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R.Doisneau, Savignac aux échecs (1950)
"Non esiste niente di più soggettivo dell'obiettivo", così si espresse il grande fotografo Robert Doisneau a proposito della propria arte. Un'affermazione come questa sovverte e si burla del luogo comune che vuole la macchina fotografica come strumento fedele, affidabile e meccanico, per la riproduzione della realtà. E sovvertendo e burlandosi di un luogo comune questa stessa affermazione stimola l'attenzione del semiologo e lo spinge a reinterrogarsi sul rapporto tra fotografia e mondo.
Un tale rapporto appare sicuramente più problematico oggi, dopo anni di disciplinato scetticismo, di quanto non si mostrasse agli occhi dei padri fondatori della semiotica, da Peirce a Levi-Strauss, ma le analisi di testi fotografici sono ancora troppo poche e troppo isolate perché il luogo comune possa essere definitivamente bandito dai territori delle teorie sul senso.
La tesi di cui si tratta in questo abstract ha l'ambizione di indagare attorno ad un fenomeno che precipuamente (e, nel caso di Doisneau, scientemente) mette in crisi l'idea del "fotografico" come sinonimo di "realistico". L'umorismo, attorno a cui verte l'indagine semiologica, è considerato come effetto di senso, e non quindi nelle sue valenze psicologiche, sociologiche o latamente artistiche. Da una prospettiva semiotica, in primo luogo, il testo umoristico è un testo che mette in luce il sistema che lo governa e di cui è manifestazione, denuda il meccanismo linguistico ed enunciazionale che sottintende e così facendo viola un tabù, crea imbarazzo e confusione nell'enunciatario, ed il suo senso si sovrappone all'effetto pragmatico che produce. Le fotografie di Doisneau sovvertono la realtà, la negano e la riscrivono e non danno mai l'impressione di volerla semplicemente riprodurre. Ma così facendo esse rivelano la mediazione del mezzo fotografico, demistificano la sua neutralità, denunciano la natura costruttiva di ogni rappresentazione, mostrano, infine, come la realtà stessa non sia che una scrittura. Molte delle fotografie oggetto d'analisi nella tesi si prendono gioco dell'enunciatario, confondono diversi regimi di rappresentazione (disegno, fotografia, "realtà"), spingono ad interpretare come vero ciò che è impossibile, e fanno questo mettendo in scena attori incongruenti con il programma narrativo di cui sono investiti, innestando un senso paradossale sull'evidenza innegabile dell'immagine. Accanto a fotografie che svelano il sistema linguistico soggiacente ed il processo di generazione del senso, ve ne sono altre che devono il loro effetto umoristico ad un particolare uso dei meccanismi enunciazionali, investendo l'enunciatario in quanto osservatore di scene di osservazione e coinvolgendolo suo malgrado nel testo in qualità di attore. Ancora, altre fotografie si basano su particolari conformazioni dell'espressione, creando sul piano plastico quei paradossi (ad esempio sotto forma di rime) che altrove si manifestavano a livelli semionarrativi profondi. Tali atti di sovversione linguistica, gli attacchi di terrorismo semiotico nei confronti di un enunciatario che non può fare a meno di leggere "asino chi legge", stemperano la loro apparente aggressività all'interno di una poetica affatto indulgente nei confronti degli esseri rappresentati e tesa a instaurare un rapporto passionale, privato e generoso, con lo spettatore. Quest'ultimo, infatti, entra a far parte di un complesso processo demiurgico che costruisce un mondo dotato di leggi proprie (leggi logiche, linguistiche, morali, civili) e abitato da affetti. Nella poetica di Doisneau, la fotografia che aveva sovvertito la realtà e l'aveva riscritta, torna dunque ad essere mezzo testimoniale, "immagine che si potrà impugnare come prova del proprio personale universo". Stefania Lepera
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