LA FINE DI CRAXI

 

 

    La morte di Craxi non dovrebbe servire a santificare nessuno né tantomeno ad assolvere nessun’altro, e non penso tanto alle schegge e ai frammenti della diaspora socialista ma alla classe politica e alla classe dirigente di questo Paese. A suo tempo Craxi ha scelto orgogliosamente il malinconico esilio in terra straniera, ma molto amica, mentre restando in Italia, come Andreotti e Forlani e tant’altri, avrebbe avuto più chanches di difesa legale sin dall’inizio della sua rovinosa vicenda, anche se il cosiddetto mondo cattolico conserva più consistenti capacità di autodifesa e di autoassoluzione, a quanto sembra.

    Nell’ultimo memoriale inviato all’ex-sindaco di Milano Pillitteri, Craxi insiste ancora nella linea che fu già del suo ultimo intervento in Parlamento: tutti i partiti e tutte le sottocorrenti avevano beneficiato per anni di un sistema illegale di finanziamento e tutti lo sapevano, questo era il sistema, conosciuto in ogni singolo ganglo delle istituzioni. Come ha scritto per il Corriere della Sera Giuseppe D’Avanzo “Tangentopoli non fu soltanto l’illegale sistema di finanziamento dei partiti, ma fu la forma che assunse lo Stato italiano radicandosi nell’illegalità delle sue classi dirigenti, politiche, economiche, burocratiche, professionali. Tangentopoli è stato lo Stato e la società italiane e, al contrario di quello che pensa Bettino Craxi, ha soffocato le libertà democratiche, imprigionato la dialettica politica, manipolato lo sviluppo dell’economia, ha avvilito i valori e mortificato le opportunità sociali precipitando il nostro Paese in fondo alla scala europea”. Quello su cui Craxi poteva aver ragione era che non poteva essere lui solo il massimo capro espiatorio di tutta la vicenda di corruzione che avvolse in modo parossistico  gli ultimi  anni della prima Repubblica. Quello che da molte sentenze e ricostruzioni risulta è la peculiarità che socialisti e democristiani non incassarono solo per le casse dei partiti ma anche per l’arricchimento personale. Certo la voragine del debito pubblico non fu colpa solo di un uomo o di un partito ma di tutti gli attori di quel sistema politico.

    Dopo il senso tragico introdotto dalla scomparsa di Craxi e dopo che Cossiga và dove lo porta il cuore appare ancora più risibile la trovata della commissione su Tangentopoli: rimozione ed autoassoluzione, amnistia e pacificazione, non servono a nessuno. La Storia, quella scritta tra dieci, venti o trenta anni, dirà la sua. Il caso tedesco sta a dimostrare l’attualità del tangentismo in politica e la sua gravità nel truccare le regole del gioco. Per intanto domandiamoci qualcosa sul riformismo socialista e la sinistra italiana. La storia del riformismo democratico nell’Italia repubblicana è brevissima e riguarda l’immediato dopoguerra attorno ai lavori della Costituente e il primo centrosinistra del ’63, esperienza breve e contraddittoria, con sottofondo di Piano Solo e gen. De Lorenzo. Si conferma il riformismo senza riforme il riformismo storico delle classi dirigenti in Italia. 

    Quando Craxi prende in mano il PSI assieme agli altri quarantenni va al congresso di Torino del 1978 su una interessante piattaforma riformista, sollevando speranze e suscitando interessi. Appena un anno dopo finisce il breve periodo della solidarietà nazionale con cui il PCI di Berlinguer si ruppe le ossa. Quando a Salerno Berlinguer lancia l’alternativa democratica pensa ancora a un ritorno della DC al compromesso storico, e comunque non c’è in quella parola d’ordine né programma né progetto né cultura riformista. Craxi cerca il suo ruolo all’ombra del conflitto fra DC e PCI. Si crea rapidamente una contraddizione tra la cultura politica del PSI (riformista, democratica, progettante, modernizzante, spesso sinceramente liberale) e la collocazione politica e la linea d’azione concreta (necessariamente per la governabilità con la DC). Il riformismo decisionista di Craxi lo porterà poi solo a posizionare nel potere il suo PSI, a rimandare a un lontano domani l’unità della sinistra e l’alternativa alla DC, neppure nell’ ’89 vedrà nulla di cambiato. La DC di Andreotti e di Forlani ha protratto e mascherato a lungo la sua crisi grazie al PSI di Craxi. Il pentapartito si fa regime. Craxi aveva parlato ossessivamente di Grande Riforma, ma pensava solo a un proporzionalismo corretto alla tedesca accoppiato all’elezione diretta del capo dello Stato. Non comprese i referedum di Segni e Occhetto. Il socialismo era diventato socialaffarismo. Nel suo centenario il PSI praticamente scompare, e non certo per un complotto. Agli inizi degli anni ’90 si apre una crisi di regime e insieme uno spazio riformista. La sinistra italiana è chiamata a una storica responsabilità di governo, ma con una risicata base elettorale, una confusa cultura riformista, non da sola e autosufficiente. Il PCI – la cui collocazione e la cui politica non furono estranee alla deriva del craxismo – andò declinando nell’immobilismo e nel consociativismo. Il ’68 era durato dieci anni, unico caso in Europa. Il Paese aveva vissuto il più lungo dopoguerra per un paese europeo, una lunga guerra ideologica. Il terrorismo iniziò con lo stragismo. Alla fine anche gli uomini dei servizi segreti si dedicarono alle ruberie.

     Se la storia si facesse con i se ci potremmo arrovellare in un lungo rosario: se non ci fosse stata la Guerra fredda, se non ci fosse stata la scissione di Livorno, se il PCI fosse cambiato già nel ’56, se l’anticomunismo fosse stato più democratico, se URSS e USA non avessero finanziato i partiti in Italia con fiumi di valuta pregiata, se il sistema politico non fosse stato così bloccato, e così via.      

 

                  

                                             FINE DI UN CICLO?

 

 

    Dopo il 21 maggio e il 16 aprile, possiamo avere conferma della percezione che si va ormai chiudendo lo spazio riformista che pure si era aperto agli inizi degli anni ’90: il nostro resta tuttora un paese a forte rischio di declino e di instabilità. Le catastrofiche elezioni regionali (per le sinistre e i democratici riformisti) e il flop dei referendum (in primis quello sulla legge elettorale) suggellano l’idea di una coalizione di centrosinistra che non aveva reagito per tempo all’indomani delle elezioni europee di un anno fa, che aveva smarrito l’idea originale dell’Ulivo, non era stata innovativa nelle riforme istituzionali, aveva dimostrato poco coraggio riformista nell’azione di governo, e adesso è in piena crisi di leadership, di idee, di programma, di identità.

    «Probabilmente nessuna istituzione condiziona il paesaggio politico di un paese democratico più del sistema elettorale e dei partiti politici. E nessuna presenta altrettante varietà.» Così si esprime il teorico della democrazia, l’americano Robert Dhal. Il paesaggio politico italiano brilla per l’incongruenza dei sistemi elettorali per le città, le provincie, le regioni e le due Camere. Il sistema dei partiti politici è differenziato in più di quaranta fomazioni, nate alcune per ricattare, altre per dissidenza, altre per il finanziamento pubblico. Il sistema denominato sprezzantamente dal politologo Sartori “il Mattarellum” è un sistema misto, per tre quarti maggioritario e un quarto proporzionale, quanto basta per la partitocrazia di ritorno. Ora ci sarà la rincorsa al proporzionalismo, al tentativo di una terza forza di centro, una mini-DC pronta a un ruolo spregiudicato tra centrodestra e centrosinistra.

    Un centrosinistra poco innovativo e ben poco riformista era facilmente destinato alla sconfitta. Prodi ha fatto bene, ma temeva l’innovazione istituzionale come rischio per il suo governo. D’Alema ha cercato di fare sul serio, ma nasceva con strani tutori, come Cossiga, e non da un risultato lettorale. Ad Amato non resta poi molto da fare: in pochi l’avrebbero votato nel ’96, in pochi lo voterebbero alle prossime elezioni politiche, con molta probabilità. Difficilmente il governo Amato potrà dare vita a una nuova legge elettorale, è già il suo problema di oggi e di domani quello di non perdere pezzi della risicata maggioranza che lo appoggia. Ma come si dovrebbe sapere una legge elettorale ha un suo senso solo se rapportata a un versante istituzionale che riguarda la forma di governo e l’insieme di regole che una poliarchia moderna sa assegnarsi.

    Siamo di fronte a una classe politica in gran parte ancora figlia del proporzionalismo e del consociativismo, per di più ancorata a quello che resta delle vecchie culture politiche. Una classe politica incapace di autoriforma. In questi anni recenti si è ridimensionato il debito pubblico, si è avviata la riforma della pubblica amministrazione, soprattutto l’Italia è entrata nel nucleo di testa della moneta unica europea. Poi si sono avviate mezze  riforme, sulla scuola e sulla sanità, facili da rimettere in discussione verso il privato, come chiede il centrodestra. La riforma del Welfare è stata timida, osteggiata e ricattata, terreno di scontro tra vari corporativismi. Sulla riforma del sistema televisivo nulla, nessun coraggio per una seria legge sul conflitto di interessi. Nella sinistra democratica perdura come cultura dominante il berlinguerismo. Nella sinistra alternativa e conflittuale perdura una concezione sostanzialistico-metafisica della rappresentanza, quando non l’estraneità a qualsiasi strategia di governo. Nei centristi dell’alleanza per il governo che fu l’Ulivo sono corposamente presenti vecchie astuzie e culture democristiane, oltre che a un clima di decomposizione.

     Anche la destra italiana che preme per governare il paese si troverebbe, in caso di effettivo successo, di fronte a un sistema politico ossificato che non consente stabilità e governabilità a chi vince, come del resto gli accadde nel ’94 con il governo Berlusconi. Peccato che questa destra non giungerebbe al governo, come in Spagna, dopo quasi quindici anni di modernizzazione.  Avranno modo di ravvedersi, in ogni caso, quanti hanno scambiato Forza Italia per un partito liberale di massa. La sinistra italiana rischia facilmente di trovarsi in una situazione in cui ci vorranno anni per riformulare un progetto moderno di governo per il paese, come è accaduto in passato in Inghilterra e in Germania. Un centrodestra che assembla xenofobia, tradizionalismo cattolico, affarismo proprietario e aziendalistico, può presentarsi con slogans di innovazione ma, peggio ancora, produrre sul serio una modernizzazione senza democratizzazione. Anche in Italia il conservatorismo potrebbe aver già superato la divisione tra una destra antistatalista e populista e una destra di mercato, tecnocratica  ed élitista, altro che teoria delle due destre e delle due sinistre…

     Si conferma clamorosamente inadeguata la via referendaria alla riforma della politica, troppo poche sono le rotture dall’interno del sistema dei partiti, purtroppo anche nella sinistra alla weberiana etica dell’intenzione temperata dall’etica della responsabilità si sostituisce spesso l’etica dell’appartenenza rafforzata dall’etica di bottega. La sinistra non è più il partito della speranza quando, come al Nord e nel caso dei nuovi ceti, è in caduta libera. Non basta, quindi, né tornare a una presunta base sociale in rapida trasformazione, ormai, né lavorare per i poteri forti che sono pronti a qualsiasi cambio di referente.

 

 

                                                                                         Silverio Tomeo

 

 

(per il “Quotidiano di Lecce”)