L'ombra smise di parlare. Una luce che sembrava stesse per morire lì vicino, si spostò velocemente e salì, ancora una volta, poi, d'improvviso brillò come fosse rinata; un rosso intenso, né calore né vera luce. Ma fu ancora una volta breve, ancora una volta le fu concesso di bruciare e orgogliosamente nascondersi dopo aver dato luce; l'agonia sarebbe stata lunga ancora.
L'ombra riprese a parlare forse a lui, forse a qualcun altro: non importava né importava se quello che in effetti sentiva fosse una canzone, una frase, una poesia od una serie di suoni inarticolati... Ma la luce, quella sì aveva senso: rosso intenso destinato a brillare per poco grazie ad una forza vitale che non gli apparteneva; di nuovo visse per un breve istante e di nuovo sembrò morire inghiottita dal nero che avvolgeva ogni cosa. Ma poi tornava, era ancora là: sorniona, nascosta ma viva e c'era ancora speranza di vederla muoversi. Eseguì piccoli cerchi e danzò nell'aria seguendo la logica di quei versi sconnessi o forse al macabro ritmo delle esplosioni lontane. Non gli piaceva: facevano sentire freddo, e a lui il freddo non piaceva affatto: faceva male dentro quando respirava e faceva il vuoto... bisognava fuggire al freddo, in qualche modo. Si girò ma lui era là più forte di prima. Allora vide e sentì ancora, altre ombre, altre danze, altri suoni. Si stese sul terreno osservando quelle piccole luci bianche che si trovavano sopra di lui; non le capiva e loro lo odiavano, ma era un odio ricambiato e le sfidò, le sfidò a raggiungerlo sapendo che non avrebbero potuto, per il momento; più tardi forse... più tardi sarebbe successo di tutto e l'odore del sangue avrebbe di nuovo inondato le sue narici, quanto lo odiava; era sempre uguale, sempre lo stesso ma dopo, dopo si stava bene. Si rimise seduto e aspettò che qualcosa avvenisse. Alzò lo sguardo un'altra volta, sperando, ma quelle si stavano muovendo e sicuramente stavano cercando di prenderlo. Distanti, distanti, erano ancora distanti e solo freddo, riuscirono soltanto a fare freddo. Presto non avrebbero più fatto effetto: presto non ci sarebbe stato più freddo, caldo o qualsiasi altra cosa, presto non ci sarebbe stato più niente, solo le Leggi. Ancora quella luce ancora quella macabra danza. Ancora visse e di nuovo morì. La morte è una Legge, è LA Legge; la Prima delle Leggi. Bisognava rispettare la Legge: si doveva per non avere dolore, per non bruciare. Bruciare come quella luce. Presto sarebbe stato bene ma finché non fossero venuti Loro sarebbe stato molto male e avrebbe bruciato, poco, solo per poco perché Loro sarebbero venuti, ma avrebbe bruciato. Una volta aveva bruciato a lungo tanto tempo fa. Tanto tempo che non ricordava neppure se fosse effettivamente successo a lui o ad un'ombra che l'aveva raccontato, magari era quella che gli stava davanti che lo raccontava, ora. Parlò. Dalla bocca uscirono dei suoni coordinati e precisi. L'ombra che gli stava di fronte si alzò e se ne andò: e allora, solo allora finalmente gli riuscì di capire, tutto in un solo istante si svelò dentro di lui, l'intuizione lo folgorò e allora comprese quello che avrebbe fatto. Si mise in piedi reggendosi a grate divelte di ferro: doveva raggiungere l'ombra che si allontanava e spiegare, spiegare che aveva capito, che aveva compreso la realtà. Era importante. Mosse i piedi uno davanti all'altro per tre o quattro volte e allora si accorse che sentiva freddo. Si lasciò andare. Cadde per terra infilando la testa in una pozza di fango; si girò a fatica e aspettò: stava cominciando a bruciare.
Avrebbe voluto uccidersi ma lo avevano vietato. Contro le regole. Ciò che è contro le regole non si può fare, no. Altrimenti poi avrebbe sofferto ed avrebbe bruciato come adesso e di più. L'ombra tornò e con lei tornò per un istante la luce: parlò prima di accendersi e rise cinicamente; cadde, senza vita e leggera conscia di ciò che la attendeva e morì senza gridare come facevano gli altri, ammiccando in un sordo rumore sul terreno; schiacciata, esalò in contro luce. Non aveva paura.
Quell'altro, l'ombra, era uno di loro. Sentì che la sua cantilena continuava e allora rispose, lui lo prese e lo avvicinò a sé: il fetore orrendo della vita che si mischia alla morte ed insieme un Odore conosciuto. Si eccitò sentendolo: lui voleva. Egli tornò, il dolore sparì. Lo fece sentire bene come solo Loro sapevano fare e lui smise di bruciare, smise di sentire e smise di essere.
L'uomo luceventooscurità luceventobuio luceventopaura. Freddo ma non brucia... troppo presto, troppo presto per bruciare... dopo, le Leggi. Sigaretta che parla, buio, trincea. Esplosione, mortaio, case, uomini, Leggi. Raffiche vicine IL FUOCO DELLE SQUADRE.
"AAAAAAHHHHHH!!!!"Portò le mani alla testa per non farla esplodere, si rialzò e ricadde in ginocchio, si riversò per terra e continuò ad urlare. "IO SONO Squadra 78". "IO SONO n°AA-234". "IO SONO di AP-56". Lui era dolore o non-dolore. Tutto il resto non lo riguardava e non esisteva. Scattò in piedi e così rimase, guardando avanti, aspettando.
PRIMA era stato dolore DOPO sarebbe stato dolore adesso era vuoto e lo sapeva che aveva tempo.
Venne il tempo di uscire e di rispettare La Legge. Il buco melmoso, il freddo, le luci lombra si allontanarono velocemente da lui. Ora erano mura e andavano forte intorno e sopra di lui, si chiudevano e si riaprivano e andavano sempre più veloce, il freddo non lo avrebbe più preso.
Le mura si chiusero cercando di prenderlo ma lui rise e si spostò più velocemente di loro. La Stanza era buia ma lui sapeva cosa cercare e dove trovarLo, sembravano tutti uguali ma Lui era diverso: era lì dove nessuno era e lo prese. ORA era pronto.
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Il muro si mosse di nuovo, questa volta ne era sicuro: stava cedendo sotto di lui, si spostò appena in tempo e si fermò ad aspettare che cadesse. Ondeggia ma non cade; ci appoggiò contro una mano e spinse, sentì il freddo del muro e questo gli fece tornare locchio al Numero. Il Numero era crudele oggi con lui e lui avrebbe avuto molto poco, troppo, sentiva già che il freddo si stava avvicinando, guardò i corpi senza vita vicino a lui, non sapeva proprio chi fossero. Non importava: bisognava aspettare. Quello più vicino a lui emanava quellodore schifoso -sangue- doveva dire quando era il momento di andare -anche lui dava di sangue-. Storse la testa e guardò: lui capiva adesso tutto quel - e sperò ancora una volta che non parlasse. Girarsi, questo doveva, e guardare, un movimento, qualcosa.
Si appoggiò di nuovo al muro e questo si spostò. Ancora una volta evitò per miracolo di cadere e vide di nuovo il Numero: aveva violato la Prima Legge, il Numero diceva 14 e quattordici era ancora poco; aveva cercato di farlo aumentare ma sparare contro quelle piccole cose schifose che adesso mangiavano freddo vicino- corpi era inutile; inutile dannatamente inutile pure sparare a quelle che stavano vicino a lui, eppure quelle erano ombre proprio come quelle altre. Il Numero diceva 14 presto avrebbe bruciato- 14 era ancora poco.
Il freddo. Aveva cominciato. A bruciare. Bruciare era sbagliato, 14 era sbagliato e nessuno si muoveva. Lontano erano esplosioni e luci. Guardò in alto e pianse, aveva paura: loro stavano venendo a prenderlo, lui le scongiurò di non venire: disse che lui voleva ma loro non lo ascoltarono, perché lo odiavano ed aspettavano questo momento da tempo.
Ridevano. Ridevano del suo 14 e vennero più veloci a lui.
Silenzio. Raffiche, freddo. Il freddo tornava e lui doveva lottare ancora un po: forse ce lavrebbe fatta: doveva solo stare fermo e guardare il movimento.
Il movimento: indica il posto in cui sparare.
Il suo braccio salì e poi ridiscese; lo guardò tornare dove era prima, laveva mosso. (?). Adesso fu la gamba e lui sorrise, sentì il suo respiro ed il freddo che entrava dentro di lui. Loro erano vicine ma lui rise: non aveva più paura. Vide il suo petto sollevarsi ed abbassarsi ancora una volta. Il piede si mosse, una mano, il braccio sinistro e ancora si mosse il petto: il freddo entrò di nuovo in lui e lui lo cacciò fuori con forza guardò in alto e gridò felice.
Il numero doveva crescere e adesso sapeva dove doveva sparare.
Il movimento: indica il posto in cui sparare.
Swann
Storia damore di una pagina sola in prosa e versi
I miei occhi vedevano le mie orecchie sentivano
avevo solo questo, volevo solo questo
ero lì per dimenticare, dimenticare come avevo vissuto
volevo reimparare a vivere, volevo cancellare
correggere non era possibile, allora avrei cancellato
lo stavo facendo
vedevo e sentivo, nullaltro, quando la vita, come sempre fa, mi diede da guardare, prima, e poi da sentire
sentii larlecchino che vive quasi tutto il mio tempo sepolto sotto le macerie dellanima che la vita con la forza di devastanti salve precipita
prima però vidi
vidi i suoi occhi e fu come percorrere un tunnel, nero ma con la luce del mondo in fondo, vidi la sua bocca e fu come toccarla con un dito, piena, carnosa, rossa, vidi i suoi capelli, corti sulla nuca e poi, a formare uno scalino, più lunghi, lisci e neri con lunghe frange rettilinee inclinate verso il basso a cingerle come una cornice dombra il volto
lei mi guardava
occhi il cui peso era insopportabile, perché cresceva dallinterno
perché cominciavo a sentire larlecchino che fulmineo era balzato fuori dalle macerie e strillava di gioia svegliando i comuni demoni, quelli che nessuno mai confesserà ospitare nella propria anima, che con affilate lame mi stavano dilaniando
ma questa volta, come ogni altra volta, non mi avrebbero dissuaso, di nuovo mi sarei riempito il futuro di speranze, di nuovo mi sarei sentito salvo, e quindi, dannata vita, avrei perso, avrei innalzato alte sfavillanti costruzioni giusto per dare il gusto al tempo di trasformarle in mura diroccate con sporgenti travi, appuntite laceratrici dellanima
è la mia natura, pur certo della sconfitta, mai potrò arrendermi
smisi di bere e mi feci più vicino, non sapevo cosa dire
non dissi niente, lei non disse niente, ci fissammo, e molto dovette passare attraverso quel ponte teso fra i nostri occhi, perché poco dopo uscimmo di li, solo tenendoci per mano, io stringevo la sua lei la mia, in una stretta violenta quasi che volessimo renderla eterna, inscindibile
arrivammo a casa mia, in un attimo fummo nudi, ma questo non cambiò nulla, era come se lo fossimo sempre stati, con gli occhi non si può vedere attraverso un vestito, ma attraverso gli occhi si può vedere lanima, diventammo una cosa sola, fu un silenzioso delirio, un ascesa verso il piacere del reciproco possesso, allapice non avevamo più corpo eravamo solo anima, un anima sola
dopo giacemmo uno di fianco allaltro, per terra nellingresso di casa, non ci eravamo ancora parlati, forse non lo faremo mai pensavo, invece lei mi disse il suo nome, ed io le dissi il mio, e chissà perché ridemmo, di un riso senza sosta, e sempre ridendo cominciammo a baciarci e accarezzarci, dolcemente, la passione lasciava il posto ad un sentimento diverso, forse meno intenso, ma per questo più duraturo, un sentimento che sino ad allora ero stato convinto potesse nascere solo dopo molto tempo, ma che sorprendendo me stesso sentivo forte già in quei momenti
ci addormentammo profondamente
adesso, notte
gli occhi fissi al soffitto
il mio pensiero vaga alla ricerca di un arma
una lama che possa interrompere il ciclo del tempo
congelando la mia vita in questo momento
rendendo eterna questa vittoria
scongiurando che la marea, inevitabile compagna di tutte le lune conquistate, salga a corrodere loro della mia anima
un'idea compare fantasmatica dietro i mille sipari che mi impediscono di leggere chiaramente la mia mente
la morte
la morte potrà interrompere il perpetuarsi infinito di un destino sempre uguale
morendo non verrò derubato del presente dal futuro
un salto nel vuoto
laria fra i capelli negli occhi in gola
un attimo
sento la vita e poi
nero.
Gianfranco Gargano
Oggi il sole mi è tramontato addosso
"Oggi il sole mi è tramontato addosso, facile come era esploso.
Le parole mi sommergono e fanno il vuoto dentro me.
Ascolto rapita i pensieri sonori di un'anima vivace e forte (come me).
Rifletto davanti allo specchio: la sua anima.
La guardo negli occhi: non mi appartiene e mi riflette un'immagine
così coerente, così me stessa (come nessuno specchio ha mai osato fare),
che mi lascia muta.
Altro da me
vive di sé e mi fa sentire sola, stupita della mia ingenuità,
combattuta tra la rassegnazione all'impotenza di fronte a tanta verità
e la volontà di entrare nello specchio
per ritrovare l'IO disorientato"
Questo le assordava la mente; era inverno sognante sotto le coperte.
Fra il cuscino e la coperta -una testa- traffico silente di sogni
emozionanti.
Tra il sonno e la veglia, dieci minuti prima di scontrarsi
con l'aria fredda della casa, si realizzava la sua felicità.
In un sogno, sempre quello, il sole che l'avrebbe illuminata
tutto il giorno.
dieci minuti. Infiniti
"Oggi il sole mi è tramontato addosso, facile come era esploso."
e questo non era il solito sogno.
Pensieri che non riescono a stare in dieci minuti,
questo le stava accadendo.
Ma il suo sogno è ancora lì
camaleonte fra il blu dei pensieri.
Pensa e si alza,
prende una matita e un foglio - bianco solo da un lato -
incomincia a scrivere.
Malinconico inchiostro blu
disegna l'anima
e le idee
e i desideri.
Su un foglio bianco,
solo da un lato.
Floriana Grieco