Le bombe non sono mai intelligenti

Le bombe non sono mai intelligenti.

 

Usammo queste parole durante l'intervento militare NATO in Serbia, lo usiamo ora per l'intervento militare russo in Cecenia, ma la stessa cosa è per le decine di guerre che tutti i giorni si combattono sulla terra.

La regione del Caucaso è una polveriera, decine di etnie diverse, popolazioni povere stanno su un terreno impervio per le coltivazioni ma ricchissimo di petrolio.

E così le solite differenze etniche sono diventate il pretesto per nazionalismi esasperati, finanziati da paesi e potentati economici interessati solo allo sfruttamento delle ricchezze naturali e da futuri guadagni.

La Russia, dopo aver perso una guerra, tre anni fa, contro l'autoproclamata repubblica indipendente Cecena (che causò ottantaduemila morti, di cui settantamila ceceni, in maggioranza civili, e dodicimila militari russi).

Ora combatte una guerra di conquista "contro il terrorismo", ma in effetti per riprendersi quel territorio, per sfruttare sottosuolo e garantire il funzionamento dell'oleodotto che attraversa la Cecenia (importante per lo sbocco del petrolio estratto nei giacimenti di tutta la regione) ma anche una guerra con finalità elettorali in vista delle future elezioni presidenziali in Russia, quando lo zar Boris dovrà passare lo scettro.

Questa guerra sta provocando migliaia di morti, in special modo tra la popolazione civile. I bombardamenti più o meno intelligenti colpiscono ospedali, infrastrutture ed edifici civili proprio come in Serbia.

Gli interventi umanitari e ONU non servono a nulla finché esisteranno armi ed eserciti.

 

Federico S.

 

 

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