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Alvise Mattozzi [mattozzi@media.unisi.it] Resoconto e commento del seminario interdottorale "Le storie succedono solo a chi le sa raccontare" Letteratura e Scienze Sociali INTRODUZIONE Unoccasione mancata. Difficile pensare il seminario "Le storie succedono solo a chi le sa raccontare" Letteratura e Scienze Sociali, svoltosi venerdì 23 febbraio presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici, altrimenti. Unoccasione mancata per studiosi di altre scienze sociali e semiologi di dialogare, vista la quasi totale assenza di questultimi cosa che mi ha spinto a stilare questo resoconto. Per chi si occupa di semiotica unoccasione mancata per confrontarsi e per dialogare con altri approcci delle scienze sociali a partire da tematiche ampliamente sondate dalla semiotica; per gli scienziati sociali presenti quasi esclusivamente sociologi unoccasione mancata per cogliere in tutta la loro complessità le questioni messe in campo. In quanto occasione mancata, linteresse del seminario è rinvenibile non tanto in ciò che è stato detto e in ciò che è emerso, ma in come ciò che è stato detto e ciò che è emerso lasciava prefigurare ciò che si sarebbe potuto dire, il dialogo che sarebbe potuto nascere. Lo spazio della semiotica nella discussione Le possibilità di dialogo tra semiotica ed altre scienze sociali nascevano dal fatto che il seminario non chiedeva di portare i rispettivi sguardi e malocchi su oggetti in un qualche modo esterni, per poi scambiarsi questi rispettivi punti di vista, quanto dal fatto che ad essere osservata era la produzione di senso sociologica a confronto con la produzione di senso letteraria. Temi, questi, di interesse eminentemente semiotico e, rispetto ai quali, sono più che comprensibili delle sviste sociologiche. Ciò che è emerso è che i sociologi hanno bisogno della semiotica per operare in modo efficace losservazione del proprio fare scientifico. Questo bisogno è stato espresso sia esplicitamente (Jedlowski), sia implicitamente nel momento in cui si manifestava una certa difficoltà e disaccordo nel maneggiare alcuni concetti più di pertinenza semiotica che sociologica. Le sviste, le lacune, emerse dai discorsi dei sociologi erano causate da quattro mancanze:
La semiotica avrebbe potuto sceverare meglio i concetti convocati e consentire maggior chiarezza alla discussione. Al contempo, però, il seminario sarebbe servito alla semiotica per interrogarsi sulla propria teoria e sulle proprie lacune. Innanzitutto, la questione relativa ad una tipologia dei testi. Pur se vi sono numerose proposte e ricerche, mi sembra che ancora non sia emersa una tipologia dei testi e dei generi ampliamente accettata. Questo seminario sarebbe certamente servito a riprendere e approfondire tale questione, grazie anche al dialogo diretto con i sociologi riguardo il loro fare scientifico. Altre questioni di forte interesse semiotico riguardavano il rapporto che si pone tra fiction e "realtà", dibattito di un recente incontro del seminario di letture semiotiche svoltosi sempre presso la SSSU, e lesempio, argomento del prossimo congresso dellAISS, visto che molti usi sociologici della letteratura hanno funzione esemplificativa. GLI INTERVENTI Nella prima sessione del seminario, presieduta da F. Crespi, sono intervenuti G. Turnaturi, M. Mizzau, P. Jedlowski e P. P. Giglioli che, ad eccezione di questultimo, hanno fatto uso di testi letterari nei loro saggi. Nella seconda parte, presieduta da P. P. Giglioli, sono intervenuti L. Sciolla, A. Abruzzese, S. Manghi e F. Colombo, che hanno proposto una riflessione più generale sul tema, non strettamente legata al proprio fare sociologico. Pur previsti, non hanno potuto partecipare al seminario F. Cassano, A. Dal Lago e P. Fabbri. Introduzione Il seminario è stato introdotto da Crespi che ha chiarito che non si sarebbe parlato di sociologia della letteratura intesa come studio delle influenze della società sulla letteratura, o della letteratura sulla società, ma del più ampio rapporto che si pone tra sociologia e letteratura come differenti produzioni di senso e di conoscenza. Turnaturi Lintervento di Turnaturi, che ha recentemente pubblicato un libro sui tradimenti servendosi nella sua analisi anche di testi letterari, ha impostato i termini del dibattito, rispetto ai quali si snoderà gran parte della discussione, individuando limportanza dei testi letterari per le scienze sociali nellessere strumento didattico e fonte per la ricerca. Per quanto riguarda luso didattico, Turnaturi ha mostrato come un testo letterario può essere utilizzato per esemplificare una certa teoria, facendo specifico riferimento al romanzo di fine 800 in relazione al positivismo. Più complessa è stata invece la spiegazione di come un testo letterario può essere fonte per la ricerca. Turnaturi ha motivato la legittimità delluso dei testi letterari spiegando che essi sono dei microcosmi che attualizzano e rendono visibile la complessità del reale, altrimenti non coglibile. Il testo letterario, osservato non tanto a partire dai suoi elementi di superficie, quanto nelle sue strutture, facendo riferimento soprattutto alle trame, presenterebbe la complessità come connessione di tutto con tutto. Lintreccio narrativo mostrerebbe, dunque, lintreccio del reale. Il testo letterario, allora, diviene fonte per la ricerca sociologica e stimolo per il ricercatore per il fatto di rendere visibili fenomeni esistenti nel reale, altrimenti non visibili, grazie anche alla tendenza della letteratura allesagerazione. Turnaturi si è infine riferita alla lettura di G. Flaubert da parte di P. Bourdieu come caso intermedio tra esemplificazione didattica e stimolo per la ricerca, dato che tale lettura permette non solo una interpretazione dellopera dello scrittore francese, ma anche una miglior comprensione della teoria dello stesso Bourdieu. Mizzau Mizzau, che nei suoi saggi ha spesso utilizzato dialoghi letterari per analizzare linterazione tra due parlanti, ha subito tenuto a sottolineare che, dal suo punto di vista di psicologa sociale, il testo letterario non attualizza solo la complessità sociale ma, anche, quella psicologica. Ha quindi parlato del suo lavoro e delluso che lei ha fatto di autori di romanzi come L. Tolstoj e B. Constant, confrontati poi con i dialoghi delle sedute tra Freud e Dora. Ciò che è emerso dal confronto è lesistenza di possibili reali e di reali possibili tra cui grandi differenze non vi sarebbero, soprattutto se si pensa che entrambi si danno in forma di testo, attraverso la mediazione di un narratore. In quanto possibili reali, i brani tratti dalla letteratura non vengono considerate da Mizzau mere esemplificazioni, dato che, tra laltro, possono fornire alla teoria più elementi di esempi presi dalla realtà. Jedlowski La relazione di Jedlowski, che ha usato anchegli brani tratti da testi letterari per analizzare conversazioni, è stata più sistematica ed ha messo in luce maggiormente la necessità di un dialogo con la semiotica. Jedlowski ha esordito ribadendo limportanza della narrazione e del saper raccontare, non solo per i testi finzionali, ma anche per il ricercatore, poiché solo attraverso il racconto e la sue strutture è possibile sedurre permettendo di cogliere meglio i concetti, anche quelli astratti. Per ribadire limportanza della narrazione per entrambe le produzioni di senso, letteraria e sociologica, si è appoggiato a P. Ricur, secondo cui la precomprensione dellesistenza è prevalentemente narrativa. Una volta messe in evidenza le comuni necessità narrative, Jedlowski ha cercato di distinguere queste due produzioni di senso. Mutuando esplicitamente dalla semiotica il concetto di patto comunicativo che noi preferiremmo definire contratto enunciativo , lo ha utilizzato per distinguere letteratura e sociologia. Tra le due pratiche vi sarebbe, dunque, un diverso patto che per quanto riguarda la letteratura stabilisce che si tratta di finzione, con la conseguenza che essa non deve sottostare ad alcun criterio di verificabilità; per quanto riguarda la sociologia, il patto stabilisce che non si tratta di finzione per cui la verificabilità è parte integrante della sua produzione. Riprendendo alcune definizioni filosofico-sociologiche, Jedlowski ha riportato questa differenza in ambito più sociologico vedendo sociologia e letteratura come diverse province di significato (da A. Schutz), diversi giochi linguistici (da L. Wittgenstein), diversi campi (da Bourdieu). Jedlowski ha, poi, individuato le possibili relazioni tra sociologia ed ambito letterario, inteso in senso molto ampio, tanto da poter essere tranquillamente inteso come ambito semiotico. Innanzitutto, ha messo in luce limportanza della frequentazione da parte dei sociologi della critica letteraria che rende consci della differenza tra parole e cose, problematica spesso ignorata dalla sociologia. Quindi, ha sottolineato limportanza della frequentazione della teoria del discorso, con un esplicito riferimento a M. Bachtin e alla sua teoria del flusso dialogico. Grazie a tale teoria i sociologi si possono rendere conto che anche il discorso sociologico è inserito allinterno di tale flusso, cosa che dovrebbe anche renderli più sensibili riguardo la costruzione del proprio lettore modello. Jedlowski ha poi espresso lesigenza di un dialogo con i narratologi, solo grazie al quale sarebbe possibile indagare e comprendere il ruolo della narrazione nel testo scientifico. Ha quindi motivato la legittimità e la validità delluso che la sociologia può fare della letteratura evidenziando la capacità della letteratura di portare al linguaggio elementi dellesperienza. Ha, quindi, distinto tra uso didattico, già illustrato da Turnaturi, uso riflessivo riguardo la propria teoria (citando Schutz e il suo uso di Don Chisciotte, simile alluso di Flaubert da parte di Bourdieu, citato sempre da Turnaturi), e uso analitico nel momento in cui un testo viene scelto come indice dellesperienza, dello zeitgeist, di unepoca. Giglioli Giglioli ha affrontato la questione da un punto di vista storico, facendo notare che un secolo fa questa divisione rigida tra i due ambiti non sarebbe stata pensabile. Letteratura e sociologia non competevano in quanto generi, ma piuttosto erano gli intellettuali, nel presentarsi come interpreti della realtà, ad essere in competizione, scegliendo luno o laltro dei due generi, non ancora distinti e istituzionalizzati come mestieri. Giglioli ha poi proposto quattro possibili usi della letteratura da parte della sociologia:
Non concorda invece con altri usi della letteratura, soprattutto quelli di provenienza più interpretativista, che vedono nella letteratura una sponda salvifica per una sociologia ormai stanca e burocratizzata. Giglioli ha ribadito limportanza di mantenere una differenza tra i generi che, pur condividendo alcuni aspetti come la narratività, non si ridurrebero ad essa. Ha infatti concluso citando E. Goffman che sosteneva che la descrizione del valore immobiliare di una certa zona non presenta elementi narrativi. Dibattito a conclusione della prima parte A conclusione di questa prima sessione, Crespi ha fatto notare che probabilmente la sociologia non riesce ad arricchirsi di tutto il discorso letterario visto che erano stati unicamente citati romanzi scritti fino agli anni 40, con una particolare attenzione verso le opere di fine 800. Questa selettività è stata sottolineata anche nel corso del dibattito che ha fatto seguito agli interventi, durante il quale è spiccato il contributo di Abruzzese. Abruzzese ha cercato di recuperare il punto di vista della sociologia della letteratura, che vede nella letteratura una forma di comunicazione tra le altre. Così facendo ha invitato ad ampliare la discussione al rapporto tra la sociologia e i testi finzionali in genere. Abruzzese, poi, molto intelligentemente, si è fatto voce della semiotica. Citando Fabbri, ha cercato di far notare come la definizione di narratività proposta dalla semiotica sia più ampia di quelle proposte dagli intervenuti, essendo essa prerogativa dogni azione e non limitandosi alla sola dimensione del racconto. Vi sono poi stati alcuni interventi che hanno di tentato riportare il confronto letteratura/sociologia su terreni più banali e ingenui quali lopposizione tra ragione/passione e una supposta origine mitica o magica della narrazione che darebbe un fondamento quasi ontologico alla differenza tra discorso letterario e discorso scientifico. Sciolla La seconda sessione del seminario, presieduta da Giglioli, si è aperta con lintervento di Sciolla che in modo molto rigoroso ha espresso una posizione critica e scettica riguardo luso della letteratura in sociologia. Dichiarando la propria distanza dallibridazione di generi diversi, come proposta dallantropologia interpretativista, ha ribadito che al testo e alla pratica sociologica si richiedano cose molto differenti, quali la pubblicità e la verificabilità del metodo, di quelle che vengono richieste alla letteratura. Riguardo luso di esempi presi dalla letteratura, Sciolla si è limitata a dire che esso non pone particolari problemi e non merita grandi discussioni, tracciando così una netta demarcazione tra fare scientifico e lesemplificazione didattica. Si è invece soffermata sul possibile uso della letteratura come fonte di documentazione con specifico riferimento alla ricostruzione di una situazione storica, considerando questo come lunico uso interessante per la sociologia. Gli esempi da lei citati, che riguardavano più la storia che la sociologia, ampliavano di molto il significato di letteratura includendovi qualunque testo scritto non eminentemente scientifico. Ha così citato N. Elias e il suo uso dei trattati di buone maniere, e quindi gli storici della mentalità francese (M. Vovelle, P. Aries). Sciolla ha comunque messo in guardia riguardo un uso troppo disinvolto dei testi, sollevando intelligentemente la questione del metodo da adottare. Tale metodo dovrebbe anche tener conto della complessità intrinseca del testo, che non necessariamente aderisce a ciò che enuncia e che può essere costruito in opposizione alla mentalità di un epoca. Ha concluso, quindi, criticando lidea di testo come attualizzazione della complessità del reale. Abruzzese Nel suo intervento, Abruzzese ha proceduto in modo non sistematico, nel tentativo di continuare, approfondire e criticare gli interventi precedenti, ponendo però al centro del suo discorso la questione scrittura/lettura che ingloba la questione letteraria. Abruzzese ha esordito riprendendo le considerazioni iniziali di Giglioli riguardo lo sviluppo storico delle problematiche sollevate dal seminario. In particolare Abruzzese ha approfondito la questione della figura dellintellettuale e della sua forma espressiva tipica. il saggio. Nel saggio, caduto in declinio dopo gli anni 30, considerazioni riguardo unopera darte, non strettamente letteraria, venivano legate a considerazioni sulla società e sullepoca, riunendo così preoccupazioni ed interessi letterari e sociali. Abruzzese, in seguito, facendo notare che gli accadimenti sono il sapere di chi non sa raccontare, ha espresso il suo interesse per il gruppo sociale e il punto di vista simmetrico a quello prefigurato dalla frase di M. Proust che ha dato il titolo al seminario. A questo proposito ha messo in luce come vi siano cumuli di storie ancora da raccontare che prendono forma attraverso varie piattaforme espressive che, spesso, a differenza della letteratura, sono svincolate da una enunciazione soggettiva e che si riferiscono più ad un livello antropologico-somatico, che cognitivo-sociale. Abruzzese ha sottolineato lesigenza di porre attenzione anche a questo tipo di forme espressive, che sono forme di comunicazione dato che, comunque, costituiscono dei territori. La scrittura è stato largomento successivo su cui si è focalizzato lintervento di Abruzzese. Egli ha fatto notare come sia la scrittura stessa, più che la letteratura, a divenire, nel momento in cui diventa una pratica sociale diffusa, oggetto di indagine e di riflessione. La scrittura diviene, allora, il luogo di uno scarto rispetto al vissuto quotidiano, a partire dal quale si fonda anche la capacità di restituire questo quotidiano sotto una diversa luce. Questa capacità della scrittura è data da ciò che Abruzzese ha chiamato, come lui stesso ha detto, con slogan pubblicitario, creatività, definita come ricombinazione del linguaggio, come sua destrutturazione e sua ristrutturazione. Queste considerazioni hanno permesso ad Abruzzese di criticare latteggiamento reverenziale verso gli artisti, emerso anche nel corso del seminario, giustificabile solo in una società che riserva allintellettuale e allartista un ruolo particolare come interprete della realtà, ma del tutto ingiustificato nella nostra società contemporanea. La scrittura, secondo Abruzzese, può però divenire oggetto di indagine sociologica solo nel momento in cui nasce la figura del lettore che interagisce direttamente con il testo e sostituisce la figura dellascoltatore. Abruzzese ha concluso facendo un elenco dei possibili usi della letteratura da parte della sociologia: letteratura usata per fini esplicativi e didattici; letteratura usata per pigrizia nel momento in cui una descrizione letteraria si rivela sufficientemente adeguata a sostituire una descrizione risultante da una ricerca; letteratura usata come indicatore di un epoca; letteratura usata in quanto già al lavoro per il sociologo nel momento in cui crea tra fenomeni connessioni inattese e spesso involontarie, che il ricercatore deve estrarre e portare sul piano del discorso sociologico. Manghi Manghi è il primo intervento, se escludiamo il veloce accenno della Sciolla, in cui si fa esplicito riferimento allantropologia come la scienza sociale in cui il problema letteratura/scienze sociali si è posto in modo più radicale. Il riferimento specifico, però, non è tanto agli antropologi interpretativisti quanto a Naven, il testo etnografico di G. Bateson. Questo testo fu considerato dallo stesso Bateson un fallimento anche per il fatto che lui era stato incapace di rendere le emozioni delle popolazioni studiate che sarebbero state meglio descritte da narratori di viaggio. Manghi ha, quindi, sottolineato come proprio queste riflessioni hanno fatto riscoprire recentemente questo testo allinterno dellantropologia riflessiva. Nel resto dellintervento Manghi ha preso però le distanze da una troppo stretta analogia tra letteratura e scienze sociali rifiutando, tra laltro, lidea che tutto sia narrazione. Manghi, infine, ha criticato la troppa facilità con cui si è affrontata la questione degli esempi, soprattutto rispetto alla didattica, facendo notare che essi comportino sempre degli effetti collaterali, che possono metterne in crisi ladeguatezza. Colombo Lintervento di Colombo, lultimo del seminario, ha allargato la prospettiva ai prodotti dellindustria culturale, non strettamente letterari, cercando di chiarire in che modo la sociologia possa far uso dei testi finzionali per effettuare unanalisi della società. Colombo ha, così, indirettamente risposto a Sciolla, che si chiedeva come affrontare i testi, ed ha completato lintervento di Abruzzese che si era concluso rilevando che solo lemergere del lettore e, quindi, dellambito del consumo, rendeva possibile alla sociologia lindagine dei testi letterari. Colombo, in effetti, ha più volte posto laccento sullimportanza del mondo del consumo per una sociologia che voglia affrontare dei testi che non sono letterari, ma prodotti dellindustria culturale in cui la funzione autoriale è molto indebolita. Questi testi sono inseriti allinterno di una rete di relazioni e significati. Mondo della produzione e mondo del consumo interagiscono attraverso questa rete. Nel corso di questa interazione ogni prodotto lascia delle tracce dei propri meccanismi idiosincratici di produzione o di consumo. Queste tracce possono essere rinvenute e, grazie al paradigma indiziario, metodo eminentemente semiotico, i due mondi e le loro interazioni possono essere ricostruiti. Colombo ha quindi proposto dei modelli per interpretare queste tracce. Infine, ha affrontato la questione della narrazione e dellimportanza del raccontare storie, anche per analizzare un prodotto, distinguendo tre modalità del raccontare: fuga patologica; costruzione stereotipica; vera e propria indagine sul senso. In questultimo caso, lunico utile allanalisi di un prodotto, il raccontare emergerebbe come un tentativo di costruzione di un punto di vista sul senso. Dibattito conclusivo della seconda parte Il dibattito conclusivo non ha aggiunto molto di nuovo a ciò che era stato detto. Sono soprattutto reintervenuti i relatori per rispondere a critiche e per chiarire le proprie posizioni. Lunico intervento che ha effettivamente arricchito il dibattito è stato un riferimento alletnografia, questione mai direttamente affrontata durante il seminario, in cui si è citato Balzac e la sua descrizione dei modi di camminare e i narratori di viaggio. COMMENTO Le scienze sociali si riducono alla sociologia? Non sono, però, solo le lacune semiotiche dei sociologi ad aver impedito che il seminario approfondisse efficacemente le problematiche messe in campo. La seconda parte del titolo del seminario Letteratura e Scienze Sociali prefigurava un confronto a tutto campo che avrebbe dovuto coinvolgere un po tutte le scienze sociali quando, invece, eccetto per Mizzau, tutti i relatori erano dei sociologi. E chiaro che lassenza di Fabbri ha accentuato lo sbilanciamento, ma certo non sarebbe stata la sua sola presenza a ristabilire un equilibrio disciplinare. E la presenza di storici e antropologi che avrebbe potuto offrire una panoramica più ampia e adeguata dei rapporti che si pongono tra scienze sociali e letteratura. Non si tratta di una semplice richiesta di maggior varietà o di par condicio disciplinare, ma di una vera e propria esigenza conoscitiva che avrebbe dovuto informare lorganizzazione stessa del seminario. Infatti, è proprio rispetto al discorso storico e al discorso antropologico che il problema del rapporto con la narrazione e con la letteratura è stato indagato in modo più sistematico.
Nel corso del seminario sono stati fatti diversi accenni riguardo al discorso storico e al fare storiografico, facendo notare che questo è il primo ambito in cui è emersa la questione del racconto e della narrazione. Lantropologia, invece, sembrava essere una presenza minacciosa che aleggiava sul seminario per venir qualche volta convocata (Sciolla, Manghi) per poi essere subito allontanata. Eppure, è proprio in ambito antropologico che recentemente si è posto in maniera più radicale il problema del rapporto con la letteratura. Ma, probabilmente, questo diniego era motivato proprio dal cercare di evitare a tutti i costi di confrontarsi con le proposte emerse in ambito antropologico interpretativista da continuatori dellopera di C. Geertz come J. Clifford, V. Crapanzano, G. E. Marcus. Il rapporto problematico tra letteratura e antropologia non è però solo una questione degli ultimi anni, ma affonda alle radici stesse della disciplina i cui prodromi possono essere rintracciati nei diari, resoconti, racconti di viaggio di missionari, avventurieri e colonizzatori (a cui è stato accennato nel dibattito conclusivo finale) e continua fino al 900 con autori quali M. Leiris e con testi quali il libro di M. Griaule sulla religione dei Dogon, a cui sispira il libro Tuhami di Crapanzano. Inoltre, questa disponibilità ad uno stretto rapporto tra discorso letterario e discorso antropologico non è prerogativa solo americana. Sarebbe stato, infatti, molto interessante confrontarsi su queste tematiche con antropologi quali P. Clemente, che, ad esempio, usa nei suoi corsi Cristo si è fermato ad Eboli come testo etnografico, o A. Sobrero che nel suo Antropologia della Città usa anche testi letterari come etnografie dello spazio urbano. Mi sembra che i sociologi presenti, con questo loro evitare di affrontare direttamente i problemi posti dallantropologia interpretativista, abbiano evidenziato una certa debolezza e una certa difficoltà ad articolare una seria critica delle posizioni precedentemente citate. Erano, infatti, più intenti nella difesa della credibilità del proprio ruolo e della propria disciplina cercando un residuo non narrativo (Giglioli, Manghi) a cui aggrapparsi e su cui fondare oggettività e credibilità. Ma non è evitando il confronto con la tradizione interpretativista che è possibile garantire credibilità e specificità alle scienze sociali e al loro fare scientifico. E necessario, invece, un confronto proprio a partire dai fondamenti di questa tradizione. E, peraltro, allinterno di questo confronto che la semiotica può emergere come punto di vista imprescindibile per un approfondimento effettivo ed efficace delle questioni messe in campo. Geertz, infatti, in Interpretazioni di Culture fonda la sua proposta teorica su uninterpretazione semiotica del concetto di cultura, oggetto di studio dellantropologia. Come fa notare Fabbri, a questa affermazione non sembra però seguire una riflessione su ciò che è la semiotica e su quale sia la sua possibile metodologia. Su alcuni concetti semiotici utili allo sviluppo della discussione Questultima riflessione ci riporta, dunque, alla semiotica e alla necessità, per lo sviluppo della discussione, dei concetti semiotici di cui si è accennato in apertura. Innanzitutto, il concetto di narratività, usato nel corso del seminario con grande disinvoltura, se non addirittura ingenuità. Come è noto la semiotica, specialmente quella di derivazione greimasiana ha una concezione amplia e generale di narratività. Fabbri ne La Svolta semiotica, fa giustamente notare che si può parlare di narratività ogni qualvolta ci si trovi di fronte a concatenazioni e trasformazioni di azioni e passioni, aggiungendo poi che la narratività è un atto di configurazione del senso. Fabbri riprende qui A. J. Greimas che considera la narratività "il principio stesso di organizzazione di ogni discorso narrativo e non narrativo" e considera "le strutture narrative profonde listanza suscettibile di rendere conto dellinsorgenza e dellelaborazione di ogni significazione". Nel momento in cui si accetta questa definizione di narratività non si vede perché ci sia la necessità di cercare un residuo non narrativo, su cui fondare loggettività del proprio fare scientifico. La narratività non è un male necessario che toglierebbe un po di oggettività ai propri dati per consentirne la trasmissione, da cui lo stretto legame che è stato posto tra narratività e fiction, ma è il principio attraverso cui si produce significazione e a cui sottostanno inevitabilmente anche i "dati" "oggettivi" nel momento in cui sono significanti. Al limite si può cercare di distinguere tra tipi di discorso che esplicitano la propria organizzazione narrativa e discorsi che, invece, cercano di occultarla. Comunque, la narratività non ha un legame privilegiato con la fiction (e di conseguenza con la letteratura). I concetti di fiction e letteratura sono, infatti, strettamente legati al concetto di enunciazione. Lenunciazione non è mai emersa esplicitamente nel seminario. Ad essa si sono, però, più o meno direttamente riferiti Jedlowski, accennando alla questione del patto comunicativo, e Giglioli, riferendosi allesistenza di convenzioni che reggono la produzioni di testi. Giglioli, peraltro, faceva questo accenno commentando lintervento di Sciolla che avvertiva di non affrontare i testi in maniera ingenua, chiedendo che si ponesse attenzione anche alla loro organizzazione, cioè alle dinamiche enunciazionali, che non sono neutrali rispetto ciò che è enunciato. Lesplicitazione del concetto denunciazione avrebbe permesso di affrontare le questioni emerse in modo più sistematico. Ad esempio, non si vede perché il patto comunicativo, che sarebbe meglio definire contratto enunciativo, debba essere convocato solo per riflettere sulla produzione discorsiva e non anche per riflettere sugli oggetti presi in considerazione da questa produzione, soprattutto se questi oggetti sono testi letterari. In altre parole, al di là di sottolineare il problema (Crespi), nessuno si è effettivamente soffermato sul perché i testi letterari a cui è stato fatto riferimento sono quasi esclusivamente romanzi pubblicati tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo. Questa scelta dipende evidentemente, in buona parte, da un dato tipo di contratto enunciativo che questi testi instaurano. Il realismo di questi testi, elemento fondamentale per un loro uso sociologico, si fonda proprio su questo contratto, che non può essere accettato ingenuamente dal ricercatore che decida di utilizzarli. Sempre a questo riguardo, il riferimento di Jedlowski riguardo il patto comunicativo tendeva a situarlo prevalentemente in una dimensione extra-testuale. Il patto, però, per essere efficace, deve lasciare perlomeno delle tracce nel testo. E proprio il rinvenimento di queste tracce che permette di ricostruire i termini del patto e, quindi, una tipologia dei testi fondata sui diversi patti ricostruiti. La teoria semiotica delle passioni sarebbe servita ad evitare di ritornare sulla sterile dicotomia ragione/passione, introdotta soprattutto nel corso dei dibatti conclusivi di ogni sessione, nel tentativo di tracciare una distinzione tra discorso letterario e discorso scientifico. Inoltre, tale teoria avrebbe permesso di ragionare sulla forma del discorso scientifico, che non necessariamente deve essere noioso, come sosteneva qualcuno. Il discorso scientifico ha, invece, probabilmente, un modo specifico di gestire la dimensione passionale tendente verso una aforizzazione, grazie alla quale viene costruita loggettività dei propri dati e del proprio discorso, elementi importanti per la costruzione del contratto enunciativo. Le considerazioni precedenti su narratività, enunciazione, passioni, insieme a ciò che è stato detto dai sociologi presenti riguardo il proprio fare scientifico ed insieme alle analisi di testi scientifici fatte nel corso degli anni, soprattutto in ambito semiotico struttural-generativo, avrebbero potuto contribuire alla discussione su una tipologia dei testi e dei generi. A questo riguardo mi sembra utile notare, cosa non avvenuta nel corso del seminario, il fatto che tutti gli esempi fatti duso della letteratura da parte delle scienze sociali nel corso del seminario riguardavano quasi esclusivamente un momento del fare scientifico: la descrizione del fenomeno. Vuoi perché la letteratura descrive meglio, vuoi perché la letteratura è la prima a descrivere certi fenomeni, vuoi perché in letteratura si trovano, senza dover fare troppa fatica, delle descrizioni adeguate, sta di fatto che, comunque, la descrizione, senza mai esplicitarlo, è emersa come il luogo dove avviene lo scambio tra letteratura e scienze sociali e dove, al limite, letteratura e scienze sociali si confondono. Non è dunque un caso che la problematica del rapporto tra letteratura e scienze sociali si sia posta in modo più radicale allinterno dellantropologia che assegna unimportanza fondamentale alletnografia, definita da Geertz thick description. Lemergere della descrizione come una sorta di terra di nessuno dei testi letterari e scientifici stimola tutta una serie di domande, la prima delle quali è se questi due tipi di testi si limitano alla sola descrizione che qui, forse è bene precisarlo, non è opposta a narrazione. Questa domanda solleva, a sua volta, tutta una serie di questioni di carattere epistemologico e metodologico la cui risposta meriterebbe perlomeno un altro seminario. Non è, dunque, in questo breve resoconto che si cercherà di rispondere a queste questioni, al di là delle mie competenze. Vorrei, però, proporre unipotesi E chiaro che vi sono posizioni tra cui, evidentemente, quelle derivate dallantropologia interpretativista che tendono ad assolutizzare la prassi scientifica delle scienze sociali alla descrizione. A mio parere, però, è possibile ipotizzare che interpretazione, che è comunque già presente nella descrizione, e spiegazione sono le altre fasi del fare scientifico, che seguono a quella della descrizione. Se si accetta questa ipotesi, si presuppone che, in generale, il testo scientifico dovrà lasciare intravedere nella sua struttura questi tre momenti. Nel tentativo di distinguere il testo scientifico da quello letterario ci si può chiedere se in questultimo sono anche rinvenibili i tre momenti. E probabile che il testo letterario, soprattutto quello moderno, si limiti alla descrizione e, a volte, allinterpretazione, ma difficilmente si sarà in presenza di una spiegazione. Una delle frasi più amate dagli autori è infatti "lascio le conclusioni al lettore" e, quando così non accade, il testo viene immediatamente percepito come retorico, didascalico. Questo, però, non vale per tutti i generi letterari o finzionali dato che parabole e favole, in forma di morale, contengono una spiegazione. E chiaro che, invece, un testo scientifico dovrà fare di tutto per condurre il lettore alle stesse sue conclusioni, esplicitandole, a volte anche anticipandole, cosa che è stata notata anche nel corso del seminario. Sulluso dei testi nella semiotica Vi è, infine, un problema più generale riguardo luso dei testi, soprattutto letterari. Durante il seminario sono emerse varie posizioni che ne giustificassero luso in sociologia il testo letterario rende visibile la complessità sociale (Turnaturi), rende visibile la complessità psicologica attraverso situazioni che potrebbero essere reali (Mizzau), il testo letterario ha la capacità di portare al linguaggio elementi dellesperienza (Jedlowski). La semiotica, in quanto teoria della significazione, analizza e usa testi, anche, o forse sarebbe meglio dire soprattutto, testi letterari. A differenza degli approcci sociologici illustrati durante il convegno questi testi vengono analizzati innanzitutto per comprenderne la loro strutturazione interna, la specifica articolazione del senso, il modo in cui essi realizzano la significazione. Solo in seguito, e sempre a partire dal testo e dalla sua organizzazione, il testo viene usato per comprendere qualcosa che gli sta fuori, qualcosa che il testo si presuppone rappresenti. Questo secondo passaggio sembra essere invece la principale preoccupazione dei sociologi, pur se Turnaturi nel suo intervento afferma che non bisogna fermarsi al livello superficiale dei testi. Questo passo doppio della semiotica è più articolato di quanto possa apparire da ciò che ho appena detto poiché il passaggio dallorganizzazione interna del testo al suo esterno, che è anche un passaggio dal particolare del testo analizzato ad un tentativo di generalizzazione, avviene a partire dal reperimento di strutture, schemi, modelli (non è questo il luogo per discutere su quale sia il termine più adatto) immanenti che si ipotizza presiedano e organizzino la manifestazione del senso nel testo stesso. La semiotica, come ha spesso ripetuto Fabbri, usa i testi, soprattutto letterari, come laboratori sperimentali, allinterno dei quali emergono dei risultati, in forma di modello, la cui adeguatezza a situazioni più generali deve comunque essere continuamente messa alla prova. In questo, dunque, la considerazione che la semiotica ha dei testi non mi sembra troppo lontana da quella che ha proposto Jedlowski. Quello che però bisogna tenere presente è che il trasferimento di elementi dellesperienza al linguaggio non è diretto, ma mediato da strutture, schemi, modelli che si suppone siano immanenti ad entrambe le manifestazioni del senso. Come ha giustamente sostenuto Fabbri, è proprio a partire dai "modelli generali di spiegazione dei fenomeni della cultura" che la semiotica può fornire, che si può articolare il rapporto tra semiotica e le altre scienze sociali, ridando alla semiotica una rilevanza oggi perduta.
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