Stalin
1) L’industrializzazione dell’unione sovietica
Una volta conquistato il potere assoluto al vertice della Russia
sovietica, Stalin utilizzò immense risorse per realizzare lo sviluppo
industriale del paese.
Con una serie di programmi, ciascuno della durata di cinque
anni, che tutti erano obbligati a obbedire, egli impose pesantissimi
sacrifici al popolo russo, ma fece costruire colossali fabbriche
siderurgiche, metallurgiche e meccaniche, enormi dighe, nuove linee
ferroviarie, nonché una vasta rete di industrie produttrici di armi.
Tutto ciò venne realizzato sfruttando al massimo le risorse minerarie e
petrolifere del paese. Con le esportazioni di minerali e petrolio furono coperti
gli alti costi dell’industrializzazione.
Il progetto di Stalin
ebbe successo. Nel periodo che precede la seconda guerra mondiale la
produzione sovietica fece enormi passi in avanti.
Tuttavia la scelta di costruire a tappe forzate un’industria
pesante di grandi dimensioni fu pagata
dal popolo russo con un livello di consumi che rimase molto basso.
La distribuzione dei prodotti non fu mai organizzata
in modo da raggiungere tutti i consumatori, cioè gli stessi lavoratori
sovietici.
2) La distruzione della
proprietà contadina
All’imponente
sviluppo dell’industria sovietica corrispose una crisi gravissima nell’agricoltura,
settore nel quale 800.000 Kulaki, proprietari di aziende agricole di varie
dimensioni, piccole o medio- piccole, realizzavano da soli circa il 47% della
produzione agricola sovietica. Nel 1930 Stalin considerò concluso il periodo
della Nuova Politica Economica e volle realizzare nel mondo contadino la
completa collettivizzazione delle terre. Egli riteneva, in questo modo:
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da un lato di realizzare pienamente il comunismo eliminando
la più larga fascia di proprietà privata che era rimasta; |
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dall’altro di poter confiscare le ricchezze accumulate
dai Kulaki, relativamente benestanti, impiegandole per finanziare l’industrializzazione.
Dimostrò, tuttavia, di non conoscere le emozioni, gli istinti e i
sentimenti del mondo contadino russo. I Kulaki si opposero in ogni modo ai
provvedimenti con cui lo Stato sovietico requisiva le loro proprietà
agricole e persino i loro capi di bestiame. Gli animali, spesso, vennero
macellati e venduti clandestinamente; le attrezzature, le sementi e i
risparmi in denaro venivano nascosti. Le terre non furono più coltivate, e
ciò provocò una forte penuria di viveri in tutta l’Unione
Sovietica. La reazione di Stalin fu terribile. Centinaia di migliaia di
Kulaki e di loro familiari furono uccisi, almeno 250.000 famiglie
furono deportate nei campi di lavoro della Siberia e della Russia
settentrionale, molte altre furono disperse. Nel
1936 la classe dei Kulaki era praticamente sparita. Le terre
dell’Unione Sovietica erano ormai tutte
di proprietà collettiva, divise fra aziende cooperative (Kolkhoz) e aziende
statali (sovchoz). La produzione, tuttavia, rimase poco
soddisfacente, tanto che nel 1939 era ancora inferiore a quella del 1913. I
contadini infatti avevano reagito alla collettivizzazione forzata delle
terre con lo scarso impegno nel
lavoro e sviluppando un mercato
clandestino dei prodotti, il mercato nero, che continuò a
funzionare anche dopo la seconda guerra mondiale. Infine venne raggiunto un
compromesso: ai membri del Kolkhoz fu consentito di allevare in proprio
alcuni animali e di coltivare piccoli appezzamenti di terra, in cui i
prodotti potevano essere messi in vendita privatamente. |