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Errata di George Steiner, Garzanti, Milano, 1999.

Si tratta di un libro scritto in forma narrativa —in particolare, una autobiografia intellettuale- che ci giunge da un grande studioso di narrazioni, abituato pertanto a comprenderne il valore come sorgente di interpretazioni, intuizioni, echi infiniti della capacità creativa dell’uomo. Non ce ne vorrà l’autore se sottoponiamo la sua narrazione ad un processo di vivisezione, reperendo in essa alcune funzioni proppiane tratte dalla morfologia della fiaba. Conosciamo la diffidenza dell’autore rispetto alle teorie:

'In seguito avrei imparato che a determinare il codice e le suddivisioni dell’araldica sono regole formali e convenzioni esatte (…) Per me, tuttavia, questo programma astratto non può modificare la caratterizzazione esistenziale, temporale, familiare, psicologica della dramatis persona cui apparteneva quello stemma. Non ci sono due leoni rampanti che ruggiscano la stessa leggenda’ (p.10).

Nonostante questo pensiamo che sullo sfondo fornito dalla struttura narrativa di errata, ciò che questo libro ha di realmente unico possa risaltare con più luce.

1)La situazione iniziale è determinata in un duplice contesto, familiare e storico, e è caratterizzata dal clima di montante razzismo nella cultura ‘liberale’ mitteleuropea e sugli effetti anche paradossali sulla famiglia Steiner, costretta all’esilio. L’infanzia del protagonista è caratterizzata dalla mancanza di qualcosa di raro, dalla myse en abyme costituita dall’inesauribilità dei processi di scoperta, dall’esperienza dell’unicità, dal proliferare della differenza. La presa di coscienza della mancanza assume una forma peculiare:

‘Da queste infinità nasce una sottile sensazione di nausea’(p.9).

La narrazione più ampia nella quale si colloca il nostro protagonista è la storia della persecuzione degli ebrei:

‘c’è un solo bambino ebreo, nei millenni, che non abbia conosciuto il repertorio di minacce e di derisione, di esclusione e di condiscendenza che va dalle botte, dalle pietre scagliate e dagli sputi fino al disgusto educato, all’accoglienza riluttante concessa dai gentili?’(p.65).

Ogni ebreo risente della maledizione tramandatagli da tre eroi, Mosè, Gesù e Marx, che hanno mostrato tre teologie tali da mettere in crisi la concezione dell’uomo occidentale, ossia una teologia negativa, trascendente che allontana dio; una teologia dell’auto-sacrificio; una teologia messianica che sposta la salvezza sul piano sociale. E’ pertanto in un contesto teologico che anche il nostro protagonista risolverà il rapporto conflittuale con la cultura occidentale, una cultura che egli contribuisce a creare e dalla quale viene inevitabilmente perseguitato. Questo però avverrà soltanto alla fine di una lunga peregrinazione.

2) Esordio: il protagonista trova nella famiglia i mediatori che lo riconoscono, e i primi donatori, che lo sottopongono alle prime prove, come conversazioni in più lingue, su cui non ci soffermiamo. Un secondo riconoscimento viene da parte degli altri studenti dal quale egli si distingue (p.58); aiutanti lo iniziano alla vita; egli non è certo destinato ad un’aurea mediocritas (come i falsi eroi, p.56). In questo contesto anche i primi addestramenti e i mezzi della ricerca; mezzi come la lettura, l’interiorizzazione del testo e del commento, la memoria come via perché ciò che amiamo resti sempre con noi. Ed è a questo punto che la trama si ‘apre’ per la prima volta e il processo di formazione del protagonista diviene il nostro (ma non accade forse in tutte le fiabe?). Egli diviene il nostro donatore e tramanda anche a noi mezzi e ammaestramenti; è a noi che viene mostrata l’incompletezza e la parzialità delle diverse vie, testuali e non, dell’ermeneutica; il senso di responsabilità dell’atto interpretativo, simboleggiato ancora una volta dalla traduzione; la grande importanza dei suoi aspetti etico-esistenziali (pp.24-33).Queste le vie attraverso cui il classico ci legge.

3)Marchiatura e Trasferimento. La prima avviene nei termini della scoperta, della sorpresa: della Berenice di Racine, ad esempio, (p.39) ma soprattutto dei Morti di Joyce:

‘Questa scoperta determinò il mio destino. Da quella notte in poi, le Sirene dell’insegnamento e dell’interpretazione hanno cantato per me’ (p.60).

Ora il nostro eroe ha senza dubbio acquisito le competenze per dedicarsi al suo compito:

'Il mestiere del comparatista e del traduttore consiste in un tradimento onesto, in una infedeltà perenne ad ogni tradizione, cultura o comunità di riconoscimento presa isolatamente. Mi sono spostato tra lingue e ideali stilistici contrapposti, fra letterature e sistemi educativi’ (p.47).

Questo perenne viaggiare è causa di scontro con i vari spiriti nazionali, tuttavia porta il protagonista alla sua destinazione, e alle diverse prove che deve affrontare.

4) Compiti difficili. Traduttore e traduzione vengono messi ripetutamente alla prova in diversi campi; se la prova consistesse nel trovare una volta per tutte una sorta di definizione esaustiva dell’oggetto in questione entro un sistema, una teoria o quant’altro, il nostro protagonista fallirebbe miseramente. Costituisce invece la sua salvezza, il suo mezzo magico, l’aver compreso per tempo l’inesauribilità dell’interpretazione, la impossibilità di pervenire ad un significato univoco, finito. Ciò che gli consente di non tacere è a questo punto il grande rispetto verso l’oggetto dell’analisi, la sua coscienza e il suo senso di responsabilità.

La musica.
La musica costituisce una condizione-limite del linguaggio, insieme alla matematica e alla denominazione di dio. Un interesse wittgeinstainiano pervade pertanto l’indagine in questo campo; la insoddisfazione che nasce dal commento come tentativo di rendere il senso dell’opera musicale rivela la radicale intraducibilità della musica, una sorta di divorzio tra musica e linguaggio:

‘La nostra poesia ha la nostalgia della musica che ha abbandonato. Orfeo viene ridotto a un mero poeta quando si volta con l’impazienza della ragione per guardare una musica più forte della morte’(pp.82-83).

Terreno di incontro tra i due è il canto, il quale, quasi heideggerianamente ‘ci riporta alla casa dell’origine dove non siamo ancora stati’(p.84). Ma dove nasce allora lo straordinario impatto della musica sull’uomo?

‘La musica ha il suo prologo nei regni organici e animali. E’ l’espressione impareggiabile degli stati d’animo più eccelsi dell’uomo. Funziona all’infuori della verità e della menzogna, del bene e del male’(p.93).

La pre-umanità della musica, la in-umanità della musica può più delle scienze dimostrare la esistenza della metafisica; la sua alterità è alla base dei suoi rapporti con le altre arti e con la filosofia; la forma è contenuto e il contenuto è forma, una verità intuitiva musicale al pari dell’esistenza dell’anima.

La pluralità delle lingue.
Il bilinguismo, ponte tra diverse culture, dovrebbe unire, eppure suscita sospetto. Ciò perché la lingua, dai tempi di Babele, è sinonimo di nazione, ed è spesso associata ad odi etnici. Ma paradossalmente, la pluralità delle lingue non è una punizione divina; è casomai un dono:

‘ben lungi dall’essere una maledizione, il corno d’abbondanza delle varie lingue rovesciate sulla specie umana costituiva una benedizione senza fine’ (p.103).

La lingua libera dai vincoli impostici dalla nostra mortalità; costituisce una grammatica della speranza, tramite la quale possiamo fare ipotesi sul nostro passato, presente e futuro; permea in modo inimitabile il nostro vivere:

‘Parlare una lingua significa abitare, costruire, registrare un particolare ordine del mondo, una mondanità nel significato forte, etimologico del termine’ (p.107).
La ricchezza delle lingue dipende da un processo di adattamento simile a quello evolutivo:

‘Una lingua data riempie una cella nell’alveare delle percezioni e delle interpretazioni possibili. Articola una struttura di valori, di significati e di supposizioni che non corrisponde esattamente a quella di qualsiasi altra lingua. Poiché la nostra specie ha parlato e parla in lingue multiple e variegate, genera una quantità di ambienti e vi si adatta. Parlando, creiamo mondi’ (p.110).

La coscienza civile
Il rapporto tra l’intellettuale e una determinata forma politico-sociale viene analizzato sotto un duplice aspetto: da un lato, vi è il problema dell’insufficienza di tutti i sistemi politico-sociali, al di là della retorica (che è un effetto linguistico) a soddisfare ideali di giustizia e di uguaglianza. Dall’altro, la cultura umanistica può giustificare e ha giustificato ogni tipo di sistema totalitario (anti-umanistico?) imponendosi senza averne alcun diritto sulla cultura popolare. Il sostegno del protagonista va allora a

‘(…) qualsiasi ordine sociale capace di ridurre, anche marginalmente, l’aggregato di odio e di sofferenza nella condizione umana. E che lasci uno spazio alla privacy e all’eccellenza’ (p.146).

5)Persecuzioni, falsi eroi, incoronazione. Il peregrinare dell’eroe lo porta naturalmente all’incontro e allo scontro con diverse tematiche del proprio tempo. Egli si occupa della crisi del linguaggio (‘la ritirata della parola’) e del suo rapporto etico con la crudeltà del secolo che si è spento. Si occupa poi della connessione tra mito e grammatica (le Antigoni), poi d’ermeneutica e filosofia (Dopo Babele). Durante il suo percorso si scontra con diverse tipologie di falsi eroi: operatori di plagi o ipocriti fraintendimenti o ancora specialisti che ne criticano l’eclettismo; molti sono i rimpianti e le occasioni mancate, anche se infine egli assolve il suo ruolo storico di eroe ebraico nel pervenire alla formulazione di una teologia. Le sue premesse partono da una teodicea negativa, nella constatazione della difficoltà di comprendere il disegno divino dietro il male; per ciò che riguarda il rapporto tra fede e linguaggio, non è possibile definire dio con strumenti logici, né dimostrarne l’esistenza al di fuori di uno sguardo ingenuo, immanentista. Gli studi sulla musica, così vicina a dio, disvelano l’impossibilità di parlarne in termini linguistici, in quanto essa è considerata come limite, un confine del linguaggio. Da un punto di vista etico, poi, l’ateismo consegna all’uomo la libertà e l’autodeterminazione nell’affrontare le sfide attuali poste dalla scienza, la cui ambizione è spiegare il bisogno di dio della mente umana. Tuttavia resta uno spazio per una teologia di diverso segno, quella in cui l’esistenza di dio è intesa come un dover-essere:

'Dall’onnipotenza non ragionata, non analizzabile e spesso distruttiva dell’amore nasce il pensiero —si tratta forse, ancora una volta, di una puerilità- che "Dio" non è ancora. Che egli avverrà all’essere o, più precisamente, giungerà a portata della percezione umana soltanto quando l’amore sarà immensamente in eccesso dell’odio’ (p.203).

Francesco Galofaro

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