L'estetica di Nietzsche


Tommaso Ariemma

L'ultima risorsa. L'estetica di Nietzsche.

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Introduzione

PARTE PRIMA:La verità dell'arte e l'arte della verità

1.L'anima dell'artista - 2.Una rigorosa scienza dell'arte - 3.La fragilità della perfezione - 4.Trascendenza e immanenza dell'arte - 5.La metafora dell'arte

PARTE SECONDA:La metafora dell'arte e l'arte della metafora

1.L'oscuro stile - 2.L'arte della metafora - 3.La natura nella metafora - 4.L'ultima risorsa -

 

 

Introduzione (Ritorna)

La ricerca che qui viene affrontata porta con sé il sottotitolo: l'"estetica di Nietzsche". Questa ricerca dice dell'arte, e dice dell'arte in un pensatore, la sua teoria estetica.

Si riducono una quantità di pensieri e si isolano quelli che ruotano intorno alla stessa cosa , allo stesso fuoco. Penetrati nel pensatore, come saccheggiatori, scartiamo, cerchiamo, come se conoscessimo già la strada. Ma noi non siamo di quegli interpreti che si spianano la strada, portando alte le loro bandiere. Da buoni viaggiatori seguiamo il testo, la sua scrittura, come se fosse l'unica guida affidabile. E non prendiamo un tema e ne scartiamo altri: seguiamo i luoghi consigliati dalla guida, ciò che è da vedere, ciò che è da pensare.

E' Nietzsche stesso che ci indica la strada:

Così questo libro è persino antipessimista: nel senso che insegna qualcosa che è più forte del pessimismo, più "divino" della verità. Nessuno, a quanto sembra, più dell'autore di questo libro sarebbe propenso a parlare seriamente a favore di una radicale negazione della vita: più che di un dire di no alla vita, di una reale azione negatrice della vita. Soltanto, egli sa - perché lo ha vissuto: forse non ha sperimentato nient'altro - che l'arte ha più valore della verità.

Già nella prefazione, in cui Richard Wagner viene come invitato al dialogo, compare questa confessione di fede, questo vangelo d'artista: "l'arte è il vero compito della vita, l'arte è la sua attività metafisica…"(La Volontà di Potenza, fr.853 )

Per Nietzsche l'arte ha , dunque, un'importanza decisiva. "L'arte vale più della verità": è questa infatti che fa la verità, che dà forza alla verità, che forza la verità.

L'arte, la teoria estetica di Nietzsche, è allora un tema prioritario per domandare di Nietzsche e con Nietzsche della sua filosofia e della filosofia - la sua fine, i suoi fini.

La "cosa" intorno a cui ruota questo saggio, questa risorsa, questo punto su cui scavare, per sapere, per provare a pensare, per provare un pensiero, testarlo, sarà dunque l'arte nel suo insieme, il suo enigma, e in che modo Nietzsche ne ha fatto esperienza. Solo comprendendo l'enigma dell'arte, solo partendo da questo "oscuro" il rapporto uomo-natura-verità diventa per noi visibile e trasparente, in un modo del tutto nuovo e diversamente problematico rispetto a come questo è stato inteso e determinato all'interno della tradizione della filosofia occidentale.

Seguendo il tema dell'arte non siamo, dunque, condotti solamente intorno ad un problema "estetico", ma nel cuore della strategia fondamentale del pensiero europeo, poiché il tentativo di Nietzsche sarà quello di "restaurare", di ricomporre i segni e le tracce occultate, per illuminare la strada dietro ogni pensiero, la scala di cui s'è servito per affermarsi e che è stata quasi fatta svanire.

 

 

 

 

Parte prima:

La verità dell'arte e l'arte della verità

 

 

 

L'anima dell'artista. (Ritorna)

 

"L'artista sa che la sua opera ottiene pieno effetto solo quando suscita la fede in un'improvvisazione, in una miracolosa istantaneità della nascita; e dunque seconda bene quest'illusione e introduce nell'arte quegli elementi di inquietudine entusiastica, di disordine brancolante alla ceca, si sogno vigile all'inizio della creazione, come mezzi di inganno, per disporre dell'anima dello spettatore o dell'ascoltatore in modo tale che essa creda all'improvviso scaturire dell'effetto. La scienza dell'arte deve, com'è naturale, opporsi nel modo più reciso a quest'illusione e additare i falsi giudizi e le cattive abitudini dell'intelletto, a cagione di cui esso cade nella rete dell'artista."

Nietzsche, Umano troppo umano

 

L'artista è un creatore di effetti, escogita trappole, cattura.

Il suo compito è quello di farci diventare di nuovo bambini, di insegnarci di nuovo a "vedere" con lo stesso stupore. Vuole farci vedere qualcosa che ha visto lui , prima, in privato, appartato e solo, al margine del mondo, afferrato violentemente dall'arte e da essa animato.

L'artista porta fuori, allora, ciò che accade al privato. Rende pubblico il privato. Ma il suo è un privato eccessivo e che eccede lo stesso privato per essere pubblico: qualcosa che vale la pena di vedere. "Sono questi i momenti delle illuminazioni improvvise, in cui l'uomo stende il suo braccio in atteggiamento imperioso, come per una creazione del mondo, attingendo luce da sé e diffondendola intorno a sé. In tali casi egli è penetrato e reso felice dalla certezza che quanto lo innalzò e lo rapì in tali lontananze, cioè l'altezza di questo sentimento unico, non deve essere rifiutato alla posterità."1

L'arte nel suo insieme, così com'è descritta da Nietzsche, è prometeica, non nel senso della rivolta al dio, non nel senso di un grande umanismo, ma nel senso del dono del divino.

L'arte dona il divino, l'eccessivo privato, lo dissemina, lo disperde, lo rende praticabile, esperibile. Per dirla con Rimbaud, "l'artista è un ladro di fuoco".

Ma questo fuoco non è un "lampo"2, ma qualcosa che divampa, dacché di sentiva appena: divampa, perché ha trovato nell'artista terreno fertile. L'arista ricrea l'improvviso. Ma quest'improvviso non va inteso come un assalto tempestoso, ma come qualcosa che suscita entusiasmo, che emerge e che si insinua in noi, lentamente accumulandosi, e che ad un certo punto esplode, improvvisamente.

L'improvviso ha un'oscura genesi, un'assurda "chimica di idee e di sentimenti".

L'estetica di Nietzsche ci invita a pensare l'arte e il fare artistico come un qualcosa di non puro, come donazione, restituzione, ricreazione, "recitazione", sforzo : l'artista ce la mette tutta, ci mette tutto il "suo": un quantum di contaminazione che gli vale il nome sull'opera. E' opera sua.

Indovina le strategie, lo stile, è un giocoliere, un funambolo, un creatore.

L'artista (ri)crea , allora, l'improvviso, il quadro, e con esso tutte le cose, dietro, dentro il quadro. Un genio, ma spietato, rigoroso, metodico. Un giocatore d'azzardo.

 

 

Una rigorosa scienza dell'arte (Ritorna)

 

Nietzsche ci invita ad analizzare lentamente l'opera d'arte, con rigore, affinchè non ci sfugga niente. Solo chi medita nietzschianamente vede nell'opera d'arte le conflittualità velate, lo sforzo, tutto un vivere e divenire che l'artista vela sapientemente, con l'illusione della perfezione e dell'inspirazione. Ma perché fa ciò l'artista? Per un guadagno di potenza, per aumentare la sua grandezza, ma soprattutto la sua irresponsabilità. Ciò conviene all'artista e al suo pubblico, che "gode" di questo effetto, giustificando allo stesso tempo la sua "impotenza" artistica. Ma , avverte Nietzsche, questa credenza ascetica può essere nociva per l'artista che finisce anche lui per crederci e dimenticare la fatica, il lavoro. L'artista perde così se stesso. E un opera d'arte senza l'artista è un'opera senza effetto.5

Insomma chi interpreta l'opera nietzschianamente, cioè secondo una rigorosa scienza dell'arte, non ne avverte l'incanto o l'intuizione geniale, ma ne coglie la caducità, l'interno intimo vissuto, umano troppo umano. Quasi un diario segreto. Quasi, perché l'opera è ormai altro dall'artista.6 Ma è anche l'artista. L'artista è fuso in essa, legato chimicamente, nell'elemento dell'opera d'arte. C'è tutto il "suo". Ma c'è altro, indicibile, enigmatico, oscuro, solo-da-sentire. C'è l'enigma dell'opera d'arte, l'illogico nel logico, l'invisibile nel visibile, ma la traccia dell'artista, il tratto , lo stile, è l'indiscussa "guida". Davvero, "ciò che resta del fuoco".

 

 

La fragilità della perfezione. (Ritorna)

 

"Tirate via da tutto questo, voi sobri, il fantasma e l'insieme degli ingredienti umani"

Nietzsche, La Gaia Scienza

 

La traccia (s)traccia l'opera , ne svela l'intima avventura, ne mostra la vulnerabilità, la fragilità, o , per usare un'espressione di Becker, "la frangibilità".

La traccia mette in crisi l'opera, mette in luce gli effetti, l'illusione della compiutezza, della stessa opera. Sottoposta a questa analisi, a questa critica, l'opera d'arte acquista un nuovo fascino, una superiore attrattiva7, svela un nuovo in-finito.

Essa si svela ,infatti, non finita, imperfetta, incompiuta, naufragio dell'avventura dell'artista, di ogni sua meta. L'artista non domina l'arte, l'opera d'arte. La verità dell'arte resta ,dunque, dell'arte. Bisogna essere onesti, dice Nietzsche, per restituire l'enigma, darne una visione, ma attraverso l'uomo, al di là dell'uomo. Non bisogna pertanto avere vergogna di se stessi , dell'uomo, dell'artista. Bisogna saperlo trovare - per liberarsene.

 

Trascendenza e immanenza dell'arte. (Ritorna)

 

"Perché vi sia arte, perché vi sia un qualche contemplare o agire estetico, a tal fine è necessario un presupposto fisiologico: l'ebbrezza. L'ebbrezza deve anzitutto aver potenziato l'eccitabilità dell'intera macchina: prima di ciò non si giunge a nessuna arte."

Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

 

L'artista dice di sì all'arte. Questo dire di sì è ciò che domina: è questo "corrispondere" la natura del fare artistico. Sì, la natura. E' questo il presupposto fisiologico dell'arte, la natura dell'arte, il suo principio, la capacità dell'arte. L'arte irrompe nell'anima dell'artista, anima l'artista, innesca una reazione, la sostiene - finché dura.

Tutta l'estetica di Nietzsche afferma una trascendenza dell'arte, dell'ebbrezza estetica in quanto principio e dominio, Ab-grund, dell'opera d'arte. Nello stesso tempo essa è nell'artista: è la sua "anima" ultima. L'arte investe l'artista e la sua opera, penetra nella sua carne, si attiva come un senso aggiunto, lo fa artista. L'artista, socraticamente , sa dell'arte e del suo enigma: il suo è uno "strano" avvertire. Ma il concetto di genio, l'illusione della perfezione, l'effetto del compiuto - tutto ciò che accresce la vanità dell'artista - sono teorie che riguardano solo un'artista malato.

 

 

La metafora dell'arte (Ritorna)

"Ogni verità è semplice". - Non è questa una doppia menzogna?-

Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

L'artista, e metaforicamente, il meta(ta)fisico, cioè colui che viene dopo ciò che gli è accaduto, in privato, per natura e fatalmente, usa se stesso, anzi lo "usura", fino a farlo svanire. Le sue mani, il suo lavoro sull'opera, nell'opera non sono presenti se non agli occhi di un osservatore rigoroso, sospettoso. L'opera è perfetta. Quasi nessuno vede un prima e un dopo.

E la verità? Se la verità fosse anch'essa un'opera d'arte? Di fatto, lo è. Un'opera finissima, un'operazione lenta, meditata, detta sempre da qualcuno. E questo "qualcuno" è il nostro artista. Lo stesso atteggiamento critico che si aveva nei confronti dell'opera d'arte, del genio, dell'improvviso, bisogna, adesso, esercitarlo verso la verità ( e soprattutto verso la verità in senso morale), poiché l'uomo vive artisticamente. La verità, come l'arte nel suo insieme, non è pura. E' ambigua, adombra strategicamente genesi, contraddizioni, conflitti insolubili, bisogni, eccessi.

Ma l'artista, il metafisico, chi dice la verità, dimentica ,sistematicamente, la sua compromissione, la sua contaminazione, i suoi bisogni, sostenuto da quella fede, umana, troppo umana, nell'elezione, nell'esclusivo, nel miracoloso. I potenti e gli impotenti sono vittime di questo culto, che nega l'evidenza, il proprio delle cose, l'effigie, il marchio- usurato.8

Nietzsche propone e tenta un atteggiamento "fenomenologico" e decostruttivo alla ricerca di quei presupposti infondati, di quelle assolutezze ingiustificate, di quelle logiche sorrette dall'illogico, che fanno pesante la vita , e la verità stessa: la rendono innaturale - morale .

Occorre una scienza rigorosa, propria di chi vuol davvero sapere: bisogna restituire il "proprio" della verità , le sue proprietà nascoste. Nietzsche è ,allora, un "restauratore". La sua arte, la sua strategia fondamentale, è un contromovimento, un recupero delle immagini usurate, delle prove occultate, del "proprio" dimenticato.

E' tempo di fare i conti con tutta una tradizione, oblio delle origini - umane, troppo , umane.

Nietzsche prepara un antidoto contro i "disturbi" della metafisica occidentale, affinché questa recuperi la memoria e il sospetto nell'analisi. Ma quest'antidoto sarà fatale per quelle tradizioni, per quei tradimenti, che proprio sulla dimenticanza e sull'ingenuità si reggevano.

Gli scritti di Nietzsche sono vere e proprie dichiarazioni di guerra9, casse di risonanza, rappresentazioni, ri-presentazioni, di ciò che , con cura e necessità, è stato messo a tacere. Grazie a questo silenzio, a questa repressione ( e rimozione) occulta, la tradizione occidentale ha guadagnato i suoi valori e la sua verità. Ma essa ha mentito10 e ha commesso errori11.Essa ha "creduto" ingenuamente nelle sue creazioni, nelle sue leggi , nelle sue verità, nella loro efficacia, scambiandola per la prova della loro assolutezza.

Per Nietzsche bisogna ritornare alle cose, alle cose stesse, nella loro carne, nella loro sensibilità , calunniata e svalutata, messa in ombra, fin dagli inizi della tradizione metafisica.

Si ha bisogno di una nuova arte12, fedele al sensibile, poiché è questa ,secondo Nietzsche, l'unica "cura" contro il nichilismo, estrema conseguenza di una verità de-sensibilizzata,13 contro natura, eccesso di volontà di potenza, di volontà di verità, che non riesce più a dare senso alle cose: è la malattia terminale di una tradizione filosofica e dei suoi eterni idoli. Le filosofie di Kant e Schopenhauer sono , per Nietzsche, gli evidenti sintomi di questa decadenza.

La metafisica occidentale ha scambiato il proprio dell'umano, ciò che era fin troppo umano, per l'altro dall'umano, per la vita nel suo insieme. Questa umanizzazione, ha rimosso se stessa, oscurando allo stesso tempo la vita e l'enigma del sensibile che questa rivela. Dobbiamo guardare a tutto come se fosse un'opera d'arte, restituendo il proprio dell'umano, dell'opera, dell'arte. Questo è il tentativo di Nietzsche.

Che cos'è, infatti, il suo detto più famoso - "Dio è morto!"- se non la volontà esplicita di liberarsi di Dio, uomo all'ennesima potenza, sommo artista?

 

 

 

Parte seconda:

La metafora dell'arte e l'arte della metafora

 

L'oscuro stile (Ritorna)

"L'andatura. C'è un certo stile dello spirito con cui anche grandi personalità tradiscono la loro origine plebea o semiplebea - soprattutto l'andatura e il passo dei loro pensieri ne costituiscono la spia: essi non sanno camminare.[…] E' qualcosa di risibile veder questi scrittori che fanno frusciare intorno a sé il drappeggio delle vesti alla moda: vogliono così nascondere i loro piedi."

Nietzsche, La Gaia Scienza

 

Lo stile, la tecnica, l'arte di un pensatore, filosofo o no, non è un che di superfluo, ma il luogo dei motivi oscuri che sottendono il senso ottenuto, l'effetto ottenuto. In ogni dire, il modo in cui si dice , resta non detto, eppure domina tutto il dire, finché si dice, finché l'effetto "regge".

Poiché se l'effetto cede, se perde valore , e si ha l'impressione che si parli senza senso, ecco che l'acuto, il rigoroso, lo spietato, il nietzschiano , coglie l'indizio, la traccia, "il marchio dell'artigiano", la sua natura , ancora visibile, ora visibile. Questa è la strategia di Nietzsche, lo stare all'erta, lo stare in allarme, il predisporsi ad ascoltarlo, ad avere orecchie per interderlo. Ma capita allora che si arriva troppo tardi, alla fine, quando l'artista è ormai un artista fallito, come l'artista-il pensatore romantico, già deriso al tempo di Nietzsche. Oppure si arriva troppo presto quando l'effetto dura ancora, vale ancora, con il rischio di essere presi per un folle, per via dell'acutezza e della grande sensibilità, con il rischio di diventare pro-feta. Il pensiero e la vita di Nietzsche sono, al caso, esemplari.

Insomma , il filosofo, il pensatore "rigoroso", non arriva mai in tempo, troppo presto, troppo tardi. Hegel docet.

 

L'arte - della metafora. (Ritorna)

 

"Originariamente la parola ousia non è un'<<espressione>> filosofica, come neppure la parola x ath goria sopra illustrata; la parola ousia è sta coniata come <<termine tecnico>> solo con Aristotele. Nel coniarla, Aristotele astrae dal contenuto della parola un aspetto decisivo che poi tiene fermo in modo univoco. Al tempo di Aristotele, e anche in seguito, la parola conserva contemporaneamente anche il significato usuale. In forza di questo significato, la parola vuol dire la casa e il podere, gli averi, i beni; noi parliamo anche di <<beni stabili>> , di << beni immobili>>, di cose che giacciono già davanti ."

Heidegger, Segnavia

" La metafora sarebbe il proprio dell'uomo. E più propriamente di ciascun uomo, in proporzione al genio - alla natura- che in lui domina. Che ne è di questa dominazione? E che vuol dire qui << il proprio dell'uomo>> dato che si tratta di un tale potere?"

Derrida, La mitologia bianca

 

Ma indaghiamo ulteriormente la questione dello stile, il "proprio" dell'arte, il suo principio.

Sulla linea di Nietzsche , sul suo sentiero, si muove un altro pensatore: Derrida.

La presa in esame di un suo celebre saggio, La mitologia bianca14, ci sembra arricchire, chiarire, approfondire, dare maggiore completezza di senso al nostro discorso sulla metafora dell'arte e sull'arte della metafora. Entrambi i pensatori hanno una posizione decisamente simile, soprattutto riguardo al rapporto tra la metafora, la sua tecnica e la filosofia: " la metafora viene incaricata di esprimere un'idea, di mettere fuori o rappresentare il contenuto di un pensiero che viene chiamato con naturalezza <<idea>> , come se ognuna di queste parole o di questi concetti non avesse una storia"15. La metafora è , per entrambi i pensatori, il luogo dove avviene una traduzione e un tradimento, una trasgressione, una contaminazione. Un'appropriazione indebita, continua. La metafora è un luogo esclusivo, veicolo privilegiato del concetto filosofico, garante dell'effetto. Ma questo luogo è "esclusivo" anche in un altro senso, in quanto, la metafora, esclude la sua origine, la cancella, "narcotizza" chi ne vuole svelare il segreto, poiché il nostro indagare si serve di metafore.

Metaforica è la natura della tradizione metafisica, il suo stile fondamentale, la sua "propria" arte.

Derrida definisce questa tradizione una "mitologia bianca": " La metafisica - mitologia bianca che concentra e riflette la cultura dell'Occidente: l'uomo bianco prende la sua propria mitologia, quella indoeuropea, il suo logos, cioè il mythos del suo idioma , per la forma universale di ciò che egli deve ancora voler chiamare Ragione[…] Mitologia bianca - la metafisica ha cancellato in se stessa la scena favolosa che l'ha prodotta e che tuttavia resta attiva, , irrequieta, inscritta in inchiostro bianco, disegno invisibile e nascosto nel palinsesto."16

Quest'uso della metafora nel testo filosofico domina ogni filosofia particolare, poiché la filosofia è l'arte della metafora. La metafora signoreggia sulla filosofia come una pratica furtiva che precede la teoria del pensatore, e la precede in quanto è proprio grazie ad essa che ogni teoria diviene possibile.

La metafora è l'opera d'arte fondamentale: c'è l'artista, la sua mano, il suo lavoro e ,legato ad esso, la sua natura e ciò che lo anima e lo fa artista. C'è la metafora e la metaforizzazione.

Si è individuato così il meccanismo e il "dispositivo" della filosofia. Ma, attenzione, anche questa è una metafora.

 

 

 

La natura della metafora (Ritorna)

 

 

"Come la mimesis, la metafora ritorna alla physis, alla sua verità e alla sua presenza. In essa la natura ritrova sempre la sua propria analogia, la sua propria somiglianza a sé e non si accresce che di se stessa. In essa la natura si dà. Ecco perché, d'altra parte, il potere metaforico è un dono naturale. In questo senso è dato a tutti […]Ma, secondo uno schema che abbiamo regolarmente constatato, la natura (si) dà più agli uni che agli altri . Più agli uomini che alle bestie, più ai filosofi che agli altri uomini. Poiché l'invenzione delle metafore è un dono innato, naturale, congenito, esso sarà anche un tratto di genio"

Derrida, La mitologia bianca

 

Uno scritto di Nietzsche , in particolare, Su verità e menzogna fuori del senso morale17, ci fa "vedere" chiaramente l'arte, l'agire della metafora. Essa è essenzialmente un finzione dell'intelletto, una funzione, una presa in giro, un inganno, una presa di posizione, un porre qualcosa su qualcos'altro, al suo posto. "Nell'uomo quest'arte della finzione giunge al suo apice: qui è l'inganno, la lusinga, la menzogna e la frode, il parlare-alle-spalle, la recitazione, il vivere nello splendore preso a prestito, il mascherarsi, la convenzione affettata, la sceneggiata davanti agli altri e davanti a se stessi; in breve, il continuo svolazzare di qua e di là intorno alla sola fiamma della vanità è a tal punto la regola e la legge, che quasi nulla è più incomprensibile di come possa prosperare tra gli uomini un impulso serio e puro per la verità"18

La verità è , infatti, per Nietzsche, una metafora, la più raffinata19, una finzione, una funzione, un gioco d'azzardo. La pura e semplice verità: è una menzogna. In quanto metafora, inganno, artificio, essa cela le sue origini, le sue relazioni scandalose. Essa cela ciò su cui poggia, ciò di cui si è servita per rivelarsi. Agisce una curiosa e assurda "legge" all'interno della verità, dell'impulso alla verità. Una legge celata dalla natura , dall'originario rapporto homo - natura , da questa ultima metafora. "Che cosa sa l'uomo propriamente di se stesso? Pure se sistemato in una vetrina illuminata, sarebbe egli in grado di percepirsi almeno una volta? La natura non gli tiene forse nascosta la maggior parte delle cose, perfino del suo corpo, per avvolgerlo e rinchiuderlo in una coscienza altezzosamente buffonesca, lontano dai contorcimenti delle viscere, dal rapido flusso della circolazione del sangue, dalle ingarbugliate vibrazioni di fibre! Essa ha gettato via la chiave: e guai alla fatale curiosità, che fosse in grado di guardare, attraverso una fessura, da fuori e da sotto, nella stanza della coscienza avendo in quel momento il presentimento, che l'uomo poggia su ciò che è spietato, avido, insaziabile, micidiale, nell'indifferenza del suo non sapere, quasi fosse in sogno, aggrappato sul dorso di una tigre. Da che parte dell'universo giunge a questa costellazione, l'impulso alla verità!"20

L'uomo ,e soprattutto il filosofo, abusa della metafora nella totale dimenticanza e ignoranza delle sue ragioni. La metafora stessa è un abuso, che arriva fino all'usura. Essa è qualcosa che si crea in un certo senso, in certe righe, ad un certo punto. Si crea - è vero. Ma coloro che hanno partecipato a questa creazione l'hanno dimenticato o l'hanno rimosso, ci sono passati sopra: del resto a loro interessava altro.

Il "dispositivo" della metafora lo si ignora così come si ignora ciò che scorre nel sangue, il suo elemento, le sue sostanze nutritive, che circolano, anche se nessuno ne è davvero al corrente, eppure circolano - nel loro elemento.

Ma il testo di Nietzsche ci dice di più , ci dà altre metafore.

Esso mostra l'enigmatico rapporto della metafora con il sensibile. Essa è ciò di cui le cose sensibili (il corpo con i suoi movimenti, le cose alla nostra portata, etc…) sono capaci: sono queste infatti che ne danno la possibilità. Ma questa è un'altra metafora. Ogni parola cela una metafora sia che essa sia viva, cioè visibile, sia che essa sia "morta", cioè "usurata", irrintracciabile, e che non sembra darsi come metafora. Ma ogni parola è costitutivamente , anche quando non lo è esplicitamente, una metafora. Ogni parola, infatti, sta al posto di qualcosa, sta al posto di una "cosa" ( e , perché no?, di una "casa"), di una quasi-cosa, di una cosa-per-così-dire. Ma il ragionamento continuerebbe all'infinito, poiché lo stesso ragionamento è dominato dalla metafora: parlando della metafora, usiamo metafore, esplicitamente o implicitamente.21

 

 

 

 

L'ultima risorsa (Ritorna)

"[…]un'estrema risorsa nella mani di chi non ha più altre armi"

" Ho dato all'umanità il libro più profondo che essa possegga, il mio Zarathustra: e tra breve le darò il libro più indipendente."

Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

 

La metafora è dunque, il principio della filosofia, e ,come diceva Aristotele, sui principi non si discute: il principio può essere solo mostrato e non dimostrato.

La metafora è la natura del senso della filosofia. E' la "casa" di chi è stato "sfrattato", qualcosa al posto di…, una protesi o un medicamento. Bisogna, allora, fare attenzione che la medicina sia buona, che sia efficace: ne va della nostra vita e della vita nel suo insieme. Ai filosofi non resta, dunque, che creare nuove metafore e di prendersene cura, analizzandone le proprietà, i rimandi impliciti, la natura, da buoni filologi, da buoni fisiologi.

Come l'artista, in quanto artista, il filosofo non è colui che domina le metafore, ma colui che ne dispone, nel senso in cui ha la disposizione della metafora , nel senso dell'essere disposto a fare metafore, a partecipare della metafora e del suo gioco, che rivela sempre l'infallibile fallibilità della ricerca di un suo senso originario.

Ma il filosofo è soprattutto colui che dispone della metafora, delle metafore, nel senso dell'avere tutto ciò come sua risorsa.

Quest'avere non è un avere nel senso dell'avere un oggetto in tasca o un asso nella manica.

Questo disporre è certo una risorsa, forse davvero l'ultima risorsa. Ma quest'avere è un appartenere, un sentirsi ( parte di) questa risorsa.

Che sia , allora, il filosofo, per l'umanità, l'ultima risorsa?