La ricerca semiotica

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Fabbri, P. e Marrone, G. (a cura di), 2000, Semiotica in Nuce, Roma, Meltemi.

E’ la seconda volta che la collaborazione fra Fabbri e Marrone propone un rimando più o meno esplicito all’opera di Benedetto Croce. Nel primo caso, però, (analisi semiotica del Contributo a una critica di se stesso) il testo crociano era stato addirittura l’oggetto del lavoro dei due studiosi; nel caso di Semiotica in nuce il riferimento a Croce aleggia, nascosto come un fantasma, solo nel titolo. Nel resto del libro il filosofo non è mai citato né compare in bibliografia. Il gioco paratestuale di parafrasare un altro titolo appare, allora, una sorta di esorcismo preliminare. Al contrario dell’estetica crociana dell’ineffabile e dell’inspiegabile, i lavori scrupolosamente raccolti da Fabbri e Marrone cercano e vogliono configurare “un programma di ricerca sul senso”. Quali siano i termini o meglio i livelli di questo programma, Fabbri lo aveva già ben spiegato nella Svolta Semiotica.

Per mettere il senso in condizione di significare bisogna partire dall’analisi empirica di insiemi significanti: “Senza il contatto diretto con un mondo sensibile e sensato, nessuna scienza della significazione sarebbe possibile”. A un secondo livello, l’analisi empirica necessita di un preciso metodo che “permetta di dirigere verso quegli insiemi significanti uno sguardo orientato”; uno sguardo “che trasformi cioè la primitiva percezione di una qualche presenza del senso in un vero e proprio testo”. Per fare questo “non tutti i metodi vanno bene” . Non è quindi un’antologia di testi onnicomprensiva quella proposta dai due curatori, ma un’antologia orientata per “tagliare all’interno del campo aperto della semiotica una serie coerente di concetti e categorie cercando di interdefinirli fra di loro e di orientarli verso un’unica pertinenza.” E’ necessario insomma che il metodo usato “venga passato al vaglio di una teoria che faccia interagire modelli e categorie”; l’analisi semiotica non può e non deve essere fine a se stessa, essa, al contrario, deve ‘mirare’ a tracciare nuove strade e nuove ipotesi. Ecco, dunque, il terzo livello. Il quarto consiste nel sottoporre i concetti, così interdefiniti, al vaglio di una riflessione filosofica più ampia “che ne valuti le conseguenze epistemologiche, esercitando una sorta di controllo al vertice e instaurando cioé una conversazione con altre forme di riflessione filosofica sui medesimi campi d’indagine”.

Ricostruire una coerente storia della semiotica, riempire, attraverso gli scritti degli autori che hanno fondato la semiotica moderna (Saussure, Hjelmslev, Levi-Strauss, Eco, Barthes, Greimas), tutti i livelli del programma ‘di ricerca di senso’. Non un insieme, allora, ma una serie coerente di testi capaci di mostrare “alcune fasi fondamentali dello sviluppo teorico, ma anche e soprattutto di arrivare a riprendere alcuni problemi ancora oggi aperti”. In questo dialogo intertestuale, a scritti celebri e conosciuti (l’analisi di Le chats di Jakobson e Levi-Strauss, la parte del Course di Sassure sul valore linguistico) sono affiancati testi spesso difficilmente reperibili in Italia (per esempio, “Da cosa si riconosce lo strutturalismo?” di Deleuze) o poco conosciuti (“La retorica della scienza” di Fabbri e Latour).

Ognuna delle cinque parti in cui è divisa l’antologia (‘Sguardi introduttivi’, ‘L’epistemologia strutturalista’, ‘Analisi poetica e mitologica’, ‘Senso e significazione’, ‘Dal racconto alla narratività’) presenta un’accurata introduzione di Fabbri e Marrone volta ad inquadrare le tematiche particolari che uniscono i testi presentati all’interno della sezione. Siamo di fronte a un lavoro utile per chi è addentro alla ricerca semiotica e per chi non lo è; una scelta ragionata di testi ‘pronti’ per essere riscoperti, riutilizzati, ridiscussi. E’ come avere fra le mani un breviario (non per ripetere, ma per riparlare): un breviario di semiotica.

r.r.

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