Cristian Fuschetto
Heidegger e il problema della metafisica
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La proposta filosofica di Heidegger è riassumibile nell’espressione Seinsfrage (questione dell’essere). Essa è il veicolo dei problemi posti dal suo pensiero. Tale questione può anche essere assunta come questione della tecnica. In questa paratassi si tratta di capire la relazione tra queste due espressioni, tra questi due problemi. Egli cerca la necessità di questa relazione; secondo Heidegger essa sussiste ma non è stata individuata: si tratta di saperla individuare e analizzare. Ciò è possibile attraverso lo studio di due fondamentali testi di Heidegger, ovvero Essere e Tempo e la Questione della tecnica.
Essere e tempo viene scritto nel 1927 e comincia con una citazione del sofista platonico : "E’ chiaro infatti che voi da tempo siete familiari con ciò che intendete quando usate l’espressione ‘essente’; anche noi credemmo un giorno di comprenderlo, ma ora siamo caduti nella perplessità".
Con questa citazione Heidegger vuole sottolineare l’attualità del problema dell’essere e quindi la necessità di approfondirlo dal momento che, come ai tempi di Platone, anche per noi la nozione di essere è solo apparentemente ovvia. Questa ovvietà ci induce a ritenere il problema dell’essere come un non-problema, come estraneo alla meditazione filosofica, comunque come qualcosa di astratto; Heidegger di fronte a tale estraneità non si pone con l’atteggiamento di un pensatore che vuole rifondare la metafisica mutandone radicalmente le strutture costitutive, dal momento che egli ritiene questo fatto – estraneità del problema dell’essere – non come accidentale ma come costitutivo del problema stesso.
Heidegger mostra chiaramente già in Essere e Tempo di voler attuare attraverso la propria ricerca una problematizzazione dei fondamenti della filosofia occidentale, che pensa l’essere sul modello della semplice presenza. Comunque egli non pensa di rompere con la tradizione filosofica rinnegandola sic et simpliciter; ciò perché essa fa parte del nostro modo e di pensare e di rappresentarci la realtà. Infatti Heidegger stesso avverte i pesanti condizionamenti della cultura filosofica occidentale irrigidita in un linguaggio che gli impedirà la conclusione della ricerca speculativa compiuta in Essere e Tempo.
Uno dei problemi che qui e nelle opere immediatamente successive vengono posti, è quello di analizzare il significato della metafisica nella sua evoluzione storica e di pensiero.
In Essere e Tempo il pensiero metafisico è considerato in quanto pensiero che pensa l’essere come semplice-presenza. Questo è un pensiero infondato, un pensiero che dimentica il problema essenziale degno di essere posto in questione. Ciò nonostante il termine metafisica sia in Essere e Tempo che negli scritti successivi ( fino a l’Essenza della Verità del 1930) viene considerato da Heidegger come quella dottrina che si pone il problema dell’essere oltre l’ente come tale.
Heidegger considera quindi la metafisica corrispondente al suo significato originario.
Il nome "Metafisica" vien dal greco t a m e t a ’ t a ’ j u s i k a ¢ . Questo strano titolo venne più tardi interpretato come indicazione del problema che va m e t a ’-trans- "al di sopra" dell’essente come tale. Metafisica è portare il problema "oltre e sopra" l’essente per trattenerlo in quanto tale e nella totalità e comprenderlo.1
Questa concezione della metafisica risulta chiara ponendo attenzione alla prolusione su Che cos’è la metafisica?, dove Heidegger esprime l’appartenenza della metafisica all’esserci dell’uomo.
Ed ecco che la Metafisica appartiene alla "natura dell’uomo". Essa non è una specie di filosofia per le scuole, né un campo di escogitazioni arbitrarie. La Metafisica è l’accadimento fondamentale nell’essere esistenziale. Essa è l’essere esistenziale stesso.2
Ciò è vero in quanto, come si evince da Essere e Tempo, la conoscenza dell’ente implica una pre-comprensione dell’essere dell’ente, ossia implica un trascendimento dell’ente da parte dell’esserci, che aprendosi all’essere va già sempre oltre l’ente come tale. In effetti Heidegger in Essere e Tempo espone una nuova concezione della conoscenza secondo cui essa non è più intesa come un andare di un soggetto verso un oggetto semplicemente presente (concezione cartesiana) né è intesa come l’interiorizzazione di un oggetto originariamente isolato da parte di un soggetto originariamente vuoto (concezione idealistica); essa è piuttosto intesa come l’articolazione di una comprensione originaria in cui le cose ci sono già sempre date. Questa articolazione è quella che Heidegger chiama "interpretazione". Quindi l’esserci è esso stesso rapporto con il mondo prima di qualsiasi distinzione tra soggetto ed oggetto. Tale tipo di conoscenza è l’elaborazione dell’originario nonché costitutivo rapporto con il mondo.
Successivamente, a partire dello scritto del 1935 Introduzione alla Metafisica, il termine Metafisica assume un significato marcatamente negativo. Infatti essa nel trascendere l’ente in direzione dell’essere è sempre andata incontro ad un errore: ha sempre ridotto l’essere alla semplice-presenza, all’ente. Per questo Heidegger considererà, a partire da questo momento, la metafisica come storia del pensiero occidentale che non sapendo adeguarsi alla trascendenza costitutiva dell’esserci ha ridotto l’essere sullo stesso piano dell’ente.
L’originario rapporto del comune carattere di trascendenza, dell’esserci rispetto all’ente e della metafisica rispetto agli enti in direzione dell’essere, si riflette nel fatto che, fin dall’alba del pensiero occidentale, la filosofia si pone il problema dell’essere dell’ente. Affrontando questo problema, però, il pensiero metafisico tende a risolverlo in modo banale ed errato: l’essere è pensato come ciò che accomuna tutti gli enti, come una sorta di concetto generalissimo ed astrattissimo che si può ricavare dalla semplice osservazione di ciò che tutti gli enti hanno in comune.
Siccome il significato ed il concetto di essere posseggono il più alto grado di generalità, la metafisica, in quanto "fisica", non può risalire più in alto, verso una determinazione più precisa. Non le resta così che una via: discendere dal generale al particolare. Così anche il vuoto del concetto di essere risulta riempito, dall’essente. Ma il proposito: "Lasciamo l’essere e rivolgiamoci all’essente particolare" finisce per mostrarci che la metafisica si prende gioco di sé senza saperlo.3
La metafisica , così, smarrisce il suo significato originario (m e t a -j u s i z ) e pensa l’essere sul modello dell’ente, cioè come semplice-presenza. Su questa via, inoltre, essa si occlude anche la stessa comprensione dell’ente.
Difatti, l’essente particolare, così spesso invocato, può solo aprircisi in quanto tale se noi comprendiamo già in precedenza l’essere nella sua essenza.4
La metafisica, dunque, facendo questione dell’essere si è rivolta erroneamente all’ente, diventando così sinonimo di oblio dell’essere, Seinsvergessenheit. Esso viene a costituire l’essenza stessa della metafisica. Heidegger chiarisce la intrinseca connessione tra metafisica e oblio dell’essere ne L’essenza del fondamento, scritto del 1929, dove parte dall’analisi del principio di ragion sufficiente, formulato esplicitamente da Leibniz, ma che percorre tutta la storia della metafisica come principio di causalità. In base a questo principio ogni ente ha un suo fondamento, cosicché la vera conoscenza dell’ente è quella che ne risale al fondamento, alla causa.
Alla luce di Essere e Tempo questo principio non può più essere fatto valere dal momento che la sua validità implica la sua derivazione da un qualche carattere dell’essere inteso come semplicemente presente, come qualcosa di dato. Ma se gli enti acquistano di significato solo nell’ambito della prospettiva progettuale dell’esserci, la validità del principio di ragion sufficiente troverà giustificazione soltanto facendo riferimento all’esserci stesso, che in quanto si progetta apre il mondo e aprendo il mondo permette all’ente che gli si presenta di esser presente; cioè, solo nel progetto dell’esserci
Gli enti si concatenano tra di loro nella forma della giustificazione o fondazione.5
L’esserci stesso è dunque il "fondamento", in quanto comprende l’essere più originariamente che l’ente; apre cioè una prospettiva progettuale nel quale gli enti prendono significato. La conoscenza dell’ente (verità ontica) presuppone la comprensione dell’essere (verità ontologica).Heidegger comunque elimina ogni possibile equivoco che potrebbe scaturire dall’interpretazione dell’esserci come fondamento ultimo; in questo caso infatti l’esserci verrebbe a consistere in una semplice-presenza insuperabile che, in quanto tale, è in qualche modo presenza totale:
il Summum Ens che come causa sui offre la fondazione ad ogni essente come tale.
Dunque l’esserci nella sua costitutiva trascendenza nei confronti con l’ente è fondamento (Grund) solo come assenza di fondamento (Ab-grund).
Nella premessa scritta nel 1949 all’ Essenza del fondamento parlando della differenza ontologica Heidegger dà conferma di tale impostazione. Infatti come dice Vattimo,
la differenza ontologica […] è quella per cui l’essere si distingue dall’ente, e lo trascende, essendo la luce entro cui l’ente si fa visibile.
La metafisica non considerando nella sua essenzialità tale questione oblia l’essere. L’essenza della metafisica come oblio dell’essere si esprime in tutta la sua pienezza nell’elaborazione della domanda:
Perché, infine, l’essente e non piuttosto il niente?
Nel momento in cui questo niente altro viene ripudiato dalla Scienza e dalla Metafisica si pone il problema di sapere cosa esso sia: ci si impone la domanda sul niente.
Ma ora prestiamo particolare attenzione a quanto segue: domandandoci su cosa sia il niente noi accertiamo che il niente è qualche cosa, e cioè un essente; ma il niente è tutt’altro che un essente. Il domandarsi sul niente, dunque, in questi termini, non ha senso. La Logica col suo principio di non contraddizione sopprime la stessa questionabilità del niente. Secondo i suoi parametri possiamo pensare a questo niente come la capacità dell’intelletto di dire no ad una parte dell’ente per inquadrarne un’altra. Accettando questa concezione, il niente in quanto tale non esiste ma esiste solo la capacità umana di dire no e di distinguere una cosa dall’altra. Ma ci chiediamo se questa capacità di dire no sia, in effetti, determinata dal niente; in altri termini:
C’è il niente soltanto perché c’è il non, ossia la negazione? O viceversa: c’è la negazione e il non, soltanto perché c’è il niente? […] Noi affermiamo: il niente è più originario del non e della negazione.
Se il niente "c’è" e se al niente non possiamo avere accesso tramite la Logica, e quindi tramite la conoscenza, come possiamo fare questione sul niente?
L’uomo che ha accesso al niente non può essere né l’uomo che conosce gli enti, né l’animal rationale, perché l’uomo che conosce gli enti è l’uomo di scienza, l’animal rationale – l’uomo che conosce la totalità degli enti – è il metafisico.
Rispetto a tale questione l’uomo di scienza e l’uomo metafisico non si differenziano: entrambi non si pongono il problema del niente. Da essi tale problema non viene mai esperito come oggetto di conoscenza positiva.
Il pensiero scientifico ha trascurato il niente come mero non-essente.
Il pensiero metafisico riducendo l’essere alla totalità degli enti non ha oltrepassato l’orizzonte della totalità nella sua esistentività. In altri termini, esso ha inquadrato l’essere nell’ambito della totalità degli enti: nomina l’essere e intende l’essente in quanto tale.
In Che cos’è la Metafisica? l’esplicita connessione del problema del nulla con il problema dell’essere emerge chiaramente.
Il nulla non è un oggetto, né in generale un essente; esso non si presenta per sé, né accanto all’essente, al quale pure inerisce. Il nulla è la condizione che fa possibile la rivelazione dell’essente come tale per l’essere esistenziale dell’uomo. Il nulla non dà soltanto il concetto opposto a quello di essente, ma appartiene originariamente all’essenza dell’essere stesso.
Alla luce della connessione essere-nulla diviene chiaro che il pensiero metafisico è quel pensiero che pur considerando l’essere lo oblia subito e, inquadrandolo come semplice-presenza, si limita alla considerazione dell’ente. In altri termini, venendo meno la connessione essere-nulla
l’essere viene immediatamente identificato con l’ente come presenza, effettività, realtà. Ogni fondazione metafisica si limita a cercare un ente su cui fondare gli altri, senza accorgersi che anche per questo ente primo o ultimo si ripropone interamente il problema dell’essere.
Pertanto non elaborando il problema del nulla la metafisica non elabora sufficientemente neppure il problema dell’essere, in quanto l’essere per essa diventa una nozione ovvia, un non-problema. Qui sta l’oblio dell’essere.
Sulla base dello scritto Introduzione alla Metafisica risulta chiaro inoltre che l’oblio dell’essere non è qualcosa che dipenda da noi ma è qualcosa di costitutivo al nostro esserci; esso è uno stato della nostra esistenza, qualcosa che ci costituisce in rapporto all’essere. Più esplicitamente possiamo dire che esso non dipende da un atto dell’esserci né è, ovviamente, un fatto dell’ente: l’oblio dell’essere dipende dall’essenza stessa della verità, o, più in generale dall’essere.
Ora, basandoci proprio sul concetto di verità, possiamo ricostruire nelle sue linee essenziali la storia della metafisica.
In senso etimologico a -l h q e i a (verità) vuol dire non-ascosità; ciò implica che all’origine del pensiero greco emergeva ancora una intrinseca connessione tra ascosità e non-ascosità o, in altri termini, tra verità e una non-verità più originaria. Però già da subito lo stesso pensiero greco perde di vista la stretta connessione tra questi due concetti. Già in Platone, infatti, il vero è identificato nell’i d e a , cioè nell’ente in quanto percepibile all’intelletto (la stessa etimologia del termine i d e a indica chiaramente il suo rapporto con il percepire, il vedere: la radice del termine i d e a è i d , che è la stessa del verbo w r a w che significa, appunto, vedere). E’ chiaro allora che ciò che conta qui nella verità è ormai l’apparire; l’ascosità da cui esso viene è dimenticata. Lo sviluppo del pensiero in questo senso trova conferma nella Metafisica di Aristotele, dove egli concepisce l’essere in due sensi: come e i d o z , cioè come essenza, e come o u s i a , cioè come esistenza effettiva. Quest’ultima viene da lui definita anche come e n e r g e i a e cioè essere in atto; ed è proprio ad essa che Aristotele riconduce in senso primario l’essere e non all’e i d o z . Proprio per questo la concezione aristotelica dell’essere altro non è se non un ulteriore passo verso la sempre più completa identificazione dell’essere con la semplice-presenza.
Le concezioni dell’essere come i d e a e come e n e r g e i a raggingono il loro completo sviluppo con Cartesio. Infatti se è vero, e quindi indubitabile, solo quel che ci si presenta come idea chiara e distinta allora l’essere vero acquista come suo carattere fondamentale quello della certezza.
[…] tutte le volte che nei giudizi che si devono portare io trattengo la volontà in modo che essa si estenda soltanto a quelle cose che le sono esibite chiaramente e distintamente dall’intelletto non può affatto accadere che io erri, perché ogni percezione chiara e distinta è senza dubbio qualcosa, e di conseguenza non può provenire dal nulla, ma ha necessariamente Dio per autore, quel Dio, dico, sommamente perfetto, cui ripugna di essere fallace; e quindi è senza dubbio vera. […] la perseguirò certamente (la verità), se baderò con sufficiente attenzione soltanto a tutte quelle cose che intendo perfettamente, e le distinguerò da tutte le altre, che apprendo con maggiore confusione e con maggiore oscurità.
Dal primato della soggettività deriva la concezione della realtà come mera oggettività o, come la chiamerà Heidegger nel saggio in Saggi e Discorsi, mera "oggettità" (Gegenstand).
L’oggetto (gegenstand) nel senso di ob-ietto si dà solo quando l’uomo diventa soggetto, quando il soggetto diventa io e l’io diventa ego cogito, solo quando questo cogitare viene concepito nella sua essenza come "unità originariamente sintetica dell’appercezione trascendentale", solo quando il punto supremo della "logica" è raggiunto (nella verità come certezza dell’ "io penso"). Solo qui si svela l’essenza dell’oggetto nella sua oggettità. Solo qui diventa in seguito possibile e inevitabile concepire l’oggettità stessa come il "nuovo oggetto vero" e di pensarlo fino all’incondizionatezza.
Tutto ciò significa ridurre la realtà al soggetto; questa è una presa di possesso: si riconduce l’essere come semplice-presenza alla volontà del soggetto.
L’originaria connessione tra verità e non-verità, velatezza e dis-velatezza, ascosità e non-ascosità, è ormai completamente dimenticata, obliata.
Ora, come abbiamo già rilevato, l’oblio dell’essere costituisce l’essenza della metafisica; ma noi possiamo conoscerne l’essenza solo in quanto essa si scopre, e tale "scoperta" si identifica con la fine della metafisica. Cioè: la metafisica è oblio dell’essere; quando questo oblio viene riconosciuto in quanto tale è chiaro che ci si trova nello stato di ricordare ciò che è stato obliato: si va oltre tale oblio, e quindi si va oltre la metafisica, che giunge così alla sua fine.
Secondo Heidegger il pensatore in cui il compimento della metafisica viene in piena luce è Nietzsche. Essa si compie in Nietzsche giacché egli stesso si presenta come il primo pensatore nichilista, e l’essenza del nichilismo coincide con l’essenza della metafisica.
L’essenza del nichilismo è la storia in cui dell’essere non è più nulla.
Ma questa storia è la storia della metafisica in quanto progressivo ed ineludibile oblio dell’essere. Alla riduzione dell’essere come volontà del soggetto corrisponde pienamente la tecnica moderna, che inquadra la totalità degli enti nella forma della organizzazione totale.
Come i Romani e gli Etruschi dividevano il cielo in rigide linee matematiche e, in uno spazio delimitato da tali misure come in un templum, relegavano un dio, così ogni popolo ha sopra di sé un tale cielo di concetti matematicamente sezionato e, sotto la rivendicazione della verità, comprende che ogni divinità concettuale va cercata nella sua sfera. Si può ben ammirare qui l’uomo come un potente genio costruttore, ….
Nell’era della tecnica moderna l’uomo trova la piena realizzazione di sé in quanto "genio costruttore". La tecnica compie l’ultimo passo verso l’oblio di ogni residuale differenza ontologica tra realtà vera e realtà empirica. L’organizzazione totale a cui essa aspira si realizza nella pratica e non rimane più ad un livello puramente teorico, come era nei sistemi idealistici dell’ottocento, dove tale differenza sussisteva poiché rimaneva distinguibile una realtà empirica (realtà delle cose) e una realtà vera (quella del sistema filosofico). Venuta meno questa pur residuale differenza, dell’essere non è più nulla – essenza nichilistica della metafisica – non ci sono che gli enti.
La filosofia diviene scienza empirica dell’uomo, di tutto ciò che per l’uomo può divenire oggetto esperibile della sua tecnica, tramite cui egli si installa nel mondo modificandolo secondo le molteplici maniere del lavoro con cui gli dà forma. Tutto ciò si compie dappertutto sulla base e secondo le norme dell’esplorazione e dello sfruttamento scientifico dei singoli settori dell’essente.
Il pensiero filosofico smarrendosi nell’essente perde ogni possibilità di permeare lo spazio dell’essere, e così anche la libertà di meditazione e di riflessione. Tale pensiero si assimila al metodo condizionante-manipolante della scienza, incanalato in percorsi definiti ed oggettivi, trascurando il senso originario del termine metodo (m e t a ’ - o d o z e cioè oltre il percorso) che gli era proprio.
Il pensiero che vuole liberarsi dal carattere organizzativo e schematizzante che segna il pensiero metafisico giunto a compimento deve riflettere su se stesso e diventare meditazione.
Ma il messaggio confortante del viottolo* parla soltanto finché gli uomini nati nella sua luce hanno il potere di intenderlo. Essi sono soggetti alla loro origine ma non schiavi della macchinazione. L’uomo è vano si prova attraverso i suoi piani di imporre al Globo un ordine, se egli stesso non è subordinato al messaggio de viottolo. E’ in agguato il pericolo che gli uomini d’oggi rimangano sordi al suo linguaggio. Ormai ascoltano il rumore delle macchine che sono sul punto di prendere per la voce di Dio.
Concludiamo con dei versi di Poe dedicati alla scienza, nei quali, secondo noi, il poeta può essere considerato come l’uomo che vuole fare della sua ricerca meditazione.
Scienza! Vera figlia del Tempo antico!/Che coi tuoi penetranti occhi tutto muti./
/Perché tanto devasti il cuore del poeta,/Avvoltoio, cui tediose realtà son le tue ali?