LE ORIGINI DEL RISORGIMENTO CESENATE

di Andrea Sirotti Gaudenzi

 

E a Cesena sventolò il tricolore

L'esempio ancora attuale di Leonida Montanari

 

 

 

E A CESENA SVENTOLO’ IL TRICOLORE

 

Il 14 febbraio 1797, per la prima volta, il tricolore cispadano sventola a Cesena: incomincia ufficialmente la stagione della "Repubblica francese". Pochi giorni prima, i Cesenati avevano accolto con poco entusiasmo l’arrivo delle truppe francesi del generale Augereau. Fatta eccezione per quei pochi notabili locali che, affascinati dalle idee illuministiche, vedevano in Napoleone il grande alfiere della libertà, la maggior parte dei Cesenati non era stata positivamente colpita dall’arrivo delle truppe dei nuovi invasori. L’eclettico Mauro Guidi, architetto del tempo, fornisce un’immagine pittoresca dei militari d’oltralpe: nel suo "libro-almanacco" parla di un "ammasso di manigoldi parte scalzi e senza armi, parte vestiti di canapaccio, tutti sporchi sudiciumi" e definisce i Francesi "avanzi di galera ... ammasso di canaglie". E’ ben nota la fede papalina del narratore, ma la descrizione del Guidi è indicativa del disprezzo (e della paura) che molti mostravano nei confronti di questa sconvolgente novità.

Un esame approfondito degli eventi consente di affermare che molte delle aspettative dei giacobini non si realizzarono. La promessa di vedere un effettivo ricambio della classe dirigente fu un’illusione.  Molti privilegi rimasero pressoché  Avv. Andrea Sirotti.jpg (50243 byte)immutati, nonostante il fatto che i blasoni fossero stati ufficialmente abbattuti. Il nuovo governo fece perdere alla nostra città la grande opportunità di diventare il capoluogo del Dipartimento del Rubicone. Lo scarso senso di democrazia delle nuove istituzioni raggiunse l’apice, quando il Governo Centrale incarcerò i consiglieri della Municipalità cesenate Fattiboni e Fabbri, semplicemente perché "colpevoli" di aver espresso  la loro opinione sul problema di Cesenatico, che voleva staccarsi dal comune di Cesena. Certi metodi erano la brutta copia della "tirannide teocratica", come ricorda l’avvocato Sirotti (fig.1) che nel 1798 pubblicò una feroce invettiva contro il Direttorio. Furono vari i problemi trattati in modo inadeguato, a partire dai rapporti (pieni di contraddizioni) con la Chiesa.

Anche a Cesena, insomma, la Repubblica tirò avanti, tra l’impegno di alcuni genuini democratici abbagliati dalla luce di Napoleone e l’astuzia di qualche arrogante "capopopolo". Dopo la breve stagione di "restaurazione austriaca", il regime apparentemente democratico portato dai Francesi si trasformò in vero e proprio impero, traduzione in realtà del sogno del generale corso.

Nel luglio del 1815 Pio VII riprese possesso delle antiche legazioni pontificie romagnole. Mentre il solito Guidi augurava la morte ai liberali, molti Cesenati, delusi dall’esperienza napoleonica e -al contempo- atterriti dalla restaurazione papalina, incominciavano ad organizzarsi: già nel 1816 era operativa l’Alta Vendita della Carboneria, guidata da Vincenzo Fattiboni.

Oramai, anche a Cesena erano state gettate le basi di quel sentimento che darà vita al Risorgimento nazionale. Si era rafforzata l’idea democratica e repubblicana, accompagnata dai suoi simboli: il primo piccolo tricolore, visto in piazza quel lontano 18 febbraio 1797, e l’albero della libertà (che i Cesenati riscoprirono nel 1849, con l’avvento della gloriosa Repubblica Romana dei triunviri). Erano stati costruiti i presupposti per l’impegno di uomini come Leonida Montanari che, partiti dalla nostra città, portarono al popolo italiano un grande esempio. L’utopia giacobina aveva dato l’avvio, anche a Cesena, alla grande scuola democratica che trovò in Eugenio Valzania, Gaspare Finali e Pietro Pasolini Zanelli i punti di riferimento di intere generazioni.

 

 

L’ESEMPIO ANCORA ATTUALE

DI LEONIDA MONTANARI

 

"Era di Cesena, di povera ma onestissima famiglia; in età di soli 24 anni aveva già nome nell’arte chirurgica; era bello come uno de’ più belli Italiani. Aveva il cuore pieno di gentilezza, d’onore, d’amore della patria". Con queste parole, Edoardo Fabbri ritrasse la figura di Leonida Montanari, decapitato a Roma il 23 novembre 1825.

Nato nella nostra città il 26 aprile 1800, si dedicò allo studio della chirurgia prima a Bologna, poi a  Roma, grazie alla Image2.gif (64551 byte) protezione del principe Chiaramonti e, una volta laureatosi, si trasferì a Rocca di Papa per esercitare la professione medica. Ispirato dai più nobili ideali, venne a contatto con la Carboneria, a cui aderì con il proposito di portare il proprio contributo al risveglio del sentimento nazionale.   Nel 1825 fu accusato dalle autorità papaline di un attentato ai danni di Giuseppe Pontini, un carbonaro che aveva tradito la propria "vendita", trasformandosi in spia ai servizi delle autorità governative. Nessuna prova era stata raccolta contro Montanari, il quale -come ricorda lo storico Premuti "sapendosi  innocente, nulla fece per sottrarsi alla giustizia". Eppure, in nome del Papa Re, fu allestito un tribunale speciale che aveva il compito di condannare il sospettettato, senza dargli alcuna possibilità di difendersi. Così, i giudici emisero una vergognosa sentenza alla pena capitale, basata unicamente sulla parola di un delatore. Tutto questo, è bene ricordarlo, accadde a Roma, il centro della spiritualità cattolica, per opera di Leone XII, il "Papa Re" che dimostrò ben poca pietà cristiana.

Deve renderci orgogliosi l’idea di poter annoverare tra i nostri concittadini uno dei primi martiri del Risorgimento, un uomo che, con il proprio sacrificio, rappresentò un modello per i tanti patrioti che combatterono per l’unità nazionale. Eppure, Cesena, la città natale di questo esempio di generosità e coraggio, ha fatto troppo poco per onorare il ricordo e testimoniare il sacrificio di Leonida Montanari, un uomo che porta con sè un messaggio attualissimo. Oggi, la giustizia, pur non essendo quella del feroce sistema papalino, appare in alcuni casi ancora legata agli schemi di un devastante sistema inquisitorio. E, così, si ripete l’orrore di una magistratura giustizialista che impone le proprie verità, senza prendere in alcuna considerazione il principio costituzionale che fonda il processo penale sulla presunzione di innocenza. Di fronte a queste ingiustizie della moderna giustizia, in uno Stato che -tuttavia- si professa "di diritto", non può non colpire il monito che Montanari lasciò scritto sul muro del carcere che lo ospitò prima del supplizio, quasi un invito alle future generazioni: "Ascoltare con prudenza, credere con ragione, determinare con giustizia".

 

 

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