La ricerca semiotica

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Duchamp, Nudo che scende le scale

Il monumento e i suoi percorsi

"Monumentaliser au sens architectural, c’est par example transformer une porte en portail ou en portique; ou une simple chaise en prototype de chaise. Sans enlever sa fonction a un édifice ou un object, on veillerà à la transcender par une mise en rapresentation da la chose par elle-même, qui s’autonomise ainsi de sa propre fonction. Cette mise entre guillemets s’obtiene en général par un double isolement dans l’espace. A’ la verticale, on exhausse (socle, piédistal, gradins ou pilotis à la Le Corbusier). A’ l’horizontal, on dégage (esplanade, perpespective, terre-plein). Le monumental, c’est une masse mise en valeur par du vide."(Debray, 1999, p.35).

Il monumentale è ciò che rompe il ritmo della città, è ciò che si fa spazio attorno a costo di distruggere quello che lo circonda.

Come dice giustamente Ragon: " La gigantisme ponctue tout l’histoire de l’architecture" (Ragon, 1985, p. 74). Ma perché questa necessità di rompere il ritmo spaziale che faticosamente si è andato costruendo in una città? La risposte è nell’etimologia stessa della parola ‘monumento’. Monumento viene dal termine latino moneo che a sua volta deriva dal greco mnemeion, ricordo. Il monumento deve commemorare qualcosa o qualcuno. Ma costruire un monumento enorme che distrugge in gran parte il tessuto della città dove si inserisce, non vuol dire solo ricordare, vuol dire fare in modo "che un avvenimento venga percepito come rilevante per la storia; cioé semioticamente marcato sul piano storico (...) Perciò dal punto di vista del presente si selezionano e si interpretano gli avvenimenti passati, nella misura in cui nella conoscenza collettiva se ne conserva il ricordo. Il passato viene allora organizzato come un testo, letto dal punto di vista del presente." (Uspenskij, 1988, p. 15).

Il monumento è allora a tutti gli effetti un "appareil de transmission de l’espece" (Debray, 1999). Esso comunica una messa in prospettiva ben precisa del passato, la messa in prospettiva che fa più comodo chiaramente al potere costituito (sia esso religioso o laico, pubblico o privato). "Le sujet institutionel capable de financer, de choisir et d’imposer. La famille fait la demeure, l’Eglise fait l’eglise, l’entreprise fait l’usine; le pouvoirs publics font le monument public, solidaire qu’il est de l’espace public." (Ibidem, p. 39).

Il monumento rompendo l’ordine prestabilito, in un presente diventato passato, da un lato potere istituzionale, permette di rimettere la storia passata in un’altra prospettiva. "L’esperienza storica (cioè una certa interpretazione del passato) influisce sul corso futuro della storia: è infatti a partire da simili rappresentazioni, da una simile esperienza che la società come personalità collettiva costruisce il proprio futuro, progetta il proprio comportamento ulteriore." (Ibidem, p. 14-15).

"Eppure chi guarda con occhio interrogativo l’architettura, è colto dalla sensazione che essa sia qualcosa in più di un fatto di comunicazione di massa" (Eco, 1968, p.229). L’oggetto architettonico è uno spazio ‘vissuto’ e ‘attraversato’ dagli uomini. Di fatto, lo spazio del monumento non solo comunica, ma è capace anche di "stipuler une cerimonié, soutenir un rituel, interpeller une posterité" (Debray, 1999, p.31). Non si presenta solo come oggetto in sé come strumento di comunicazione, ma anche come luogo da usare.

Abbiamo quindi due campi d’analisi. da una parte possiamo studiare la struttura dell’oggetto architettonico. Possiamo osservare il monumento in sé stesso. Possiamo invece guardare i percorsi che si sono snodati all’interno di questo monumento.

Noi abbiamo scelto di guardare come lo spazio monumentale è stato vissuto. Ma entrambe le strade debbono essere intraprese. Non come due strade parallele, ma al contrario come due strade che insieme si svelano e si sostengono. Hamon sostiene che presupporre "la convivenza fra il racconto, ovvero il processo di configurazione del tempo attraverso un sistema di segni discreti, distintivi, linguistici, e l’architettura, processo di misurazione e configurazione dello spazio mediante tramezzi e demarcazioni di vario tipo" (Hamon, 1996, p.25), è un ipotesi che attende realizzazioni pratiche. Questa tesi è un modesto tentativo di portare avanti la ricerca pratica della semiotica. Il racconto e l’architettura "sono due strutture di dominio del mondo, due ritmizzazioni del mondo, ottenute ‘dando al ritmo’ il senso (struttura, distribuzione formale) che è etimologicamente suo, come ci ricorda opportunamente Benveniste nel suo Problemi di Linguistica generale. "Il Discorso svela le strutture dell’Oggetto. L’Oggetto fonda e rende possibile il Discorso" (ibidem, p. 25).

"Di conseguenza gli spostamenti degli uomini non giocano altro che un ruolo rivelatore, e la supervalorizzazione di certe direzioni del referenziale architettonico dipende di fatto dalle direzioni cardinali che prendono valore da un sistema cosmogonico trascendente. Questa terminologia è conforme alla tradizione semiotica che distingue tra l’universo immanente della narrativa e l’universo trascendente dei Destinatori." (Hamad, 1988, p.243).

Nel 1982 Alain Renier intuisce la necessità di far passare lo studio dell’architettura "par une nouvelle consideration de sa dimension historique, au risque de reconstituir le microcosme culturel dont une partie des architectes avait reussi a s’extraire". (Renier, 1982, p.12).

Si tratta finalmente di disambiguare il problema della fisicità dell’oggetto architettonico. "La sémiotique de l’architecture est la discipline, qui étudie l’architecture en tant que système de signification; elle ne nie pas que l’architecture soit fortement déterminée par son systeme de ‘construction’ physique, mais elle postule que celui-ci ne peut exister que’en étroite liason avec le système de signification." (Ibidem, p.11).

Avremo allora una semiotica dell’architettura che interroga "le système de manifestation qui résulte des faits de production de l’espace et des transformations opérées par les multiples faits d’usage de la vie quotidianne." (Ibidem, p.13).

Esiste quindi una semiotica dell’architettura autonoma che interroga un sistema di manifestazione specifico ("faits de production et des faits d’usage). Ma questa semiotica autonoma non è indipendente perché correlata ai "nombreuses sémiotiques particulières qui se constituent en autres domaines de connaissance".(Ibidem, p.11).

Gli oggetti architettonici non possono essere considerati da soli ma devono essere inquadrati "à travers de nombreuses pratiques scripturaires, graphiques et plastiques". La semiotica dell’architettura può così perfettamente riagganciarsi a quella base teorica che abbiamo cercato di tracciare a grandi linee nell’introduzione. L’Oggetto non può essere visto scisso dal suo Discorso. "Textes, simulacres et calculs dont l’existence n’est pas dissociable du produit final, l’ouvrage réalisé, transformé par l’usage en une oeuvre incessante." (Ibidem, p.12).

E’ proprio l’importanza della dimensione storica insita nello spazio architettonico a rendere preminente un’analisi semiotica che faccia riferimento ogni volta "aux divers textes et discours, manifesteés dans l’usage de l’espace, et justiciable ainsi chacun d’une étude sémiotique." (Ibidem, p.15).

La possibilità di svolgere un’analisi di semiotica dell’architettura sta tutta nel considerare l’oggetto architettonico "en son déchiffrement, en son parcours." La città, i monumenti non sono dei testi in sé; i percorsi dentro la città e i monumenti li costituiscono come testi. Il testo urbano non esiste senza le sue letture. Queste letture non sono immediatamente date dalla città o dal monumento, ma sono rintracciabili nei testi.

Questo non vuol dire, saremmo in contraddizione con ciò che abbiamo sostenuto in sede introduttiva, che l’oggetto architettonico in sé non sia analizzabile. Si tratta semplicemente di adottare "deux attitudes en la matière: soit ‘photographier’ du regard et transformer ainsi l’object plastique en une image istantanée, soit parcourir des yeux l’oeuvre plastique et y inscrire un itinerarie." (Ibidem, p. 18).

Resta una domanda: è giusto limitarsi a tracciare un percorso? A nostro parere no. L’analisi semiotica deve indagare sui discorsi che hanno in qualche modo rappresentato il dato luogo o il dato monumento, deve attraverso l’analisi di questi essere capace di ricostruire una storia del luogo, del monumento: una storia fatta di percorsi. I percorsi descrivono in definitiva un percorso unico, quello del monumento visto nei suoi successivi stadi, nelle sue ‘cristallizzazioni’. "Le parcours comme moyen de connaitre l’oeuvre plastique." (Ibidem, p.21).

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