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Charles S. Peirce Pragmatismo e oltre, Bompiani, 2000.
Non crediamo sia un caso che questi due libri siano usciti in libreria nello stesso anno. Anche in Italia si sta risvegliando un interesse nei confronti dello scienziato e filosofo pragmaticista, esploratore della semiotica, anche sull’onda di iniziative d’oltreoceano, come il Peirce Edition Project. E il motivo che ci spinge a recensirli in contemporanea è il fatto che questi due volumi, nonostante siano usciti per case editrici defferenti e in tempi diversi, in qualche modo si completano, restituendo un ritratto vivido e fedele di un pensiero in costante evoluzione intorno a problematiche costanti. Naturalmente, questa recensione tende a enucleare tematiche di interesse semiotico piuttosto che approfondire tematiche filosofiche, compito del quale non ci sentiamo in grado.
Nel volume della Jaca Book, a cura di Carlo Sini, è affrontato il rapporto tra l’uomo e le cose, nel pensiero del buon filosofo. Si tratta di un tema sempre presente nel pensiero di Perice, che di se stesso dice: “L’autore di questo articolo è stato un kantiano puro fino a quando è stato indotto nei suoi passi successivi ad abbracciare il pragmaticismo. Il kantiano non ha che da abiurare dal profondo del cuore la proposizione secondo cui la cosa-in-sé è concepibile, seppure indirettamente, ed emendare di conseguenza i dettagli della dottrina kantiana; così facendo scoprirà di essere diventato un seguace della dottrina critica del senso comune”(p.55). Al Peirce scienziato e antimetafisico, interessa dunque il rapporto tra l’uomo con una realtà comune, si potrebbe dire doxastica; ma il senso del suo pragmaticismo, distinto da quello dell’amico James, definito nel testo ‘psicologo’, è di non risolvere questo rapporto tutto dalla parte delle ‘cose’, come nel ‘praticalismo’, per il quale le differenze tra le proposizioni sono speciose e fuorvianti al di fuori delle conseguenze pratiche nella vita di ogni giorno. Ne consegue una sorta di inutilità di ogni altra forma di filosofia, della logica, dello stesso kantismo, da James aspramente condannato come tutt’al più inutile (pp.67-85). Ma la massima pragmatica di Peirce suona in modo molto differente:
“Considerate quali effetti che potrebbero concepibilmente avere una portata pratica voi concepite che gli oggetti della vostra concezione abbiano. Allora la vostra concezione di quegli effetti sarà la totalità della vostra concezione dell’oggetto”(p.45, corsivi dell’autore). E’ piuttosto ovvio a questo punto che l’orizzonte del senso della vita comune e i suoi effetti su di noi siano di ordine concettuale, ed è proprio per indagare questa dimensione del rapporto uomo/cose Peirce sviluppa la sua semiotica. Peirce ha spesso utilizzato lo stratagemma di mutare le definizioni per adeguarle all’oggetto del discorso, il che in fondo non è in contraddizione con la sua massima pragmatica. Ecco quindi la interessantissima riformulazione semiotica della celebre massima:
“L’intero significato intellettuale di qualsiasi simbolo consiste nella totalità di tutti i modi generali di condotta razionale che, condizionatamente a tutte le possibili circostanze e aspirazioni, conseguirebbero all’accettazione di quel simbolo”(p.45) L’aggancio tra semiotica e pragmatica è tutto racchiuso nei termini ‘intellettuale’ e ‘razionale’: sono dei veri e propri vincoli alla molteplicità dei contesti; non dimentichiamo che per il Peirce della classificazione delle scienze la semiotica coinciderà con un’estensione di ciò che chiamiamo logica, e sarà in ultimo una disciplina normativa (Proni, Introduzione a Peirce, Bompiani, 1990, pp.220-221). Si veda il seguente passo:
“Un segno (con questa designazione intendo ogni genere di pensiero, non solo i segni esteriori) che è sotto tutti i rispetti oggettivamente indeterminato (il cui oggetto non è pertanto determinato dal segno stesso) è oggettivamente generale in quanto offre al proprio interprete il privilegio di estendere ulteriormente la propria determinazione. Esempio: ‘l’uomo è mortale’. Alla domanda: ‘quale uomo?’ la risposta è che la proposizione lascia esplicitamente a voi la scelta di riferire l’asserzione a chi volete”(p.51). Dal passo risulta chiaramente il carattere logico e intellettuale della semiotica; quanto a quest’ultimo aspetto, Peirce è altrove estremamente chiaro sulla portata del termine ‘pensiero’ e sulla sua natura semiotica:
“(‘Pensiero’) dovrebbe (…) indicare l’intera vita razionale, cosicché anche un esperimento sarebbe determinatamente un’operazione del pensiero. (…) Una persona non è assolutamente un individuo isolato. I suoi pensieri sono ciò che egli ‘dice a se stesso’, ovvero, ciò che egli riserva a quell’altro sé che viene alla luce nel corso del tempo. Quando uno ragiona, è quel sé critico che cerca di persuadere; e tutto il pensiero è un segno ed è per la maggior parte della natura del linguaggio”(p.31). Ma come giustificare in questa prospettiva la natura culturale, sociale, intersoggettiva della semiotica?
“(…) la cerchia sociale di un uomo (…) è una sorta di persona, anche se non propriamente compatta, sotto certi rispetti di grado superiore alla persona che costituisce l’organismo individuale”(p.31). Una semio-logica dunque, di là da venire, e ben diversa dalla logica che conosciamo. Si veda questo passo sul suo funzionamento, di ordine semantico-processuale, piuttosto che sintattico e improntato ad un calcolo formale:
“Il significato razionale di ogni proposizione giace nel futuro. Come mai? Il significato di una proposizione è essa stessa una proposizione. In verità non è altro che la proposizione di ciò di cui essa è il significato: ne è la traduzione. Ma delle miriadi di forme nelle quali si può tradurre una proposizione qual è quella che a ragione può essere detta il suo significato? Secondo il pragmaticista è quella forma in cui la proposizione diventa applicabile alla condotta umana (…)”(pp.34-35).
Francesco Galofaro
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