L'essenza del divenire e la filosofia di Nietzsche.
Estratto dall'inedito "L'Angelo Caduto. Nietzsche e l'enigma dell'interpretare" di Tommaso Ariemma
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1.Analisi exsistenziale della volontà di potenza
3.Il superuomo come antiquario-critico-progettante e il suo senso ontologico
5.La gaia scienza di Zarathustra
6.L'eterno ritorno dell'uguale
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Analisi exsistenziale della volontà di potenza (Ritorna)
E questo segreto mi confidò la vita stessa:- Vedi, disse, io sono quella che sempre deve superare se stessa. Certo, voi chiamate ciò volontà di generare o istinto dello scopo, di ciò che è superiore, ulteriore, più vario: ma tutte queste cose sono una sola e un solo mistero.
Qual è il mistero che avvolge il senso della volontà di potenza?
E' un pensiero abissale, che la vita confida a Zarathustra: lei, la volontà di potenza per eccellenza, la sua forma più chiara, è colei che sempre deve superare se stessa.
Detto in altri termini: l'essenza della vita, la forma più immediata di volontà di potenza, si comprende a partire dal suo exsistere, dal suo continuo superarsi, dal suo trascendere.
Precedentemente avevamo affermato che tutto fosse volontà di potenza, che tutto fosse un darsi, un andare oltre se stessi, per "essere", per divenire, per vivere. Perché? Qual è il mistero che si cela in questo continuo superamento di sé?
La vita sembra correre sui carboni ardenti: più sosta su un punto e più le è dannoso. La vita "deve" continuamente oltrepassarsi. Il vivente deve continuamente trascendere.
Il vivente è sulle cose, il suo sguardo è una fuga, un punto di fuga. Il vivente nel suo tenere ogni cosa sotto una prospettiva, tralascia qualcosa, fugge da questo qualcosa.
Questo qualcosa è se stesso.
La vita fugge infatti da se stessa. La vita scopre in se stessa , nel seno del suo essere, una insostenibile fragilità, la nausea per ciò che vede in ogni spaccatura.
La vita scopre in sé ciò che non vive, che non ha senso, e che continuamente ritorna.
Essa s'erge come un grido per lo scandalo paradossale di ciò che in essa muore spietatamente, e che non ha più potenza.
Il suo grido è volontà di potenza.
Ogni volere potenza è un voler dar senso, un voler dar vita.
La volontà di potenza lotta contro questo continuo ritornare del non senso, del morire d'ogni certezza. Essa è la continua negazione di ciò che è illusoriamente, sempre illusoriamente eterno, insensato, dannoso, insopportabile per il vivente che vuole esercitare la sua forza, che vuole creare , abbattere ogni insensato, andare oltre ogni cosa e oltre se stesso.
Volontà di potenza ed eterno ritorno del non senso rivelano l'essenza del divenire.
L'essenza del divenire (Ritorna)
La filosofia di Nietzsche ci rivela sostanzialmente l'essenza enigmatica della vita e la sua perenne non staticità.
Ogni vivente è il distruttore dell'essere e nello stesso tempo ricerca ciò che ha distrutto disperatamente.
L'uomo, ad esempio, in quanto vivente, sembra essere intrappolato nella situazione in cui si trova, quasi costretto ad assumere i ruoli che l'ambiente circostante, la società, gli impone.
Quasi come se gli fosse stata assegnata una parte, con tutta una sua logica interna , il vivente è senza via d'uscita.
L'uomo goffo deve restare goffo, il saggio non può uscire dalla sua saggezza.
Ma ogni fissa determinazione è una maschera che cela tutto un mondo magmatico di passioni, tutta una diversa e mutevole ricchezza di possibilità che vorrebbero uscire anch'esse alla superficie, farsi valere, e che invece vengono continuamente respinte.
E non è solo la società ad impedire che si esprimano.
L'uomo stesso si aggrappa a quella sua maschera fissa come ad un essere stabile, per non lasciarsi travolgere dal magmatico caos che si cela nella sua stessa essenza.
Ma egli non accetta l'evidenza del divenire, l'appartenenza ad una realtà che è un continuo fluire, trasformarsi, rinnovarsi, e perciò, nonostante i suoi sforzi di fissare il tutto in un ordine immutabile, egli si modifica e modifica continuamente.
Nel seno del suo essere s'agita quel bambino, quella forza ignota che è la vera padrona della sua esistenza e così ogni uomo si trova imprigionato tra una volontà di non mutare ,di raggiungere l'essere e un grido terribile, un'urgenza tempestosa di una misteriosa energia che vuole trasformarlo, che vuole vivere, che vede in questo essere illusoriamente raggiunto tutti i suoi aspetti assurdi e fragili, il vuoto d'una effettiva consistenza.
Il vivente si scopre "nulla non volentesi" , volontà di potenza, avanzamento continuo verso una rotta sempre inafferrabile e sconosciuta.
Quest'avanzamento continuo è l'origine d'ogni sua grandezza, il suo nulla l'origine d'ogni traguardo voluto.
Per dirla con Nietzsche:
Nel fondo del greco c'è lo smisurato, il caos, l'asiatico, il valore del greco è nella lotta con il suo asianismo; la bellezza non gli è stata donata, né tantomeno la logica, la naturalezza dei costumi- esse sono state conquistate, volute, combattute- sono la sua vittoria…
Il superuomo come antiquario-critico-progettante e il suo senso ontologico (Ritorna)
Il superuomo è il superamento dell'uomo.
In che senso si deve intendere una tale proposizione?
Il superamento indica un progetto, cioè un "andare verso…" sapendo verso dove si sta andando e da dove ci si sta allontanando.
Superare qualcosa implica un sapere, un aver formulato una differenza, un aver separato e scelto le tappe di un percorso.
L'umanità dell'uomo, la natura umana, ha una data di scadenza tale da essere di tanto in tanto riformulata, attualizzata, adattata, poiché l'uomo fugge da se stesso, abbandonando ogni determinazione ad esso adeguata.
Nello stesso tempo, l'umanità dell'uomo abbandonata, permane nel vivente come pregiudizio, punto d'appoggio per darsi slancio. Andando oltre, l'uomo avverte però il peso dell'inattualità del pregiudizio cosicché viene da lui criticato e svalutato in vista di un progetto volto ad una nuova determinazione che dia senso al luogo, "pavimentazione" al posto occupato nel suo essere andato oltre, tale da sostenere la sua nuova permanenza.
Ma ogni permanenza è già sempre oltrepassata, necessaria comunque per consentire la sua fuga in quanto "pavimentante" il suo percorso.
L'esistente è dunque antiquario nel tener fermo un punto d'appoggio , critico, nel suo immediato rifiutare il peso d'una determinazione inattuale, valida appunto solo per l'attimo in cui s'è voluta necessariamente, progettante o monumentale, nel suo far tutto questo in vista d'un progetto circa una nuova stabilità.
Emerge evidente l'unità dell'essere-critico, antiquario e monumentale come l'essenza del superamento e dunque del superuomo.
Tale unità definisce l'essere-storico del superuomo come continuo estendersi, storicizzarsi , oltrepassarsi, permanendo nella stabilità.
La temporalità esprime il senso ontologico del superuomo. Ma come è noto il senso ontologico del superuomo è la volontà di potenza.
La temporalità chiarisce ciò che Nietzsche intende per volontà di potenza. La temporalità in quanto essenza del superuomo è il nulla (vedi in Prima parte-L'esistenza-L'esistenza nulla) o , più correttamente "l'essere-nulla non volentesi". L'andare oltre, la fuga da sé è l'avvertire che ogni appiglio sprofonda in un abisso , in un "non senso", nella nausea e nel vuoto.
Ma è appunto questo non senso, questa nausea, questo vuoto che spinge, che grida un senso e che progetta una fuga. "Ciascuno è il più lontano da se stesso" poiché il se stesso è il nulla. Pertanto la temporalità è fuga da sé verso un'appagatività, una stabilità, ma in quanto ontologicamente "nulla non volentesi", fugge da sé trascendendo.
La Gaia Scienza, aforisma 341 (Ritorna)
Il peso più grande. Che cosa accadrebbe se un giorno o una notte nella più solitaria delle tue solitudini si insinuasse un demone e ti dicesse: << Questa vita che vivi adesso e che hai vissuto, dovrai viverla ancora innumerevoli volte; e non ci sarà niente di nuovo, in essa, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro e tutto quello che in essa c'è di indicibilmente piccolo e grande deve tornare, e tutto nella stessa sequenza e successione- persino questo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi, e persino questo istante e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene girata di continuo- e tu con essa infimo granello di polvere!>> Non ti getteresti a terra e digrigneresti i denti e malediresti il demone che parla così? O hai già vissuto un attimo di immensità in cui gli risponderesti:<< Tu sei un dio e mai ho udito parole più divine!>>. Se quel pensiero si impadronisse di te, come sei adesso, ti trasformerebbe, forse stritolandoti; la domanda <<vuoi che tutto ciò accada ancora una volta, innumerevoli volte?>> sarebbe il più grande peso mai gravato sul tuo agire! Oppure, quanto dovresti essere ben disposto nei confronti di te stesso e della vita, per non desiderare nient'altro che quest'ultima, eterna conferma, questo sigillo?
Il presente aforisma è la prima fondazione dell'eterno ritorno. Questo pensiero abissale, di immane peso per l'uomo, giunge a lui nella sua più profonda solitudine. A rivelarglielo è un demone. Ma chi è questo ospite furtivo?
Nel profondo dell'essere dell'uomo s'erge l'insolito, un demone. Il suo stesso stare da solo è una situazione, per l'uomo che vive quotidianamente con altri uomini, insolita.
Si veda ,al proposito, l'immagine della copertina de "L'esistenza" ( vedi Parte Prima ): vi è un guerriero, solo, pensieroso. Il suo stato è insolito, sembra quasi che egli abbia smesso di combattere. Solo con se stesso, il guerriero non combatte più: è come paralizzato. E' forse un demone che gli sta parlando in quel momento? Sta forse combattendo in se stesso quel demone?
Che cosa vede di terribile in se stesso che lo lascia paralizzato e solo?
L'uomo assiste al crollo di ogni sua certezza e in se stesso non trova alcun fondamento, alcuna spiegazione, soltanto un demone che gli dice che tutto è insensato e che questo insensato ritorna senza alcun senso.
L'uomo crede nel fluire del tempo.
Ma che cosa accadrebbe se ciò che ha vissuto ritornasse senza alcuna spiegazione?
Fuor di metafora: nel suo dar senso, nel suo continuo porre valore , l'uomo scopre che l'essenza originaria di ogni edificare certezze è che non c'è alcuna certezza, che non vi è senso alcuno.
E questo non senso ritorna, costantemente, a volte con tanta forza, che ognuno ne è atterrito.
Gli ultimi uomini, i nani, gli spiriti di gravità schiacciati dal gran peso si tengono stretti al loro appiglio, alle loro certezze, alla loro parte e si affannano a viverla fino alla sua estrema conseguenza, quando il non senso li coglie nella loro più profonda solitudine, quando cioè è come se si spezzasse la maschera, come se un bambino si mettesse improvvisamente a recitare sulla scena una parte che non gli è stata assegnata e distruggesse così la commedia stessa della vita.
Ma per il superuomo, per l'uomo che pone valori, che va oltre se stesso e ogni non senso, il demone a parlare è per lui un dio, l'annuncio dell'insensatezza costante d'ogni stare è la cosa più divina, l'unica che esalti la sua volontà di potenza.
Non a caso segue immediatamente questo aforisma l'incipit dello Zarathustra.
Zarathustra è colui che ha gioito delle parole del demone, di quella luce che svelava l'insensatezza delle cose. Egli ha distrutto così ogni valore fisso, mostrando l'errore come matrice d'ogni verità.
La sua volontà di potenza lo porta ora in mezzo agli uomini a rivelar loro la sua gaia scienza.
La gaia scienza di Zarathustra (Ritorna)
Zarathustra porta agli uomini un dono essenziale: la loro nuova umanità. In ogni suo discorso, in ogni sua parola, l'avvocato della vita, chiude agli uomini ogni passata prospettiva di un appagamento finale, di un possesso definitivo di una conoscenza ultima delle cose e di un essere immutabile , eterno.
Per Zarathustra tali prospettive hanno perso valore: esprimono un'umanità decadente e malata.
Mi chiedete tutto ciò che è idiosincrasia nei filosofi?… Per esempio la loro mancanza di senso storico, il loro odio contro la rappresentazione stessa del divenire, il loro egitticismo. Essi credono di tributare un onore ad una cosa, quando la destoricizzano, sub specie aeterni-, quando di essa fanno una mummia.
Il filosofi che hanno cercato di cogliere l'essere non ci sono riusciti, sono riusciti soltanto a giustificare il loro insuccesso mortificando se stessi, sentendosi miserabili, creando un dio o un ordine del mondo e nello stesso tempo dimenticando di esserne stati i creatori. Tali filosofi furono in malafede, mancarono di "onestà":
Tutta la bellezza e la magnificenza che abbiamo prestato alle cose reali e immaginate, io voglio rivendicarla come proprietà e opera dell'uomo: come la sua più bella apologia.
L'uomo come poeta, pensatore, Dio, amore, forza; ammiriamo la sua regale generosità, con cui ha fatto dono alle cose per impoverire se stesso e sentirsi miserabile! Finora il suo maggior disinteresse fu questo, che egli ammirò e adorò e seppe nascondere a sé stesso che egli stesso aveva creato ciò che ammirava.
Bisogna restituire all'uomo una nuova umanità.
Zarathustra annuncia così un'umanità che sia slancio verso l'essere, non con la pretesa di coglierlo o dominarlo nella sua totalità.
Non c'è una meta predeterminata, uno scopo ultimo, una verità assoluta che possa appagare l'uomo una volte per tutte. Egli scopre in ogni verità ottenuta , in ogni scopo fissato , una fragilità essenziale. Una volta compresa e pensata fino in fondo tale fragilità come potrebbe di nuovo vivere? Ma come potrebbe ora , proprio ora , morire?
La scoperta dell'assurdo, dell'insensatezza, della scandalosa innocenza del vivere è la molla che lo spinge in uno streben a volere l'essere, a cercarlo infinite volte: ma questo è per lui un compito , appunto, infinito.
La scienza di Zarathustra rivela che non vi sono sicurezze, appagamenti ultimi e definitivi e che l'uomo che sa, l'uomo della conoscenza, è , realtà , un gaio sperimentatore.
In questo senso, la sua gaia scienza può considerarsi come platonismo rovesciato: il platonismo coglieva l'essere del sensibile, del mero apparire, il nichilismo nietzscheano sa che l'essere allora trovato era un mero apparire, pura illusione, un'illusione tuttavia necessaria alla vita del vivente.
C'era ,per dirla in altri termini, nel platonismo, una forma del contenuto: il nichilismo rivela invece un contenuto della forma, un contenuto umano, prospettico, in cui traspare la ricerca dell'essere, proprio perché non lo si possiede.
In verità gli uomini si sono dati tutto il loro bene e male. In verità non lo hanno preso, non lo hanno trovato, esso non è sceso loro come voce dal cielo.
Fu l'uomo a riporre valori nelle cose, per conservarsi - fu l'uomo a dare un senso alle cose, un senso umano!
L'eterno ritorno dell'uguale (Ritorna)
L'eterno ritorno dell'uguale è l'essenza della volontà di potenza.
Il suo ex-sistere è possibile solo se il suo "sistere" riveli la sua intima fragilità.
Cioè la volontà di potenza può essere solo e solamente se ogni cosa riveli la sua mancanza di senso e se questa mancanza di senso diventi insopportabile, insostenibile.
Ciò che ritorna costantemente è proprio questa vacuità si significato, di uno scopo ultimo, d'una verità eterna.
L'evidenziarsi di questo nulla fa exsistere un contromovimento: l'accadimento, l'attimo di questo evidenziarsi rende possibile e necessaria ogni potenza.
L'exsistere della volontà di potenza rivela un nulla non volentesi.
Tutto è nulla non volentesi, volontà di non volere il nulla, volontà di potenza.
Ma questa volontà di creare porta dietro con sé, il suo essere nulla: in ogni individuazione e costituzione di un essere c'è sempre qualche frattura che porterà al crollo d'ogni fondamento costituito.
L'"orror vacui" è l'intima essenza di ogni essenza costituita, che ritorna , che permane come origine e fondamento di ogni potenza.
La dottrina dell'eterno ritorno è poco chiara cosi come viene presentata nei testi.
Nella Gaia Scienza, nello Zarathustra e nei frammenti postumi, essa appare come qualcosa di estremamente enigmatico, mitico e anche quando essa viene esposta più sistematicamente suscita perplessità ed incomprensioni.
All'interno del pensiero nietzscheano essa può sembrare una contraddizione, una caduta di coerenza, ammettendo un eternità immutabile.
Espressioni come " eterno ritorno di tutte le cose, dell'identico", "ritorno di cose eterne" sono in forte contraddizione con il contenuto di scritti coevi.
Nietzsche non ha forse sempre negato ogni eterno?
Certamente. E sarà proprio il pensiero precedente e coevo alle formulazioni dell'eterno ritorno che può forse aiutarci a comprendere meglio tale concetto.
Nietzsche parla di un'eternità. Ma come ha sempre definito ogni eterno? Coerentemente, esso veniva considerato come qualcosa di insensato, di illusorio, creato dall'intelletto umano per conoscere, agire, imporsi: in sé era un nulla, una vuota finzione.
Ha sempre criticato la filosofia moderna, che ingenuamente poneva ancora qualcosa sub specie aeterni, di non saper vedere ogni cosa soggetta al divenire e di mancare di senso storico. Si consideri per esempio il seguente frammento relativo all'autunno del 1887:
Contro il valore di ciò che resta eternamente uguale ( vedi l'ingenuità di Spinoza e pure di Cartesio ), il valore di ciò che è più breve e transitorio, il seducente bagliore dorato sul ventre del serpente vita.
Eppure Nietzsche parla di ciò che eternamente ritorna come uguale e identico a se stesso.
Egli considera ciò che è eterno un insensato.
Ciò che ritorna è dunque l'insensato.
E se a ritornare è l'insensato ciò non può avere senso alcuno.
Ciò che ritorna è l'insensato insensatamente.
Ma ciò che non ha senso è l'origine del dar senso, l'insostenibile vuotezza che determina la necessità di porre valore, l'insensato ritorno dell'insensato è l'essenza di ogni porre e costituire un'essenza. E' essenzialmente una mancanza d'essenza.