La ricerca semiotica

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Duchamp, Nudo che scende le scale

Fatto storico e oggetto

L’ Oggetto architettonico va ‘osservato’ numerose volte in numerosi modi. Perché si è scelto di vederlo attraverso le guide turistiche? Si possono scegliere vari testi narrativi. Ad esempio una serie di testi critici, contenuti magari nei vari manuali di storia dell’arte.

Per rispondere alla domanda vorremo ricorrere alla teoria del significato e del tema elaborata da Bachtin/Volosinov in Marxismo e filosofia del linguaggio(1).

"Di fatto, ogni vivo segno ideologico ha due facce, come Giano. Qualsiasi anatema ricorrente può diventare una parola d’encomio, qualsiasi verità corrente deve suonare a molta gente come la più grossa bugia. Questa qualità dialettica interna del segno si estrinseca pienamente soltanto in tempi di crisi o mutamenti rivoluzionari. In condizioni di vita ordinaria, la contraddizione racchiusa in un segno ideologico di una ideologia dominante istituita è sempre piuttosto reazionario, e cerca per così dire di stabilizzare nel flusso dialettico del processo generativo sociale, il fattore precedente, accentuando la verità di ieri in modo da farla apparire quella di oggi". (Bachtin/Volosinov, 1976, p.120)

Così per Volosinov/Bachtin è "grazie a questo intersecarsi di accenti temporali e sociali che un segno mantiene la sua vitalità e il suo dinamismo e la sua capacità di svilupparsi ulteriormente. "La memoria storica dell’umanità è piena di logori segni ideologici incapaci di servire da luogo di scontro di vivi accenti sociali".(Ibidem, p. 78).

Ma il ‘segno’ di Volosinov/Bachtin è molto diverso da quello saussuriano. Volosinov/Bachtin proprio partendo da Sassure a dalla sua idea di segno come risultante di significante + significato se ne distaccano. Il segno è diverso dal ‘segnale’. Quest’ultimo è "un mezzo tecnico per indicare questo o quell’oggetto oppure questa o quell’azione; esso concerne il mondo degli apparati tecnici, degli strumenti di produzione." Con significato si intende, insomma, tutto ‘che all’interno di un espressione si presenta con il carattere della riproducibilità, della stabilità." (Ponzio, 1976 p.39).

Nel segnale in particolare, manca la specifica componente ideologica che caratterizza invece il segno. E’ necessario invece una semiotica studi il segno inteso distinto e diverso dal segnale: segno in quanto espressione della dialettica fra espressione e contesti nel quale essa e calata e dei quali porta la memoria. Il segno è inseparabile dal suo carattere sociale.

Ecco allora che sul piano semantico, il segnale porta la produzione meccanica di significato. Il segno rimanda ad un tema. Si crea allora una coppia oppositiva: da una parte il segnale- significato dall’altra il segno-tema. Il significato è autoritario, non ammette pluralità di voci al suo interno, niente va cercato al di fuori di esso. Il tema invece è l’andare oltre il significato. Vuol dire capire ciò che forma il segno, i complessi rimandi e i meccanismi che hanno prodotto i segni in un contesto ben preciso e ancora le mutazioni che hanno modificato storicamente e socialmente il tema iniziale, arricchendolo.

Il segnale prodotto si reifica nel linguaggio. Il segno rompe questo meccanismo di produzione. Si inserisce così un altra opposizione a livello pragmatico. Il segnale chiede al suo interlocutore un’identificazione con il significato di cui è portatore, il segno vuole essere compreso. Il segnale richiede una posizione passiva, l’identificazione; il segno attiva, la comprensione.

Abbiamo dunque tre coppie oppositive: nel piano dell’espressione, segno e segnale; nel piano del contenuto, tema e significato, nel piano pragmatico, comprensione e identificazione.

Queste tre coppie oppositive trovano però un punto d’incontro nel testo. Non si dà un testo che sia totalmente un insieme di segnali o un insieme di segni. "Segnale e segno convivono nel medesimo testo" (Ibidem, 1976, p.40). Così ogni testo richiede identificazione e comprensione e rimanda sia una serie di significati come ad una serie di temi. Proprio perché l’unita minima la parola è allo stesso tempo un segno, un coagulo si significati ideologici e storici, e un segnale, un espressione meccanicamente collegate ad un azione e ad un oggetto individuabile facilmente da tutta la collettività. Anche l’istruzione più rigida ha uno o più temi; allo stesso modo, l’opera più poetica oltre ai suoi temi presenta un significato (Cfr. Ponzio, 1984).

Ora, guardando alle descrizioni, ognuna in un determinato periodo storico, possiamo ritrovare un percorso tipo di osservatore. Non vorremmo forzare troppo il pensiero di Bachtin/Volosinov, ma, a nostro parere, questo percorso è il significato di ciascun testo. Quello che invece differenzia ciascun testo è il contesto enunciazionale che ognuno porta al suo interno. Questo contesto inscritto nel racconto è il tema bachtiniano.

Più le descrizioni (come nelle guide o nei testi di letteratura di massa) appaiono terribilmente chiuse e legate al loro significato, tantopiù diviene importante e significativa la ricerca del tema. La nostra analisi semiotica vuole cercare di far venire fuori in ogni descrizione il suo specifico tema e attraverso ciascuno di questi ricostruire una storia dell’Oggetto architettonico.

Deleuze, in Differenza e ripetizione, esprime un concetto molto simile a quello visto in Bachtin /Volosinov: "Chiamiamo ‘segnale’ un sistema dotato di elementi di dissimetria, provvisto di svariati ordini di grandezza, chiamiamo ‘segno’ ciò che accade in un tale sistema, ciò che balena nell’intervallo, come una comunicazione che si stabilisca fra diversi ordini" (Deleuze, 1997, p.31).

Il nostro studio cerca il ‘segno’ deleuziano in tutti i testi analizzati, il segno come effetto "di due aspetti, l’uno mediante il quale esprime la dissimetria produttrice, l’altro attraverso cui tende ad annullarla." (Ibidem, p.32).

Differenza e ripetizione, significato e tema: ogni descrizione sembra rimandare ad un referente unico, l’oggetto descritto. Ognuna di queste ripete identici segnali. il percorso del soggetto nel monumento. Ogni descrizione però presenta la propria differenza, il proprio tema, le tracce del contesto in cui viene prodotta.

Senza volersi soffermare su una questione a volte soltanto lessicologica, potremmo dire che, sotto un certo aspetto, lo spazio monumentale è definibile come simbolico se intendiamo il simbolo come: "opacità del segno, come separazione, non coincidenza di significante e significato" (Cfr. Briosi, 1993).

(1)Vi è una difficoltà oggettiva nell’assegnare con certezza la paternità esclusiva di alcuni tesi, definizioni, concetti al solo Bachtin. Questo soprattutto per quei lavori che vanno dal ‘29 al ‘39, periodo in cui come abbiamo visto Bachtin era in confino e con la proibizione ufficiale nello scrivere di alcunché. Lo stesso Bachtin in alcune interviste e lettere ha riconosciuto la sua paternità su testi come Freudismo e Marxismo e filosofia del linguaggio, successivamente ha parlato di collaborazione. Gli autori effettivi di questi testi, Volosinov e Medvdev sono scomparsi a loro volta nelle purghe staliniane degli anni trenta senza lasciare indicazioni precise. In questa situazione non si può che concordare con Todorov : è poco corretto, oltre che ingiusto attribuire unicamente a Bachtin i testi dei suoi discepoli e amici. E’ chiaro però che non si può allo stesso tempo non vedere in questi testi l’influenza determinante delle tesi Bachtin. I testi firmati degli allievi non possono essere esclusi dal corpus bachtiano, ne fanno parte integrante. Ci sembra da accogliere allora la proposta di Todorov (Cfr. Todorov, 1981): nei testi di dubbia attribuzione è i caso di affiancare al nome dell’autore quello di Bachtin separato dal segno / (così in questa ricerca scriveremo Volosinov/Bachtin per indicare gli autori di Marxismo e filosofia del linguaggio).

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