ARTE A CESENA: MONUMENTI DA SALVARE

Articoli di Andrea Sirotti Gaudenzi

 

La Torre "bizantina"

Il campanile di San Zenone

Quale Cesena Nuova?

Archeologia: studio che lascia perplessi

 

 

LA TORRE "BIZANTINA"

(pubblicato sul Corriere di Cesena del 26 agosto 1998)

In varie occasioni si è parlato della presenza di una torre cilindrica dagli inconfondibili tratti bizantini nel centro di Cesena, anche se sono pochi i concittadini che ne conoscono l’esatta ubicazione, dato che, nascosta da altre costruzioni, è visibile solo da un punto di Corte Dandini. Ricordo i molti appelli del professor Michele Massarelli, che da anni chiede alle istituzioni un progetto per la salvaguardia e la valorizzazione di questo antico edificio dalle origini incerte.

Sono molti i tasselli che ci mancano per poter definire la storia di Cesena all’epoca cui l’edificio potrebbe risalire. In particolare, non esistono elementi che ci consentano di ricostruire nei dettagli l’impianto urbanistico di Cesena nel VI secolo d.C., vale a dire nell’età cui risalgono i campanili cilindrici delle chiese bizantine ravennati di Sant’Apollinare in Classe e di Sant’Apollinare Nuovo, alle cui forme sembra ispirarsi la torre presente nella nostra città.

Nonostante questo, anche in mancanza di adeguata documentazione, non è difficile pensare che i Bizantini possano aver lasciato a Cesena un segno della loro dominazione, terminata nella metà del secolo VIII e, quindi, non è da rifiutare a priori l’ipotesi che al tempo dell’Esarcato sorgessero in Cesena costruzioni influenzate dall’architettura della vicina città di Ravenna. A sostegno di questa tesi si possono ricordare le ipotesi formulate da alcuni studiosi, secondo i quali l’antica struttura della chiesa di Boccaquattro, posta nel punto in cui si incontravano la via Emilia e la via Ravennate, sarebbe stata edificata proprio durante il periodo bizantino.

Inoltre, a cavallo tra il VI e VII secolo si deve pensare a Cesena come ad una città sviluppata in due aree: l’una sul monte Sterlino, l’altra a valle, ai piedi dell’altura, proprio in quei luoghi su cui anteriormente i Romani avevano costruito vari edifici, i cui resti sono giunti fino a noi (fa ancora sorridere lo stupore con cui alcuni storici, ignari delle ricerche di Zavatti e di Trovanelli, accolsero la notizia del ritrovamento dei reperti archeologici durante gli scavi in piazza Fabbri). Pertanto, il luogo dove sorge la torre in questione era considerata parte integrante della città.

L’idea, quindi, che la costruzione sia un autentico edificio bizantino situato all’interno dell’antica "Césena", non è affatto campata per aria: non esiste alcuna prova, ma l’ipotesi può essere sorretta da una serie di circostanze, le quali, accostate le une alle altre, potrebbero colmare i vuoti presenti nella memoria storica della nostra città.

Questa conclusione, per quanto suggestiva, si scontra con alcuni elementi che non sembrano del tutto irrilevanti. Infatti, le varie distruzioni che la nostra città subì in diverse epoche ci hanno lasciato pochissime tracce degli insediamenti urbanistici precedenti alla seconda metà del XIV secolo: incendi devastarono più volte la città costruita quasi interamente in legno, lotte cruente fra guelfi e ghibellini insanguinarono Cesena e provocarono danni ingenti. In particolar modo, a sconvolgere la città fu ciò che accadde durante gli anni definiti dal Fantaguzzi "periodo delle guerre", che raggiunse il momento più drammatico con il "Sacco dei Brettoni", ordinato nel 1377 dal cardinale Roberto di Ginevra. Si deve ritenere, sulla base delle varie fonti pervenuteci, che questo tragico evento, che ebbe grande risonanza in tutta Europa, abbia provocato la distruzione di quasi tutti gli edifici di Cesena. Se è vero che tutto veniva messo a ferro e fuoco, come si sarebbe potuto salvare dalla furia cieca dei soldati, incuranti degli stessi edifici di culto, una costruzione come il presunto campanile bizantino, per giunta situato in uno dei punti più vicini all’accesso dell’antica città?

Come si vede, allo stato dei fatti, non c’è dubbio che vi siano alcune argomentazioni per sostenere l’appartenenza della nostra torre all’architettura bizantina, così come non si possono tralasciare altri elementi a sfavore di questa tesi.

Di sicuro c’è solo un punto: questo edificio, che appartiene al nostro passato, è stato ritenuto così prezioso che, in questi giorni, è stato sottoposto a vincolo storico-artistico dalla Soprintendenza. Questo fatto conferma la necessità di approfondire le ricerche sulla torre che, per il fascino che riesce ad esercitare (anche attraverso i tanti quesiti non ancora risolti), merita di essere al centro dell’interesse della collettività.

 

 

IL CAMPANILE DI SAN ZENONE

(pubblicato sul Corriere di Cesena del 16 settembre 1998)

Fino alla prima metà del secolo scorso, le strade più importanti della nostra città erano le tre "trove", vale a dire le strade che oggi corrispondono alle vie Chiaramonti, Sacchi e Uberti. L’ultima di queste era chiamata "Trova di sotto" e rappresentava una sorta di corso nobile della Cesena del seicento, prima che il patriziato locale scegliesse via Chiaramonti (detta "Trova di sopra") per costruire i propri palazzi. Vi si trovavano le abitazioni di molte casate nobili, tra cui quella dei Bandi, famiglia alla quale apparteneva la famosa contessa Cornelia che, scomparsa per un misterioso caso di "autocombustione", suscitò grande curiosità e fu ricordata anche da Charles Dickens nel romanzo "Bleak house".

Nei secoli scorsi, la Trova di sotto era chiamata anche contrada San Zenone, per la presenza della piccola chiesa che si affaccia sulla strada. Quella che vediamo oggi è una costruzione edificata nella seconda metà del sec. XVIII dall’architetto Pietro Borboni, sul luogo in cui sorgeva un’altra chiesa molto antica, presumibilmStampaSassi.gif (45181 byte)ente di origine medievale. Alcune fonti ci riferiscono di un edificio dedicato al culto di San Zenone già a partire dal secolo XIV; in quell’epoca si parlava di una "Strata Sancti Zenonis o Sancti Genonis" e sembra che ci fossero ben due vie nella nostra città che portassero il nome di questo santo. Poco si sa dell’antica chiesa scomparsa: è rimasto solamente il campanile, oggi soffocato tra molti edifici, ma un tempo ben visibile da chi entrava nella nostra città dalla Porta Cervese (oggi Barriera Cavour), come ci mostra la famosa stampa di Sebastiano Sassi datata 1786, una delle più fedeli rappresentazioni della città del tempo (fig. 1).                                                                 

Il piccolo campanile, quindi, sopravvisse alla distruzione della chiesa antica e si decise di conservarlo, inserendolo nella nuova "fabbrica" di San Zenone. Quale sia stato il motivo di tanto rispetto per questa torre non si conosce, dato che nel settecento nella ricca Cesena si era diffusa l’abitudine di distruggere vari edifici antichi "fuori moda", per ricostruirli completamente: pochi anni prima dell’inizio della costruzione della nuova San Zenone, era stato decretato l’abbattimento della grandiosa chiesa di Sant’Agostino, compreso il campanile pendente romanico che caratterizzava il centro della città. Sembra che la decisione di rispettare la torre di San Zenone corrispondesse alla consapevolezza che quella costruzione fosse una delle più vecchie della città. Il grande storico cesenate Nazzareno Trovanelli (a cui la città dovrebbe dedicare un monumento per l’imponente numero di studi che lasciò) scrisse che quello di San Zenone era "il campanile più antico di Cesena". Addirittura, può darsi che, prima di essere adibita a torre campanaria del quattrocentesco tempio di San Zenone, la struttura facesse parte di un precedente edificio di culto (si parla di un piccolo convento).

Non sono necessarie le mie parole per capire quanto sia importante che questo monumento sia oggetto di interesse da parte delle istituzioni, alle quali si richiede una valorizzazione di tutto il nostro centro storico, che nasconde veri tesori. Purtroppo, si deve constatare che, mentre un tempo le "antiche trove" erano il cuore dell’arte e della cultura cesenate, oggi sono considerate dagli amministratori locali una "città minore", sistematicamente esclusa dai grandi progetti di recupero.

 

 

QUALE CESENA NUOVA?

(pubblicato su "Paginecontro" del mese di settembre 1998)

Quando penso a quello che è stato fatto in passato nei confronti dei beni storici ed artistici di Cesena, ho l’impressione che, per lungo tempo, si sia aggirato per le nostre strade lo spettro dell’architetto Mauro Guidi che, nel secolo scorso, intendeva distruggere completamente la città, per riedificarla secondo i propri gusti. Il Guidi aveva progettato una "Cesena Nuova" per sostituire le irregolarità dell’antica "Curva Caesena" con fredde geometrie e deliranti utopie ingegneristiche che portassero ad un nuovo impianto urbanistico fatto di strade e di case tutte uguali. Se i progetti di questo bizzarro architetto fossero stati realizzati, la Biblioteca Malatestiana sarebbe scomparsa, assieme alle tracce dell’opera del Nuti e dell’Alberti; nulla sarebbe rimasto della cinta muraria cittadina dall’inconfondibile forma di scorpione, così cara anche a Leonardo.

Nel 1829 il Guidi si spense, dimenticato e in povertà, nella sua casa sulle pendici del monte Sterlino, nel quartiere di Chiesanuova, che lo stravagante architetto avrebbe voluto vedere raso al suolo, perchè "troppo antico". Dopo anni dalla sua scomparsa, l’appello di questo originale propugnatore di uno strano "futurismo ante litteram" fu accolto: quel quartiere non esiste più, abbattuto sul finire del secolo scorso. Stranamente, quello che Guidi non era riuscito a fare in vita, perché ritenuto assurdo dai governanti del tempo, fu realizzato più tardi da varie amministrazioni cittadine, quasi inconsciamente guidate dallo spirito dell’architetto scomparso. Tante altre cose che al Guidi non piacevano (semplicemente perché testimonianze del passato) furono distrutte da chi gestiva la città. Così, in momenti diversi, perdemmo la Chiesa di San Francesco (l’edificio di culto più antico della città, una delle chiese più grandi dell’intera Romagna), l’imponente Porta Cervese ed altre costruzioni che, pur cariche di storia, erano destinate a scomparire semplicemente perché "fuori moda".

In tempi più recenti, i cesenati furono spettatori dell’abbattimento dell’antico palazzo Almerici, della distruzione dello splendido palazzo Venturelli (che, così, lasciava spazio a "piazza della Libertà", fredda colata di cemento nel cuore di Cesena), dell’occultamento di preziosi beni archeologici che, una volta riemersi dal suolo, venivano nascosti in oscuri depositi. Ora, però, sembra che qualcosa stia cambiando. In questi giorni si avverte come la battaglia in favore della valorizzazione dei beni storici ed artistici di Cesena non corrisponda alle velleità di pochi ed isolati appassionati, ma viene rilevato che, nella nostra città, in molti si sentono orgogliosi di appartenere ad un territorio ricco di potenzialità, per lo più ancòra inespresse.

Nonostante questa rinnovata attenzione, si deve constatare che le istituzioni rimangono quasi insensibili all’appello lanciato da tanti cittadini. Eppure, in questo momento, tutti i nostri amministratori si proclamano convinti romagnolisti, sostenitori del rilancio della nostra Terra, orgogliosi di poter recuperare le tradizioni delle nostre città. Che senso ha dichiararsi figli della Romagna, quando nulla si è fatto, né si sta facendo per attribuirle la dovuta dignità? Come possiamo pensare di rilanciare l’idea (peraltro sacrosanta) di una regione romagnola, se nessuno si muove per salvarne e valorizzarne le opere d’arte presenti nel territorio?

Nella nostra città ciò che per gli altri rappresenterebbe motivo di orgoglio viene inspiegabilmente tenuto nascosto, vergognosamente ammassato in depositi comunali, con il risultato di condannare i reperti all’oblìo e la città alla perdita della propria memoria storica. Possiamo vantare una ricchissima collezione di reperti archeologici, tra cui oggetti romani, ceramiche tardo-medievali, stupende maioliche, che non sono esposti per mancanza di spazio. Di fronte a questo rilievo, appare inconcepibile che la Rocca Malatestiana, proprio negli ambienti più adatti ad accogliere i preziosi reperti, ospiti il museo della civiltà contadina (che potrebbe essere facilmente spostato altrove).

Forse lo scarso interesse delle istituzioni si deve attribuire alla convinzione, diffusa tra la classe politica, che dalla cultura non si possano trarre immediati vantaggi (soprattutto di natura economica) per la città. Alcuni credono che puntare sulla valorizzazione artistica di Cesena rappresenti un’operazione fine a se stessa, apprezzata solo da qualche fanatico abituato a sognare progetti folli e, comunque, privi di alcun ritorno finanziario. Ed è proprio su questo punto che chi governa sbaglia, e l’errore si dimostra tanto più grave quanto più legato al pregiudizio. Non è sbagliato, invece, immaginare che la realizzazione di un’operazione di recupero culturale arricchirebbe non solo gli studiosi e gli appassionati di antichità, ma l’intera città, che potrebbe trovare nel turismo un’importante voce di reddito.

L’avvio dell’impianto museale cittadino inaugurato da poco, pur rappresentando una semplice riproposizione di quello che già c’era, potrebbe essere l’inizio di un impegno volto a restituire alla città il proprio patrimonio, che si potrà realizzare solo con l’esposizione delle centinaia di reperti ancora nascosti al pubblico, con l’avvio di una seria indagine archeologica da realizzare non solo in occasione dell’apertura di cantieri, con il recupero del meraviglioso pavimento musivo affiorato in piazza Bufalini, delle cui sorti nulla viene detto.

Ai nostri amministratori spetta il dovere di rompere gli indugi e di rendersi protagonisti di un progetto importante. In particolare, è necessario che venga dimostrato con chiarezza che, una volta per tutte, non c’è l’intenzione di realizzare i progetti di un Mauro Guidi che, anche in un passato a noi vicino, ha già ispirato troppi scempi.

 

 

ARCHEOLOGIA: STUDIO CHE LASCIA PERPLESSI

(pubblicato sul Corriere di Cesena dell' 11 marzo 1999)

Nell’Alto Medioevo i Cesenati, per difendersi dai continuie devastanti attacchi nemici, edificarono una cittadella fortificata sul Monte Sterlino, attorno alla Rocca, realizzando una sorta di "città nella città". L’area fu chiamata "Murata" e si conservò fino al periodo rinascimentale.

Come ci raccontano gli Annales Caesenates, la "Murata" fu difesa strenuamente da Cia degli Ordelaffi, fino al 27 maggio 1357, data della tragica "Resa della Murata" (negli Annales troviamo un capitolo "De Redditione Muratae").

Le fortificazioni della "Murata" non devono essere confuse con la cinta muraria dall’inconfondibile forma di scorpione, costruita a difesa della città e giunta ai giorni nostri quasi integra.

Eppure, nello studio sull’archeologia urbana realizzato dal comune di Cesena, nel riprodurre un particolare di una stampa datata 1786 di Sebastiano Sassi, la "Murata" viene confusa con le mura cittadine, più precisamente con Porta Cervese (l’attuale Barriera Cavour).

Qualsiasi appassionato di storia locale si sarebbe reso conto dell’impossibilità che la Murata fosse rappresentata in una stampa della fine del XVIII secolo, quando la presenza della cittadella sullo Sterlino era, tutt’al più, un vago ricordo.

Lo studio (commissionato a ricercatori veneti e pubblicato a Firenze) avrebbe dovuto rappresentare una presa di coscienza sullo stato della ricerca archeologica e storica nella nostra città, un risarcimento a chi si era sentito offeso per il vergognoso episodio del mosaico romano di piazza Fabbri.

Purtroppo, si deve constatare come l’opera rappresenti solo una confusa rielaborazione di dati già apparsi su testi degli anni ‘80. Dall’esame della bibliografia utilizzata, sembra che nessuno dei ricercatori si sia preso la briga di sfogliare gli antichi testi che, nonostante le varie (e comprensibili) imprecisioni, sono utili per capire le trasformazioni della nostra città. Inoltre, la carta del rischio archeologico contiene dati che appartengono alla comune esperienza di chi vive in questa città.

E’ assurdo che non vi sia alcuna traccia dell’opera del più grande storiografo cesenate di tutti i tempi: è ignorata la monumentale ricerca di Nazzareno Trovanelli, che, all’inizio di questo secolo, riusciva, con i pochi mezzi a disposizione, a elaborare studi più dettagliati di quelli, frutto dell’improvvisazione, realizzati nei nostri tempi.

Dispiace che lo studio sia stato presentato alla cittadinanza proprio in occasione del riuscitissimo Convegno sull’archeologia organizzato la settimana scorsa, presso la sala del Palazzo del Ridotto. In quell’occasione è apparsa incolmabile la distanza che separa i sofisticati mezzi utilizzati in altri centri dallo stato di arretratezza della ricerca nella nostra città.

 

 

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