Perché parlarne ancora?
Sarebbe più giusto: perché scriverne ancora? Perché per chi scrive é augurabile ci siano dei lettori.
Ma di ché si vuole scrivere: di "noi" e di "loro" e di cosa è possibile realizzare nell'immediato e cosa ci/si prospetta nel futuro.
Dove? Qui e un pò più in la. Fano: dove chi scrive e chi legge possa incontrarsi; nel resto del globo via rete telematica perché l'isolamento non giova e forse ciò che si discute e si propone in questa realtà può essere stimolante altrove.
A me piacerebbe parlare di guerra in tempo di pace, perché, ahinoi, parlare di pace in tempo di guerra, si è anche recentemente constatato, è poco proficuo. Per conservare memoria e perché se qui è per ora finita, "la" e anche più in la di la non è ancora l'ora di "fare basta". Non sembra anche a voi che l'argomento ci tocchi ancora da vicino? Perché quando volavano i bombardieri sulla nostra testa mi sono sentito così vulnerabile e impotente, così vicino alla tragedia di chi subiva i bombardamenti.
Anch'io ho pensato che sarei potuto diventare un profugo, un senza tetto, nel lutto e nella fame, nell'incertezza profonda.
Mai più.
Ci viene insegnato anche oggi che ogni questione va discussa e risolta in sedi opportune e che alcuni di noi sono più qualificati di altri a prendere decisioni. In famiglia, all'asilo, nell'ospizio, nella sede del partito, in tribunale, in azienda, in carcere, in ospedale.
A Fano c'è una piazza in cui passeggiano il sindaco e il prefetto, i cuccioli e gli anziani, il direttore e l'accattone. In questa nostra piazza, che è pur essa una sede e perché no, appropriata, ci si può incontrare? Le questioni messe in piazza hanno il grosso pregio di essere trasparenti e perché non potrebbe essere il modo o il luogo per porre le questioni?
Tra noi, i più hanno, nella loro vita, già sperimentato l'autorevolezza che da la piazza e a Fano permane il fascino che questo luogo aperto e pubblico regala ai bambini che giocano al pallone, agli anziani che si riposano sulla panchina, al sindaco che presenta la riapertura del teatro della Fortuna.
Socializzare è ancora possibile nella nostra piazza a Fano, ciò che manca è la solidarietà, è sparita dalla piazza, si è trasferita nelle famose sedi più opportune. Eppure i soggetti non sono spariti, i giovani e gli anziani sono ancora li, vengono ancora ma non comunicano più, non più a voce alta, chiara. I vecchi non passano la pratica ai piccoli: forse non si sentono qualificati quanto gli altri, non passano la memoria necessaria perché le generazioni avvenire costruiscano il loro mondo con meno orrori.
Ci vuole la complicità tra nonni e nipoti per riprendersi la piazza.
Da piccoli si pensa di essere sempre più grandi, i grandi, se lo diventano, a volte rimpiangono il tempo in cui erano piccoli, alcuni si sentono sempre più grandi come quando erano piccoli, i più considerano che sono piccoli a volte insignificanti di fronte ai grandi mutamenti, potenti, malviventi, eventi.
Un docente universitario usava distribuire ai suoi studenti, durante la lezione, dosi di fiducia.
La fiducia di essere in grado di modificare la realtà che ci circonda è una prerogativa da cui nessuno si deve sentire escluso.
Nel proprio piccolo ognuno di noi è unico ed esclusivo e può dare un contributo inestimabile.
Partendo quindi da esigenze apparentemente banali, quotidiane e diffuse ognuno di noi può attraverso questo mezzo che nasce a Fano ri-incontrarsi, comunicare, agire nella società in cui vive?
Un abbraccio
Franco