(*)
Chi siete che chiamate da
lontano
muti con sbigottito sentimento
e in abbattuto e silenzioso vento
senza voce il mio nome pronunciate?
Cosa volete e che cosa
gridate
e cosa muore nel remoto accento;
chi, con appello muto, che già sento
che le ossa dalla pelle mi schiodate?
I denti sanno di voce gelata,
la lingua morta di
mortal spavento,
e il cuore sa di polsi ammutoliti.
La pelle il toro ha tutta insanguinata,
riga il mare il secco mare del pianto…
…quelli che mi chiamavano, fuggiti!
(*) Da TORO NEL MARE (Elegia su un atlante perduto)
i fiocchi su di te delle due vele.
O se di seri gelsomini, a stele,
di occhi dolci, celesti, scivolati.
O se di cigni su di te cagliati,
del cristallo spremute caravelle.
Se di luna senz’alba quando svelle,
o se di marmi muti, disgelati.
Ara del cielo, di cosa sei quindi,
se di marmo liquido d’alba e piuma,
se di piuma d’arcangelo e di fiori.
Chiusa e fiorita di giardini lindi,
lacustri, di dorata e verde spuma,
d’avorio nasci e nell’avorio muori.
Ferita, sopra un toro scatenato,
salta la notte che percuote il mare.
Dov’è che sei, se in mare sta a bruciare,
giustiziere, il mio cane decollato?
Sugli scogli l’aurora ha
frantumato
la fronte e il vento la salpa dal mare.
Dov’è che sei, se all’alba la bandiera
è a lutto e il toro ormai disancorato?
Prendono il mare le isole a
scavare
di sangue il dorso delle onde rigate,
dalle armi sue a strapparti, viva o morta.
Che estranea tu, mentre cuci il mio cuore
al grembiule di rive desolate,
col tuo mastino a lato, tutta assorta!
sospesi a gelide finestre, chiari,
i mattini si tingono per l’aria
di lacci bianchi, verdi e di carminii.
Un vago volteggiar di serafini
attorno alle galanti, api solari.
Una pioggia di mele sopra i mari,
ruotando tra allertati gelsomini.
Tuniche al vento e di bolina
vele
inscrivono ali bionde nel sud chiaro.
E nell’acqua capelli, fiori, piume,
alla deriva corrono leggere,
fuggendo, verdi, gli ordini del faro,
ornando la tovaglia delle spume.
…calzò di vento…
Góngora.
Biondi, lucidi seni di Amaranta,
limati da una lingua di levriero.
Portico di limoni, dal
sentiero
disviati che alla tua gola monta.
Rosso, un ponte di riccioli
sormonta
il volto e incendia i tuoi ondulati avorii.
Morde e ferisce dei denti il biancore,
curvo, per aria, ti innalza nel vento.
Solitudine dorme in ombratura,
calza il suo piede di zeffiro e scende
dall’ alto olmo al mare della pianura.
E il corpo in ombra, oscuro, le si accende,
e gladiatrice, come brace impura,
tra Amaranta e il suo amante si distende.
IL TERRORE E IL DELATORE
1
Tener sveglio l’udito ormai appannato,
e il sangue, privo di sonno,
risuona,
muore di un dubbio che il guanciale piano
riempie d’uno spavento sterminato.
Denuncerai se fossi torturato,
se una raspa di vetro, sale e rena,
in notte di giudizio e appello vano,
ti mordesse la lingua interrogata?
Fratelli, che terrore se pronuncio
solo un nome mentre il cuneo si stringe
sui polsi stretti e la ragione stessa.
Già il pensiero di me che vi denuncio
mi strappa le unghie alle radici, spinge
e sconvolge e scardina le ossa.
2
Non lo dirò, no, mai! Ma se lo dico,
non incolpate la lingua ma il vero
tormento che avvelena il mio pensiero,
che col dolore discioglie il nemico.
Se un silenzio di morte sarà amico,
muto nel sangue sino in fondo, è vero,
non incolpate la voce ma il fiero
strappo di vene, senz’alveo, vi dico.
Né il delirio che ignora quel che afferma,
né il segreto espropriato alla pazzia,
né la farneticante confidenza
la pena capitale poi conferma.
Non lo dirò! Ma la tortura mia
sarà questo mio stato di coscienza.
IL
CANE RABBIOSO
1
Mi vengano le pulci ad infettare
con il sangue dei cani più rabbiosi,
mi rendano i canini velenosi,
l’uomo in me
si può pure strangolare.
Né l’odio né la furia stia a celare
quanto pungenti e come perigliosi
sono i miei seri slanci rancorosi
senza polsi a frenare e regolare.
Questo è il tempo di mordere a dentate,
ficcando le gengive tutte intere,
con la mia rabbia contagiare a morte.
Contorcendosi, guarda, inoculate,
dei giorni maledetti urlano le ore,
per azzannarle, Tempo! ed azzannarti.
2
Morso al tallone, il soldo dei dannati
ruota nella sua stessa sepoltura,
con la Chiesa e la fame, l’impostura
di militari giudici e magnati.
Morsa per i medesimi tracciati
va la famiglia, piaga che suppura,
in una febbre lunga che perdura,
sugo di fogna e immondezzai infettati.
Sa di rabbia, saliva, gente secca,
contamina col fumo velenoso
la luce che defeca, toglie il fiato.
Il cadavere del Tempo si rinsecca,
uno sberleffo vedo spaventoso,
rotta una gola, un piede morsicato.
LA RIVOLUZIONE E LA GUERRA
Non son passi confusi, chiaramente
si vede, in fretta, che li sta ordinando,
distribuendo al buio, calcolando,
qualcuno che lo pensa lungamente.
Risuonano. Ascoltate. Torvamente,
che maschera d’odio li va guidando,
consentendo, ingannando, sotterrando,
dov’era pace
libera e operante?
L’aria è di pus, i boschi son fanghiglia
di tronchi e teste a pezzi distaccati,
è fossa il mare e collera la terra.
Ma tu sola tra i morti sali sveglia,
unica sollevando alti i caduti,
Rivoluzione! A uccidere la guerra.