Jaspers


 

Ariemma Tommaso Scoppettuolo Antonio

 

La verità in Nietzsche secondo l'interpretazione di Jaspers

 

 

L'analisi di Jaspers circa il concetto di verità in Nietzsche, mette in evidenza, in primo luogo, una distinzione fondamentale, che entrambi i filosofi considerano, e cioè la distinzione tra verità scientifica e verità filosofica.

La verità scientifica non è in grado di porre degli scopi alla vita e non è sicura del proprio significato. Nonostante tutto nel suo metodo v'è un impulso alla vita , una volontà di verità, che vuole stabilità, piegando tutto a sé.

Jaspers mette bene in luce l'iniziale fiducia nietzscheana nel metodo scientifico, quale strumento di "padronanza" della realtà ma anche la successiva e spietata critica alla pretesa della scienza di porre in modo assoluto, logico e certo criteri di verità intorno all'essere: ai precedenti idoli religiosi si sostituiscono quelli della ragione e delle categorie logiche.

Antitetica alla verità scientifica vi è , per Nietzsche e per lo stesso Jaspers, una verità filosofica intesa come un movimento infinito che continuamente crede all'esistenza di una verità e sempre di nuovo la dissolve.

Tale verità non è altro che il prodotto migliore di una volontà di potenza: essa è tensione, pathos, che continuamente si afferma e si svaluta, ritornando su se stessa, in un circolo infinito .

Tale circolo è espressione di una volontà di verità, di reductio ad unum : pertanto è necessario che qualcosa debba essere ritenuto vero, ma ciò non significa che qualcosa sia effettivamente tale.

Le verità si rivelano essere il risultato di una quantità immensa di errori , "errori" necessario alla vita: vero è ciò che è utile alla vita di un uomo o di una comunità.

Dunque tali utilità sono proprio quei generi di errori senza i quali sarebbe impossibile volere, divenire, vivere. Infatti per far sì che vi sia movimento, per far sì che vi sia un ulteriore volere, più potente, bisogna che vi sia un punto fermo, un punto d'appoggio che sostenga tutto l'arco del movimento. Ma se si vuol compiere un movimento successivo in una direzione più alta, il vecchio punto d'appoggio diventa inattuale, non necessario e ,se questo muoversi è la vita, diventa danno per essa stessa. Si necessita di una liberazione e , alla fine, decide proprio il valore per la vita.

Pertanto il valore, la credenza nell'idolo che teneva fisso il nostro sguardo su un punto fermo, perde potenza, si " svaluta", poiché battuta da una credenza più forte, necessaria, più utile alla vita, che riesca a cucire pazientemente col filo del pensiero logico e della mediazione gli strappi e le lacerazioni dell'esistenza e che riesca a riportare nell'atmosfera neutra dell'oggettività, dell'Essere, i paradossi e le continue contraddizioni che la vita pone all'uomo.

Emerge dunque da queste pagine dell'analisi jaspersiana il carattere illusorio, prospettico, della verità. Essa è una creazione apollinea che ha come sua matrice un errore necessario: la verità come cosa in sé non è mai stata posseduta e pertanto mai comunicata.

Ogni verità è interpretazione, condizionamento prospettico, volontà di potenza di un vivente che vuole soprattutto esercitare la suo forza , appigliandosi, donando maternamente tutte le sue aspettative , tutta la sua passione, tutto il suo sangue ad una verità che serva la vita, la sua vita innanzi tutto.

Ma se tutto è un far forza, un condizionare, la ricerca d'un incondizionato subisce un evidente scacco perché anche se vi fosse , esso verrebbe condizionato e dunque mai assolutamente conosciuto.

Di fronte a tale impossibilità occorre che l'uomo superiore, si renda onesto e giusto, riconoscendo l'innegabile evidenza del divenire, vale a dire l'impossibilità di giungere alla verità assoluta ("la santa menzogna") , di fermarla anche solo per un attimo: dubbioso fino all'estremo, considera ogni concetto un concetto trascendente in un circolo illimitato: un esperimento.

La critica nietzscheana si scaglia ,dunque, secondo Jaspers, contro l'ingenuità di una volontà di uguaglianza della logica che l'Io pone per una necessità vitale di una stabilità che non fonda nessuna verità.

Tale necessità vitale nient'altro è che un impulso del corpo, considerato la grande ragione che ha come punta d'iceberg la piccola ragione dell'Io.

Ma questa volontà ,perfino biologica, di verità risulterebbe all'estremo, secondo Jaspers, un annichilimento della vita che volendo se stessa fino in fondo giunge all'apice nella situazione limite della morte, come conclusione tragica della conoscenza umana che a nulla giunge se non ad un abbandono, ad una perdita assoluta di individuazione e che trova la sua estrema possibilità d'essere al termine d'ogni ricerca vitale di logicizzazione .

Vi è in Nietzsche un oscuro presagio nell'avvertire un'inscindibile unità della conoscenza ultima delle cose con la terribile colpa, di una trasgressione che annienta la natura.

Infatti l'uomo , come Edipo, risolvendo l'enigma della Sfinge , viene a conoscenza dei più profondi segreti della natura umana ed è condannato irrimediabilmente a sperimentare la dissoluzione di ogni cosa e di se stesso.

In questo caso appare evidente il tentativo di Jaspers di tradurre la concezione tragica di Nietzsche nella considerazione che l'afferramento dell'essere in quanto tale è irrimediabilmente votato al naufragio.

Ma il senso ultimo del filosofare di Nietzsche per Jaspers non è la costatazione del nulla , della vacuità e quindi del non senso, ma è un invito a mantenersi sempre nell'ottica della possibilità, del dubbio perenne nella consapevolezza che la verità non può essere colta in una forma stabile ma ciò che si tiene per vero è determinato dal valore che esso ha per la vita.