Tommaso Ariemma
Tempo della scienza e tempo dell'esserci in Heidegger
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Parte preparatoria:
Heidegger e "l'orologio"
Vedo che sull'orologio sono le undici di sera. Dov'è qui il tempo? Sta nell'orologio? Si dice: il tempo viene esperito nel movimento delle lancette dell'orologio. Ma com'è allora, se l'orologio si è arrestato? Anche in tal caso, con l'arrestarsi dell'orologio, il tempo non è affatto svanito. Solo, non posso dire più che ora è.
M.Heidegger
1. L'essenza della scienza moderna nel pensiero di Heidegger
Come quello dell'ultimo Husserl e di Merleau-Ponty, il pensiero heideggeriano, circa l'essenza della scienza moderna e delle sue strategie, è volto a mettere in luce ciò che essa, nonostante i suoi successi, non è in grado di fare e di comprendere.
La scienza non cerca di capire il suo "ancoraggio", né tuttavia potrebbe. E' una sua deficienza costitutiva. Essa, nel suo atteggiamento fondamentale, "sorvola", è già di colpo sulla cosa, sul suo oggetto e non illumina ciò che rende possibile il fenomeno dell'ente particolare che essa studia.
Scrive Heidegger:<<Ogni fenomeno che pretenda di valere come fenomeno naturale dev'essere anticipatamente determinato come quantità di movimento spazio-temporale. Questa determinazione ha luogo con la misurazione mediante il numero e il calcolo>>.
La spazialità e la temporalità sono per la scienza l'inaggirabile, la sua condizione necessaria affinché ogni fenomeno possa essere rappresentato, misurato e calcolato.
Ma dal sapere che cosa sia lo spazio e il tempo essa si allontana misteriosamente. E' per la scienza oscuro e non da pensare.
Si evidenzierà, in particolare, il suo rapporto col il tempo e quel meditare che può dire cosa il tempo sia.
2. Il tempo della scienza
Secondo Heidegger, la scienza non può dirci che cos'è il tempo.
Essa si interroga sulla sua misurazione: nell'atteggiamento scientifico naturale il tempo è un che di misurato e da misurare. La scienza "tiene conto" del tempo. E il suo domandare circa il tempo diviene la questione di "come" tenerne conto e in rapporto a che cosa.
L'atteggiamento scientifico-naturale dice nell'esperienza quotidiana:<< Ora sono le 10>>. Mediante uno strumento, l'orologio, si misura l'"ora", l'"adesso".
Ma la scienza ignora cosa sia l'"ora" e l'"adesso".
In ogni sua misurazione il tempo stesso, il suo fenomeno, deve essere già dato, assunto e accettato, presupposto.
Heidegger vuole così sottolineare che esso è già in qualche modo noto all'uomo, prima che questi voglia misurarlo, e che l'esistenza umana sta in un enigmatico rapporto con il tempo.
In un ciclo di seminari, a Zollikon nel 1965, con un pubblico di medici, analisti e psichiatri, Heidegger avvia la problematizzazione del tempo e del suo rapporto con l'uomo riflettendo sull'orologio.
Come cosa d'uso, essa ha la strana proprietà di "andare", le sue lancette compiono un movimento che ritorna regolarmente e così facendo intersecano delle cifre. Per noi esso è un "cronometro", misura il tempo, attraverso di esso si fa l'esperienza del tempo.
A questo punto Heidegger fa vari esempi. Uno di questi è particolarmente importante:<<Poniamo il caso che con un orologio giungiamo nella foresta vergine da un appartenente alla tribù negra, che non ha mai visto un orologio, e gli mostriamo questa cosa. Vedendone il movimento, egli penserà che questa cosa sia viva. Per lui questa cosa non è un orologio, un cronometro. Certo ciò non significa che a quest'uomo sia estraneo il rapporto con il tempo.>>
Anzi, l'uomo dice spesso "ora" senza l'orologio. "Dico , per esempio:<< Il dr.H. ora fuma>>. Quando guardo sull'orologio, lo "ora" è solo un'aggiunta? Possiamo leggere il tempo sull'orologio senza dire "ora"? L'indicazione della posizione in cui la lancetta esattamente si trova, in sé non è ancora una lettura del tempo. Quale rapporto sussiste tra la constatazione della posizione delle lancette e il dire-ora? Il dire-ora fonda l'indicazione della posizione delle lancette in quanto constatazione di un punto temporale"
Ma l'uomo dice il tempo non solo dicendo "ora". "Anche se dico:<<poco fa erano le ore tali>>, nomino il tempo. Verso dove parlo con "poco fa"? Parlo a ritroso nel passato. E quando dico: << tra venti minuti saranno le nove e mezza>>, mi rivolgo con la parola a qualcosa che è in arrivo. Parlo anticipatamente nel futuro. Così, come se questo fosso ovvio, anche nell'uso dell'orologio, noi non diciamo solo "ora" bensì, con il "poco fa" e il "subito"(non appena), parliamo in diverse direzioni del tempo.[...]Accanto allo ora, allora, poi, determinati numericamente secondo l'ora dell'orologio, posso dire anche: oggi, ieri, domani."
Facendo così noi determiniamo il tempo nei tre modi diversi in cui se ne può parlare. Nominiamo il presente(ora,oggi), il passato(ieri, poco fa), il futuro(domani, tra poco), ma , avverte Heidegger, tali determinazioni, anche se più originarie di quelle dell'orologio, non sono in grado di darci il tempo stesso e in quanto tale.
Ogni determinazione è possibile solo grazie al darsi del tempo: ogni misurare il tempo è possibile solo se si "ha" il tempo, se si sia dato qualcosa come tempo.
Ma che cos'è il tempo? E qual è il senso di questo darsi del tempo?
L'uomo ha il tempo. Può determinarlo riducendolo ad una mera serie di "ora", eppure gli sfugge la comprensione del fenomeno del tempo e il senso dell'avere-tempo.
Si ha il tempo nello stesso modo in cui si ha una cosa? "L'avere, nell'avere-tempo, non è un rapporto indifferente con il tempo in quanto oggetto. E' piuttosto, l'elemento temporale, in quanto in esso si temporalizza[zeitigt] ciò che chiamiamo il soggiornare[Aufenthalt] dell'uomo. Questo è caratterizzato dal fatto che in esso, cooriginariamente, ma non nella stessa misura, si dà ciò che viene verso di noi, ciò che è presente [gegenwartig] e ciò che è già passato. Questo triplice temporalizzarsi del soggiornare produce sempre un tempo per qualcosa, ha da assegnare un tale tempo, da assegnare il poi, lo ora , il prima, con cui noi facciamo i conti col tempo."
Il tempo non è un oggetto. Heidegger mostra dunque agli scienziati, nel corso dei seminari, come la considerazione scientifica dell'"avere" precluda la comprensione dell'enigmatico rapporto dell'uomo con il tempo. Nell'analisi fenomenologica heideggeriana questo "avere-tempo" viene ad essere considerato come un "essere-il-tempo". "Nell'avere-tempo per qualcosa sono rivolto al per-cui [Wofur], a ciò che è da fare, a ciò che è imminente. Sono in attesa [gewartig] di esso, epperò lo sono in modo tale che, in uno con ciò, permango ancora presso ciò che mi è direttamente presente [gegenwartig], ciò a cui presentemente-attendo [gegenwartige], laddove inoltre, espressamente inteso o non, nel contempo serbo [behalte] ciò che poco fa e precedentemente mi occupava. Il tempo, che ho in questo caso, lo ho in modo che sono essente-in-attesa-di [gewartgend], essente-in-presenza-di [gegenwartigend], serbante [behalten]. Questo triplice modo, in cui io sono, è l'avere il tempo per questa e quella cosa. Questo avere, cioè l'essere-in-attesa-di, essere-in-presenza-di, serbare, è l'elemento temporale[Zeithafte] autentico"
L'affermazione heideggeriana ripropone il motivo di fondo del suo pensiero e centrale nella sua prima grande opera "Essere e Tempo": il rapporto dell'uomo con il tempo svela la temporalità come senso del suo essere e l'implicazione reciproca di essere e tempo.
Parte principale:
Il tempo come l'essere nel quale
l'esserci puo' essere la sua totalità
1.Perché il tempo? Primato del problema del temporalità.
Come è stato già detto, il pensiero heideggeriano indaga primariamente l'odierna crisi delle scienze. Fin dal 1925 e ancor prima, infatti, nelle lezioni che precedono la stesura definitiva e compiuta di Essere e Tempo, Heidegger rifletteva sul rapporto fondamentale delle scienze con le cose da esse interrogate e del suo divenire problematico, oscuro. Occorreva una riflessione preliminare sul loro senso e sulla loro struttura di fondo, un'esperienza originaria del loro fondamento.
Occorreva perciò indagare quell'orizzonte originario grazie al quale ogni scienza è possibile.
Ogni scienza ha a che fare con questo orizzonte, che si rivela essere il tempo.
Le scienze della storia e della natura stanno infatti nel tempo e la sua misurazione è una condizione indispensabile per la determinazione del loro oggetto. Accanto a queste scienze che indagano la realtà temporale, vi sono la matematica che indaga entità extratemporali e la metafisica e la teologia che indagano entità sovratemporali.
Il tempo è , dunque, in generale, un "indice", che determina la loro rispettiva regione d'indagine e si rivela essere, per tutte, qualcosa di "inaggirabile".
L'indagine circa il tempo sarà allora quel filo conduttore grazie al quale si potrà sapere di quel fondamento oscuro e problematico che regge le scienze e soprattutto l'esserci umano "poiché le scienze stesse non sono altro se non possibilità concrete dell'esserci umano di pronunciarsi riguardo al suo mondo, al mondo cioè in cui si trova, e riguardo a se stesso."
2.L'originario, l'autentico, lo straordinario: l'analisi fenomenologica.
Si tratta ora per Heidegger di tematizzare e di accedere a quell'orizzonte, nel quale le scienze si innestano senza illuminarlo, prima dell'elaborazione scientifica.
Occorre un domandare che si rapporti al tempo non in maniera oggettivante, un domandare che consista nell'afferramento di questo fondo originario in modo essenziale e totalizzante e cioè nella sua autenticità. L'atteggiamento quotidiano e scientifico risultano dunque essere uno "scadimento", un'esperienza derivata e minima di un'esperienza più ricca e originaria, stra-ordinaria, ma che rimane già sempre trascurata e non resa comprensibile.
Il metodo per accedere all'autentica esperienza vissuta del tempo sarà quello fenomenologico.
Heidegger, in accordo con il suo maestro Husserl, definiva, infatti, la fenomenologia come una scienza originaria pre-teoretica. Per lui "la fenomenologia ha il compito di rendere comprensibili i territori cosali prima dell'elaborazione scientifica e rendere comprensibile quest'ultima solo su questo fondamento."
L'analisi autentica circa la temporalità non potrà essere che fenomenologica, e pertanto autenticamente filosofica. Occorrerà osservare il fenomeno del tempo per come si presenta immediatamente e originariamente, tutto d'un colpo nella sua totalità e pienezza.
3.L'esistenza e il possibile
L'esserci umano ha a che fare con il tempo, ad esso è intimamente legato. Ma il loro legame analizzato nella parte preparatoria mostrava come l'esserci si rapportava al tempo quotidianamente.
Tale "scadimento" dell'esperienza del fenomeno del tempo lasciava nell'oscurità una comprensione di tale fenomeno nella sua totalità.
Occorre , secondo Heidegger, accedere all'esserci in maniera essenziale e originaria per indagare il rapporto che l'esserci nella sua essenza originaria ha con il tempo , per ricavarne un'essenza di quest'ultimo originaria e autentica.
"L'essenza dell'Esserci consiste nella sua esistenza" , afferma Heidegger in Essere e Tempo.
Esistenza non nel senso di una semplice-presenza, statica, inerte, ma come potere essere per cui ne va sempre del suo essere e che finchè esiste "ha sempre ancora qualcosa da essere".
L'esserci cioè è le sue possibilità, è sempre in vista di qualcosa da essere e pertanto è sempre "avanti a sé". L'esserci è in rapporto con il possibile nel modo dell'anticipazione e del precorrere le sue possibilità. L'esserci è sempre in attesa della realizzazione delle sue possibilità. Ma l'essere-possibile si svela nella sua totalità e autenticità solo nel fenomeno della morte intesa come estrema possibilità per l'esserci di rivelarsi in se stesso e in quanto tale. "L'autenticità dell'esserci è ciò che costituisce la sua possibilità d'essere estrema.[…] La fine del mio esserci, la mia morte, non è qualcosa per cui ad un certo momento un decorso continuo di colpo si arresta, bensì una possibilità di cui in ogni caso l'esserci sa: è l'estrema possibilità di se stesso, che egli può cogliere e fare propria come imminente. L'esserci ha in sé la possibilità di incontrare la propria morte come l'estrema possibilità di se stesso"
4.Muoio dunque sono: il tempo, il "come" e la possibilità di morire.
Ma cosa c'entra tutto questo con l'afferramento del fenomeno del tempo nella sua autenticità?
L'esserci ha come sua possibilità estrema la sua morte. L'esserci "sa" di questa possibilità già prima di morire. Può eluderla, indietreggiare di fronte ad essa, ma la morte resta per lui una possibilità certa e tuttavia indeterminata. Si sa che si morirà certamente ma non si sa né quando né in che modo. Ma questo "non esserci più" che accade e che incombe sull'esistenza umana non è un semplice fatto che avviene e che può modificarmi. Tale possibilità sigilla tutto il mio essere, lo rivela come solamente mio, perché sarà la mia morte e mai quella di un altro. L'essere mio, nella sua modalità irriducibile, nella sua "forma" autentica e compiuta, nel suo "come", diviene finalmente visibile. Nell'esperienza quotidiana si è l'uno con l'altro, dove nessuno è mai veramente se stesso. L'affaccendarsi, il preoccuparsi riguardo al "che cosa" si ha da fare e di cui ci si deve prendere cura di volta in volta non rivela il mio essere irriducibile e "mio", per cui io posso dire "io sono" e non sono mai l'altro.
Solo il morire rimette ogni contenuto della mia esistenza nella sua forma, solo esso rimette ogni "che cosa" nel suo "come". Muoio dunque sono.
Ma si domanda ancora: cosa c'entra tutto questo con il tempo?
L'uomo nel suo esistere corre incontro alla propria morte e per tutto il suo esistere sa di questa incombenza e si mantiene in questo precorrere. "Questo precorrere non è altro che il futuro unico e autentico del proprio esserci. Nel precorrere l'esserci è il suo futuro, e precisamente in modo da ritornare, in questo essere futuro, sul suo passato e sul suo presente. L'esserci compreso nella sua estrema possibilità d'essere, è il tempo stesso e non è nel tempo."
Così considerato, il rapporto che ho con il tempo non si rivela essere una semplice misurazione di questo. Fenomeno fondamentale del tempo si rivela essere il futuro, il progettarsi l'essere "avanti a sé" dell'esserci umano.
La concezione ordinaria del tempo, invece, considera la temporalità come una successione di "ora" e questa successione è caratterizzata dalla irreversibilità degli "ora" e dalla omogeneizzazione di questi istanti. Il tempo viene ad essere così illimitato e inafferrabile. Ed ogni dimensione del tempo(passato, futuro) viene ricondotta al presente degli "ora". "In tal caso il tempo è già sempre interpretato come presente, il passato come non-più-presente, il futuro come non-ancora-presente indeterminato: il passato è irrecuperabile, il futuro indeterminato."
L'interpretazione ordinaria del tempo risulta essere uno "scadimento" , un'esperienza ridotta della temporalità, in cui il fenomeno del tempo viene ricondotto alla sua quantificazione presente.
Ma ogni determinazione del presente rientra nel "come", nel mio essere totale che si progetta e che porta con sé il passato come qualcosa a cui può sempre ritornare."L'essere futuro dà tempo forma pienamente il presente e consente di ripetere il passato nel "come" del suo essere stato vissuto"
5.Temporalità e senso.
"I movimenti della natura che noi determiniamo dal punto di vista spazio-temporale, non corrono "nel tempo" come "in" una cerniera, ma come tali sono completamente liberi dal tempo; si incontrano solo "nel" tempo, nella misura in cui il loro essere viene svelato nella sua pura natura.
Si incontrano "nel" tempo che noi stessi siamo"
L'uomo dunque non ha il tempo nel senso del possesso o dell'oggettivazione. L'esserci umano "è" il tempo nel senso che si temporalizza: in quanto poter-essere si protende nel tempo, essendo già sempre proiettato, oltre ogni presente e ogni passato. Il tempo è il senso del suo essere in quanto sostiene e rende possibile la "motilità" della sua esistenza. Il tempo ci è stato "dato" come nostro modo d'essere, come la condizione di possibilità del nostro essere-nel-mondo ed esprime il nostro esserci nella sua finitezza e nella sua totalità.
6.Heidegger e il concetto di tempo
Ci troviamo qui di fronte ad una delle svolte fondamentali del pensiero occidentale.
In Essere e Tempo e nelle sue precedenti stesure, Heidegger prende di mira l'atteggiamento quotidiano e l'atteggiamento scientifico, Essi non sono altro che il prodotto ultimo e compiuto di tutta la tradizione del pensiero occidentale e in questo stadio viene alla luce ciò che non è stato mai pensato o che non è stato mai stato pensato in maniera adeguata. Il fatto che ogni occupazione, ogni determinazione della scienza-tecnica fosse possibile grazie ad un fondo umano troppo umano, quale la temporalità finita dell'esserci, non era mai stato indagato nella sua totalità e autenticità.
Il tentativo di Heidegger ,da un punto di vista formale, è analogo a quello kantiano: emerge dall'indagine intorno al concetto di tempo una volontà di uscita da uno "stato di minorità" nel quale il pensiero è stato relegato dalla tradizione filosofica. Occorre, per Heidegger, "far luce" sul vero fondamento: la metafisica occidentale aveva costruito il suo edificio e creduto che le fondamenta fossero quelle che essa aveva costruito. Ma il terreno su quale era stato edificato inizia a tremare e ad essere visto come ciò che autenticamente reggeva l'edificio del sapere.
Inoltre ,dal punto di vista del contenuto del pensiero heideggeriano che indaga sulla temporalità, è determinante l'influenza di Kierkegaard, soprattutto riguardo al problema dell'essere-se-stesso, della banalità e dello scadimento dell'esperienza quotidiana. Ma Heidegger si avvale di uno strumento finissimo e acuminato, quale il metodo fenomenologico, che gli consentirà di condurre con maggior rigore il tentativo di Kierkegaard di svelare le aporie e le scontatezze della pratica ordinaria del pensiero e di gettar luce su ciò che la tradizione ha da sempre obliato: l'esistenza umana e il rapporto che essa ha con il suo senso più profondo.