SONETTI DELL’AMORE OSCURO

 

 

 

 

 

 

                                       Sonetto della ghirlanda di rose

 

 

 

Presto con la ghirlanda, sto morendo!

Tessila, presto! Canta, gemi, canta!

L’ombra mi oscura la gola e mi incanta

la luce di Gennaio che  torna a splendere.

 

Tra il nostro desiderio sta tremando

vento di stelle ed alito di pianta,

lo spessore d’anemoni che affranca

tutto un anno che cupo va gemendo.

 

Godi la mia ferita e il fresco corpo,

spezza ruscelli e giunchi delicati.

Sulla coscia di miele bevi un sorso

 

del mio sangue, ma presto! Ché avvinghiati,

bocca rotta d’amore e anima a morso,

il tempo ci ritrovi consumati.

 

                               

      

                                      Sonetto del dolce lamento

 

 

 

La meraviglia temo di smarrire

dei tuoi occhi di statua e il ritmo amato

che la notte sul volto mi respira

la rosa solitaria del tuo fiato.

 

Su questa riva ho pena a rimanere

un tronco senza rami, son privato

d’argilla fiore e polpa senza offrire

nulla al verme del mio soffrire muto.

 

Se tu sei proprio il mio occulto tesoro,

la mia croce e il dolore mio marcito,

io solo il cane sottoposto, allora

 

non far che perda quanto ho già acquisito

e le acque del tuo fiume tu decora

con foglie dell’Autunno mio impazzito.

 

 

 

 

                                             Piaghe d’amore

 

 

 

La luce, questo fuoco che divora.

Questo paesaggio grigio che mi chiude.

Questa pena per un pensiero nudo.

Quest’angoscia di cielo, mondo e ora.

 

Questo pianto di sangue che decora,

torcia che sfugge, lira a suono muto.

Questo peso del mare così crudo.

Questo scorpione in me acquattato ancora.

 

Letto ferito, amorosa ghirlanda,

sono l’insonne e sogno tua presenza

nelle rovine del mio petto in fondo;

 

e se cerco una vetta di prudenza

dal tuo cuore una valle mi risponde

di cicuta e passion d’amara scienza.

 

 

 

                                         

                                          Sonetto della lettera

 

 

                                                              

Amor di viscere, morte vivente,

l’attesa di un tuo scritto mi sfinisce,

e penso, con il fiore che marcisce,

di perderti se vivo con me assente.

 

L’aria è immortale e la pietra non sente,

non evita l’ombra né la conosce.

Il cuor col ghiaccio più non si stordisce

del miele che la luna dà per niente.

 

Mi taglierò le vene, oh sofferenza,

tigre e colomba, sulla tua cintura,

tra morsi e gigli in lotta ed aspra danza.

 

Placami la pazzia con la scrittura,

o lasciami una calma penitenza

nella notte dell’anima più oscura.

 

 

 

 

                                          Il poeta dice la verità

 

 

 

Voglio piangere sopra le mie pene,

ché tu pianga con me questo dolore

con un pugnale e baci, con ardore,

in un tramonto di usignuoli insieme.

 

Voglio ammazzare il solo testimone

presente all’assassinio dei miei fiori,

trasformare il mio pianto e i miei sudori

in grano duro, in eterno covone.

 

Quella matassa non si sciolga mai

del nostro desiderio, sempre ardente,

con sole spento e luna vecchia assai;

 

ché quanto non mi dài non chiedo, niente,

per la morte sarà e non lasci mai

un’ombra per la carne sussultante.

 

 

 

                                      Il poeta parla al telefono

                                                con l’amore

 

 

La tua voce la duna del mio petto

bagnò nella cabina lignea, e intanto

fu primavera al sud dei piedi e in alto

                                      per la fronte salì un fiore diletto.

 

Cantò un pino di luce in quello stretto

spazio, senz’alba e seme, ed il mio pianto

per una prima volta eresse in alto

corone di speranze verso il tetto.

 

Dolce e lontana voce a me gradita.

Dolce e lontana voce assaporata.

Lontana e dolce voce diluita.

 

Come un’oscura cerbiatta ferita.

Come un singulto sulla neve intatta.

Lontana e dolce nel midollo infitta!

 

 

 

 

 

 

 

                                     Il poeta chiede al suo amore della

                                     “Città inventata” di Cuenca

 

 

Ti piacque la città che ha edificato

a gocce a gocce l’acqua in mezzo ai pini?

Hai visto i sogni i volti ed i cammini,

mura tristi che il vento ha flagellato?

 

Di luna rotta l’azzurro tracciato

che il Júcar bagna in trilli cristallini?

Ti hanno baciato le dita le spine,

corone d’amor di roccia remota?

 

Hai poi pensato a me mentre salivi

al silenzio sofferto dal serpente

prigioniero tra ceppi e ombre boschive?

 

Non hai visto nell’aria trasparente

la dalia di allegrie e pene vive

che ti mandò questo mio cuore ardente?

 

 

 

 

 

 

 

 

                                      Sonetto gongorino in cui il poeta invia

                                                                al suo amore una colomba

 

 

Il piccione del Turia che ti mando,

con gli occhi dolci e con la bianca piuma,

sparge su un lauro di Grecia e raduna

                                      fiamma lenta d’amor che mi nasconde.

 

La candida virtù, il suo collo blando,

in doppio limo di bollente spuma,

in tremore di brina, perla e bruma,

la bocca assente tua va rimarcando.

 

Passa la mano sopra il  suo candore,

vedrai quale innevata melodia

sparge in fiocchi su tua bellezza pura.

 

Col cuor che giorno e notte, in fede mia,

piange d’amor nella sua cella oscura

l’amore assente e la malinconia.

 

 

 

                                     Voce segreta dell’amore oscuro

 

 

 

Voce segreta dell’amore oscuro!

Belato senza lana, mia ferita,

ago di fiele, camelia sfiorita,

onda senz’acqua, città senza muro!

 

Notte immensa dal profilo sicuro,

montagna celestiale, ansia impazzita!

Cane nel cuore, voce perseguita!

Silenzio senza fine, iris maturo!

 

Calda voce di gelo, via, ti temo,

non volermi perduto nel roveto,

là senza frutto carne e cielo gemono.

 

Via dalla mia testa, avorio indurito,

spezzalo il mio dolore ed abbi pena!

Sono natura e amor, voce segreta!

 

 

 

 

 

                                     L’amore dorme nel petto del poeta

 

 

 

Non puoi capire mai che amore è il nostro

perché dormi, su me tu stai dormendo,

ti nascondo tra pianti, sta inseguendomi

una voce d’acciaio come un  rostro.

 

La legge che scompiglia corpo e astro

nel petto mi trafigge e va ferendo,

torbide parole vanno mordendo

del tuo spirito fiero le ali e l’estro.

 

La gente salta a gruppo nei giardini,

aspetta il corpo tuo e la mia agonia

in cavalli di luce e verdi crini.

 

Però non ti svegliare, vita mia.

Senti il mio sangue rotto nei violini!

                                      E fa che non ci spiino, tuttavia!

 

 

 

 

 

 

                                        Notte dell’amore insonne

 

 

 

Notte alta, noi due. Su, la luna piena;

piangevo e tu ridevi in quelle ore.

Il tuo sdegno era un dio; il singhiozzare

mio di momenti e colombe in catena.

 

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,

piangevi in un lontano singhiozzare.

Un gruppo d’agonie il mio dolore,

versato sul tuo cuor di sabbia fina.

 

L’aurora sopra il letto ci trovò,

le bocche sullo scorrere gelato

di un sangue che da sempre diramò.

 

Il sole entrò dal balcone serrato,

corallo della vita riversò

sopra il  mio cuor nel sudario gettato.