Saggi

 

GRAZIADIO ISAIA ASCOLI

 

Viaggio tra gli albanesi e slavi del Molise

 

Questo saggio di Ascoli, il più importante glottologo dell’Ottocento, fondatore della dialettologia storica italiana, fu pubblicato su "Il Politecnico" (Sez. Lett.), 1867, fasc. III, con il titolo Saggi ed appunti, e poi raccolto, con qualche modifica, in Saggi critici, II, Torino-Roma 1877. Ne pubblichiamo la prima edizione.

Nel campo strettamente istorico si muove un linguista che è italiano ed epirota insieme. Demetrio Camarda, albanese di Sicilia, al quale dobbiamo il più ampio lavoro di grammatica comparata che abbia sin qui veduto la luce nella penisola. Il primo volume del suo Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese (1), descrive e scruta tutto intero l’organismo della lingua degli Schipetari, ed istituisce un parallelo continuo tra l’albanese e il greco, ricorrendo però dottamente anche ad altre favelle della famiglia ariana, così dell’Asia come dell’Europa. Il secondo volume, che si annunzia come Appendice al primo (2), è un’antologia albanese, ricca di illustrazioni filologiche, preceduta da un lungo e prezioso discorso letterario ed istorico, e seguita da un indice copioso, che abbraccia l’opera intera.

Il Camarda ha messo insieme tanta dovizia di materiale, dando, come si conveniva, particolare attenzione alle colonie albanesi che sono in Italia, e vi ha lavorato intorno con tanta diligenza, con tanto acume, e soccorso da una così buona e vasta erudizione, che il suo libro gli assicura per sempre un bel posto fra gli albanologi, ed è un vero ornamento della letteratura filologica dell’Italia contemporanea. Ed è bello e invidiabile vanto degli Albanesi d’Italia il poter mettere questo durevole monumento, che al loro idioma ha innalzato il Camarda, a lato ai pregevoli lavori, con cui altri due chiari italo-albani, il De Rada e il Dorsa, attendono a’ giorni nostri ad illustrarlo [...].

Una lacuna, ma non gran fatto rilevante, potrebbe avvertirsi nel secondo volume, che è, come già si disse, una collezione di testi albanesi. A quest’antologia, importantissima per la lingua e preziosa eziandio sotto al riguardo istorico ed all’estetico, diedero il loro contingente di versi gli Albanesi della madre patria, gli Albanesi di Grecia e quelli delle colonie sicule e calabresi; e la madre patria aggiunse ancora qualche prosa. Ma non vi sono rappresentate le colonie albanesi delle provincie orientali del napoletano; due delle quali, e tra le popolose, Montecilfone (2727 ab.) e Portocannone (2159), nel Molise, io ho potuto toccare in una mia rapida scorsa dell’ottobre 1864. La canzone popolare viene morendo fra questi coloni, ma tuttavolta potrebbe ancora salvarsene non ispregevoli resti.

Vita hai sottilissima, come fili di refe,

labbra hai rossine, come ciliege;

come sei bella, beata te;

tu se’ in cielo e fai luce in terra (3),

dice alla bella l’innamorato di Montecilfone. E Montecilfone mi diede altri frammenti, che due popolani raccozzavano in modo bizzarro. Tra’ quali:

tu pensi ch’io dormo,

e io non dormo,

sempre il pensiero ho a te vicino;

e quando io muoia,

non v’ha per me chi mi pianga;

vienne tu, o fiore

tu che m’hai passione!

All’arrivo della sposa, cantano nello stesso paese:

Bella, bella vezzosa,

"silezi lezi mézi" (4)

Maria bellina! —

Appena ch’ebbi veduta una lepretta

che recava una foglio da scrivere,

— signor padre (dissi), che dice mai questo scritto? —

— dice una giovanettina e un migliaio di ducati; —

e giunti che fummo su quei piani,

ecco, mazzi di fiori e giunchiglie,

"silezi lezi mézi"

Maria bellina;

giunti che fummo in quelle macchie,

ecco, mazzi di fiori e violette,

"silezi lezi mézi"

Maria bellina!

Da un simpatico vecchio di Portocannone (Gaetano Acciajo) potei ricavare una lezione compiuta della canzone di "Costantino il piccolo", compiuta ma assai povera, e non già per semplicità nativa, sì che pare uno scheletro paragonandola a quella che ci dà l’antologia del Camarda (91-97), o alla variazione neo-ellenica (in questa il nome dell’eroe è Giannino) che il nostro albanologo cercò indarno (II, XVII, LVII), e avrebbe trovato fra i canti greci del Tommaseo (p. 96-99). Pur può piacere la rapidità della chiusa:

quando arrivò all’ampia via,

— "indietro, disse, e indietro, o voi buon’uomini,

Costantino è il fidanzato primo". —

Se impalliditi i canti, non troveremmo, però, alterata, nel Molise, la fierezza, o anche la ferocia del costume albanese (5). Un tentativo rivoluzionario, scoppiato nel 1861 in Montecilfone, era stato soffocato nel sangue (6). Scorso l’anno, un mio amico, incontrando alcune donne di colà, tuttora vestite a bruno, chiede se il numero degli uccisi veramente ascendesse, come si diceva, a cencinquanta: "O cento o dugento", interrompono, poco monta, perché in quest’anno ne nacquer trecento".

Gelosissimo, l’Albanese, qui come altrove, dell’onor della donna, vuol morto senza indugi, e di propria mano, chi glielo contamini. Due frati, or sono vent’anni, andando alla cerca, insultarono con libertini propositi alcune donne albanesi, trovate sole nell’aja. Sopraggiunti gli uomini, aggiogano quei malavventurati e li costringono a tirar l’aratro, adoperando il pungolo senza pietà. Il perché oggi ancora si ricorda colà ai frati questuanti di rispettar le donne, se non vogliono arare. Non infrequenti gli omicidii per vendetta, che la giustizia riesce difficilmente a punire. "Chi dunque menò il colpo?", chiedevano (1842) a donna albanese, testimone di uno di questi fatti di sangue. "La Madonna", fu l’unica risposta. E alla dissezione dell’ucciso assisteva l’uccisore, noto al medico; il quale mostrandone meraviglia, l’omicida gli disse calmo (e di certo non contraffaceva alcun romanziere): "Vengo a vedere se il colpo fu bene aggiustato".

Degli usi aviti sono conservatori abbastanza tenaci. In Montecilfone usano tuttora alcune famiglie mettere in bocca ai defunti un anello; e vicino a quel paese si trovarono delle monete di bronzo frammezzo ad ossa umane. Sarà sempre la danákê degli antichi elleni (il soldo per Caronte), che si mantiene tuttodì nell’Albania e in varie parti di Grecia.

Come nella madre patria, così nel Molise, gli Albanesi stanno vicino agli Slavi (7). L’idioma slavo delle colonie molisane è l’illirico o serbo, cioè l’idioma che si parla, con leggere variazioni, nella Dalmazia, nel Montenegro, nella Serbia, ecc. — Parlasi ancora, da tutti, in Acquaviva Collecroce (1920 ab.) e in S. Felice a Montemitro (2514), che danno una popolazione complessiva di 4500 anime. I vecchi lo parlano tuttora anche in Tavenna (2135).

Pure di Palata (3991?) è accertata l’origine slava; e Slavi ebbervi eziandio a Ripalda (2081); e di Montelongo (1147) deve dire monsignor Tria, nelle Memmorie istoriche della città e diocesi di Larino, che tutti gli abitanti vi smozzicassero un gergo slavo. S. Giacomo (918) celebra l’arrivo de’ coloni slavi, l’ultimo venerdì d’aprile; dovecché gli altri paesi lo celebrano il primo venerdì di maggio.

A S. Biase (1218; San Biase è il patrono de’ coloni slavi del Molise) trovai viva la tradizione delle origini slave, e parecchi vocaboli slavi sopravviventi nel dialetto italiano; e ivi lessi nel "Bollettino delle Sentenze", n. 3 (cioè tomo III), l’anno 1810, a p. 46-7: esistono tuttavia le capitolazioni stipulate colla colonia degli Schiavoni chiamata dagli antichi baroni ad abitare il feudo (di S. Biase)... Le capitolazioni primordiali furono stipulate nel 1509 fra Girolamo Carafa ed i coloni Schiavoni. —

Il cav. Vegezzi-Ruscalla in un suo opuscolo sulle Colonie Serbo-Dalmate nel circondario di Larino (Molise) (8), che non sono riuscito a procacciarmi, deve far colpa al De Rubertis (o a me che scrivevo sotto alla sua dettatura) di aver fatto ascendere a 20,000 gli Slavi del Molise, doveché non sono se non quattro o cinquemila. Ma il De Rubertis altro non mi dettò (ned altro scrissi), se non che lo slavo fosse ancora parlato da una popolazione di circa 5,000 anime; e che d’origine slava dovessero reputarsi un 20,000 molesani.

E così tra i coloni albanesi, come fra gli slavi, è vivo l’amore della propria lingua e della propria nazione, ma insieme anche l’amore per la patria italiana. Fra i martiri della libertà d’Italia brilla di viva luce uno Slavo di Acquaviva Collecroce, Nicola neri, morto sul patibolo, nel 1799, insieme con Pagano, Caraffa, Caracciolo, e tanti altri venerandi patrioti. Il quale illustre italo-slavo, nell’accomiatarsi da’ suoi compaesani, che non di rado visitava, solea dir loro: Fate di non perdere il nostro idioma (ne-mójte zgubit nash jézik). Viveva ancora, in quel paese, quando io ci fui (ottobre 1864), la vedova del Neri; e m’accolse, in sulla soglia, con modi e parole, che mi trasportavano nella leggenda slava.

Anche di questi illiri, o Schiavoni del Molise, l’Italia potrebbe trarre qualche profitto, a stringere vincoli nuovi, civili e politici, cogli Illiri e co’ Serbi che stanno al di là dell’Adriatico. E v’è, tra quei coloni bilingui (ma onestamente bilingui), tale che ardentemente aspira a rendere utile ad ambo le patrie la sua qualità d’italo slavo, ed ha l’ingegno e l’animo da bastare all’intento. È Giovanni De Rubertis, di Acquaviva Collecroce, che nacque poeta e va adorno di molto e vario sapere, il quale egli diffonde con nobile perseveranza, tra i suoi concittadini.

Indi fu vista

Esosa stirpe su straniera nave

Dare l’ultimo addio

Sitibonda di sangue al suol natio,

canta ne’ suoi Martiri (9) questo compaesano di Nicola Neri, alludendo alla resa di Gaeta. Ma nello stesso carme egli esclama:

Dovea forse Colei che in pugno tenne

I destini del mondo, eternamente

Posar su’ ceppi il capo, e al suon destarsi

Di canzoni croate?

Il De Rubertis italiano qui si trova in istrano contrasto col De Rubertis slavo, perché è gemella della canzone croata quella che a lui sgorga più spontanea dall’anima. Le due cittadinanze stanno, all’incontro, in bell’armonia tra di loro, quando, nel Casimiro Bogdanovich (10), il nostro poeta prega la Polonia che ascolti "Il suono di una lira italo-slava". A questo egregio amico, cui veramente debbo tutto il profitto che mi venne dalla mia escursione nel Molise (11), in una sola cosa non poteva io prestar piena fede, ed era nei saggi, che egli mi veniva dando, della lingua e della poesia popolare de’ suoi Slavi; perché poeta com’egli è, e dotto in lettere serbe (12), la parola del popolo si alterava inevitabilmente passando pel suo prisma.

Un vecchierello arguto e una candida fanciulla (Michele Maddaloni e Rosina De Rubertis, ambo di Acquaviva Collecroce) mi furono più sicuri maestri, e ad essi unicamente mi affidai. Di una vecchia e lunga ballata, ora rimane fra quegli Slavi solo il brano che segue, e le fanciulle lo dicono in carnovale, giocando a dondolarsi sulle funi:

Compagna cara, andiamo a cogliere rose (13)

— compagna cara, non posso venire; —

— compagna cara, perché non puoi venire?

— ho paura di Giovanni figliuolo di Carlo;

sono sette anni,

che non se ne sa né nuova né novella (14) — .....

I primi fiori che Maria ebbe colto,

sulla pietra, a – cui – l’acqua – gorgoglia – intorno

l’acqua gorgoglia.

E Maria sentì i campanelli de’ cavallucci,

e domandò. — che sono questi cavallucci? —

— questi sono i cavalli di Giovanni figliuolo di Carlo (15).

Il mio arguto dettatore aveva sentito dall’ava sua di questa antica loro costumanza: il primo giorno dell’anno, sul mezzodì, le donne del paese recavansi alla Fontana, ed empitovi ciascuna il suo mastello e messolo sul capo, sen venivano giù verso la piazza cantando e ballando, precedute da un uomo colla chitarra o col mandolino e da una donna coi tamburelli; in piazza, gli uomini facevano circolo, e le donne nel mezzo a ballare e sonare, sempre coi mastelli in capo, e a gettare acqua in faccia agli uomini, col coppino di rame, sin che vuotassero il mastello. Veggano i più dotti quale reminiscenza istorica o quale tradizione qui si asconda; io intanto noterò il riscontro che segue:

Le Dynagus est un coutume lithuanienne dont l’institution remonte à la fin du quatorzième siècle. Elle est la commemoration du grand baptèeme du peuple lithuanien, pendant le règne de la reine de Pologne, Hedwige, épouse de Ladislas Jagellon, grand-duc de Lithuanie... En mémoire de la conversion des Lithuaniens, il fut institué une cerimonie annuelle qui rappelait ce grand acte religieux. Cette cérémonie dègénéra avec le temps en une sorte de divertissement populaire, qui est le Dynagus, tel qu’il se pratique encore, le lundi de Pâcques, dans les campagnes de la Lithuanie. Cet amusement consiste à se faire réciproquement des aspersions, et l’on devine bien que les acteurs apportent à ce jeu toute la malice e la belle humeur que comporte ce genre d’espièglerie villageoise (16).

Ma è ben ora che io per questa volta finisca, e chiuderò con un proverbio e due brevi canzoncine de’ nostri slavi molesani.

Chi ha un sol porcello,

l’alleva grasso;

chi ha un sol figliuolo,

lo alleva tristo.

La prima canzoncina è de’ pastori:

Camminavo solo per la strada,

e vidi una bella giovanetta;

— dove vai bella giovanetta mia? —

ed essa ridendo, ridendo,

mi volse le spalle,

né una parola

a me volle dire.

L’altra aveva la Rosina De Rubertis sentito il dì innanzi ("e faceva tenerezza il core a sentirla"), da figliuolini che seguivano la bara, scoperta come usa colà, della madre ad essi rapita nel fior degli anni:

O bella madre mia,

dove ci hai ora lasciato

in mezzo alla strada?

ritorna, o madre,

dimmi qualcosa;

quale strada ho io da prendere

io senza nessuno?

NOTE

(1) Livorno, a spese dell’autore, 1864; 350 pagine in ottavo, di stampa compatta. [La nota è di Ascoli. Le note di redazione sono segnate da parentesi quadre].

(2) Appendice al saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese, Prato, 1865, di pag. LVIII e 268.

(3) [Omettiamo la versione albanese, con relative note].

(4) Questo verso altro non è che uno scherzevole accozzamento di sillabe, a detta degli stessi albanesi. Così presso l’Hahn: lóe’kori plóc’kori (II, 141), ed altri.

(5) Ma qui pure, l’Albanese è generoso ed ospitale; e a me il provò, in splendida guisa, l’egregio patriota don Achille Campofreda di Portocannone. Molta gratitudine debbo ancora a don Antonio Martini, arciprete di Montecilfone.

(6) [Sull’episodio si veda G. MASCIOTTA , Il Molise dalle origini ai nostri giorni, Lampo, Campobasso 1985 [rist.], vol. IV, pp. 192-193; A. ZAZO, Conflitti fra truppe piemontesi e reazionari in Montecilfone (1861), "Samnium", gennaio-giugno 1963, pp. 120-121 (con indicazione delle fonti d’archivio); id., Esorbitanze militari a Montecilfone (1861), ivi, luglio-dicembre 1963, pp. 236-237].

(7) [La parte che segue, fino a "20,000 molesani", nell’originale figura in una nota a piè di pagina].

(8) [Si tratta per l’esattezza di G. VEGEZZI RUSCALLA, Le Colonie serbo-dalmate nel circondario di Larino, prov. di Molise. Studio etnografico, Tip. Botta, Torino 1864].

(9) I Martiri di Montefalcone e Caccavone, Canto di GIOVANNI DE RUBERTIS, [Nuzzi], Campobasso, 1863. [Su De Rubertis (1813-1889), cfr. G. MASCIOTTA, op. e vol. cit., pp. 32-33; Avv. VETA (sic), Cav. Giovanni de Rubertis, "Il Sannio", 22 maggio 1889; a.m. cirese, Gli studi di tradizioni popolari nel Molise. Profilo storico e saggio di bibliografia, De Luca, Roma 1955, ad indicem].

(10) Casimiro Bogdanovich. Episodio della insurrezione polacca del 1863, Canto di G. d. R., [Nuzzi] Campobasso, 1863.

(11) Se la generosa amicizia del De Rubertis mi persuase e mi agevolò per ogni verso quel viaggio, non posso però dimenticare le gentilezze di cui mi onorarono altri Slavi e molti italiani del Molise. Tra quelli mi sia lecito qui ricordare i signori Vetta di Acquaviva Collecroce; tra questi, don Gaetano Porfirio di Trivento; don Serafino Leone e il fratello Giovanni; il signore Emilio Continelli di S. Biase.

(12) Pubblicò di recente: Poesie serbe di MEDO PUCIC (ORSATTO POZZA), volgarizzate da G. d. R. italo-slavo, [Colitti], Campobasso, 1866.

(13) Dicono, se la memoria non m’inganna, nel loro discorso italiano: andiamo per rose (u ruzhi’tze).

(14) Letteralmente: che non si sa né vita né vivere.

(15) [Omettiamo la versione slava].

(16) L’illustration, Journal universel, vol. XLV, n. 1155 (15 avril 1865).

 

S A N N I T I C A

RIVISTA MOLISANA DI STORIA E LETTERATURA