SCELTA DEGLI ULTIMI INTERVENTI SULLA PAGINA DEI COMMENTI DEL "QUOTIDIANO" di LECCE, BRINDISI e TARANTO
LA SINISTRA DOPO LE ELEZIONI EUROPEE (giugno ’99)
Dovrebbe essere più chiara, dopo l’esito delle elezioni europpee, la necessità di rilanciare un Ulivo 2 o post-Ulivo che dir si voglia. L’Ulivo è stato l’unico progetto nuovo della politica del riformismo democratico in italia e nel ’96 ha portato la sinistra alla responsabilità del governo. Si ha un bel dire oggi che il risultato elettorale non è stato catastrofico, sarà pure vero ma non basta a rassicurare nessuno. La tendenza europea è stata di vantaggio per un centrodestra che si esprime nel Partito Popolare europeo a cui aderisce anche una Forza Italia rinvigorita. I DS sono all’osso ma sorridono, il centrosinistra italiano resiste nel complesso ma con spezzoni frammentati e con schegge del ceto politico vecchia maniera. Questo calcolo è poi possibile solo considerando altro la fortunata lista Bonino che interpreta sì istanze liberal-libertarie e antipartitocratiche ma sembra più l’interfaccia del partito catodico di Berlusconi.
Diventa ora necessario un Ulivo-federazione a cui possono aderire tutti o quasi gli attuali sostenitori del governo D’Alema. L’obiettivo è quello di un centrosinistra innovativo. Neppure questa cosa minima è semplice e sufficiente, già questo comporterebbe una cessione di decisionalità dai partiti, partitini, movimenti e schegge, verso la coalizione. In assenza, purtroppo, di una decente riforma elettorale e di quella istituzionale della forma di governo, quindi in mancanza di un bipolarismo compiuto. Se l’Ulivo-federazione è il primo passo il secondo, in un doppio movimento, è quello di avviare una Costituente dei democratici e riformisti del centrosinistra. Qui l’obiettivo è quello di un centrosinistra propriamente riformista e di un centro di gravità della coalizione democratica. Un riformismo senza riforme è intollerabile, tanto più quando la sinistra riformista sta al governo. L’obiettivo, ora evocato ora minacciato ora rimosso, di un partito unico dei riformisti, non è credibilmente all’ordine del giorno.
I Democratici di Prodi e Di Pietro piuttosto che perdere tempo a cercare di federare il centro frammentato possono essere uno dei motori principali del riformismo democratico. Si aspetta da troppo tempo maggiore coraggio da Walter Weltroni sull’idea della Costutuente democratica e riformista. La postazione ambientalista, i liberalsocialisti, il popolarismo democratico, possono contribuire a che il riformismo si faccia forza di gravità nella coalizione. E’ noto che nei DS vi sono resistenze a questa via: nella vecchia e nuova sinistra interna, grosso modo "socialcomunista"; nei residui della corrente riformista dove si annidano i "veri socialisti"; nel grosso dei pragmatici minimalisti che sarebbero "socialdemocratici di tipo nuovo" ma che puntano sul ceto della cooptazione, del funzionariato, del sindacato. La piccola componente "ulivista", invisibile e spesso assente in periferia, non sembra in grado di sviluppare iniziativa politica. Da più fronti e da diverse ipotesi si chiede un congresso "vero" dei DS. Non si riesce mai a spendere del tutto questo ormai non più grande partito della sinistra democratica in un progetto e in un centro di grande iniziativa democratica e riformista che poggi sulla coalizione dell’Ulivo e non su pretese di appartenenze, tradizioni, primati. Non sempre è chiaro che nella nuova Repubblica l’idea dei partiti di masssa, di classe, etici, ideologici, è ormai fuoriluogo.
E’ diventato noioso e improduttivo parlare della sinistra, per quanto sia necessario pensarci. In Italia, più che altrove, agisce quella che la dogmatica marxista scambiava per una legge della dialettica: l’uno che si divide in due. Non bastava limitarsi a ragionare su "dopo il comunismo", si doveva ragionare anche su "dopo il socialismo". Abbiamo una sinistra di governo che si immagina spesso socialdemocratica ma fuori tempo massimo e una sinistra di opposizione fissata sull’identità comunista. In forme note o inedite parte della sinistra si sottrae alla secolarizzazione in atto. Molte volte, in realtà, si difendono vecchi assetti, rendite di posizione, calcoli di bottega, nella sinistra politica e nel sindacato. La sinistra riparta dalla democrazia, dalla cittadinanza, dai diritti, dalla riforma della politica e delle regole, dalla responsabilità, dalla cultura, dall’innovazione, da un’idea di Europa democratica. Non basta dire "siamo professionisti della politica, siamo classe dirigente". I valori non stanno nelle appartenenze e nell’autoreferenzialità, tantomeno nelle tradizioni. Le vecchie culture riformiste erano giocate sull’ossessione dello sviluppo, su vecchie culture comunitarie, su retoriche classiste, su confuse progettualità modernizzanti. Oggi sono spesso inadeguate, sono prive di fascino democratico, non spostano opinione. Nessuno chiede alla sinistra di sciogliersi, ma chiederle di unirsi sulle vecchie credenze sarebbe inutile e rovinoso.
ANCORA IL TERRORISMO (maggio ’99)
L’agguato omicida di Roma al professor D’Antona è rivendicato con parole vecchie e argomenti nuovi da una frazione delle Brigate rosse che aveva promesso un ritorno dopo una lunga ritirata strategica. Non è che si possa essere certi che si tratti della stessa organizzazione. Potrebbe trattarsi di un nuovo terrorismo di sinistra? O è ancora un terrorismo residuale collocabile in una lunga coda di post-terrorismo? Esiste, oggi in Italia, uno spazio per un’altra stagione di lotta armata? Bisogna considerare che non siamo più negli anni in cui si sviluppò l’azione della seconda generazione del terrorismo rosso e nero, a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Oggi non c’è più spazio per un terrorismo ideologico giocato sul blocco del sistema politico, e meno ce ne sarà quanto più procederà la riforma della politica, delle regole istituzionali, della regolamentazione del lavoro, del Welfare e della pubblica amministrazione. Probabilmente è contro questo ancora debole riformismo che si appunta l’azione di un terrorismo che sceglie per obiettivo simbolico un giurista del lavoro legato alla sinistra e al sindacato. Eppure potrebbe essere stato decisivo il paesaggio di guerra, nel senso di accrescere la retorica antimperialista, nell’idea di un passaggio all’azione rispetto al radicalizzarsi dell’opposizione pacifista.
Il vecchio terrorismo, è stato detto, si autoproponeva come imprenditore di violenza rispetto alla radicalizzazione di movimenti e contromovimenti e in presenza di un ruolo ambiguo dello Stato. Inoltre il terrorismo di sinistra ha sviluppato un suo linguaggio e una sua subcultura con cui si autorappresentava il conflitto, nell’ambito della chiusura paranoica e claustrofobica della clandestinità necessaria. Oggi si ripropone la "guerra di classe" e la "dittatura del proletariato" impiantando questo residuo tardoterzinternazionalista sulla inelluttabilità del crollo del capitalismo globalizzato, sulla reazione a una guerra ritenuta imperialista, sulla vulgata di un nuovo pensiero radicale fatto proprio da una sinistra sociale, radicale, antagonista oggi eccitata dalla guerra balcanica e irritata da una sinistra di governo che vede prigioniera di equilibri squallidi e compartecipe di una riorganizzazione capitalistica (l’ennesima!). Il terrorismo, in passato, ha avuto spesso un rapporto parassitario e strumentale con il pensiero più radicale, un rapporto devastante con la radicalizzazione dei movimenti collettivi, e quindi non è il caso ora di intraprendere una caccia all’untore o ai cattivi maestri. Le divisioni tra una sinistra di governo e una di opposizione, tra chi si assume la responsabilità dell’azione politico-militare della NATO nei Balcani e chi ne è contrario, tra una sinistra bipolarista e una sinistra proporzionalista e a vocazione minoritaria, non si sono dimostrate produttive, per quanto legittime nel pluralismo e nel dissenso. Ancora: prefigurare l’ineluttabilità, di fronte al proseguio dell’azione NATO nei Balcani, di una ricaduta in Italia su un’opzione eccezionalistica di "gabinetto di guerra", neppure è una cosa troppo responsabile e furba.
La mia idea è allora di una profonda discontinuità rispetto agli anni ’70. Le ricostruzioni più serie della storia del terrorismo in Italia partono dalle bombe a P.zza Fontana del ’69, quando inizia una guerra psicologica non dichiarata che in pochi anni porta a una guerra civile strisciante, su iniziativa di apparati dello Stato, frazioni di classe dirigente, politici di destra e militari, ambienti dell’atlantismo oltranzista e dell’anticomunismo internazionale. Delle autobombe del ’93 a Firenze, Roma e Milano non si conoscono ancora i referenti e le intelligenze che hanno contribuito a innescarle. La Commissioni stragi va incontro alla sua dismissione ma non ha poi potuto o saputo fare molto. Un’insipienza democratica e riformista diffusa non ha voluto chiudere il lascito emergenziale degli anni ’70 con una legge di indulto per i carcerati e una sanatoria per i rifugiati all'estero di una piccola scheggia di quella generazione devastata. Si è preferito cianciare sulla pacificazione del doporesistenza e si continua a fare pressing per un’amnistia per i reati di Tangentopoli. C’è una nostalgia consociativa che si sforza di concepire un federalismo concertativo estraneo alla logica della competizione politica e della resposabilità delle classi dirigenti, tutto giocato sulla retorica dello sviluppo, anche in ambienti sindacali per nulla impegnati in un processo costituente unitario. Troppe volte si è data l’idea di essere disponibili a una chiusura autoritaria dei conflitti sociali. Sul piano delle sociologie radicali saremmo usciti dalla III guerra mondiale (la guerra fredda) solo per entrare nella IV guerra mondiale: quella del liberismo contro i popoli del terzo mondo. Il pensiero unico sarebbe il liberal-liberismo, non importa se di destra o di sinistra. Con una geniale trovata scompare il pensiero del liberalismo sociale e di sinistra. Piuttosto che impegnarsi nei processi democratici ci si ostina a immaginarsi un oltranza alla democrazia. L’occidentalizzazione del mondo avverrebbe attraverso un deculturazione integralista per annientare le differenze, mentre si impone nell’immaginario planetario la mega-macchina del mondialismo e della globalizzazione. E’ singolare che il macellaio dei Balcani, il cosiddetto generale Mladic, uno che alla parola cultura gli corre la mano alla mitraglietta, ha dichiarato in un’intervista televisiva che il problema è che il Nordamerica vuole imporre al mondo un unico colore.
LE RAGIONI DEL BIPOLARISMO (aprile ’99)
Le ragioni del bipolarismo restano persino più evidenti e necessarie per la riforma del sistema politico italiano dopo il flop referendario. Il doppio fallimento parlamentare e referendario sulla via delle riforme istituzionali e costituzionali non è detto che rappresenti la vittoria politica di quanti si sono messi di traverso sulla via delle riforme. L’imminente elezione presidenziale qualora avvenisse senza scambi politici impropri e nel senso di una presidenza autorevole e riformatrice potrebbe aiutare a trovare un’uscita democratica all’insabbiamento dell’infinita transizione. Neppure tanto paradossalmente sembrano essere le elezioni europee del 13 giugno il test politico più forte per le sorti della politica italiana, elezioni proporzionali che non è detto premieranno i proporzionalisti, ad esempio, né la nuova "partitinocrazia". Il bipolarismo è il sistema della democrazia competitiva tra due coalizioni (o partiti come in U.S.A. e in Inghilterra) entrambe legittimate al governo in quanto all’interno di valori democratici e liberali condivisi. Il bipolarismo può essere associato tanto al sistema elettorale maggioritario (Francia, Canada, Nuova Zelanda, Australia, oltre che U.S.A. e Inghilterra) che a un sistema proporzionale con sbarramento (Germania, Austria, Svezia, Spagna, Irlanda). Il bipolarismo può essere associato sia al presidenzialismo che al cancelleriato o premiership o al semipresidenzialismo alla francese, come accade in Europa. Il bipolarismo è semplicemente il sistema politico in cui agiscono i governi dei partiti nell’ambito della democrazia competitiva e non della democrazia consociativa. Nelle democrazie europee e occidentali, e nelle nuove e giovani democrazie, la competizione è tra programmi, uomini, coalizioni. Non è di questo che si va discutendo da troppi anni in Italia? Modernizzare, adeguare, europeizzare il nostro sistema politico per consentire ai cittadini di scegliere un programma, una maggioranza, un governo di legislatura? Oppure ci siamo sbagliati, è meglio lasciar perdere, lo speciale "caso italiano" nella sua felice demenzialità è una ricca e divertente eccezione?
La democrazia competitiva, qualora si affermasse a regime, non sarebbe priva di conseguenze per la politica italiana, né per la qualità della democrazia nel nostro paese, né per la selezione delle élite politiche e delle classi dirigenti, né per la storia dei partiti, né per l’evoluzione della sinistra. Dev’essere per questo che si assiste al revival delle nostalgie consociative e proporzionaliste, alle fughe tatticiste e politiciste, a un supplemento di riflessi conservatori e identitari. Già solo con lo zoppicante bipolarisamo all’italiana c’è da credere che tra un altro paio di passaggi elettorali la maggior parte degli attuali partiti non sopravviverebbe nell’attuale configiurazione politico-organizzativa. La democrazia competitiva porta a "scardinare la predisposizione alla cooptazione ovunque (nel mercato, nella società, nell’amministrazione pubblica) essa si annidi". E’ il ragionamento di Sergio Fabbrini, studioso di scienza politica. La cultura cooptativa si è insediata in un regime politicamente bloccato a democrazia consociativa, con i partiti giustificati da contrapposizioni ideologiche; si suppone invece che la competizione spinga a migliorare l’offerta politica e a liberare spazi di neutralità nei luoghi impropriamente occupati. All’assemblearismo parlamentare e al bicameralismo si sostituirebbe il ruolo decisionale e la verificabile responsabilità del governo. Naturalmente non è possibile non riformare la Costituzione. La letteratura del riformismo istituzionale, dallo stesso Fabbrini al politologo Gianfranco Pasquino sino al nostro Oreste Massari, è tanto ampia quanto poco intesa dai politici, anche di sinistra, e da chi ancora si occupa della formazione della giovane classe politica. Del resto non basta lo slogan "farsi classe dirigente", perché intanto la classe dirigente non è solo la classe politica, poi perché veniamo da una selezione per appartenenze e fedeltà, a volte da una vera selezione alla rovescia rispetto al merito e alle capacità, e il metodo è spesso ancora questo.
Le ragioni del bipolarismo, allora, sono le ragioni della democrazia competitiva. E’ evidente che un bipolarismo affidato più alle polemiche di fazione o ai postumi della contrapposizione ideologica piuttosto che a procedure e regole, istituzioni e riforme, non può che portare a un risultato in cui in molti si producono nel tentativo di governare "dal centro" sia lo schieramento di centrosinistra che quello di centrodestra. Non è la democrazia competitiva a omologare destra e sinistra. Il bipolarismo non è identificabile con una legge elettorale maggioritaria, ma per l’Italia sembra il sistema maggioritario quello più adeguato a un processo democratico di tipo riformista. Una pratica della democrazia competitiva, ad esempio, consiglierebbe l’uso di convenzioni o primarie per la selezione dei candidati di collegio, a maggior ragione quando il proprio schieramento non appare competitivo con quello avversario. Che destra e sinistra appaiono per lo più cointeressate al bipolarismo non è consociativismo o "inciucio", è un fatto naturale rispetto al passato di esclusione e produttivo dal punto di vista sistemico. Basta vedere come oggi nel centrodestra appare più anomalo Berlusconi con il suo gigantesco conflitto d’interessi che la stessa destra ex-fascista. Costruire un centrosinistra innovatore non sembra e non è semplice, allo stato attuale, eppure è quanto quello che resta della sinistra non dovrebbe stancarsi di fare, senza cullarsi in autosufficienze "socialdemocratiche" o in sogni imprecisati di "alternativismo".
GUERRA GIUSTA (aprile ’99)
Qualsiasi guerra tende facilmente ad essere assorbita nella sua logica di fondo di "gioco a somma zero", dove la sommatoria di due o più contendenti tende all’annullamento. La nota opinione di Karl von Clausewitz è che la guerra non è solamente un atto politico "ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi". La guerra non è altro dalla politica, ma non necessariamente viceversa. Per quanto le cose siano potuto cambiare il venerando filosofo francese Paul Ricouer, in una recente riflessione, propone di dire che "la guerra è il tema lancinante della filosofia politica, mentre la pace è quello della filosofia del diritto". Nella filosofia politica, per Ricouer, la questione del diritto viene occultata dall’incoercibile presenza del male nella storia. La politica, allora, deve pensare il conflitto, non deve ridurre tutto alla dialettica amico-nemico, deve cercare le condizioni della pace, non può escludere la "guerra giusta", deve però costruire un "diritto per la pace". Il pacifismo, ideologico o religioso che sia, ritiene la guerra un male assoluto mentre il bellicismo porta a credere che ogni guerra utile è necessaria. Naturalmente ci sono sintomatiche eccezioni per pacifisti e bellicisti: ad esempio guerre rivoluzionarie che diventano giuste e guerre giuste che non diventano necessarie se non sono utili. La riflessione morale su guerre giuste e guerre ingiuste rimane quindi l’unico spazio di riflessione razionale sull’argomento, ma non si tratterà necessariamente di costruire un diritto positivo alla guerra giusta come per i teologi medioevali.
Nella società internazionale è previsto che il divieto di non oltrepassare i confini di una comunità autodeterminata, di uno stato sovrano, possa essere unilateralmente sospeso in almeno tre determinate circostanze in cui, cioè, non sembra servire per gli scopi per i quali è stato concepito. Una di queste circostanze si verifica "quando la violazione dei diritti umani entro determinati confini giunga a un punto tale da far apparire cinico e senza senso qualsiasi discorso sulla comunità o l’autoderminazione o la "strenua lotta", cioè quando siano in atto veri e propri tentativi di ridurre in schiavitù o addirittura sterminare interi gruppi etnici". E’ Michael Walzer, filosofo statunitense "demosocialista", in "Guerre giuste e ingiuste" del 1977, uno che non risulta essere iscritto a nessun circolo imperialista. Per Walzer l’intervento umanitario si giustifica quando risponde (con ragionevoli aspettative di successo) ad atti "che turbano la coscienza morale del genere umano", a convinzioni che riguardano non i leader politici ma le convinzioni morali della gente comune. Non vi è quindi nessuna ragione morale per adottare un atteggiamento passivo che potremmo definire di attesa per le Nazioni Unite (di attesa per lo stato universale, di attesa per il messia…), continua Walzer, "di fronte all’asservimento o al massacro degli oppositori politici, delle minoranze nazionali, e delle sette religiose, può non esservi altro rimedio fuorchè l’aiuto dall’esterno. E quando un governo si scaglia selvaggiamente contro il proprio popolo, dobbiamo arrivare a dubitare persino che esista una comunità politica alla quale possa applicarsi il concetto di autodeterminazione". Insomma l’intervento umanitario si configura come un emendamento al "paradigma giuridico" relativo al diritto alla non aggressione, alla sovranità nazionale, all’autoderminazione.
C’è da stupirsi per quanti, nella sinistra italiana, ci ricordano continuamente di non aver brindato per la caduta del Muro di Berlino, per quanti hanno continuato a voler credere che l’impero sovietico fosse comunque un deterrente all’imperialismo americano, al capitalismo internazionale, anche dopo il ’56, dopo Praga, dopo l’invio di truppe e consiglieri militari in ogni angolo del mondo, dopo l’invasione dell’Afghanistan. Il paesaggio europeo dopo la fine della guerra fredda somiglia a quello descritto nel 1940 dal poeta andaluso Rafael Alberti: "Ma venne la pace. E era un olivo / di sangue interminabile nei campi". La volpe dei Balcani, il dittatore Milosevic, in nome dell’ultranazionalismo a base etnica, ha insanguinato per dieci anni quella regione, direttamente o con bande paramilitari, veri e propri "squadroni della morte". Il massacro del Kosovo andava e va fermato, l’Europa civile e democratica non può lavarsene le mani, ora è la volta di aiutare senza riserve i profughi della pulizia etnica, della deportazione forzata, gli scampati dagli eccidi. L’iniziativa della Nato sembra per adesso aver solo accellerato, piuttosto che rallentato, l’oppressione sanguinosa e micidiale dei kosovari, comunque già in atto. Una guerra lunga e seria chiude il secolo della lunga guerra civile europea. La difficoltà ad esprimere elementi di sovranazionalità democratica porta l’Italia e l’Europa ad atteggiamenti contraddittori: distinguo rispetto all’America e appiattimento militare sull’iniziativa atlantica. La politica italiana non ha proprio bisogno di vivere la guerra balcanica come emergenza istituzionale, l’ultima cosa che ci serve è un "governo da stato d’eccezione".
UNA NUOVA "COSA DEMOCRATICA" (marzo ’99)
La "Cosa democratica" di Prodi, Di Pietro e alcuni sindaci, "i Democratici" dell’asinello che scalcia, mette alle strette la "Cosa socialdemocratica", crea competizione nel centrosinistra. E allora? Intanto conviene iscriversi al club del 14 giugno, del giorno dopo le elezioni europee. Da lì bisognerà ripartire, possibilmente, questa volta, avviando processi federativi e costituenti, con la contaminazione e la fusione delle culture riformiste e democratiche. L’esordio virtuale dei democratici di Prodi, come una formazione di centrosinistra molto quotata nei sondaggi, già promette piccoli e grandi miracoli: intercettare parte dell’elettorato del centrodestra e una quota del crescente astensionismo, rovinare alcune formazioni minori, pescare anche tra gli sbigottiti Popolari e gli irritati Diessini. Staremo a vedere: il meccanismo proporzionale delle elezioni europee farà toccare ad ognuno i propri limiti, il referendum contro il proporzionalismo residuo della legge elettorale peserà, l’elezione di un Presidente della Repubblica bipolarista e garante della transizione istituzionale potrebbe essere l’altro passaggio importante. Siamo di fronte a pezzi dell’Ulivo, a quello che ne resta, e in un clima di post-Ulivo, ma ancora dentro la necessità di una grande alleanza democratica e riformista, dove la sinistra non va da nessuna parte senza i democratici e viceversa. Un doppio legame ("double bind") tra il partito di Weltroni e la formazione di Prodi rimane e potrebbe essere assunto persino in forma positiva, la stessa competizione in ambito riformista potrebbe spingere ad atteggiamenti più coraggiosi e lineari, già da ora, pur nella inevitabile polemica preelettorale, la cui qualità è però assai scadente.
Bisognerebbe comprendere che la formazione "i Democratici", per la storia dei suoi protagonisti, per gli umori che raccoglie, per supporter come "il Mulino" e "Micromega" nonché tanta stampa democratica, non è affatto un fenomeno provinciale. Siamo di fronte al tentativo, vedremo dopo quanto stabile e riuscito, di intercettare una fuoriuscita democratica dalle appartenze ideologiche e partitiche, fenomeno proprio di tutti questi anni ’90. Del resto, vi sono più amici di Andreotti, Craxi e Cossiga nei democratici di Prodi o non piuttosto in una parte del restante centrosinistra o in chi adesso lo sostiene? Bisognerà avere a che fare per l’eternità con Mastella ? E’ una bella idea quella di Marini di allargarsi agli ex democristiani e tentare una specie di partito della CISL? Si dice che questa nuova formazione non ha storia e quarti di nobiltà, non ha fondamenti e cultura politica, non ha parentele di riguardo in Europa: e se tutto questo costituisse un vantaggio? Il ruolo sistemico dei democratici sarà tanto maggiore quanto chiaramente in ambito bipolare e non proteso solo nella disputa della leadership di tutto il centrosinistra. Prodi da premier non fu un campione del riformismo istituzionale, ma dobbiamo all’Ulivo un approdo decente in Europa.
Una sinistra in ambiente democratico non cessa certo di esistere né di agire, anzi. Bertinotti parla di un fantomatico partito di massa ma non smette di muoversi come componente mobile di coalizioni variabili da condizionare. Sono in molti, del resto e a onor del vero, a mostrare attaccamento per la collaudata degenerazione tutta italiana del modello del "party government": la Repubblica o lo Stato dei partitini. Tutto il dibattito sul riformismo non sfugge da postumi ideologici, da rivendicazioni fuoriluogo dell’ "originale riformismo dei comunisti italiani" o delle fantasiose progettualità socialiste. Di un nuovo riformismo democratico, non ossessionato dalla retorica dello sviluppo, non misurato sul ricatto corporativo e burocratico, non succube di vecchie culture identitarie, non se ne discute molto. La "Cosa socialdemocratica" è riuscita, forse, soltanto nella CGIL. Molti sono i segnali che si potrebbero dare prima della fine della legislatura: sulla scuola, sulla legalità, sull’indulto per cose di vent’anni fa, sulla riforma della pubblica amministrazione, sulla legge elettorale, sull’ambiente.
Per la storia del nostro paese la sinistra di governo può avviare un’azione riformista solo con i democratici, i libertari, i liberali di sinistra, i cattolici veramente liberali e democratici. Solo su questa base si potrà verificare come allargare il cerchio delle alleanze e, per quanto arduo, non si potrà neppure rimuovere la necessità di rimettere in circuito la sinistra più radicale, sull’unico terreno possibile di un’affluenza democratica e riformista. L’idea di una Grande Sinistra, di un partito socialdemocratico di massa e di governo, quasi autosufficiente e a crescita autocentrata, è fuori dalla realtà. Insistere poi più di tanto su una identità socialdemocratica è fuori tempo massimo. Il vecchio PCI era malato di politicismo e statalismo, poi si infognò nel consociativismo, per questo non c’è più, per questo non ha dato vita a un nuovo partito del 30 %, anche per questo tutta la sinistra è ai minimi storici. L’avessimo avuto trent’anni fa un grosso partito socialdemocratico riformista, in Italia, in un sistema politico non bloccato e con classi dirigenti democratiche e liberali! Bisognerebbe spiegarlo ai giovani, a cui probabilmente non importa molto, che Moro e Berlinguer erano ricchi di umanità e intelligenza, ma non erano né per il maggioritario né per il bipolarismo, e probabilmente neppure tanto democratici. In un’intervista Massimo D’Alema ha voluto ricordare che il PCI non era un gruppuscolo estremista. Certo che non lo era, nessuno vuole liquidare quella memoria, ma la sua FGCI era proprio un gruppetto isolato per quanto perbene.
L’ANTIAMERICANISMO (febbraio ’99)
La presenza dell’antiamericanismo è ancora ben viva nella cultura italiana, di sinistra o democratica o cattolica che sia. Solo in parte ciò è riconducibile a dinamiche politiche strumentali, di pólemos, di risposta al filoatlantismo esagerato e supino della vecchia e nuova destra, neppure tutta, per altro. Di sicuro è ancora ben vivo il retaggio dei decenni e passa in cui vigeva l’equilibrio bipolare del mondo, la competizione, non sempre pacifica, tra due modelli, tra due sistemi, tra due mondi. Naturalmente è assai singolare, oggi, ragionare con il pregiudizio dell’ "imperialismo americano gendarme del mondo", per quanto un’ipotetica apertura degli archivi della C.I.A. sui lunghi anni della guera fredda riguarderebbe non solo l’America Latina o la Grecia dei colonnelli ma sicuramente anche il nostro stesso paese.
L’antiamericanismo è radicato non soltanto nelle vecchie culture politiche, in quello che rimane delle vecchie chiese ideologiche, ma anche in molte versioni del cattolicesimo, in molto pensiero "alto", della fondazione, del primato delle varie versioni della metafisica. Il prossimo secolo ha buone probabilità di essere ancora un secolo americano, per quanto si debba sperare in un ruolo democratico dell’Europa e delle nuove democrazie, in una specie di multipolarismo democratico attento a governare le gigantesche contraddizioni del pianeta senza mandarle necessariamente in conflitto.
Più che di antiamericanismo, allora, termine che ha una sua storia, si può meglio parlare, cercando di individuare dove risiede, di un preciso e particolare pregiudizio antiamericano. Un esempio semplice sta nel non riuscire spesso a vedere quanta cinematografia U.S.A., indipendente e non, viene ad essere fraintesa, quasi rifiutata, pure essendo di percezione democratica, di chiara ironia liberale, pur rappresentando probabilmente un nuovo sentire del moderno. Un altro esempio, che più ci riguarda, lo si può cogliere nei bollettini dell’Università di Lecce e nel sito Internet delle biblioteche dell’ateneo: è semplicemente assente tutto un filone di pensiero americano moderno, da Walzer a Dahl, da Rorty a Dworkin, da Rawls a Nagel, da Hirshman al premio nobel per l’economia Amartya K. Sen. In un Università dove, oltre che lettere e filosofia, è presente anche la facoltà di giurisprudenza, è praticamente assente il nuovo pensiero liberale, filosofico o economico o giuridico o politico che sia.
Il pregiudizio antiamericano è visto da Francesco Alberoni, in uno dei suoi pezzi del lunedì sul Corriere della sera, con la banalità che spesso lo contraddistingue, come la contrapposizione ormai irriducibile tra la cultura anglosassone, pragmatica e tendenzialmente egemone, e i cascami di stanche culture nazionali ed eurocentriche. Molto si è scritto sull’incomunicabilità tra analitici (o postanalitici) e continentali, tra cultura angloamericana e cultura europea, e c’è persino qualcosa di vero, sotto sotto. Ma la modernizzazione, di cui la globalizzazione è solo una componente, porta i linguaggi a misurarsi, a lavorare al superamento dei vecchi vocabolari, non è solo un’integralismo oceanico e dell’Occidente, come pensa Franco Cassano nel suo ultimo saggio, ed è quindi fuori luogo cercare incompatibilità di tipo categoriale.
Le guerre del Golfo, la recrudescenza della pena di morte in molti stati d’America, l’embargo facile, l’autonomia dalle lentezze e dalle titubanze degli stessi alleati, il disincanto ripetto al ruolo dell’O.N.U., la reiterata dottrina degli "interessi americani nel mondo", non arrivano a farci dimenticare la fine della guerra fredda, la fine del ciclo reaganiano, il nuovo ciclo democratico, la vivacità della democrazia e della cultura americane, la vitalità di una civiltà cresciuta fuori dalle guerre di religione e poi ideologiche dell’Europa. La cultura cattolica italiana, d’altronde, è per lo più storicamente irritata dall’autonomia delle chiese protestanti, estranea a un’etica del sé, lontana dal pragmatismo democratico che tende volentieri ad accomunare a un’etica debole e nichilista. I terzomondisti orfani del "secondo mondo", i neomarxisti che profetizzano il crollo del capitalismo globalizzato, coloro che hanno amato "l’altra America" senza volerne vedere la componente di forte individualismo democratico e la sua carica libertaria, restano diffidenti verso il pluralismo e la democrazia americana. Non tutto il mondo è America, e difficilmente l’Europa è destinata ad essere l’America del futuro, certo, ma le democrazie continentali hanno molto da imparare da un dialogo intessuto a lungo con la cultura d’oltreoceano.
LA SCUOLA SENZA RIFORMA (1998)
Quando una riforma come quella della scuola andava fatta almeno trent’anni fa non è poi facile riaffacciare, sulla sedimentazione di corporativismi e particolarismi, un’idea organica di riforma. Intanto la stessa cultura della riforma dell’istruzione è cresciuta nell’impotenza operativa e nell’immobilismo, non solo, ma spesso con abbagli di visione culturale legati alle correnti proprie dell’ "ideologia italiana". Si continua ad ammirare Gentile o a restarne succubi, si ha una concezione elitista, patrimonialistica, spiritualistica della cultura e del sapere, si rende difficile e faticoso il passaggio dalla socializzazione all’individuazione, per usare la descrizione del tragitto formativo per come l’ha colto il filosofo americano Richard Rorty nei suoi scritti sull’educazione, in un’originale reinterpretazione del pragmatismo democratico di John Dewey. Eppure la cultura della riforma della scuola è cresciuta, negli anni, come consapevolezza e volume di idee ma anche, purtroppo, in inutili riviste, nella retorica di presidi manager e di baroni accademici, specialisti del sindacato scuola e della stessa didattica progressista, per non parlare della cosiddetta pedagogia cattolica.
E’ stato più volte ricordato, nel dibattito pubblico, il programma originario delle tesi dell’Ulivo che riguarda l’istruzione e la formazione. Purtroppo quelle pagine sono ingiallite, quelle idee non le ha potute realizzare neppure Prodi in due anni di governo, né il ministro Berlinguer che pure si avvale di uno staff di tutto rispetto. Si parlava della scuola come base di ogni ricchezza, della formazione profesionale come educazione continua e partecipazione, del diritto allo studio come diritto di cittadinanza, di un unico sistema di istruzione pubblica che in una pluralità di soggetti superasse la contrapposizione tra scuole statali e non statali. La scuola italiana è un grosso sistema dissipativo e per l’Università la dissipazione è ancora maggiore: in Italia, a differenza degli altri paesi sviluppati, solo un terzo degli iscritti al primo anno arriva a laurearsi. La querelle tra laici e cattolici, spesso con integralismi da entrambi i versanti, si esprime adesso in appelli e controappelli, manifestazioni e contromanifestazioni, e un interventismo pesante del Vaticano e della gerarchia ecclesiastica. Il cardinale Ruini ha quantificato in quattro milioni a studente il sostegno che chiede la Chiesa per la parità scolastica. Si reclama la libertà scolastica, che nessuno ha mai messo in discussione, un po’ come la libertà di cura a spese del bilancio pubblico per la terapia Di Bella, che non cura neppure i calli. E’ noto che vi sono scuole private cattoliche eccellenti, altre molto meno e in più i cosiddetti "diplomifici". Il problema della parità è degli standard, dei controlli, del reclutamento e dei diritti del personale. Quello del sostegno pubblico dev’essere per garantire alle famiglie e ai ragazzi il diritto allo studio, in una forma che non consenta il puro e semplice finanziamento pubblico ai privati, escluso dalla Costituzione vigente. Naturalmente ragioni di opportunità sconsigliano inutili guerre ideologiche, ma senza arrivare a subire ricatti: non è proprio detto che l’accettazione delle esose richieste della Chiesa apre la strada alla riforma.
Piuttosto che ostinarsi in una riforma organica che diverrebbe facilmente organicista e inattuabile, il governo dovrebbe portare avanti punti di attacco incrementali e suscettibili di correzione, nel nuovo quadro delle reponsabilità europee. Per l’innalzamento dell’obbligo, subito e secco, ad esempio. E’ noto che soprattutto nel Sud l’evasione dall’obbligo è da terzo mondo, ci vorranno i carabinieri per attuare la miniriforma? Non si era detto di generalizzare la dotazione di computer? La formazione professionale di almeno tre anni, legata all’obbligo, non è decisiva? Per l’Università è anacronistico difendere la scolarità di massa, bisogna piuttosto difendere le pari opportunità e il diritto reale allo studio, decostruire le baronie accademiche e le burocrazie ministeriali, intervenire sul pluralismo dei poteri e sul reclutamento che deve essere per merito e non per appartenenza. L’autonomia scolastica per la secondaria non può essere una barzelletta per presidi tuttofare. La parità scolastica non deve essere pane imburrato per i nipotini di padre Gemelli. L’enciclica Fides et Ratio non attacca forse il pensiero moderno con Tommaso d’Aquino?
La pedagogia italiana, di ascendenza spesso ideologica o confessionale, si è da tempo incuneata nel labirinto di un cattivo psicologismo, a differenza di quella pragmatica di matrice angloamericana che punta ai risultati ed è severa sugli standard formativi. In quanto alla partecipazione e alla democrazia nella scuola e nelle Università si è da tempo andati a parare in una democrazia da condominio. La scuola italiana è ancora un disastro e la formazione per molti versi un fallimento, non sarà facile rendere produttivo, efficiente, razionale, moderno e competitivo il sistema formativo nel nostro paese. La protesta degli studenti non è immotivata, ma appare quasi impossibile un movimento di obiettivi di riforma in questo clima.
L’OMBRA DEL CASO MORO (1997)
La commemorazione parlamentare (e televisiva) del ventennale della tragica fine di Aldo Moro, allora presidente della DC, avrà pure avuto qualche momento di "verità", ma è restata ben al di sotto di una qualsivoglia elaborazione interpretativa di un evento traumatico per la democrazia italiana. Lasciamo perdere gli accenti rancorosi di un leader improbabile come il capogruppo di Forza Italia, un ex-DC. Piuttosto fanno riflettere le parole di Violante e di Scalfaro, l’assenza di Andreotti e Cossiga, lo scranno vuoto con il mazzo di fiori, i familiari dello statista ricordato presenti alla Camera ma non alla cerimonia religiosa degli ex-DC dei due Poli. Allora: ci sono ancora molti misteri, mandanti esterni, il "grande vecchio" evocato da Craxi ai suoi tempi d’oro? Ci sono ancora gli eredi legittimi del "partito della fermezza" e di quello della trattativa? Violante non ci mette molto a trasvolare dal revisionismo storico sulla Resistenza a un’interpretazione giustificazionista ed esaltata della vicenda di quell’omicidio politico. Lo stesso D’Alema, che ha ricordato non a torto il Moro che voleva perlustrare la possibilità di una democrazia più avanzata, meno condizionata dalla guerra ideologica, e per questo assai inviso a molti dei suoi sodali del partito-Stato che fu la DC, è incorso in qualche incongruenza e non ha evitato qualche paradosso. Ci fu oppure no, nel lungo ciclo dal ’68 all’82, nel clima della "guerra civile fredda", un conflitto? O piuttosto ci fu una dispiegata politica riformista il cui cammino fu intralciato dal terrorismo di sinistra? Naturalmente non si tratta di dare la pensione ad alcuni (pochi) ex-brigatisti ancora in carcere e ancora irriducibili, né di riconoscere postumamente uno statuto politico al "partito armato".
A proposito di misteri ci si mette anche il senatore Pellegrino, presidente di una Commissione stragi che si avvia a chiudere con risultati deludenti, al di sotto persino di quanto è scritto sui libri di testo delle secondarie. Eppure, come ha ricordato Giorgio Bocca sulla Repubblica, non è mai emerso un ruolo di mandanti esterni o di servizi segreti esteri. E’ invece provato che tanto l’URSS quanto gli USA hanno copiosamente finanziato, almeno in quegli anni, e in valuta pregiata, i "partiti etici" di massa.
Qualcuno è in grado di dimostrare che Moro non intendeva logorare il vecchio PCI, magari morbidamente, per rafforzare il ruolo centrale ed egemonico della DC? E’ fondato ipotizzare che la "solidarietà nazionale" avrebbe partorito una Grossa Coalizione capace di riscrivere le regole del conflitto? Non è lecito ignorare che in quegli anni agirono movimenti sociali collettivi, in un lungo ciclo di protesta, fuori dalla logica del "compromesso storico", estranei alle logiche della Guerra Fredda. Negare quella situazione particolarmente aspra di un conflitto politico, sociale, ideologico, di culture e soggettività, è un’impresa difficile per il giustificazionismo tattico-strumentale. Cos’è poi l’abuso del concetto di "democrazia compiuta"? Né "socialismo realizzato" né "democrazia compiuta", ma piuttosto la nozione di processo democratico: è questa la categoria interpretativa da spendere. Il non averlo compreso ha implicato un ritardo enorme, e dai limiti di tutte quelle culture politiche hanno avuto poi difficoltà ad affluire nuove culture democratiche e istituzionali: ci son voluti l’89, il crollo dei regimi dell’Est e la fine dell’Unione Sovietica . Nel ’78 fu vera emergenza democratica, ma anche tutto un fiorire di teorie e pratiche sull’eccezionalismo della democrazia italiana. Agiva ancora la pesante eredità togliattiana, che trovò eco persino nella Costituzione, e che si può riassumere nell’equivoco della "democrazia progressiva", a cui si aggiunse un’idea di "democrazia eccezionale".
Quando Moro scriveva umanissime lettere dai luoghi del sequestro lo diedero per matto, quando rispondeva ai suoi carcerieri questi non lo capivano (su Gladio, Andreotti, l’atlantismo "coperto", lo stragismo, gli scandali affaristici), a causa delle subculture con cui i terroristi si autorappresentavano il conflitto. La Commissione Tecnico Operativa dell’unità di crisi del Ministero degli Interni era infeudata da uomini della loggia "P 2". Pare che Cossiga fosse pronto, in caso di rilascio dell’ostaggio, a far chiudere Moro a tempo indeterminato nel reparto neurologico di un ospedale militare. Furono proprio in molti a non volere particolarmente vivo l’onorevole Moro, forse proprio perché ridotto a una condizione umana, per quanto disperata, qualcosa ormai difficile da gestire. Il PCI si misurò drammaticamente in una ostinata ricerca di legittimazione democratica, si attestò nella fermezza, invitò le masse a "farsi Stato", ma non evitò (dopo la parentesi dell’unità nazionale) di andare all’opposizione per poi declinare in un ruolo subalterno e consociativo. Il PSI di Craxi fu cooptato direttamente nel blocco di potere politico sino al crollo inglorioso agli inizi degli anni Novanta.
Il conflitto tra libertà e democrazia, ancora più saliente che tra democrazia liberale e giustizia sociale, proprio di tutto il lungo dopoguerra italiano, favorì uno scontro sordo tra riformismo senza riforme e una conflittualità senza troppi sbocchi, un’opposizione di massa spesso radicalizzata e stretta tra i limiti delle culture poliche e l’iniziativa degli apparati, poi stordita e forzata dai fautori della "lotta armata". Ma oggi i riflessi condizionati non aiutano a liberare la memoria dai blocchi di rimozione, né si sente il bisogno del politicismo giustificazionista.
(Silverio Tomeo)