Congresso 2000 dei Democratici di Sinistra
(per il Quotidiano di Lecce)
Presentato da Giorgio Ruffolo, fine intellettuale della ex-sinistra
socialista, il “Progetto per la sinistra del 2000” costituisce il
documento-base per il congresso di gennaio dell’anno prossimo dei DS, partito
dalla grande responsabilità di governo ma dal gracile corpo se è vero che da
dopo le elezioni europee è quotato dal 15% al 18% nei sondaggi elettorali.
Naturalmente lo sforzo è quello di pensare “in grande”, anche se di norma è più
facile farlo con un corpo più robusto. Il documento è fatto proprio e
ampiamente citato dalla mozione di maggioranza che è però il vero documento
politico, di impronta veltroniana e con più di una novità, prima fra tutte
l’opzione per il rilancio dell’Ulivo inteso come soggetto politico del
riformismo democratico in Italia.
In un
testo-chiave pubblicato dieci anni fa Richard Rorty scriveva: “Chi sta cercando
di aggiornare e riscrivere il classico progetto socialdemocratico di
uguaglianza tra gli uomini, che i suoi nonni redassero intorno alla fine del
secolo scorso, non sta avendo molto successo”. Il filosofo americano, che si
compiace di appartenere a una cultura postmetafisica e posfilosofica, utilizza
poi altrove il termine socialdemocratico, ma nell’unico senso possibile:
depotenziato, secolarizzato, legato alla storicità del “noi socialdemocratici
occidentali del XX secolo”, assieme ad altri numerosi “noi”, perché molte
appartenenze e identità aiutano ad uscire dalle appartenenze storicamente
appesantite. Ora, dieci anni dopo l’89, nessuno è riuscito a riscrivere il
vocabolario della socialdemocrazia, al di là dei successi e degli insuccessi
della sinistra rifomista europea, neppure è certo o necessario che il prossimo
sarà “un secolo socialdemocratico”. Si tratterà di vedere sino a che punto globalizzazione e processo democratico
andranno d’accordo, ad esempio.
Il
progetto 2000 dei DS ha in parte consapevolezza di ciò, si tratteggia in
termini nuovi la lotta per l’eguaglianza, per un nuovo ordine mondiale
multipolare e improntato a un nuovo internazionalismo dei diritti umani, della
democrazia, della regolazione dei mercati, dell’utopia sovranazionale e
cosmopolita della pace, dell’Europa democratica, della cittadinanza globale.
“La sinistra riformista sostiene fino in fondo il pluralismo etico come valore morale
e come ricchezza sociale. Ciò non ha nulla a che fare con il relativismo
etico”, si afferma in un passo. Ma questa diffusa polemica contro il
“relativismo etico” non è un di più, qualcosa da enciclica papale? C’è poi come
un eccesso di argomentazione dialettica piuttosto che analitica o
interpretativa, con ottimismi sulla crescita economica e il decollo del Sud.
Nel documento non manca una retorica progressista edificante, fumosità
sociologiche sulla qualità sociale, cose già scritte e sentite riassemblate
assieme con cura e con il bilancino, per non urtare nessuna delle aree
culturali del partito. L’agenda 2000, la parte finale del progetto, è un utile
riassunto di tutti gli standard europei che il Paese farebbe bene a
raggiungere, oltre i parametri e il vincolo europeo dell’euro.
L’affermazione che il merito storico della prima Repubblica starebbe
nella classe politica (governo e opposizione) uscita fuori nel secondo
dopoguerra che ha garantito la ricostruzione prima e poi lo sviluppo economico
è di una sciatteria pericolosa perché poi si aggiunge che negli ultimi decenni
grossa parte di quella stessa classe dirigente e di quella classe politica
selezionata in quel sistema bloccato ebbe poi a degenerare, ma senza troppo
spiegarlo. Viene quasi minimizzato il fallimento delle riforme istituzionali
che ha lasciato senza approdo la confusa transizione italiana, cosa meglio
presente nella mozione pro-Veltroni. Il bipolarismo come democrazia competitiva
è di là da venire, così come il monocameralismo, il federalismo, l’elezione
diretta del governo, la fine del ribaltonismo e del trasformismo. Come in una
specie di gioco dell’oca siamo tornati alla riforma della legge elettorale. Si
afferma che nei nostri anni si sta chiudendo un’epoca storica, lasciando un grumo
di problemi irrisolti, quella della Repubblica nata dalla guerra, dalla fine
del fascismo, dalla Resistenza. Ma anche quella della Guerra Fredda, del
conflitto ideologico, della selezione della classe dirigente per apparteneza e
fedeltà piuttosto che per meriti e per capacità, o no?
Per “noi
democratici e riformisti”, per “noi ironici liberali”, ci sono anche spunti
molto interessanti e numerosi per il dibattito pubblico nel progetto 2000 dei
DS. Ad esempio sulla riforma del modello di stato sociale, sulla
delegificazione e sburocratizzazione, sul rapporto tra etica e politica e sui
valori della sinistra, sulla cultura di un nuovo riformismo, sulla necessità di
governare le grandi trasformazioni, sull’europizzazione della cittadinanza,
sulla democrazia dell’inclusione. D’altra parte il progetto si presenta aperto,
mentre la mozione politica si presenta stringente, e questo è normale. A
proposito, qualcuno ricorda più la proposta di programma a cura di Michele
Salvati e poi quella di Alfredo Reichlin? Sarebbe anche bello che l’altra
sinistra, la sinistra antagonista, dove è pure presente un’ala pensante e
responsabile, si preoccupasse per tempo di come meglio collocarsi a sinistra
del centro-sinistra, magari con il solo prezzo di una piccola perdita nella sua
sinistra interna, chiarendo i punti programatici di una possibile intesa,
giusto per tentare di evitare di contribuire a spianare la strada al
centrodestra all’italiana nelle prossime competizioni elettorali.
Il dibattito congressuale dei DS entra ormai nel vivo, ora a fronteggiarsi per il congresso di Torino del gennaio 2000 restano le due mozioni, quella di maggioranza con Weltroni primo firmatario (e preaccordo con D’Alema) e quella di minoranza che naviga sul 20%, mozione firmata da Tronti, Terzi, Sabattini, Tortorella, Cantaro e altri. La mozione politica di minoranza è quella della “Nuova sinistra” dei Ds, come si chiama adesso la sinistra interna dei democratici di sinistra. Il “progetto 2000” di Ruffolo è già quasi dimenticato o comunque non preso sul serio: voleva essere il programma fondamentale del partito ma è piuttosto un fritto misto di cose già sentite e riciclate, assemblato con cura ma indigesto e inconcludente.
Sull’asse della mozione Weltroni che, nonostante ripetizioni, debolezze e buonismi, costituisce l’unica novità dei documenti congressuali, è inevitabile che si collochino visioni eterogenee: gran parte degli ex-miglioristi, gli ulivisti, la piccola pattuglia degli ex-comunisti unitari con il placet di Salvi che cerca un suo spazio proprio, i dalemiani di ferro che non sono neppure disposti a prendere sul serio il nuovo segretario, Beppe Vacca che si autocandida a segretario pugliese ma viene osteggiato dagli strateghi del ribaltone brindisino, comunque sia il grosso dei DS. C’è – come dire? – un’aria di vecchia socialdemocrazia in giro. La stessa mozione della “Nuova sinistra” (niente a che fare con la nuova sinistra degli anni ’60 e ’70) potrebbe meglio chiamarsi “vetero-socialdemocrazia”, ad esempio, per come insiste sulla frazione più nostalgica del socialismo europeo, per l’idea di classe del blocco sociale, per l’idea identitaria dei partiti e della sinistra, per la diffidenza verso il maggioritario. La mozione pro-Weltroni, in un passaggio esplicitamente autocritico sugli esiti striminziti della politica diessina degli ultimi anni, riconosce che “contrapporre l’idea della sinistra a quella dell’Ulivo è stato ed è un errore esiziale. Fa perdere la sinistra e l’Ulivo. Non esistono scorciatoie. No. Il nuovo Ulivo, il grande Ulivo nasce solo da una battaglia politica e ideale che spinga tutti a fare un passo indietro rispetto al territorio conquistato, in nome di un’idea comune, attorno alla quale diffondere motivazione ed entusiasmo”. Rilanciare allora un processo costituente della coalizione democratica e riformista è quanto resta da fare.
In Italia
si era avviato un dibattito assai fumoso sulla “terza via”, intesa come
qualcosa che vada al di là della vecchia socialdemocrazia e del neoliberismo e
del fondamentalismo di mercato. Se si va a vedere il testo del ’98 di Anthony
Giddens sulla “Terza via” (il Saggiatore, 1999, con prefazione di Romano
Prodi), il sociologo-guru del New Labour di Tony Blair, si legge un convincente
profilo della socialdemocrazia classica o vecchia sinistra, quella che
appartiene al mondo bipolare, cioè al passato. In sintesi: intervento pervasivo
dello stato nell’economia e prevalenza sulla società civile, gestione keynesiana
della domanda in accordo col neocorporativismo sindacale, forte egualitarismo e
richiesta della piena occupazione in un modello di welfare state generalista,
internazionalismo legato al mondo della Guerra fredda, bassa coscienza
ecologica, modello lineare dello sviluppo e della modernizzazione. Giddens
propone un manifesto per il rinnovamento della socialdemocrazia, Blair ha
cercato pure di far togliere il termine “socialismo” dall’Internazionale
socialista, senza peraltro riuscirci. Nonostante le suggestive novità di
prospettive e di linguaggio Giddens non riesce a riformulare un nuovo
vocabolario decisivo per la sinistra europea. Walter Weltroni parla addirittura
di un nuovo alfabeto per la sinistra riformista italiana, ma basterebbe un
nuovo vocabolario, in effetti, e non sarà facile.
Uno dei
punti salienti della mozione di minoranza dei DS è la ripresa del dissenso
sulla necessità e legittimità dell’intervento politico-militare nella
ex-Jugoslavia. La guerra del Kosovo viene anche posta da Bertinotti, ancora
adesso, come discrimine e punto di non ritorno, qualcosa come quando i partiti
socialisti votarono i crediti di guerra all’inizio del secolo. Il segretario di
Rifondazione così interloquisce col dibattito congressuale dei DS, riproponendo
una “sinistra alternativa” che vada dai centri sociali al Manifesto, dai Cobas
a una confusa sinistra sociale sino a chi ci sta, altro che Ulivo o coalizione
democratica.
Nella
prefazione a “Una sinistra per il prossimo secolo” (Garzanti, 1999, titolo
originale “Realizzando il nostro paese”) del filosofo americano Richard Rorty,
Gianni Vattimo parla della necessità di una “sinistra antifondazionista”. La
sinistra del 2000 non potrà fondarsi su una filosofia della storia, su una
critica dell’economia politica, su una classe sociale come classe generale, su
una meta-narrazione ottocentesca. Non
sarà facile fare in modo che la sinistra torni ad essere il partito della
speranza (come auspica Rorty) ereditando-elaborando il lascito del movimento
operaio, dei movimenti progressisti, dei movimenti collettivi, verso la
realizzazione di una nuova cittadinanza europea e globale. Qualità della
democrazia e azione riformista, questi dovrebbero essere i temi di un vero ed
equilibrato dibattito nella sinistra e tra i democratici, questi i cardini
della stessa azione del governo D’Alema, del centrosinistra con o meglio senza
trattino, se si vuole fare sul serio.
Silverio
Tomeo