Presto con la ghirlanda, sto morendo!
Tessila, presto! Canta, gemi, canta!
L’ombra mi oscura la gola e mi incanta
la luce di Gennaio che torna a splendere.
Tra il nostro desiderio sta tremando
vento di stelle ed alito di pianta,
lo spessore d’anemoni che affranca
tutto un anno che cupo va gemendo.
Godi la mia ferita e il fresco corpo,
spezza ruscelli e giunchi delicati.
Sulla coscia di miele bevi un sorso
del mio sangue, ma presto! Ché avvinghiati,
bocca rotta d’amore e anima a morso,
il tempo ci ritrovi consumati.
La meraviglia temo di smarrire
dei tuoi occhi di statua e il ritmo amato
che la notte sul volto mi respira
la rosa solitaria del tuo fiato.
Su questa riva ho pena a rimanere
un tronco senza rami, son privato
d’argilla fiore e polpa senza offrire
nulla al verme del mio soffrire muto.
Se tu sei proprio il mio occulto tesoro,
la mia croce e il dolore mio marcito,
io solo il cane sottoposto, allora
non far che perda quanto ho già acquisito
e le acque del tuo fiume tu decora
con foglie dell’Autunno mio impazzito.
La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che mi chiude.
Questa pena per un pensiero nudo.
Quest’angoscia di cielo, mondo e ora.
Questo pianto di sangue che decora,
torcia che sfugge, lira a suono muto.
Questo peso del mare così crudo.
Questo scorpione in me acquattato ancora.
Letto ferito, amorosa ghirlanda,
sono l’insonne e sogno tua presenza
nelle rovine del mio petto in fondo;
e se cerco una vetta di prudenza
dal tuo cuore una valle mi risponde
di cicuta e passion d’amara scienza.
Amor di viscere, morte vivente,
l’attesa di un tuo scritto mi sfinisce,
e penso, con il fiore che marcisce,
di perderti se vivo con me assente.
L’aria è immortale e la pietra non sente,
non evita l’ombra né la conosce.
Il cuor col ghiaccio più non si stordisce
del miele che la luna dà per niente.
Mi taglierò le vene, oh sofferenza,
tigre e colomba, sulla tua cintura,
tra morsi e gigli in lotta ed aspra danza.
Placami la pazzia con la scrittura,
o lasciami una calma penitenza
nella notte dell’anima più oscura.
Voglio piangere sopra le mie pene,
ché tu pianga con me questo dolore
con un pugnale e baci, con ardore,
in un tramonto di usignuoli insieme.
Voglio ammazzare il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori,
trasformare il mio pianto e i miei sudori
in grano duro, in eterno covone.
Quella matassa non si sciolga mai
del nostro desiderio, sempre ardente,
con sole spento e luna vecchia assai;
ché quanto non mi dài non chiedo, niente,
per la morte sarà e non lasci mai
un’ombra per la carne sussultante.
con l’amore
bagnò nella cabina lignea, e intanto
fu primavera al sud dei piedi e in alto
per la
fronte salì un fiore diletto.
Cantò un pino di luce in quello stretto
spazio, senz’alba e seme, ed il mio pianto
per una prima volta eresse in alto
corone di speranze verso il tetto.
Dolce e lontana voce a me gradita.
Dolce e lontana voce assaporata.
Lontana e dolce voce diluita.
Come un’oscura cerbiatta ferita.
Come un singulto sulla neve intatta.
“Città inventata” di Cuenca
Ti piacque la città che ha edificato
Hai visto i sogni i volti ed i cammini,
mura tristi che il vento ha flagellato?
Di luna rotta l’azzurro tracciato
che il Júcar bagna in trilli cristallini?
Ti hanno baciato le dita le spine,
corone d’amor di roccia remota?
Hai poi pensato a me mentre salivi
al silenzio sofferto dal serpente
prigioniero tra ceppi e ombre boschive?
Non hai visto nell’aria trasparente
la dalia di allegrie e pene vive
che ti mandò questo mio cuore ardente?
al suo amore
una colomba
Il piccione del Turia che ti mando,
con gli occhi dolci e con la bianca piuma,
sparge su un lauro di Grecia e raduna
fiamma
lenta d’amor che mi nasconde.
La candida virtù, il suo collo blando,
in doppio limo di bollente spuma,
in tremore di brina, perla e bruma,
la bocca assente tua va rimarcando.
Passa la mano sopra il suo candore,
vedrai quale innevata melodia
sparge in fiocchi su tua bellezza pura.
Col cuor che giorno e notte, in fede mia,
piange d’amor nella sua cella oscura
l’amore assente e la malinconia.
Voce segreta dell’amore oscuro!
Belato senza lana, mia ferita,
ago di fiele, camelia sfiorita,
onda senz’acqua, città senza muro!
Notte immensa dal profilo sicuro,
montagna celestiale, ansia impazzita!
Cane nel cuore, voce perseguita!
Silenzio senza fine, iris maturo!
Calda voce di gelo, via, ti temo,
non volermi perduto nel roveto,
là senza frutto carne e cielo gemono.
Via dalla mia testa, avorio indurito,
spezzalo il mio dolore ed abbi pena!
Sono natura e amor, voce segreta!
Non puoi capire mai che amore è il nostro
perché dormi, su me tu stai dormendo,
ti nascondo tra pianti, sta inseguendomi
una voce d’acciaio come un rostro.
La legge che scompiglia corpo e astro
nel petto mi trafigge e va ferendo,
torbide parole vanno mordendo
del tuo spirito fiero le ali e l’estro.
La gente salta a gruppo nei giardini,
aspetta il corpo tuo e la mia agonia
in cavalli di luce e verdi crini.
Però non ti svegliare, vita mia.
Senti il mio sangue rotto nei violini!
E fa che
non ci spiino, tuttavia!
Notte alta, noi due. Su, la luna piena;
piangevo e tu ridevi in quelle ore.
Il tuo sdegno era un dio; il singhiozzare
mio di momenti e colombe in catena.
Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi in un lontano singhiozzare.
Un gruppo d’agonie il mio dolore,
versato sul tuo cuor di sabbia fina.
L’aurora sopra il letto ci trovò,
le bocche sullo scorrere gelato
di un sangue che da sempre diramò.
Il sole entrò dal balcone serrato,
corallo della vita riversò
sopra il mio
cuor nel sudario gettato.