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"IL GARZONCELLO SCHERZOSO"
INTERVISTA A EDOARDO ALBINATI
INSEGNARE IN CARCERE
- Da quanto tempo e cosa insegna a Rebibbia?
- E’ il settimo anno che lavoro in galera, nella sezione staccata
di un istituto tecnico industriale con indirizzo informatico. Insegno lettere.
Che essenzialmente per me significa sintassi di pensiero, letteratura,
poesia, narrativa. Anche la storia la facciamo leggendo i testi degli storici
d’epoca, Tacito, Svetonio, ecc., privilegiando l’aspetto narrativo
e memorabile, cosa che grazie ai nuovi programmi nella scuola, diciamo
così, “normale”, quasi non si riesce più a fare, per
la sventura di insegnanti e studenti che si trovano costretti a studiare
pappette sociologiche spalmate su secoli.
- Che tipo di rapporto si instaura con i detenuti?
- Direi cameratesco, con punte di fraternità, un gioco sportivo
e talvolta asprezze. I miei studenti vanno iper-stimolati e come si sa
gli stimoli possono anche essere dolorosi o fastidiosi. Il mio lavoro consiste
principalmente nello sbriciolare il blocco dei luoghi comuni che spesso
ingombra la mente dei detenuti, oppure semplicemente nel mostrare che le
parole hanno un senso, per esempio, i nomi e i cognomi che portiamo, vogliono
dire qualcosa, hanno una storia, sono un patrimonio vero.
- Quali i problemi?
- I problemi sono numerosi come i nomi di Dio. Li lascio immaginare
ai lettori. I più gravi naturalmente non hanno a che fare con la
scuola in senso stretto ma con le condizioni generali di vita in
carcere: la compressione fisica, le malattie, l’autolesionismo, l’incertezza
sfibrante dell’attesa di benefici, come la semilibertà, che vengono
concessi arbitrariamente o il più delle volte non vengono concessi
affatto, riducendo un uomo a un bambino lamentoso che aspetta regali.
- Si può parlare di risultati?
- Guardi, il principale risultato a cui io miro è che le
ore di lezione siano state belle e degne di essere vissute. Io non lavoro
esclusivamente pensando al futuro che comincerà, per il detenuto,
dopo la scarcerazione. Certo, è importante prendere un diploma,
ma insomma, io lavoro in nove casi su dieci con persone che al diploma
non ci arriveranno. Perchè? perchè rinunceranno alla scuola,
usciranno di galera, saranno trasferite in altri carceri (quanti alunni
perdiamo così!) dove la scuola non c’è, moriranno (e già,
anche questo, quanti ne abbiamo perduti!). Dunque è meglio lavorare
sul presente. Anche la vita nel carcere è vita, vita vera, e bisogna
riscattarla in quanto tale. Mi piace pensare che la scuola sia un modo
degno e umano di “passare il tempo”.
- Ha incontrato difficoltà burocratiche?
Quelle che si incontrano presso ogni istituzione pubblica italiana,
con in più: le sbarre, e la totale dipendenza da chi quelle sbarre
ha il compito di aprirle e chiuderle per te e i tuoi studenti. La dipendenza
da un bottone premuto, da un foglio firmato o non firmato, da un timbro...
la vita di chi sta in carcere è appesa a questi fili, e, di
conseguenza, in formato ridotto, anche la vita di chi in carcere ci passa
solo una frazione della sua giornata. La burocrazia ha però un aspetto
positivo: che indica chiaramente quali sono le persone che vogliono combatterla,
e le unisce tra loro.
- Cultura in carcere: in prospettiva quali sviluppi?
Le ho detto, io vivo nel puro presente, nella lezione che abbiamo
fatto stamattina: il primo canto del Purgatorio. Un’ora quasi perfetta,
faticosa, combattiva, ricca di premi. Lì sta la speranza,
è tutto scritto lì.
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