La pagina della Memoria Mazziniana

 

 

 

Laicismo e sentimento religioso

SPIRITUALITA’ MAZZINIANA

di Andrea Sirotti Gaudenzi

 

Con sempre maggiore frequenza assistiamo all’errore di chi è convinto che il termine laicismo sia sinonimo di ateismo. L’errore è ancor più grave se si pensa che a commetterlo sono molti che, pur professandosi mazziniani, ignorano il pensiero dell’ispiratore dell’unità nazionale. Probabilmente, questi uomini non conoscono le parole centrali del giuramento che doveva essere pronunciato da chi desiderava ottenere l’affiliazione alla Giovine Italia: "Io, credente nella missione commessa da Dio all’Italia, e nel dovere che ogni uomo nato Italiano ha di contribuire al suo adempimento; convinto che dove Dio ha voluto fosse Nazione, esistono le forze necessarie a crearla - che il Popolo è depositario di quelle forze - che nel dirigerle per Popolo e col Popolo sta il segreto della vittoria; convinto che la virtù sta nell’azione e nel sacrificio - che la potenza sta nell’unione e nella costanza della volontà; do il mio nome alla "Giovine Italia" associazione di uomini credenti nella stessa fede".

Con Mazzini, il popolo diviene interprete del disegno divino sulla Terra, gli uomini si rafforzano e diventano fratelli tra loro, stretti da un patto di amore di uguaglianza (che non è egualitarismo socialista, ma rispetto e valorizzazione delle differenze). "Dio e popolo" è la formula che meglio racchiude in sé la forza del pensiero mazziniano, la fede in un Dio che non è semplice Moira fatalista, né può essere una divinità adorata tra ricchi altari, ma è uno Spirito Superiore che dialoga con i propri figli, indicando loro la strada da seguire: è un Dio che vive nella "religione dell’uomo", nell’"Umanesimo", tanto esaltato da Benedetto Croce.

Sento di poter dire che quello di Mazzini è un Dio che assume le connotazioni della tradizione cristiana, che viene accolto dal grande alfiere del Risorgimento senza il filtro degli "apostoli del divino senza Dio", ma dalla voce stessa del suo cuore, dalla grandezza dell’anima umana, che fu considerata verbo vivente del Supremo sulla terra. Ogni azione di Mazzini fu ispirata della sua religione: non credeva in uno Stato che imponesse l’ateismo, dato che allo Stato attribuiva il compito di educare, di gettare le basi di una comune morale, di dare gli ideali al popolo, di liberare le coscienze. Le sue più grandi battaglie furono quelle contro le dottrine comuniste e materialiste che, confinate in uno squallido e triste ateismo, non si potevano conciliare con il suo grande idealismo. Rispetto alla religione cattolica, Mazzini non incitò mai all’anticlericalismo fine a se stesso, ma introdusse il moderno concetto di Stato laico, aconfessionale, indicando la necessità di realizzare un regime che permettesse l’esistenza di una libera Chiesa in un libero Stato.

Qui mi fermo. Tantissimo si potrebbe ancora dire sulla "fede" mazziniana. L’unica cosa che mi interessava era dimostrare la forza dello spirito religioso e l’avversione nei confronti dell’ateismo di cui sono intrise tutte le pagine di Giuseppe Mazzini; l’invito ai dirigenti delle forze sedicenti repubblicane (ormai in mano a uomini divisi tra neoguelfismo post-ulivista e ateismo comunista) è quello di leggerle.


 

Nel centenario della nascita del grande mazziniano

IN MEMORIA DI RANDOLFO PACCIARDI

di Andrea Sirotti Gaudenzi

(pubblicato sul quotidiano IL FOGLIO del 2 gennaio 1999)

 

Penso sia importante ricordare a tutti i democratici di questo Paese il centenario della nascita di Randolfo Pacciardi, avvenuta il primo gennaio 1899 a Giuncarico, vicino Grosseto. Grande oppositore del regime fascista, nel 1926 fu costretto a lasciare l’Italia. Seppe distinguersi nella lotta al franchismo (comandò la brigata Garibaldi) e in America diresse l’"Italia libera". Segretario del P.R.I. nel dopoguerra, vicepresidente del consiglio nel governo De Gasperi, ministro della difesa dal 1948 al 1953, si oppose con tutte le forze alla partitocrazia che, già agli albori della repubblica, aveva infettato il sistema democratico. La sua non era aprioristica opposizione ai partiti, ma opposizione a quel regime che, mascheratosi dietro il cinico paravento del rispetto della volontà popolare, dava già segni di fallimento. Del resto, il malumore di chi aveva combattuto per la libertà era presente anche negli scritti di Gaetano Salvemini, fondatore della "Mazzini society", il quale dichiarava che "i democratici sul serio avrebbero dovuto resistere al fascismo, ma anche combattere con altrettanta intransigenza gli pseudodemocratici".

Pacciardi era giunto alla conclusione che le istituzioni del Paese si fossero "dimostrate nel corso di quarant’anni assolutamente inefficienti come quelle della monarchia parlamentare". In particolar modo, contestava che la nostra Repubblica ("questa strana Repubblica") avesse trasformato i presidenti in veri e propri "re costituzionali", rendendoli istituzionalmente irresponsabili e senza alcun potere.

Fondatore nel 1964 dell'Unione Democratica per la Nuova Repubblica, per propugnare le tesi presidenzialiste, trovò moltissimi adepti, soprattutto in Romagna (tra i quali Colonelli, Mambelli, Spallicci, Boni e Montanari), ma pagò a caro prezzo l’opposizione al sistema: fu oggetto di un vergognoso ostracismo da parte di tutti i partiti, compreso lo stesso Partito Repubblicano che, solo pochi anni prima della sua morte, si affrettò a "riabilitarlo", scongiurandolo di rientrare.

Ma era cambiato l’ambiente politico che Pacciardi aveva conosciuto nell’immediato dopoguerra, quell’ambiente dove si respirava un sano patriottismo, dove era ancora vivo l’insegnamento di Mazzini, dove tanti antifascisti avevano trovato la naturale collocazione, dove il vuoto pensiero ateo e materialista dei marxisti veniva combattuto con il laicismo, con la religione dell’Uomo, con il rispetto delle diversità. Eppure, questo "repubblicano storico", come amava definirsi, non poteva rassegnarsi, non poteva darsi per vinto, ispirato dall’amor di Patria che aveva ereditato dal profetico Mazzini, da quell’uomo che, come scrisse lo stesso Pacciardi, "giganteggia sui piccoli e anche sui grandi uomini della sua età".

Oggi sono tanti i politici e i politicanti che hanno scoperto o riscoperto il fascino delle idee di Randolfo Pacciardi: a destra tutti se lo contendono, quale padre del presidenzialismo italiano; addirittura a sinistra, quegli stessi che lo accusarono di golpismo fingono di sentirsi "pacciardiani", evocando le epiche imprese dell’uomo che ispirò il film "Casablanca", così come ha ricordato anche Veltroni, ai tempi in cui era direttore dell’Unità.

La verità è che sono pochi, veramente troppo pochi, quelli che stanno facendo qualcosa per riordinare in maniera seria le nostre istituzioni, sulla base degli insegnamenti lasciati da quel tenace mazziniano che fece della propria vita una continua testimonianza di attaccamento ai principi democratici.


 

Verso il bipolarismo in attesa della Repubblica Presidenziale

RIFORME ISTITUZIONALI

SULL’ESEMPIO DI PACCIARDI

di Andrea Sirotti Gaudenzi

(pubblicato sul fascicolo nazionale del Resto del Carlino del 13 febbraio 1999)

 

Nel commentare la pronuncia con cui la Corte Costituzionale ha ammesso il quesito referendario sull’abolizione della quota proporzionale, Mario Segni ha espresso la necessità di proseguire la battaglia per le riforme, indicando il presidenzialismo come prossimo obiettivo. Molti di noi hanno ripensato a Randolfo Pacciardi, il padre del Presidenzialismo italiano, che nel 1964 diede vita al movimento Nuova Repubblica per denunciare i mali di un sistema dominato dalla partitocrazia.

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato il centocinquantesimo anniversario della Repubblica Romana, la prima istituzione democratica che il Popolo italiano, guidato da Giuseppe Mazzini, seppe darsi; lo studio della costituzione di quella Repubblica ispirò Pacciardi nella sua idea riformatrice. Incompreso e messo al bando ieri, oggi viene apprezzato per la sua visione profetica della politica italiana.

Eppure, bisogna ricordare l’ostracismo subìto da questo grande protagonista della storia dell’Italia repubblicana anche all’interno del "suo PRI", che fu costretto a lasciare. Quando, poi, sul finire dello scorso decennio, Pacciardi e molti militanti di Nuova Repubblica rientrarono nel PRI, i vertici del partito diedero a quell’episodio un’interpretazione riduttiva. Non si trattava della rappacificazione tra le due anime del partito: quella tradizionale e mazziniana (rappresentata dallo stesso Pacciardi) e quella "azionista" (costituita dagli uomini che provenivano dal Partito d’Azione).

E’ curioso che lo stesso Pacciardi, al congresso del PRI di Rimini del 1989, avesse ricordato come tutti gli esponenti del Partito d’Azione (che erano divenuti di fatto i padroni dell’Edera) fossero entrati nel Partito d’ispirazione mazziniana grazie alla propria intercessione. Lo stesso Ugo La Malfa doveva la propria appartenenza al PRI a Pacciardi. Eppure gli "azionisti" trattarono il rientro di Randolfo Pacciardi come un imbarazzante caso personale. Così l’episodio venne ricordato da Giorgio Vitangeli su "Lettera Repubblicana", l’organo dei presidenzialisti mazziniani nei primi anni ‘90: "fu una sorta di perdono concesso ad un povero vecchio, che aveva scritto pagine gloriose della storia del partito e cui non si poteva negare la consolazione di morire con una tessera repubblicana sul cuore e l’edera sulla bara".

Il Partito non volle riconoscere alcun merito ai pacciardiani, che furono isolati, dimenticati, in alcuni casi addirittura criminalizzati. Il PRI perdette, così, la sua anima mazziniana, quello spirito di fratellanza che consentiva di fare politica "a viso aperto, alla garibaldina, in francescana povertà". Gli scritti di Pacciardi furono messi all’indice e il programma del presidenzialismo, pubblicato sul settimanale "Folla" del 28 febbraio 1964, fu completamente dimenticato. Il cammino verso le riforme intrapreso oggi può essere considerato un piccolo (e tardivo) risarcimento storico alla monumentale figura di Randolfo Pacciardi, anche se molti sedicenti repubblicani si sono dimenticati di celebrarne il centenario della nascita (avvenuta il primo gennaio 1899), e si ostinano a rifiutarne gli insegnamenti.

 

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