Canzone
erotica e con tono di elegia lamentosa
Di notti senza luna tutta l’oscurità
nell’anima mi addensa un fiore deplorevole.
Nel calice d’acciaio ha essenze di Mai Più,
i petali il colore hanno di irrealizzabile.
Sulla tua bocca rossa non sentirai il contatto
delle mie labbra ormai stanche di baci e noia.
Le mie mani assetate nel più dorato atto
non lasceran violette nella tua carne poi.
Sul roseto fiorito restò la mia agonia
scorticata e ferita di Chopin e di piano,
in un ritmo sessuale, in un sereno accordo.
E lontana la dea della Malinconia
tronca così il suo fiore con la sua calda mano
innevando il mio capo con rose di ricordo.
Dalla tua bocca emanano a mille le fragranze,
nubi odorose uccidono con la dolcezza pura.
E’ un’anfora il mio corpo fatta di notte oscura
che in te pazza divina dirama le sue essenze!
I tuoi sguardi si perdono nei più dolci sentieri,
Erebo con la Notte nel Nulla è scivolato.
Febe si placa languida davanti a te, umiliata,
e i riccioli di Eros si riempiono di fiori.
In una notte azzurra, nel giardino silente,
che tu vada sognando con regioni brumose
e il piano stia avvizzendo la Canzone d’Oblio,
la stella del mio bacio sarà sulla tua fronte,
la sorgente dell’anima ti inonderà di rose,
e il piano canterà vibranti melodie.
9 gennaio 1918
Sonetto
dentro il muschio di un nord senza riflesso.
Mercurio a guardia, casto specchio terso,
dove si spezza il polso del mio stile.
Edera e lino furono l’asilo
e la norma del corpo che ho dismesso,
sarà un silenzio vecchio e senza eccesso,
nella sabbia, segnato, il mio profilo.
La lingua di colombe assiderate
di fiamma forse non avrà sapore,
ma gusto di ginestra desolato,
libero segno senza normatore
sarò nel collo del ramo seccato,
tra le dalie nell’ immenso dolore.
che vecchio tronco stenderà domani.
Il vento: con la luna in alta fronte
ha scritto per gli uccelli e per i rami.
Il cielo si colora lentamente,
muore una stella appesa sui balconi,
nelle ombre lunghe e tese dell’Oriente
il cuore con la mela si fa a brani.
Come un arcangelo privo di storia
sul grosso pioppo che a lungo ha scrutato,
dopo l’agguato il vento avrà vittoria,
mentre il mio cuor, nella luce gelata,
lotta, ma nel miraggio della Gloria
l’anima
mia non viene decifrata.
Largo spettro d’argento impietosito
il vento della notte sospirando
aprì con mano grigia una ferita
antica e andò; stavo desiderando.
Piaga d’amor che mi darà la vita
sangue eterno e luce fina sgorgando.
Crepa ove Filomela ammutolita
bosco, dolore e nido va allestendo.
Nella mia testa che dolce rumore!
Starò vicino al fiore delicato
dove la tua bellezza fredda affiora.
Diverrà gialla l’acqua errante e a lato
della sponda, bagnata e tutta odore,
mentre il mio sangue va per lo sterpeto.
A Pablo Neruda, circondato di fantasmi
dove geme l’appena partorita.
Voce che vetri lascia alla ferita
e un grafico di ossame alle finestre.
Mentre la luce fissa le conquiste
di mete bianche, favola smarrita
nel tumulto di vene, ormai fuggita
al fresco cupo di mela terrestre.
Nella febbre d’argilla Adamo geme,
sogna un bimbo che arriva galoppando,
palpito doppio delle guance insieme.
Ma un altro Adamo oscuro sta sognando,
neutra luna di pietra senza seme
dove il bimbo di luce andrà bruciando.
Dolore di penombra illuminata!
Due voci: l’orologio suona e il vento,
senza te l’alba galleggia straziata.
Un delirio di nardo invade, intanto,
cinereo la tua testa delicata.
Uomo! Dolore di luce! Memento!
Fatto di luna e cuore desolato.
Ritorna fatto luna: con la mano
scaglierò la tua mela sopra il rio
di rossi pesci estivi fitto e strano.
E tu, lassù nel freddo e verde oblìo,
dimentica del tutto il mondo vano,
delicato Giocondo, amico mio.
1927
A Manuel
de Falla
di duro accento e nervo scatenato,
voci e fronde della Spagna più ardente
le tue mani amorose hanno svelato.
Nel nostro stesso sangue sta la fonte
che la tua mente i sogni ha germogliato.
Algebra pura di serena fronte.
Disciplina e passione del sognato.
Otto provincie dell’Andalusia,
l’olivo all’aria e verso il mare il remo,
cantano te, Manuel, la tua allegria.
Con i fiori e l’alloro che porgiamo,
in questo giorno, amici in armonia,
pura amicizia semplice ti offriamo.
Epitaffio per Isaac Albéniz
sopra le erbe di morte e fango oscuro,
veglia lira d’ombra, sole maturo,
urna di canto sola e riversata.
Dal sole di Cádiz fino a Granada,
che erige in acqua il suo perpetuo muro,
su cavallo andaluso, accento duro,
geme la tua ombra per luce dorata.
Oh dolce morto, piccola la mano!
Musica di bontà tutta cosparsa!
Pupilla di sparviero, cuore sano!
Dormi cielo infinito, neve sparsa.
Sogna inverno e luce e grigio agostano.
Dormi in oblio della vita trascorsa!
14 luglio 1935
nel cimitero
di Montevideo
come pagoda errante sotto il mare,
rami di morte ed alba di sozzura
ti fan pazzo il cipresso del lirismo.
Anemoni con fosforo d’abisso
il marmo del tuo teschio stanno a ornare
e il vento intreccia una ghirlanda in aria
sopra l’azzurro glabro del tuo crisma.
Non giunge Salambó fredda di miele
né postumo rubino d’oro intorto
per la tua voce secca, ma, crudeli,
solo un suono d’ipnotico concerto
e una laguna torbida la stele
sul tuo
sudario soffiano di morto.
1935
A Carmela Condón
quando scrivo il tuo nome d’inchiostro e chioma nera
e nella notte cenere del mio verso s’invera,
fischio di luce e argilla del torrido agostano.
Apollo d’osso elimina il solco disumano
dove il
mio sangue tesse giunchi di primavera,
l’aria
di allume debole ed ago di chimera
porta a
pazzia di spighe il silenzio del grano.
In questa lotta a morte per la pura poesia,
tra numero e follia, tra rosa e rima pura,
il tuo regalo è il sole e una vecchia allegria.
O piccola brunetta dalla stretta cintura!
O Perú, di metallo e di malinconia!
O Spagna, luna morta sopra la pietra dura!
A Mercedes nel suo volo
sei già in mezzo alle rocce dell’altura.
Voce che suona senza gola, oscura,
che in tutto e poi in nulla suona alata.
Il tuo pensiero è neve scivolata
nella gloria infinita del candore.
Il tuo profilo è eterna bruciatura,
il tuo cuore colomba liberata.
Canta nell’aria senza più catene
mattutina fragrante melodia,
piaga di giglio e bagliori montani.
Giorno e
notte, raccolti in armonia,
faremo nel cantuccio della pena
una ghirlanda di malinconia.
1936