LA VILLA DI PLINIO A SAN GIUSTINO

LA VILLA DI PLINIO A SAN GIUSTINO

di

Paolo Braconi

Estratto dal libro:

Torna alla pagina iniziale (Ass. Storica Alta Valle del Tevere)

LA VILLA DI PLINIO IL GIOVANE A SAN GIUSTINO

Primi risultati di una ricerca in corso

a cura di

Paolo Braconi - Josè Uroz Sáez

La villa "in Tuscis"

Dalle notizie che Plinio stesso, a più riprese, riporta nel suo epistolario, si ricava che la sua proprietà favorita era quella ubicata nel territorio di Tifernum Tiberinum (Città di Castello) e da lui definita con la generica indicazione "in Tuscis", letteralmente "in Etruria".

"C’è una città vicina alle nostre tenute [in Tuscis] —si chiama Tifernum Tiberinum— che mi nominò suo patrono quando ero poco più che un fanciullo." (IV, 1).

"Ti chiedo pertanto di concedermi un congedo di trenta giorni; non potrei, infatti, sbrigarmi in minor tempo perché il municipio e i campi di cui ti ho parlato distano più di 150 miglia [da Roma]" (X, 8).

"L’aspetto del paese è bellissimo: immagina un anfiteatro immenso e quale soltanto la natura può crearlo. Una vasta e aperta piana è cinta dai monti, e le cime dei monti hanno boschi imponenti ed antichi.

"Eppure, benché vi sia abbondanza di acque, non vi sono paludi, perché la terra in pendio scarica nel Tevere l’acqua che ha ricevuto e non assorbito..

"La villa posta sulle pendici del colle ha la stessa vista che se fosse in cima: il terreno si innalza così dolcemente e con una pendenza quasi insensibile, che, mentre ti pare di non essere salito, sei già in cima. Alle spalle ha l’Appennino, ma a distanza...

"Conosci ora perché io preferisca la mia villa ‘in Tuscis’ a quelle di Tuscolo, Tivoli e Preneste..." (V, 6).

L’indicazione "in Tuscis" che Plinio utilizza per questo suo possedimento è stata fonte di infinite dispute sulla localizzazione della villa. Plinio il Vecchio (Naturalis historia, III, 53) infatti ci informa che il Tevere era il confine tra Etruria ed Umbria e cita Tifernum Tiberinum tra le città di quest’ultima regione. Pertanto si è da molti ritenuto che la villa di Plinio il Giovane si dovesse trovare sul versante ovest della valle del Tevere, in territorio etrusco, mentre Tifernum sarebbe stata in territorio umbro. Questa ipotesi, in realtà, non concordava con la stessa lettera pliniana sopra citata che pone la villa alle pendici di un colle da cui si domina la valle e che ha "a tergo Appenninum" e, cioè, evidentemente, sul versante orientale della valle. Tra le varie soluzioni al problema ipotizzate (Afzelius 1942, 64 sgg.; Thomsen 1947, 120-123; Mazzarino 1963, 237; Asdrubali Pentiti 1976, 135) la più convincente ci sembra quella del Thomsen: il Tevere era confine di regione solo dove era anche confine tra i territori di due comunità occupanti le opposte rive. Nel caso di Tifernum, il cui territorio si estendeva a cavallo del fiume, il confine regionale non poteva essere il fiume stesso, ma il confine delle comunità contermini. Tifernum Tiberinum il suo territorio, in parte a sinistra del Tevere, erano dunque in Etruria, come sarebbe poi stato confermato dai confini diocesani. La citazione da parte di Plinio il Vecchio dei Tifernati tra le comunità dell’Umbria sarebbe dovuta al fatto che l’autore seguì una lista per tribù e non per regioni e, siccome la città vera e propria era a sinistra del Tevere, figurava nelle liste augustee degli Umbri.

 

 

 

La localizzazione della villa

Come accennato, i numerosi tentativi di stabilire l’ubicazione della villa hanno dovuto tener conto delle indicazioni che Plinio stesso tramanda nel suo epistolario.

Spetta allo storico tifernate Giovanni Magherini Graziani il merito di aver chiuso, agli inizi del nostro secolo, la contesa sulla ubicazione della residenza pliniana, identificandone i resti nel campo di Santa Fiora nei pressi dell’attuale abitato di Colle Plinio, nel Comune di San Giustino Umbro (Magherini Graziani, 1890, 111 sgg.).

In verità, già l’abate Francesco Ignazio, nella seconda metà del ‘600, dopo aver confutato le varie rivendicazioni che all’epoca circolavano circa la posizione della villa aveva scritto: … Lascio per ultimo Colle, Villa contigua a Pitigliano, e sola divisa da fiume di Val Monte... Ed in detto sito..., ritrovando tutte le condizioni descritte da Plinio nella sua Villa io mi fermo, e con la commune opinione de Paesani, e concittadini, che il Palagio, portico o residenza magnifica di Plinio fosse dove è di presente la sudd.(icta) villa del Cav. Girolamo Brozzi".

… dove era la chiesa di Santa Fiora, benefìzio annesso a S. Terenzio, e vicinissima al Colle potrebbe esser vestigia di dicta Villa, ed osservai che nella ripa del fiume di Pitigliano, alta, dal letto del fiume sopra 30 piedi vi sono le ruine di dicta Chiesa di S. Fiora, della quale solo in parte si vedono li fondamenti tutti corrosi dall’antichità, non vi osservai che alcune pietre o marmi bianchi riquadrati, . . .viddi nel Fondo e Basso del fiume alcune ruine in sito più lontano, ove... osservai esser gran massi di calcistruzzo per di fuori fatti come a mosaico, .. marmi fini, ... rotti in tre parti, e principalmente uno, nel quale vi è la cantonata si vedono esser il pezzo anteriore di una fabbrica in quadro, …. e questo edifizio... fosse membro del Palazzo, o villa di Plinio, potendosi per la di lei ampiezza, stender benissimo con l’altre più vaste abitazioni, fino al sito, dove al presente è il palazzo di sopraddetto Cav.(alie)ro Girolamo Brozzi...".

Il manoscritto del Lazzari era completato dalla ricostruzione grafica della villa, che purtroppo non si conserva nella Biblioteca di Città di Castello e che si riteneva perduta. Con sorpresa, invece, l’abbiamo trovata riprodotta da De la Ruffinière (1994, 75), che la cita proveniente da una collezione privata di NewYork.

Da ricerche di archivio si è potuto constatare che il palazzo del Cavalier Girolamo Brozzi, citato dal Lazzari, è la più antica porzione dell’attuale villa dei Marchesi Cappelletti, posta a 400 metri ca. a sud-est del campo di Santa Fiora. La tenuta di Colle Plinio, infatti, apparteneva al casato dei Bourbon del Monte da epoca remota e, proprio al tempo del Lazzari, Cosimo Bourbon del Monte sposò Dorotea Brozzi, figlia del Cavalier Gerolamo, notaio di Città di Castello. E probabile che il Lazzari abbia equivocato sulla proprietà del palazzo di Colle Plinio, indicando il nome non già del vero proprietario, ma quello del suocero.

Risulta in ogni caso evidente che al tempo del Lazzari (e quindi del cav. Brozzi) era opinione diffusa tra la gente del posto che i resti (Della celebre dimora pliniana fossero sotto la villa del Colle.

In verità ancora oggi resiste nel posto una tradizione orale che vuole nei sotterranei o cantine di villa Cappelletti resti di mosaici, gallerie, colonne ecc. ed è ancora opinione comune che la parte residenziale della villa di Plinio si trovi proprio in corrispondenza della villa moderna del parco e dell’abitato di Colle Plinio.

Quanto al toponimo "Colle Plinio", si deve probabilmente ad una modificazione erudita recente: i catasti dal XIII al XIX secolo conservati presso la Biblioteca di Città di Castello riportano, infatti, il solo toponimo "Colle", senza alcuna specificazione. Solo a partire dai "brogliardi" della metà dell’Ottocento compare la dicitura "Pliniano" aggiunta, peraltro in secondo tempo e con grafia diversa, al tradizionale toponimo "Colle".

Va inoltre ricordato che a qualche chilometro di distanza da Colle Plinio, fu trovata un’iscrizione dedicatoria di Plinia Chreste (CIL IX, 5930), una liberta appartenente alla famiglia di Plinio.

Un ulteriore elemento potrebbe essere fornito dalla notizia di antiche colonne di marmo provenienti dalla vicina pieve di San Cipriano riutilizzate nella cantoria del Duomo di Città di Castello (Mancini 1832, 33). Questa antica pieve si trova sulla sommità del colle posto immediatamente a nord dell’area dello scavo. E', pertanto, probabile che le colonne marmoree ricordate provenissero dall’area archeologica sottostante.

Si segnala, a tal proposito, che il culto di San Cipriano, la cui festa cadeva, secondo la Depositio martyrum, il 14 settembre, potrebbe essere stato introdotto nella zona per perpetuare l’usanza di celebrare una festa pagana ricordata da Plinio nella sua lettera all’architetto Mustio (IX, 39). In tale lettera, in cui Plinio dichiara di voler restaurare un tempio posto nelle sue proprietà e dedicato alla dea Cerere, si cita una festa ricorrente, celebrata alle idi di settembre (il 13), molo frequentata dagli abitanti del circondario.

Benché non vi siano a tutt’oggi elementi certi per la localizzazione di questo tempio, se ne potrebbe ipotizzare la presenza nelle immediate adiacenze dello scavo. Del resto la stessa chiesa di Santa Fiora doveva trovarsi nelle vicinanze, proprio a ridosso del torrente Valdimonte, dove il Lazzari la vide, rovinata, circa tre secoli fa. Anche il tempio di cui parla Plinio doveva essere vicino a un corso d’acqua, come risulta dalle indicazioni dettate a Mustio per la collocazione del portico da annettere al sacello. Inoltre, il culto di santa Fiora potrebbe non essere casuale: è possibile infatti che perpetui il ricordo di un sacello dedicato ad una antica divinità (la statua di legno che Plinio dice vecchia e rovinata e che si impegna a sostituire?), nell’immaginario religioso romano assimilata a Flora-Cerere (Le Bonniec, 1985). Il culto di san Cipriano potrebbe essere stato introdotto per conservare la data della festa pagana (con differenza di un giorno!), mentre il culto di santa Fiora avrebbe tramandato il nome della divinità antica. Naturalmente si tratta di semplici ipotesi basate su deboli indizi e coincidenze e come tali vengono proposte. Per rimanere nel campo delle coincidenze, si segnala che, a pochi chilometri di distanza, nei pressi di Gragnano di San Sepolcro, si trova un’altra chiesetta dedicata a santa Fiora. Se dal toponimo "Gragnano" traspare la presenza di un fundus granianus (cioé di un Granius): avremmo nello stesso territorio di nuovo attestata la presenza del culto di santa Fiora in un fondo appartenuto alla gens Grania. Forse tale binomio testimonia la predilezione che i Granii, almeno da queste parti, nutrivano per il culto di Flora-Cerere; una divinità ideale da scegliere come protettrice (e/o mitica "progenitrice") proprio per l’assonanza del gentilizio con quel granum (grano, frumento) cui la dea era preposta.

 

Lo scavo Particolare degli scavi

Lo scavo da parte della Soprintendenza Archeologica dell’Umbria è iniziato nel 1974 a seguito di lavori di sistemazione del terreno agricolo che abbassarono drasticamente (60-70 cm) il piano del campo di Santa Fiora, vasta area compresa tra i torrenti Lama e Valdimonte, nei pressi del villaggio di Colle Plinio. Altri saggi furono eseguiti, sempre ad opera della Soprintendenza, negli anni ‘77, ‘79, ‘84 e ‘85. Dall’86 la Soprintendenza si avvale della collaborazione scientifica dell’Università di Perugia, affiancata dal 1988 anche dall’Università di Alicante (Spagna).

 

L'area

L’area in cui si sono rinvenuti resti di strutture murarie antiche, indagate in vari saggi di scavo, anche in occasione di lavori per la realizzazione di opere pubbliche, si estende per un fronte di circa 250 metri (dal torrente Valdimonte verso la strada moderna che va all’abitato di Colle Plinio) e per circa 200 metri a partire dal limite verso valle della villa Cappelletti. Monete romane, forse pertinenti ad una sepoltura, vennero ritrovate anche nel piazzale antistante la casa colonica presso l’angolo nord-est del parco di villa Cappelletti, cioè a circa 800 metri in linea d’aria dai resti murari del campo di Santa Fiora. Bastano questi elementi per comprendere che ci si trova di fronte ad un complesso archeologico di notevole estensione ed importanza (sino ad ora il più importante tra quelli noti nell’Alta Valle del Tevere).

 

Le strutture

Nell’area esplorata emergono per lo più resti di fondamenta di muri in ciottoli di fiume. I lavori agricoli, più o meno recenti, hanno quasi completamente distrutto quei resti archeologici che fecero identificare nel campo di Santa Fiora il luogo della villa di Plinio. Si hanno notizie di ritrovamenti di mosaici, colonne, statue di marmo, capitelli, iscrizioni marmoree ecc. Nelle trincee di scasso per i filari di viti che fino a qualche anno fa scandivano i campi coltivati, si sono rinvenuti numerosi frammenti dei muri e dei pavimenti devastati; segno evidente che ancora all’epoca dell’impianto delle viti (primo ventennio (di questo secolo) almeno parte degli antichi pavimenti era ancora al suo posto.

Il pessimo stato di conservazione delle strutture e degli strati rende molto difficile comprendere la forma originaria delle varie parti del complesso, la distribuzione degli ambienti e delle aree scoperte, l’individuazione delle soglie e dei percorsi e, infine, la cronologia delle attività edilizie che si sono susseguite.

Tuttavia, grazie all’analisi delle strutture edilizie e dei loro rapporti reciproci, combinata con le informazioni tornite dallo studio dei materiali di strato, si è potuta ricostruire una serie di fasi edilizie ben databili. E' comunque opportuno sottolineare che i risultati di seguito illustrati potranno essere migliorati in sede di edizione definitiva dello scavo.

Le parti del complesso

Per comodità descrittiva, il complesso viene suddiviso in cinque parti:

A - Il corpo centrale della villa

B - Il cortile a nord-est

C e D - Gli edifici a sud-est.

E - L’ala meridionale

Fase I: epoca pre e protostorica.

I sito appare frequentato in epoca pre e protostorica come testimoniano selci lavorate e materiali ceramici ancora in fase di studio. Alla fine della campagna ‘95, si è iniziato a scoprire un fondo di capanna probabilmente dell’età del rame, ancora da esplorare.

  • Fase II: età medio e tardo-repubblicana (III-I sec. A.C.)
  • A questo periodo sono ascrivibili scarsi resti murari trovati sotto il corpo centrale e orientati in modo leggermente diverso da questo. A tale fase appartiene una fossa quadrata (m 1,5 x 1,5) foderata di pietre disposte a secco, tagliata da un muro di epoca successiva. Dall’area circostante proviene gran parte della ceramica a vernice nera e la quasi totalità di terrecotte architettoniche rinvenute nello scavo. E probabile che la fossa sia una favissa apperteinente ad un sacello d'epoca medio repubblicana distrutto o ristrutturato in occasione della costruzione della villa. Ulteriori indagini, verso il greto del torrente Valdimonte potranno chiarire forma e cronologia di alcun i vani solo in parte esplorati e di ancora dubbia interpretazione (come ad esempio il vano con abside).

    Vale la pena segnalare che, a pochi metri di distanza dall' angolo ovest dell' area archeologica proprio sul ciglio della scarpata che delimita il torrente, si trovano un guado ed una sorgente ancor oggi utilizzata dalla gente del posto che ricorda, tra l’altro, la presenza nei dintorni di "vasconi", non ancora localizzati dallo scavo.

    Fase III: La villa di Granio Marcello

    Gran parte degli edifici indagati venne edificata da Marco Granio Marcello, come testimoniano bolli laterizi rinvenuti, databili tra il 2 a.C ed il 15 d.C. come confermato dai dati stratigrafici. La villa viene concepita secondo la ripartizione canonica attestata dagli antichi scriptores rerum rusticarum: parte urbana destinata alla residenza del dominus; parte rustica con i luoghi e le apparecchiature destinate alla produzione agricola e alla residenza di uomini ed animali; infine la pars fructuaria destinata alla conservazione dei prodotti agricoli (cantine, granai, magazzini in genere).

    Le strutture murarie conservate presentano generalmente fondazioni larghe 2 piedi (ca. 60 cm). Si tratta atta di ricorsi di ciottoli di fiume non lavorati, le cui dimensioni massime raramente superano i 30 cm, addossati con cura alle pareti delle fosse di fondazione e inframezzati da ciottoli più piccoli. Tale materiale si trova in abbondanza nei paraggi, specie nell’alveo del torrente Valdimonte. Nei saggi effettuati in profondità si è potuto osservare che la parte più profonda delle fondamenta (tra i 30 e i 60 cm ca.) non prevedeva mai l’utilizzo di malta. Questa inizia a comparire a partire in genere da 20-30 cm sotto le quote pavimentali, almeno là dove è stato possibile individuarle. L’elevato dei muri, almeno nelle rare fasce inferiori conservate, era costituito dallo stesso materiale delle fondamenta, con l’aggiunta di un malta legante di calce e sabbia di fiume. L’unico paramento conservato appartenente a questa fase è quello del grande muro di terrazzamento che conteneva verso valle la platea su cui sorgeva la villa. Si presenta ordinato in tre fasce sovrapposte (alte 60/70 cm) in sottosquadro così da formare tre riseghe: leggere le due inferiori (7-9 cm ca.), più pronunciata la superiore (30 cm ca.). Il paramento ha una fattura accurata, con frequente ricorso alla lavorazione delle facce a vista dei ciottoli e stilatura "a lumaca" dei giunti di malta (Regoli 1984, 61 sgg.). La parte retrostante, adiacente al terreno contenuto dal muro è in ciottoli disposti a secco. Tubuli in cotto (diam. cm 10) inseriti nella struttura garantivano il drenaggio delle acque filtranti dal sovrastante terrazzo, evidentemente scoperto.

    La parte urbana occupa gran parte dell’edificio A. Essa è costituita da un ingresso che, tramite un corridoio, introduce all’atrio di tipo tuscanico di m 13,70 x 7, provvisto di alae intorno al quale si dispongono i cubicoli. Mancherebbe la stanza più importante della casa, il tablinum, che generalmente si apre sull’atrio, tra le ali. In questo caso, invece, l’atrio sembrerebbe affacciarsi direttamente su un lungo ambiente (forse con loggiato) che doveva aprirsi sull’ampia terrazza che conclude la facciata della villa, verso la valle del Tevere. Benché non manchino esempi, specie a Pompei, di case prive di tablino (Evans, 1980, 109-116) e sebbene proprio a partire dagli ultimi anni del I secolo a.C, la tipologia canonica delle ville si faccia sempre più rara, occorre tener conto dello stato di conservazione di questo monumento. In questo settore della casa, infatti, anche a causa della pronunciata pendenza del terreno, i livelli conservati si trovano almeno 30/40 cm al disotto delle antiche quote pavimentali. È perciò possibile che muri di tramezzo, dei quali non sarebbe restata traccia alcuna, potessero suddividere il lungo ambiente esterno all’atrio in più vani, uno dei quali sarebbe stato, appunto, il tablino. Quale che fosse la soluzione, è evidente l’intento del costruttore di disporre la parte più importante del settore abitativo della villa in stretto rapporto col paesaggio della valle del Tevere, concludendo la facciata con un ampio terrazzo sostenuto dal muraglione sopra descritto.

    Nulla si conserva della vasca dell’impluvio; l’unico indizio della sua presenza è costituito da un tratto di canaletta che dal centro dell’atrio si raccorda con una fogna che esce dalla casa attraversando il terrazzo. Questa canaletta doveva evidentemente scolmare la vasca dell’impluvio ed escluderebbe l’esistenza di una cisterna di raccolta dell’acqua piovana, della quale, del resto, non si sono trovate tracce. D’altra parte Vitruvio (De architectura, VIII, 14) contempla la necessità di tali cisterne solo nei casi, come non sarebbe certamente questo, in cui manchino abbondanti fonti naturali di approvvigionamento idrico.

    Lo spazio a nord dell’atrio poteva essere occupato da un impianto termale e dall’annessa cucina, come lascerebbero supporre un frustulo di vasca in cocciopesto in situ e una canaletta, distrutte nella fase successiva. Il corridoio d’ingresso dava accesso, oltre alla parte residenziale, anche a quella rustica. Da un lungo vano si passa o a una serie di ambienti di servizio tra i quali è possibile riconoscere due vasche rivestite in cocciopesto munite di piccole scale. La loro attribuzione a questa fase cronologica della villa non è certa. Si tratta certamente di lacus vinarii, vasche per la fermentazione del mosto, prima del suo travaso nei dolia. Alcuni di questi, di varie dimensioni, sono stati trovati nell’adiacente grande vano che occupava pressoché l’intero lato dell’edifico. Uno dei dolia ritrovati, bollato GRANI e certamente tra i più grandi, e stato restaurato e se ne può ricostruire una capacità intorno a 10 hl. Tenendo conto del fatto che dei circa 25 dolia individuabili dalle fosse che occupavano, solo una minima parte era di queste dimensioni massime, e tenendo conto della possibile estensione della cella fino al limite nord dell’edificio, si può ipotizzare una capacità complessiva dei dolia intorno ai 250/300 hl. È opportuno notare che in tutta l’area finora indagata, che si ha ragione di ritenere comprenda la quasi totalità della pars fructuaria, questi sono gli unici dolia in situ rinvenuti. Lo scavo sistematico di tutti gli ambienti individuati esclude la presenza di altri depositi di tali contenitori, legati, è bene ricordarlo, al processo di vinificazione. Questo, ovviamente, non esclude altre forme di stoccaggio del vino in altri spazi della villa, per esempio entro anfore, ma offre un prezioso indizio sulla teorica capacità produttiva di questa singola cantina.

    Non appare, al momento, certa la destinazione dell’intero settore a nord-ovest dell’edificio A. Un’ampio spazio (co) scoperto con i resti di un focolare (forse il cortinale dove si preparava il mosto concentrato per la "governa" dei dolii) sembra ribadire la distinzione tra una parte destinata a servizi (quella verso la cella vinaria) e una parte collegata alla residenza (quella verso la terrazza panoramica). Purtroppo su questo versante della collina gravissime sono state le devastazioni dovute in parte all’erosione del torrente Valdimonte, in parte ai lavori di bonifica dei terreni ai fini agricoli. Si segnala la presenza dei resti di un’abside di cui, al momento, è impossibile precisare la collocazione cronologica.

    Nel piazzale B si doveva trovare l’aia (area) della villa, delimitata verso nord-ovest da un grande edificio (m 25 xl 2) quasi certamente a due piani con ampi vani interni e copertura con tetto a due spioventi. E possibile che questo edificio fosse il granaio. Alle sue spalle una lunghissima galleria (larga ca. m 4 per una lunghezza conservata di oltre 60 m), in parte infossata nel terreno, conclude il complesso edificato lungo il ciglio del terrazzo naturale inciso dal torrente Valdimonte (ga). All’interno del seminterrato, conservato in certi tratti per una notevole altezza (ca. m 1,60), si è ritrovato il crollo delle strutture soprastanti (forse un piano rialzato con pavimento ligneo) e del tetto. Questa galleria, ancora in corso di scavo probabilmente fiancheggiava anche l’edificio A; purtroppo l’erosione del torrente ha asportato da questa parte una significativa porzione del complesso che, tuttavia, si tenterà di indagare in seguito. Le robuste murature del "granaio" e della galleria presentano faccia a vista di pietre di fiume accuratamente disposte e legate con malta. Lo spessore dei muri, come di norma, è di 60 cm (due piedi).

    Verso sud-est il piazzale B era concluso da un muro di cinta al quale si addossavano alcuni ambienti di servizio, forse stalle o altri vani destinati al ciclo di produzione del vino, per esempio i torchi. Un canale di scarico, attraversando l’angolo sud, garantiva il deflusso delle acque piovane raccoltesi nell’aia. L’estremità nordorientale del piazzale e la relativa chiusura devono essere ancora esplorati.

    Fase IV epoca Giulio-Claudia

    Agli anni intorno alla metà del I secolo si può assegnare la costruzione delle terme all’interno dell’edificio A. Si tratta di un impianto costituito dalla canonica serie caldarium-tepidarium-frigidarium realizzati ristrutturando l’ala settentrionale della pars urbana della villa. All’angolo nord si trova il caldarium (Ca) (m 4,70 x 3,60) con annesso praefurnium (P) servito da un piccolo corridoio seminterrato, del quale si conserva il pavimento in cocciopesto. Dal calidarium si passa al tepidarium (Te) (m 5 x 4,20, tav. Va). Per costruire l’ipocausto sottostante a questi due ambienti, è stato demolito il pavimento in cocciopesto della fase precedente, abbassando il livello di ca. 60 cm e scalzando, così, le fondamenta dei muri laterali, che sono state rinforzate con malta. Il fondo dell’ipocausto è costituito da tegole capovolte, con le alette tagliate, disposte sopra uno strato di malta e cocciame. Sopra questo piano poggiavano i pilastrini (pilae), di mattoni quadrati di 22 cm dilato (bessales), che sostenevano il pavimento vero e proprio: un piano di mattoni bipedali sul quale era steso un robusto strato di cocciopesto. L’aria calda proveniente dal praefurnium risaliva lungo i muri attraverso tubi di terracotta (tubuli) e fuoriusciva dal tetto, dopo aver riscaldato gli ambienti del piano superiore. A questo si accedeva mediante la scala ipotizzabile sopra il corridoio del praefurnium. E possibile che questi locali soprastanti gli ambienti riscaldati delle terme fungessero da apotheca, il luogo dove far invecchiare artificialmente il vino conservato in anfore, e/o in fumarium per l’affumicatura delle carni, come quelli ipotizzati a Settefinestre (Gualandi, 1985), dove anche l’ipocausto della piccola terma interna al corpo centrale della villa fu ricavato abbassando il pavimento di una fase precedente. Adiacente al tepidarium si trova la stanza (Fr) per il bagno freddo (frigidarium) provvista di un’ampia vasca (m 2,80 x 3,20) che doveva essere bordata da un pavimento a mosaico bianco e nero con decorazione a motivi geometrici. La realizzazione delle terme ha comportato la creazione di un nuovo canale di fognatura che attraversa l’intero edificio, seguendo un tortuoso percorso per i vari ambienti, per uscire dall’accesso principale della casa. Non si hanno altri elementi attribuibili a questa fase edilizia, cui si potrebbero assegnare alcuni bolli su tegola CAESAR che testimonierebbero il passaggio della proprietà dalla gens Grania al patrimonio imperiale.

    Fase V epoca pliniana

    All’interno della parte residenziale della villa si assiste allo smantellamento dell’ipocausto delle terme ed al suo riempimento con materiale edilizio proveniente da altre demolizioni. Il pavimento del frigidarium viene devastato per l’inserimento di una canaletta con fondo di tegole (bollate CPCS).

    Pure all’epoca di Plinio si può attribuire l’intervento di sistemazione definitiva della cantina. All’estremità sud-est del deposito dei dolii viene realizzata una vasca in cocciopesto (m 5 x 4) per la pigiatura dell’uva (calcatorium), abolendo il muro del deposito stesso e costituendo un corpo aggettante dal fabbricato (ca). A tale sporgenza si allinea un porticato rustico che si addossa alla facciata sud-est dell’edificio. È possibile che il calcatorium rappresenti un allargamento, in pratica un raddoppio, di uno precedente, costituito dal piccolo vano che si allineava, nella cella vinaria, alle vasche per il mosto. In effetti, come accennato, anche l’attribuzione di tali vasche alla fase precedente non appare al momento del tutto certa. E possibile che esse siano state realizzate contestualmente alla creazione del calcatorium attualmente visibile e, quindi, anch’esse, in epoca pliniana. Pure in tale incertezza, restano valide le valutazioni sopra esposte riguardo alla capacità di vinificare di questa struttura, che raggiungerebbe in questa epoca il suo massimo livello.

    Sulla costruzione o ampliamento del calcatorium si allinea il nuovo margine sud-est del piazzale B, costituito da un muro di ciottoli e malta che abolisce il muro precedente ed i piccoli vani ad esso appoggiati. Il margine sud-ovest del piazzale, invece, arretra per lasciare spazio ad un corridoio scoperto (cd), largo circa 2 metri, che ha l’evidente funzione di isolare la parete nord-est della cella vinaria dal terreno retrostante, rialzato di 30/40 cm rispetto all’epoca precedente. All’ingresso del corridoio sono conservati i resti di una canaletta con fondo in tegole (bollate CPCS), probabilmente destinata a smaltire l’acqua piovana raccolta nel corridoio stesso e drenata dal piazzale.

    Qualche trasformazione si coglie anche lungo il lato nord-ovest del piazzale, dove il muro del "granaio" e l’adiacente muro della galleria vengono ringrossati di circa 30 cm. Il nuovo spessore delle murature che bordano il piazzale raggiunge così i tre piedi (m 0,90). Un altro muro si intesta sulla parete nord-est del "granaio" e corre parallelo al muro della galleria. Si forma così un nuovo, grande spazio coperto (m 3,40 per almeno 40), che si aggiunge a quello, già cospicuo, della galleria e del probabile tabulatum soprastante.

    L’ala meridionale (E) sembra appartenere alla stessa fase edilizia, almeno nelle sue linee essenziali costituite da due lunghi bracci disposti ad angolo retto e ripartiti in larghi ambienti rustici con fronte porticata (tav. Villa). Non si può escludere, al momento, che per la realizzazione di questa ala del complesso in età pliniana si siano in parte riutilizzate strutture di servizio pertinenti alla fase precedente. Lo scavo in corso consentirà di chiarire meglio questo aspetto.

    Pure all’epoca pliniana si devono riferire i due edifici che chiudono il complesso verso sudest. Si tratta di strutture rustiche, orientate in modo leggermente diverso dalle restanti parti della villa e probabilmente destinate a case coloniche con annessi magazzini e stalle. Purtroppo, qui più che altrove i danni arrecati dai lavori agricoli rendono alquanto ipotetica ogni ricostruzione. Da una prima analisi (saggi in profondità devono ancora essere praticati) comunque si può osservare che l’edificio più a est, il più grande dei due, ha una pianta rettangolare (m 24 x 20 ca.), con una corte centrale (co) intorno alla quale si dispongono ambienti di servizio (magazzini o stalle). Uno di questi vani (v) presenta i muri ringrossati in epoca successiva, forse con la creazione di una scala per l’accesso al piano superiore. E probabile che alcuni di questi ambienti fossero anche destinati a residenza del personale di servizio della villa o a qualche colono con la sua famiglia; la generalizzata assenza dei pavimenti e degli strati di uso e di abbandono di queste strutture non consente, almeno per il momento, ulteriori attribuzioni funzionali. Addossato all’angolo sud si trova un ambiente a pianta quadrata (t) che sporge dal contorno dell’edificio e protegge l’accesso dall’esterno al piazzale p. Sul lato opposto, l’ingresso al piazzale è ulteriormente protetto dall’altro edificio, di dimensioni inferiori al precedente (m 21 x 12,50 ca.) ma con fondazioni più robuste arricchite da malta. Anche in questo caso sembra che una piccola corte scoperta o semicoperta (co) dia accesso ad una serie di ambienti di servizio ed a quello che sembrerebbe un appartamento provvisto di alcova (a, b). Data la posizione a guardia dell’accesso al piazzale e quindi a tutto il complesso, si può riconoscere in questo edificio, databile alla fine del I secolo inizi del II, l’abitazione del guardiano. Viene spontaneo mettere in rapporto questa riorganizzazione del complesso con il forzato passaggio di Plinio al sistema della mezzadria che richiede non solo nuovi spazi per la conservazione delle parti di fructus spettantigli, ma anche il rafforzamento del sistema di controllo.

     

    Le fasi finali della villa

    Segni di attività edilizia posteriore all’epoca pliniana sono le numerose tegole bollate IMP, databili alla fine del II inizi del III secolo che testimonierebbero il passaggio (o meglio il ritorno) della proprietà in mano imperiale e la ripresa di attività edilizie, di ampliamento e/o manutenzione, successive ad un periodo di stasi o di abbandono verificatosi nella seconda metà del II secolo.

    Una serie di strutture rustiche collega l’edificio C alla parte "graniana" della villa, completando verso nord la chiusura del piazzale p. Benché la cronologia di queste strutture, nella loro parte più significativa sotto l’attuale strada comunale, debba ancora essere chiarita, è assai probabile che si possa collocare all’ultima fase edilizia attestata. Altri interventi, piuttosto che ad ampliamenti del complesso, sembrano pertinenti a lavori di manutenzione o di restauro delle strutture, che hanno continuato ad essere utilizzate almeno per tutto il IV secolo. Al momento non esistono testimonianze di occupazione del sito in epoche posteriori. In un vano (z) dell’edificio C, sotto la quota riferibile al pavimento rustico, si sono trovate due tombe contenenti resti di bambini. Le tombe, formate da una tegola come fondo e due a protezione sono prive di corredo. L’unico elemento cronologico è la presenza del bollo IMP su una delle tegole. Scarsi resti di ceramica tardo-medievale, in corso di studio, sono stati trovati nell’area a nord-ovest, nelle adiacenze del vano absidato e cioè negli immediati dintorni del luogo in seguito occupato dalla chiesa di Santa Fiora.

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