Nel corso degli ultimi decenni, sono fortemente cambiate le caratteristiche delle multinazionali e degli IDE. Prima degli anni '60 le multinazionali realizzavano investimenti di tipo suplly-oriented , rivolti all'approvvigionamento di materie prime in mercati esteri. Mentre già negli anni '60, si sono affermate le cosiddette multinazionali di seconda generazione, caratterizzate da investimenti market-oriented. Investimenti, dunque, con lo scopo di aumentare il fatturato all'estero e di penetrare in mercati caratterizzati da una elevata diffusione del progresso tecnologico. Con l'avvento delle multinazionali di seconda generazione cadono molte delle argomentazioni contrarie fino ad allora rivolte alle multinazionali. Esse, venivano generalmente accusate di sfruttare le risorse naturali locali senza arrecare benefici al paese ospitante. In risposta a questi cambiamenti delle multinazionali si è avuto anche un cambiamento nelle evoluzione degli IDE. I dati sugli IDE indicano che, nel periodo precedente gli anni '60, gli IDE erano localizzati soprattutto nei paesi in via di sviluppo e soprattutto nel settore primario, mentre già dagli anni '60 la situazione era completamente ribaltata, in quanto la maggior quota degli IDE, era all'interno degli stessi paesi sviluppati. Questo è stato sicuramente il cambiamento più importante. Infatti, la successiva evoluzione delle imprese multinazionali (espansione delle multinazionali dei servizi, espansione delle multinazionali giapponesi- asiatiche), non comporta cambiamenti rilevanti nella distribuzione mondiale degli investimenti diretti esteri. Ancora oggi, nei paesi in via di sviluppo è presente la quota minoritaria degli IDE mondiali.
Con l'evoluzione delle multinazionali, c'è stata anche un'evoluzione della distribuzione settoriale, del peso relativo dei vari settori. Mentre agli inizi, il settore agricolo era estremamente rilevante, oggi riflettendo la trasformazione dell'economia dei paesi sviluppati, gli IDE sono effettuati principalmente nel settore dei servizi. La scarsa importanza degli investimenti esteri nel settore agricolo, confermata peraltro nelle previsioni formulate dalle stesse multinazionali, ci offre una chiara indicazione che le multinazionali avranno poco interesse nei paesi meno sviluppati.
Dal punto di vista evolutivo, l'aspetto che colpisce maggiormente, è la enorme crescita degli investimenti diretti realizzati all'estero, ed in particolare a partire dagli anni '90. Tuttavia, in questa enorme crescita non si è modificato di molto il peso relativo dei paesi in via di sviluppo. Infatti nel 1997 gli IDE risultano concentrati per quasi il 70% nei paesi sviluppati ( e specularmente, il 30% nei PVS). Inoltre, i paesi in via di sviluppo, in qualità di "paesi investitori" all'estero, presentano una quota ulteriormente inferiore, neanche il 10%. Notiamo quindi che i paesi in via di sviluppo si qualificano solamente come paesi di destinazione e peraltro con una quota largamente minoritaria (ricordiamo, di circa il 30%). E' importante, quindi, sottolineare che i paesi in via di sviluppo partecipano all'internazionalizzazione produttiva quasi esclusivamente in qualità di paesi di destinazione.
L'Unione Europea, rappresenta sia la maggiore zona di destinazione degli investimenti esteri, sia il maggior investitore all'estero, seguita dagli Stati Uniti. Tuttavia considerando le singole nazioni, gli Stati Uniti, in entrambi i casi, detengono il primato assoluto, seguiti dal Regno Unito. Un ulteriore conferma della scarsa rilevanza dei paesi in via di sviluppo, in qualità di investitori esteri, emerge dalla osservazione della classifica dei maggiori paesi di origine in cui non sono presenti paesi in via di sviluppo, con l'eccezione di Hong Kong (che peraltro molto spesso viene identificato come paese ad economia avanzata, e condivide pochi problemi con gli altri PVS).
Cambiando il punto di osservazione e considerando i dati sulle singole multinazionali, emerge un ulteriore conferma dello scarso peso dei paesi in via di sviluppo. Infatti, nella classifica delle migliori 100 multinazionali del mondo, solamente 2 multinazionali, la Daewoo Corporation e la Petroleus de Venezuela riescono ad entrare in tale graduatoria. Inoltre, una ulteriore conferma ci proviene dalla considerazione che queste due multinazionali, in realtà rappresentano un'eccezione. Infatti, andando nel dettaglio nella classifica delle top multinazionali dei paesi in via di sviluppo, notiamo che tutte le altre "top" dei PVS, in realtà, sono compagnie molto lontane dalla potenza delle "top" del mondo (..cioè, dei paesi sviluppati). Tuttavia, dal punto di vista dei paesi di destinazione, alcuni paesi in via di sviluppo riescono a raggiungere dei primati. In particolare, la Cina si colloca al 3° posto; il Brasile e il Messico superano addirittura l'Italia, che si colloca solamente al 13° posto. Un altro modo per rilevare la supremazia dei paesi sviluppati nel processo di internazionalizzazione produttiva, è quello di osservare la grande potenza economica delle top 100 multinazionali del mondo, di cui ben 98 hanno la casa madre nei paesi sviluppati. Infine, e' stato interessante sottolineare che rapportando gli IDE alla popolazione, i paesi in via di sviluppo asiatici, di cui generalmente viene enfatizzata il ruolo di protagonisti all'interno dell'internazionalizzazione produttiva, in realtà mostrano degli IDE pro-capite, estremamente bassi, molto più bassi di quelli dell'America Latina e dell'Europa centro-orientale. Infine, abbiamo rilevato che, il peso delle multinazionali all'interno dell'economia mondiale non è poi tanto rilevante. Spesso per spiegare il grande potere delle multinazionali, si mette a confronto il fatturato delle migliori multinazionali addirittura con il prodotto dei maggiori paesi sviluppati e non di rado, il fatturato delle prime risulta superiore. Tuttavia, oltre ai dubbi sulla rigorosità di tale confronto, i dati aggregati mostrano che il valore aggiunto di tutte le affiliate estere nel mondo raggiunge solamente il 7% del prodotto lordo mondiale (il che induce a pensare ad una riconsiderazione dell'importanza delle multinazionali). Questo stesso valore è circa ventuno volte maggiore del prodotto lordo di "tutti" i 45 paesi meno sviluppati nel mondo. Questo, a mio avviso, non dovrebbe essere interpretato come la dimostrazione della grande potenza economica delle multinazionali, bensì dovrebbe servire a testimoniare l'enorme carenza di capacità produttive dei paesi meno sviluppati. Inizio pagina
Tutte le spiegazioni teoriche considerate in merito alla spiegazione del comportamento delle multinazionali e delle sue scelte di investimento, non sono riuscite a spiegare compiutamente le determinanti degli IDE. Tuttavia, al tempo stesso ci offrono lo spunto di capire le diverse motivazioni e pertanto credo che non debbano essere considerate teorie antagoniste, bensì delle tessere di un mosaico, in verità, ancora largamente incompiuto. Questa stessa considerazione in realtà, ha portato Dunning alla elaborazione di una teoria, da lui stesso definita eclettica, che racchiudeva in sè le principali conclusioni delle precedenti teorie.
La teoria eclettica di Dunning, è forse la più completa tra le teorie dell'impresa multinazionale in quanto nasce da una riorganizzazione ed una sistematizzazione delle precedenti teorie. Dunning evidenzia numerose variabili che influenzano il comportamento delle multinazionali e solo quando queste variabili si traducono in vantaggi, l'impresa decide di effettuare l'investimento diretto estero. Tutte queste variabili confluiscono in tre tipi di vantaggi: i vantaggi di proprietà, i vantaggi di internalizzazione e vantaggi di localizzazione. Mentre i primi due tipi di vantaggi dipendono dalla natura della stessa impresa e, in ultima analisi, dalla sua capacità competitiva (rispetto alla concorrenza estera), i vantaggi di localizzazione riguardano le caratteristiche strutturali dei paesi ospitanti: risorse naturali, dotazione infrastrutturale, potenziale scientifico e tecnologico, fattori istituzionali ecc. Questi ultimi rappresentano, forse, l'aspetto più originale della teoria di Dunning. Oltre a queste teorie relative alle determinanti dell'IDE abbiamo approfondito (e cercato di di verificarne la validità) alcune relazioni di natura empirica: la relazione tra IDE procapite e PIL procapite, proposta da Dunning e la triade geografica, di Ohmae. Con questi studi si cerca di spiegare quanto le multinazionali siano sensibili rispetto alle condizioni economiche e sociali dei paesi di destinazione; noi abbiano cercato di verificare in particolare l'esistenza di una relazione tra investimenti diretti esteri ed il livello di sviluppo economico sociale di un paese. Dunning ha ipotizzato una relazione ad "u" tra le due variabili. Ohmae, rivolgendo l'attenzione alle direttrici geografiche degli IDE ha indirettamente mostrato una relazione tra IDE e livello di sviluppo di un paese. Con la relazione ad "u", Dunning ha mostrato che il saldo netto di IDE tende ad essere nullo per i paesi meno sviluppati, diviene fortemente negativo in corrispondenza di paesi in via di sviluppo a sviluppo umano elevato per poi diventare positivo in corrispondenza dei paesi avanzati. La nostra verifica, basata su una semplice interpretazione dei dati del 1980 e del 1997, ha mostrato che tale relazione sembra essere pienamente verificata. Infatti i paesi in via di sviluppo mostrano tutti un saldo negativo e i paesi sviluppati un saldo largamente positivo. Inoltre, i paesi africani, generalmente meno sviluppati, mostrano un saldo netto negativo molto inferiore a quello dei paesi in via di sviluppo dell'America Latina e dell'Asia. In merito alla teoria di Ohmae, le principali direttrici degli IDE avvengono all'interno di tre grandi aree geografiche, la cosiddetta triade: Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone.
In questi paesi , sono presenti i più importanti mercati, e in essi vi è una maggior diffusione del progresso tecnologico. La nostra verifica, basata anche in questo caso sulla semplice interpretazione dei dati più recenti, conferma solo in parte l'esistenza di una triade. Infatti, è emerso che l'Europa occidentale e Stati Uniti rivestono un ruolo decisamente più importante del Giappone. In particolare, i dati recenti mostrano che i PVS asiatici detengono all'estero, in valore assoluto, una maggiore quota di investimenti rispetto al Giappone; mostrano che il Giappone accoglie solamente una piccolissima percentuale degli investimenti esteri mondiali. In base a questi dati, ci sembrava di dover concludere che i PVS asiatici avessero sostituito il Giappone all'interno della triade. Tuttavia, i dati sugli IDE pro.capite (una misurazione, sicuramente più corretta per effettuare confronti tra paesi) ci mostrano che Unione Europea, Giappone e Stati Uniti rappresentano i maggiori paesi investitori all'estero. Quindi, da questo punto di vista, l'esistenza di una "triade" risulta verificata. Tuttavia, gli IDE presentano una maggiore concentrazione in America del Nord ed Europa Occidentale e pertanto possiamo concludere che il Giappone nel fenomeno della tripolarizzazione abbia un peso minore in quanto partecipa solo come paese investitore e non come paese di destinazione.
Per quanto riguarda lo studio degli effetti economici delle multinazionali sui paesi ospitanti abbiamo considerato gli effetti sul reddito e gli effetti sulla bilancia dei pagamenti, ricorrendo al metodo dell'analisi costi-benefici. Quest'analisi, sembra mostrare una prevalenza dei benefici sui costi: sia nel caso degli effetti sul reddito sia nel caso degli effetti sulla bilancia dei pagamenti. In particolare, abbiamo considerato l'esempio della bilancia dei pagamenti dell'America Latina negli anni '60. In questo caso una iniziale interpretazione dei dati relativi agli effetti sulla bilancia dei pagamenti aveva condotto a dei risultati sfavorevoli. Tuttavia, nel valutare gli effetti delle multinazionali si consideravano solamente l'ammontare dei nuovi investimenti annui, l'entità dei profitti e degli altri redditi rimpatriati, e le importazioni delle multinazionali. Considerando solo queste tre voci il bilancio era negativo; i nuovi investimenti non riuscivano a coprire i deflussi di capitale relativi ai profitti, agli altri redditi e alle importazioni delle multinazionali. In realtà, in questo conteggio non venivano considerate le esportazioni delle multinazionali e l'effetto della sostituzione delle importazioni. Quest'ultima in particolare deve essere considerata in quanto l'installazione di una attività produttiva estera comporta dei vantaggi alla bilancia dei pagamenti di parte corrente (nella misura in cui determina una riduzione delle importazioni).
In merito allo studio degli effetti delle multinazionali sulle economie dei paesi ospitanti , possiamo concludere che il dibattito, nell'ambito dell'economia dello sviluppo, non sembra aver raggiunto dei punti di incontro ed inoltre sembra largamente influenzato dalle ideologie di fondo dei "valutatori", in merito alla stessa concezione di sviluppo economico. I sostenitori degli IDE sono per il libero scambio e sono convinti dei benefici del meccanismo di mercato e di una presenza limitata dello stato all'interno dell'economia. Gli oppositori alla presenza delle multinazionali danno invece importanza ad un maggior controllo da parte dello stato delle attività economiche. In sintesi, le maggiori controversie ruotano, in definitiva, intorno all'interpretazione di quattro tipi di effetti: effetti sul risparmio, sulla bilancia dei pagamenti, sui conti dei governi, effetti sulle imprese locali. Tuttavia, l'esistenza di diversi tipi di multinazionali, di diversi possibili comportamenti e dei governi ospitanti e delle stesse MNC, rende necessario il ricorso a valutazioni "caso per caso". Inizio pagina
Riportando l'esperienza di due istituzioni della Banca Mondiale, la MIGA (Multilateral Investment Guarantee Agency) e l'ICSID (International Center for the Settlement of International Disputes), abbiamo sicuramente un esempio della crescente importanza (e fiducia) che viene riposta, a livello sovranazionale, agli investimenti diretti esteri. La nascita ed il sostegno di queste due istituzioni, al tempo stesso ci dimostra che viene ormai riconosciuta la forza del settore privato quale elemento propulsore, motore dello sviluppo economico di un paese. In particolare, esse hanno lo scopo di promuovere gli investimenti diretti proprio nei paesi in via di sviluppo. La MIGA con la sua attività sta cercando di sostenere e i governi e le imprese nei progetti di investimento transnazionali; l'ICSID sta cercando di rappresentare un tribunale, un punto fermo, al quale ricorrere in caso di controversia e dal quale ottenere dei giudizi non influenzati dai paesi delle controparti. Con l'esperienza della "Pepsi Co" in India, entrando da vicino nella psicologia delle società multinazionali e in quella dei governi ospitanti, possiamo capire i loro comportamenti. In particolare, il "caso Pepsi", può rappresentare un esempio del crescente interesse delle MNC per i mercati emergenti dei paesi in via di sviluppo; dell' importanza, tra le determinanti degli IDE, dell'accesso al mercato e della sua prospettiva di crescita; le motivazioni storiche dell'avversione alla presenza estera. L'esperienza della Shell in Nigeria, ci offre notevoli spunti sul comportamento delle multinazionali del settore petrolifero e in generale, di quelle della "prima generazione", le quali, ricordiamo, si proiettano all'estero per l'approvvigionamento di materie prime. Il caso Shell ci offre anche un esempio, in realtà non proprio positivo, dei rapporti delle multinazionali con la popolazione locale e il territorio che le ospita. In realtà, il caso Shell ha raggiunto l'attenzione della cronaca internazionale a causa degli scontri violenti degli abitanti di una piccola regione della Nigeria, l'Ogoniland, con l'esercito del governo centrale. Infine, è stato interessante approfondire come, dal punto di vista operativo, la compagnia abbia introdotto i rischi politici tra le determinanti della localizzazione degli investimenti. Inizio pagina
Come emerge dallo studio dell'Unctad e dell'Arthur Andersen nei prossimi anni ci sarà un ulteriore e decisiva crescita degli IDE. Tali previsioni sono sorte da un'indagine campionaria di oltre 300 multinazionali, le quali hanno espresso le loro intenzioni di investimento. In questo modo abbiamo una fonte attendibile, circa la probabile evoluzione dei prossimi anni.
I risultati di questo studio indicano che le multinazionali intendono aumentare ulteriormente gli IDE (diminuendo il ricorso alle esportazioni) e che ci sarà un allargamento delle destinazioni geografiche degli IDE. In altre parole, gli investimenti esteri si estenderanno in un maggior numero di paesi. Inoltre, dato estremamente importante nella nostra ottica, i risultati dello studio mostrano che i paesi in via di sviluppo saranno i principali beneficiari di questo ulteriore incremento. Tale crescita in ultima analisi sarà determinata da fattori quale l'aumento della domanda nei PVS, la deregolamentazione, l'abbattimento di barriere al commercio e agli investimenti, la necessità della rilocalizzazione della produzione. Inoltre, l'accesso al mercato rimane il motivo decisivo per la scelta della localizzazione, sebbene la qualità delle infrastrutture e della forza lavoro saranno fattori molto incisivi.
E' necessario sottolineare che, ancora una volta, i dati devono essere interpretati con cautela. Infatti, questi risultati non devono condurre a pensare che avverranno cambiamenti "radicali". Questi dati ci danno solamente un'idea della variazione della "forza" dei cambiamenti. In particolare è bene sottolineare che, come negli anni recenti, gli investimenti delle multinazionali saranno effettuati principalmente nel paese di origine e tra quelle destinati all'estero solamente una parte minoritaria è destinata ai PVS. I dati ci mostrano solamente che una crescente quota sarà destinata ai paesi in via di sviluppo, e quindi ci danno l'indicazione di un cambiamento nella forza rispetto agli anni precedenti.
La grande espansione degli investimenti produttivi all'estero, sarà certamente facilitata dalle recenti politiche market-friendly ed in particolare dalle politiche di liberalizzazione degli IDE avvenute in molti paesi. Le Nazioni Unite sottolineano che la quasi totalità dei cambiamenti nei regulatory FDI investments regimes (piani normativi relativi agli IDE) è avvenuto nella direzione della liberalizzazione. Mentre solo il 5% è avvenuto nella direzione di un maggior controllo. Inoltre il desiderio dei governi di facilitare gli IDE si è riflesso in un incredibile aumento del numero dei trattati bilaterali d'Investimento (BIT) relativi alla promozione e alla protezione degli IDE. Nel 1997, si contavano 1330 BIT nel mondo, il triplo rispetto ad appena cinque anni prima. Inoltre, hanno coinvolto un numero crescente di paesi, ben 162. La crescente partecipazione dei PVS a questi trattati testimonia il loro interesse nel campo dell'internazionalizzazione produttiva. Analizzando le caratteristiche di questi trattati è emerso che questi vengono sempre più stipulati tra gli stessi PVS e questo indica una diminuzione della dipendenza verso i paesi sviluppati. Infine, la recente attività della MIGA, un'agenzia multilaterale che si propone come garante e promotore degli IDE, e il buon funzionamento di un tribunale per le controversie in materia di investimenti internazionali ( l'ICSID), hanno sicuramente dato un notevole impulso alla crescita degli investimenti all'estero, in particolare a quelli destinati ai paesi in via di sviluppo. Il diffuso consenso che incontrano queste istituzioni ci può dare una chiara indicazione che gli investimenti all'estero e l'attività delle società multinazionali hanno prospettive di ulteriore crescita Inizio pagina