La ricerca semiotica

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Scuola di Semiotica di S.Marino, La Descrizione, Ex-Monastero Santa Chiara, Contrada Omerelli, 20, 25-28 settembre 2000

Ancora una volta, come spesso in questi anni, la scuola di semiotica di S.Marino ha chiamato alcuni illustri studiosi a tenere delle lezioni a ‘tema’. Tenere lezioni su un argomento è una pratica troppo spesso ignorata in Italia, e sarebbe facile ricordare, per contro, la fortuna nel mondo anglosassone, ad esempio, delle Norton Lectures. o delle Harvard Lectures.. Anche questo è un merito da ascrivere agli organizzatori della scuola. Per quattro mattine e tre pomeriggi, Bice Mortara Garavelli, Omar Calabrese, Denis Bertrand e Jean Michel Adam si sono confrontati sulla descrizione. Se, a tutta prima, poteva apparir difficile trovare un terreno comune, un filo che tenesse insieme le lezioni di quattro studiosi dai riferimenti culturali e dai percorsi di ricerca assai diversi, simile è stata, di contro, l’impostazione di fondo dei lavori presentati. Simile la presa d’atto che a un necessario lavoro teorico debba inevitabilmente corrispondere un contatto con il testo. Necessario è sembrato, in tutti gli interventi, il rinvio e il ritorno a un testo: fosse esso poetico, come nel caso di Adam; fosse esso pittorico, come nel caso di Calabrese; fosse esso letterario, come nel caso di Mortara Garavelli e di Bertrand.

Mortara Garavelli (autrice di un fortunatissimo manuale di retorica), ha intrapreso inizialmente una rassegna degli artifici retorici classici legati alle descrizioni. Ne ha quindi osservato il loro effettivo utilizzo nei testi: il topos retorico funziona finché non si sclerotizza nella produzione letteraria (stereotipo). In questa dialettica fra invenzione e reificazione dello stereotipo, gli esercizi spirituali di S. Ignazio divengono quasi un exemplum: se da una parte nelle pagine del santo si trovano nuovi meccanismi per la descrizione dell’estasi, dello sbigottimento di fronte a ciò che non può essere descritto, dall’altro vengono a fissarsi i limiti per una nuova stereotipizzazione del modello descrittivo.

Omar Calabrese si è ricollegato a un tema che ha attraversato il dibattito semiotico di questi ultimi anni: la traduzione. La riflessione del semiologo è partita dalla nozione di semi-simbolico: “a delle opposizione del livello plastico sono omologabili opposizioni classematiche dipendenti dal livello figurativo. Non esiste conformità fra le unità dei due piani, ma fra le loro categorie” (F. Thürlemann, Paul Klee, Analyse semiotique de trois peintures, Lausanne, 1982). Su questa nozione può basarsi una revisione del concetto stesso di traduzione. Se attraverso “un procedimento per adeguazione” si riesce a trasportare la relazione semisimbolica fra il piano del contenuto e il piano dell’espressione da un testo all’altro, allora avremo traduzione. “La traduzione non è sinonimo di interpretazione, la traduzione è trasferimento”. Si tratta di osservare se e come certe ‘equivalenze’ sono trasferite attraverso figure di adeguazione. Calabrese ha quindi mostrato una serie di traduzioni di Picasso del celebre quadro del quadro Las Meninas di Velasquez.

“La semiotica tradizionale si è fondata sulla produzione di senso attraverso differenze: discontinuità. La nuova semiotica (Fontanille, Zilberberg) è basata su una semiotica del continuo” (traduzione nostra). Per Bertrand, dopo Greimas, si sono delineate due strade per la semiotica: nella prima, quella di Coquet, il soggetto ‘ricostruisce’ il mondo e cerca nei testi che lo circondano ‘l’illusione di realtà’; nella seconda, quella che parte dall’ultimo Greimas e che arriva a Fontanille, a essere studiata è la percezione estesica dell’oggetto, il modo in cui questa percezione viene colta e fa senso per il soggetto. E’ possibile un punto di incontro fra queste due strade? Per Bertrand lo è; questo punto è il topos testuale, il luogo dove la frattura estesica della percezione viene ricomposta e viena condivisa a livello intrasoggettivo (passaggio dall’estesico all’estetico). Una semiotica topica deve allora occuparsi di osservare come il luogo di una percezione soggettiva viene condiviso, stereotipato.

Jean-Michel Adam (autore di un libro per la celebre collana Que sais-je? sulla descrizione) si è soffermato sulle necessità di proporre un modello di comunicazione per l’analisi semiotica il più possibile esaustivo. Un modello capace di rendere conto non solo dei rapporti intercorrenti all’interno del testo (struttura profonda e discorsivizzazione), ma anche delle dinamiche che coinvolgono il lettore empirico (quindi le influenze sociali e culturali del contesto nel quale il testo si inserisce). Se il progetto così schematizzato (a metà fra Lotman e Greimas) si presenta improbo, più efficace è apparsa la scelta del testo (Le gymnaste di Ponge). In essa, Adam ha saputo evidenziare come la descrizione non di un personaggio o di un luogo, bensì di una parola attraverso le su lettere (gymnaste appunto) possa e debba passare anche dai voluti riferimenti inter e intra testuali offerti al lettore.

Ruggero Ragonese

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