Gli Aggesi si distinguono per i caratteri tipici della loro parlata.
1.L’assimilazione della C palatale (zincu al posto di cincu gallurese, zentu anziché centi, cruzi
anziché cruci, zena anzichè cena) , e la trasformazione in C della CHJ (ciai per chjai, ciodu
anziché chjodu).
2.Il degradamento o addolcimento delle iniziali esplosive nelle corrispondenti sonore (lu gori al
posto di lu cori, lu garrulu per lu carrulu)
3.La velocità nel parlare tipica degli Aggesi.
La stessa varietà aggese si ritrova a Viddalba, Badesi e Trinità (erano peraltro
appartenenti al Comune di Aggius) e a Bortigiadas (forse per i continui contatti fra le
due popolazioni).
IL CARATTERE DEGLI AGGESI
"Il carattere di questo popolo saria degno d’ogni lode,
se fosse meno propenso a farsi giustizia da sé.
Tuttavia gli aggesi sono generosi d’animo, cortesi ed ospitali,
considerati come persone di spirito, di buon criterio e di giusto
raziocinio. Hanno una soave pronunzia e un modo di esprimersi
che non pare da idioti". ( Casalis).
Per quanto riguarda la facilità degli aggesi a "farsi giustizia
da sé", ci si riferisce alle gravi lotte intestine che nel secolo
scorso avevano funestato il paese. Era infatti soppiata una faida
fra due famiglie: i Vasa e i Mamia, per il mancato matrimonio fra
la soave Mariangela e l’irascibile Pietro".
In seguito a questa faida furono uccise circa settanta persone.
Il personaggio leggendario che compì la maggior parte di queste
uccisioni fu un certo Bastiano Tansu, "il feroce muto",
che si aggitava sospettoso fra i monti "Tuncu Sozza" e
"Monti di Mezu", per sfuggire alle forze regie che lo braccavano.
Pare che non utilizzasse mai più di un colpo per ammazzare un uomo.
Per questi atti di sangue, narra la leggenda, al calar della sera
il diavolo si affacciava sul "Monte Tamburu" e, piantati gli
enormi piedi sullo stesso, e poggiate le mani su di un masso
antistante (esistono quattro cavità naturali su questi massi, che
la leggenda attribuisce all’impronta dei piedi di satana),
lo faceva traballare emettendo dei boati simili al rullo di un
gigantesco tamburo, pronunciando una terribile minaccia:
"Aggju meu, Aggju meu, candu sarà la di chi ti z’aggju a pultà in buleu!".
La terribile minaccia pare tuttavia che sia stata
mitigata, e quasi resa vana, dalla frase successiva, che diceva:
"Manteni, manteni catena d’azzaggju, candu venarà Pasca
di maggju ti zz’aggju a pultà in buleu, in buleu".
La popolazione aggese, atterrita dalle quotidiane
minacce di Satana, decise un giorno di recarsi in processione sul
Monte Tamburu, per infiggervi una grande croce, allo scopo di
mettere in fuga il diavolo. Da quel giorno, il monte prese il nome
di" La Cruzitta".
Gli aggesi però, nonostante la loro irruenza ed il carattere
piuttosto vivace, hanno sempre amato il ballo, il canto e la musica.
Il Casalis riporta quanto segue:
" Il pubblico divertimento
degli aggesi suole essere il ballo, o all’armonia del canto,
o al suono degli strumenti".
Ad aggius è rimasta ancora integra
tutta la tradizione dei balli e dei canti .
"I balletti", infatti, eseguono danze tradizionali come "la danza",
"lu baddittu", "lu baddu tundu", "lu baddu a passu",
"lu tre in zincu", con un ritmo armonioso ed aggraziato.