Piangeva forte, percuotendo, oscuro,
le sue pareti umane senza uscita.
Per segnarlo con una scossa ardita,
lo aspettava la luce fuori il muro.
Grido al chiuso che lo inchiodò, futuro
contrastato, sciagura sua infinita,
dalla stessa chiusa, aperta ferita
che dovrà esporlo al primo colpo duro.
Quale desolazione e che
ventura!
Mostro intriso nel sangue,
sradicato
dalla grotta carnale del dolore.
Bevi la luce, succhiala, creatura,
nel tuo essere dentro illuminato,
che con il latte succhi anche il pensiero.
Stupore della stella alla
scintilla
della sua stessa luce allegramente.
Sogna la pesca che improvvisamente
la sua peluria albeggi già capello.
Attonito il limone ed aspro il collo,
per la chioma del cotogno è languente,
la rosa ha il suo maggiore godimento
se spia le gambe di spinoso vello.
Afflitta alle vetrate, tanto
triste
di soffrirle davvero dure e sole,
per le sue mani nude così lisce,
guarda di fronte al mare che le investe
l’adolescente, tra le onde e il sale,
l’inguine di peluria che infoltisce.
venuto in un odore di bagliori.
Sanno di sangue i già
bruciati fiori
e di cipresso di sangue incendiato.
Un diluvio dal cielo è giù
scrosciato
d’astro e di sangue risolti in odori,
e un uragano di aromi e colori
al mondo lascia dal sangue accecato.
Fredda e malata, insonne ed ululando,
scatenata la febbre va saltando,
un terremoto per i terrazzi arsi.
Sulla gronda la luna coagulata,
vede l’adolescente denudata
l’inguine di papaveri infoltirsi.
Un foglio sveglio nella sua lindura.
Foglia bianca di un pioppo incensurabile.
Guancia di un gelsomino incorruttibile.
Un giglio virginale di scrittura.
Albo riflesso di una cornea pura.
Filo dell’acqua impubere e impeccabile.
Il dorso di una stella
invulnerabile
sull’opposto d’una colomba pura.
Il bianco sfida il bianco tutto attorno.
Con la calce si uccide il rosso acceso
e il biondo della luce è biancheggiante.
Nessuno azzarda contraddire il giorno.
Di violacciocche macula ogni
cosa
la neve della mano in movimento.
Profondo, lì, un umidore ardente;
ribolle lì un calore oscuro e blando,
soffocato ansimare che sprofonda
piegandosi e morendo lungamente.
Labbra su labbra non attacca il dente,
lingua entro gola ombrosa che si fende,
fiera insistenza, attorno aspra e profonda,
per morder l’impossibile sorgente.
Fiera insistenza, ché non fu mai dato
alla femmina e al maschio un'altra vetta
che d’essere semente e seminato,
ché quel che resta, oh corpi risvegliati,
sono fulgori
che poi all’alba in fretta
vanno dissolti in fiamma, disperati.
Coprimi il cielo della bocca, amore,
con quella travolgente spuma estrema,
che è gelsomino di cui arde e trema,
su corallo di rocca il suo sapore.
Dammi il suo sale che impazzisce, amore,
nel lancinante tuo fiore supremo,
piegando il suo furore nel diadema,
garofano mordente in pieno ardore.
O fluire essenziale, o
gorgogliare
appena temperato dalla neve,
per tanta stretta grotta in carne viva,
sopra il tuo fino collo scivolare,
starla a vedere, amore, mentre piove
con gelsomini e stelle di saliva.
come un brusio di spuma silenzioso.
Sul duro vinco il tulipan
prezioso
piega senz’acqua, vivo ed esaurito.
Cresce nel sangue rapido e inquieto,
un’urgente pensiero bellicoso.
Il fiore esausto perso nel
riposo
si sveglia alla radice sua bagnato.
Salta la terra e dal suo
ventre perde
linfa, sorgente e una pioppaia verde.
Palpita, esplode, fruscia, urta, s’incaglia.
La vita spezza vita in piena vita.
Se pur la morte vince la partita,
tutto è un allegro campo di battaglia.
Vola la notte antica di erezioni,
morte, come le mani, nell’aurora.
Un garofano a lungo deteriora,
fino ad impallidirglieli, i limoni.
Contro il buio di squille vibrazioni,
gli emboli d’un azzurro scrematore
agitano nel sangue un frullatore
di secchi in vorticose rotazioni.
Quando il cielo si strappa
l’armatura
in un errante nido di sozzura
gli grida un occhio al sole appena aperto,
nei visceri il futuro sogna il grano
e chiama l’uomo a farsi testimone.
Ma l’uomo ormai al suo lato dorme morto.
(Guerra alla guerra per la guerra.) Senti.
Volgi la schiena. Apri la bocca. Il mare.
Su una mina una sirena va a urtare,
e l’arcangelo affonda, indifferente.
Tempo di fuoco. Addio. Urgentemente.
Serra lo sguardo. E’ il monte. Vai a toccare.
Lì cime e rocce stanno per scoppiare,
e l’arcangelo affonda, indifferente.
Anche alla luna dinamite? Via.
Morte alla morte per la morte: guerra.
Pensa il toro: davvero il mondo è bello.
Stanno bruciando i rami, amore mio.
Apri la bocca. (Il mare. Il monte.) Serra
gli occhi e lo sguardo e sciogliti i capelli.
vieni stanotte a me, discendi in terra,
e invece d’esser luna oggi di guerra,
vigila il sonno dell’amore mio.
Dagli la renna in fuga per la via,
che per il gelo dei tuoi occhi erra,
se la tua luce
esilia dalla terra,
che il suo esilio e il suo nido lana sia.
Tempo d’orrore: il sangue che dimora
per forza separato, fuoristrada,
lontano dalla sua nativa soglia.
Luna d’oblio, la tua
presenza ora
non mi risvegli il labbro della spada,
ma del mio amor, che la tua renna veglia!
Biondi ed agili vimini
affilati
di luce, fluidi giunchi sempre eretti,
persistenza nei getti più perfetti
delle fontane, a scherma sollevati.
Tronchi di pioppi in alto mai piegati,
colonne di cipressi ad architetti,
rotondi, duri, rigidi concetti
a dei cactus virili comparati.
Si sente l’uomo cima e copertura.
Guarda giù il mare e vergine infuriata
la spuma che lo incita, fuggendo.
Scender d’un balzo, mentre s’alza dura
tra i pori questa spada sempre ardita
di linfa verde per ferire ardendo.
Corpo tra erba e polvere sognato,
amor di stelo freddo ed esplosioni,
mi desti solo un lampo di illusioni
su un tremore di prato devastato.
Mi armasti il sangue di fumo gelato,
arsa gramigna nel mio petto poni,
ora tregua, congela mediazioni,
volgendo a erba e polvere il mio stato.
Piede verde in questo
disastro, sfida
d’ una passione esplosa e fiamma fiera
contro il gelo bruciato del tuo impegno.
Arder come, se il fumo è fredda insidia,
il prato incenerito è una radura
e fu soltanto polvere il mio sogno?