovato le culture poliche, hanno riproposto disquisizioni ottocentesche tra riformismo e massimalismo, vanno tuttora discettando tra il raccordo dell’originale riformismo del PCI degli anni ’70 e il lato migliore del riformismo del PSI degli anni ’80, come propone seriamente il professore Beppe Vacca. Il declino dei DS e le liti in quello che resta del centrosinistra non sembrano accidentali, forse non avranno un esito felice, per nessuno. Ripartire da un patto per l’opposizione è doveroso ma non è sufficiente a prefigurare nuovi progetti e nuove leadershep. La traversata del deserto sarà lunga, meglio attrezzarsi.

    Ora il ceto medio riflessivo, come lo definisce lo storico Paul Ginsborg, l’intellettualità diffusa, la società civile di sinistra, se vogliamo, i democratici senza troppe appartenenze, si autoorganizzano e marciano per la democrazia, a difesa dello stato di diritto. Il cosiddetto movimento no-global si diffonde a rete, si è speso nel nuovo pacifismo, nella difesa dei diritti dei migranti e della prospettiva multiculturale, nella globalizzazione della solidarietà e dei diritti, nel riaffacciare ostinatamente una utopia democratica e possibile, cosmopolita e non organicista, dopo il Novecento, che tiene conto di una dimensione planetaria delle contraddizioni a cui è stata spesso molto al disotto la subpolitica che ha affascinato per anni la nostra angusta sinistra politica.

 

 

                                                                                                  Silverio Tomeo

 

(per il nuovo Quotidiano di Puglia)