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CHRISTIAN METZ, SEMIOLOGIA DEL CINEMA, GARZANTI, MILANO, (1968). Parlare di Semiologia del Cinema di Christian Metz ad oltre trentanni dalla sua pubblicazione (risalente al 1968 (1)) non è certo un compito facile. La difficoltà e data da più ordini di motivi, che hanno tutti un loro peso. Innanzi tutto ho coscienza di trovarmi di fronte ad unopera dimportanza storica, basti pensare ha cosa dopo si è detto e scritto di questo libro, sia nel bene che nel male. Sarebbe come dover scrivere oggi una recensione alla Storia della letteratura italiana del De Sanctis o una critica di Citizen Kane di Orson Welles. Il rischio e in questo caso di rapportarsi a questopera come ad un testo sacro e quindi in modo totalmente acritico, senza indagare, interrogarsi ed interrogare il testo. Si rischia di ripiegare sulla semplice citazione che arriva a svuotare lautore del suo contenuto per trasformarlo in un piccolo elargitore di sofismi. Questo è il modo migliore per troncare qualsiasi discussione critica. Un altro rischio è quello di riportare ciò che posteriormente è stato scritto di unopera, cioè limitare la discussione alla critica del testo di Metz. Errore ben diffuso, in quanti parlano e scrivono di Heidegger, di Marx o di Platone non avendoli mai completamente o parzialmente letti ma fidandosi dellaltrui interpretazione? Unanalisi su questopera non può quindi limitarsi ad un riassunto di ciò che su essa è stato scritto. Non ci si può limitare a quella che Umberto Eco chiamerebbe una tesi di compilazione. Occorre stare attenti anche al poi di Metz evitando di confondere il Metz posteriore al presente libro con il Metz autore del libro una sorta di attribuzione retroattiva di pensiero. E un errore diffuso, ce ne da un esempio Alberto Farassino quando parlando di Godard e del suo primo cortometraggio, Opération Bèton, del 1945, scrive "Effettivamente il film è di quelli in cui la critica ama scoprire, anni dopo, che cè gia tutto Godard( ), che lo stile è già tipicamente godardiano( )" (Farassino, 1995, pp.2324). Leggere un autore alla luce di ciò che e successo dopo porta a delle gravi distorsioni, un giorno qualcuno potrebbe dire che nel primo film di Abel Ferrara cè già tutto Ferrara(2). Lultimo errore da evitare è riassumere il libro, limitarsi cioè a compilare un piccolo Bignami del Metz. Da tutto ciò consegue il tentativo di focalizzare alcune parti del libro confrontandole con altri testi anche precedenti a Metz. Il primo punto di grande interesse lo si trova proprio allinizio del libro nella Sezione Prima, primo paragrafo, "A proposito dellimpressione di realtà al cinema". Il cinema più delle altre arti dà limpressione della realtà, al teatro noi vediamo non unimmagine vediamo attori ed attrici, carne ed ossa, ma sentiamo lirrealtà ad esempio vedendo gli sfondi, sappiamo che davanti al Tamerlano il Grande di Marlowe non ci troviamo nel Trecento ma nel XX secolo, almeno fino al 1° gennaio 2001. In una fotografia noi certamente vediamo la realtà ma una realtà a cui manca il movimento, il quale è centrale nel cinema. Scrive Deleuze: "[il movimento N.d.A.] non lo si ricomponeva più a partire da elementi formali trascendenti (pose), ma a partire da elementi materiali immanenti (sezioni)" (Deleuze 1984, pag. 16). Certamente come spiegava Ejzentein non tutti i momenti sono uguali, non tutte le sezioni hanno lo stesso peso; ma rimane la differenza che definirei antropologica: la fotografia (come la scultura, la pittura, ecc ) in un immagine deve mostrare il movimento. Come giustamente afferma Enrico Grezzi a proposito del Kubrick fotografo: "lo sguardo non è mai posato ( ) è lobliquità dello sguardo, la tensione dei personaggi a uscire dallinquadratura, magari verso unaltra, come nel seguito dei fotogrammi filmici, cellette ossessivamente vicine" (Stanley Kubrick Ladro di sguardi, fotografie di fotografie (1945-1949) prefazione di Enrico Grezzi). Questo è forse il segno di un regista chiuso e soffocato dalla fotografia che ha bisogno del movimento, cosa di cui il fotografo non dispone e può solo suggerire. Il cinema quindi rappresenta la realtà, come diceva Pier Paolo Pisolini il cinema rappresenta la realtà attraverso la realtà. Ma è proprio questa rappresentazione che, secondo Metz, rende credibile il cinema. Se noi ammiriamo Barry Lindon di Kubrick sappiamo benissimo che quel film è stato girato negli anni 70 o in ogni caso che è un film contemporaneo, se vediamo Anna Magnani morire in Roma città aperta sappiamo che ciò non è realmente successo, se non altro per aver rivisto la Magnani in altri film successivi. E questa la forza e la diversità del cinema rispetto alle altre arti. Un punto di contatto lo si ritrova in Bazin (Bazin 1958 pp. 3-201) che si indignava davanti ad un cinegiornale che mostrava, nel contesto della repressione anticomunista a Shangai, delle "spie" comuniste assassinate a revolverate sulla pubblica piazza. Nel momento storico in cui ci si pone il problema dellopera darte e della sua riproducibilità noi possiamo rivedere questo momento e -diceva Bazin- ogni volta sappiamo che prima quelle persone erano vive ed ogni volta ri-muoiono(3). Sempre per lo stesso motivo Bazin rifiutava il genere pornografico oggi tanto sviluppato. Questo lungo ragionamento ci porta ad introdurre un nuovo elemento: Metz vede come fondamentale nel cinema il ruolo dello spettatore, il cinema viene visto e non si può pensare di separare il film da chi questo film lo andrà a vedere al cinema. Abbiamo quindi il cinema come rappresentazione del reale e potremmo dire reale in quanto non reale, questo però in rapporto sempre a chi guarda il film. Questa è la prima parte del libro: ciò che Metz costruisce lo fa su queste solide basi. Il suo tentativo successivo è quello di analizzare il cinema alla luce della semiologia, e qui non si può condividere il giudizio di Casetti per il quale "( ) la questione dunque riguarda la disciplina a cui si rifà, più che il fenomeno di cui si parla" (Casetti 1993, pp.97-99). Metz mette in evidenza le differenze fra la semiologia del cinema e la linguistica notando la specificità del cinema criticando luso di termini come cine-lingua o cine-frase ma usa la linguistica la quale può mettere in evidenza ciò che non si lascia "analizzare con gli strumenti concettuali che spiegano il funzionamento del linguaggio verbale" (Piero Montani, "Introduzione" a Metz (1968), pag. 11). Quindi nella linguistica si dovranno cercare "non le leggi di costituzione del segno bensì le leggi di concatenazioni dei discorsi" (ibidem). ciò che quindi interessa è il livello narrativo. Quello che Metz giudica non possibile è trattare un film come una struttura verbale. Una semiologia del cinema per Metz si deve limitare a trovare figure sintagmatiche, figure che non si possono però raccogliere in paradigmi; chi cerca in Metz una grammatica del cinema rimarrà sicuramente deluso. Questo discorso viene articolato e sviluppato e costituisce la parte centrale del libro che si chiude con uninteressante dissertazione sul verosimile. Si parte da Aristotele che definiva verosimile ciò che è possibile per lopinione comune, in contrapposizione a quanto invece è possibile per le persone colte; nel cinema il discorso riguarda i generi che dovevano rispettare le loro regole. Metz usa lesempio del film da sartina che racchiude la sartina in una problematica da sartina, e che quindi mostrerà alcune cose e non altre. Questa è la censura del verosimile, slegata dalla censura istituzionale o politica. Il verosimile è quindi quel processo che rende il più reale possibile il discorso nascondendo la regola; ma allora questo procedimento diventa regola esso stesso. Sottrarsi al verosimile è quindi un istante di verità; secondo Metz per far ciò le strade sono due. La prima è assumere il genere, fare cioè un vero film di genere che assuma liberamente quel codice: assumere liberamente questo codice vuole dire evitare la censura del verosimile, il vero nemico, e nei generi trovare la libertà di esprimersi laddove esiste una verità altra, laddove esiste un genere nel vero senso della parola. Laltra strada è per Metz il nuovo, fare film nuovi; Orson Welles con Citizen Kane è sicuramente riuscito in questo. Lopera di Metz rimane essenziale nella storia della teoria del cinema e, anche se in alcuni casi superata o criticata dallo stesso autore, ha sicuramente un ruolo centrale, che ho tentato se pur brevemente e superficialmente di riportare. NOTE (1) Tenendo però presente che il saggio "Cinéma: langue ou langage?" (Cinema: lingua o linguaggio) fu pubblicato nel 1964. (2) Ricordiamo che il primo film di Abel Ferrara, Nine Lives Of A Wet Pussy, 1977 era -per quanto soft- un film pornografico. Lo stesso esempio potrebbe valere per un altro grande regista come F.F. Coppola. (3) Non è questa la sede di approfondire lidea di realtà nel cinema secondo Bazin, a rischio di ridurre il pensioero del grande critico francese ad una visione che potrebbe risultare distorta. Il senso della citazione è puramente rivolto alle tesi di Metz.
BIBLIOGRAFIA
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