La questione dell'intersoggettivitŕ tra Husserl e Ricoeur


 

Ada Cacciuottolo

 

La questione dell'intersoggettività tra Husserl e Ricoeur

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Porsi delle domande sull’altro che ci sta di fronte, notare le somiglianze e le differenze, e riflettere sulle stesse è tipico della natura umana.

Infatti la domanda " chi è l’altro?" percorre tutta la filosofia contemporanea. È una domanda antica che già appare centrale in Platone (nel "Parmenide") e che si ripete in tutta la nostra tradizione di pensiero.

Ma ogni epoca ha dato alla questione una diversa connotazione.

Husserl prima, e poi Ricoeur hanno cercato di affrontare questa questione.

C’è un'opera di Husserl che è stata considerata centrale per tale dibattito: le pagine delle "MEDITAZIONI CARTESIANE" e, precisamente la quinta meditazione:

"Ma come ora va la cosa per gli altri ego che non sono pur mere

rappresentazioni o meri oggetti rappresentati esistenti in me,unità sintetiche,che possono trovarsi in me,ma che,per il loro stesso senso,sono ben altri?"

 

In queste pagine Husserl tenta di fissare il rapporto tra un soggetto (il soggetto in prima persona della Fenomenologia) e l’altro soggetto, che si presenta nel suo orizzonte di esperienza sulla base di un "accoppiamento analogico".

Alla base della costituzione degli altri c’è un particolare procedimento di riduzione (tipico della fenomenologia). Esso consiste nel considerare la mia sfera come esclusivamente mia, con l’eliminazione di tutto ciò che si riferisce ad altri soggetti (estranei). Mediante tale riduzione il mondo è divenuto soltanto il mio mondo, non ha più il senso del mondo oggettivo, che esiste per tutti. Entro la mia sfera di appartenenza si costituiscono le trascendenze immanenti, vale a dire quelle oggettività " prime in sé" che non implicano il rinvio agli altri. Tuttavia esistono delle trascendenze oggettive che necessitano di tale rinvio.

La quinta Meditazione parte quindi dal presupposto che è l’altro mi è necessario.

La costituzione degli altri è possibile attraverso il processo dell’APPRESENTAZIONE o PERCEZIONE ANALOGICA, che consiste nel trasferire negli altri ciò che trovo in me stesso, sulla base di un’analogia tra il mio comportamento e il comportamento degli altri.

"Or dunque in ogni caso, io esperisco in me, entro il mio vivere coscienziale trascendentalmente ridotto, il mondo insieme agli altri; il senso di quest’esperienza implica che gli altri non siano quasi mie formazioni sintetiche private, ma costituiscano il mondo in quanto a me estraneo, come intersoggettivo, un mondo che c’è per tutti e i cui oggetti sono disponibili a tutti".

Il mondo oggettivo è un mondo appresentato. Non soltanto io non posso avere una esperienza diretta dell’altro, non posso avere neppure un esperienza diretta e completa del mondo oggettivo, in quanto esso è il mondo percepito, conosciuto e giudicato dagli altri.

Ma chi è l’altro per me? L’altro non potrà che essere un altro me stesso, un soggetto con le stesse qualità e con lo stesso titolo che io attribuisco a me stesso quando mi riconosco come un soggetto (libero, autonomo ecc..).

Il problema dell’esserci-per-me degli altri è il tema della TEORIA TRASCENDENTALE DELL’ESPERIENZA DELL’ESTRANEO:

l’altro è l’estraneo, mentre l’estraneo non è sempre l’altro.

"l’ego è, dapprima, delimitato nel suo esser proprio e nei suoi momenti costitutivi, non solo per quel che riguarda i vissuti, ma anche per le unità di valore che sono da lui inseparabili; così riguardato e articolato, esso deve dar luogo al problema della possibilità per il mio ego, di costituire, al di dentro della sua appartenenza qualcosa di veramente estraneo,in una attività che ha per titolo < esperienza dell’estraneo >".

L’altro diventa l’estraneo che io percepisco.

"pertanto ciò che prima era in se estraneo è ora l’altro io".

Nel momento in cui percepisco l’altro scatterà una COAPPERCEZIONE, c’è una doppia percezione tra me e l’altro, tra soggetto coappartenenti.

Qui non si parla di fare dell’altro un io. Questa non è psicologia, perché il rapporto con l’altro non è un rapporto di identificazione in quanto "nessuno è uguale a me".

È bene ricordare che l’io non percepisce gli altri separati, ma in una comunità-di-io e in una comunità di monadi che costituisce " un unico identico mondo".

Nel momento in cui l’io costituisce il mondo comune, costituisce se stesso.

"Ancor più importante è intendere e chiarire quella comunità che in virtù dell’esperienza dell’estraneo si stabilisce immediatamente tra me, io psicofisico primordiale che domino su e con il mio corpo organico primordiale, e l’altro che viene esperito nell’appresentazione; anzi, in modo concreto e radicale, tra il mio ego monodico e il suo. Quel che si costituisce come prima cosa sottoforma di comunità e che è fondamento di tutte le altre forme intersoggetive di comunità e la comunanza della natura insieme alla comunanza del corpo organico estraneo e dell’io psicofisico estraneo che fa coppia con il mio io psicofisico proprio".

Ma come può essere un enigma il fatto che io percepisca un altro corpo come corpo dell’altro? Questo corpo non potrebbe essere un secondo mio corpo?. Queste domande sono questione dell’idealismo soggettivo, che pone l’altro senza dargli valore d’esistenza: l’altro, prima di essere altro, è dentro di me che si dà ad essere altro.

La mia percezione dell’altro è in una posizione spazio-temporale. Io percepisco l’alterità nell’esser qui e nell’esser là.

"Il mio corpo fisico, in quanto riferito a se stesso, ai suoi modi di datità del qui centrale ; ogni altro corpo, compreso il corpo dell’altro ha il modo del ".

Io che sono qui percepisco l’altro che è là nello stesso tempo. Quindi questo tempo ci accomuna ma nello stesso tempo ci divide, perché ognuno ha il suo tempo. Tuttavia ciò che abbiamo tutti in comune è il tempo. La coesistenza del mio io con l’altro esige dunque la reazione di una forma temporale comune.

C’è inoltre la possibilità di poter cambiare posizione all’interno dello spazio. Questo è indice della libertà del soggetto di poter cambiare prospettiva.

"io posso mutare la mia posizione nel libero mutamento degli stati cinestetici, e specialmente per la libertà che ho di andare intorno, in modo tale che posso cambiare ogni in un qua, il che significa che posso assumere una qualsiasi posizione dello spazio".

L’altro di cui parla Husserl non è solo un altro soggetto in carne ed ossa. È giusto ricordare che l’estraneo è ciò che abbiamo in noi stessi. L’altro sta in me e mi condiziona. Il limite del soggetto è nell’espressione " io sono questo ed altro". Questa parte di me che è altro mi è estranea, e ciò che io non conosco, e ciò che mi limita ma nello stesso tempo mi costituisce.

Con la costituzione dell’altro e la questione dell’intersoggettività esposta nella quinta meditazione, la Fenomenologia di Husserl è riuscita a superare l’accusa di solipsismo.

"L’apparenza di solipsismo si è dileguata, sebbene continui ad avere valore fondamentale il principio che tutto ciò che è per me, può attingere il suo senso

d’essere esclusivamente da me stesso ossia dalla mia sfera di coscienza"

Ricoeur affronta la questione intersoggettiva nell’opera "SOI-MEME COMME UN AUTRE". In questa offre una serie di risposte sull’identità e la genesi delle persone.

Il nostro autore ci mostra come noi mettiamo costantemente alla prova la nostra fragile identità di persone nell’eticità del nostro sforzo per vivere ben con gli altri.

Ma c’è dell’altro: c’è una riflessione di stile fenomenologico sul tipo di sapere che è proprio della coscienza in sé una volta abbandonate le filosofie soggettivistiche o idealistiche del COGITO.

Come sappiamo la filosofia contemporanea ha messo in crisi il cogito cartesiano, ossia quel soggetto compiuto e perfetto.

Il cogito ricoeuriano è un COGITO FERITO, ossia quel soggetto che agisce e patisce e, in tale agire e patire, ritrova dentro di sé e fuori di sé molteplici forme di alterità , come costitutive della propria identità.

Queste forme di alterità ,che sono il corpo umano, l’estraneo,la voce della coscienza,costituiscono insieme quello che Ricoeur chiama "tripode della passività".

Nonostante tutto,questo grande testo filosofico si conclude con una delusione del lettore,volutamente inflitta dall’autore.

La voce della coscienza,suprema manifestazione della realtà ed espressione del "tu devi" ,non è qualificabile o caratterizzabile ulteriormente. Il tentativo di darle un volto o un nome, di riconoscerla come voce di DIO è destinato al fallimento .

"Forse il filosofo,in quanto filosofo, deve confessare che egli non

sa e non può dire se questo Altro ,fonte dell’ingiunzione ,è un altro che io possa guardare in faccia o che mi possa a sua volta squadrare col suo sguardo,o è i miei antenati dei quali non si dà nessuna rappresentazione tanto il mio debito verso di loro è costitutivo di me stesso,oppure DIO - Dio vivente,Dio assente - o un posto vuoto.

Su questa aporia dell’Altro si arresta il discorso filosofico".

L’Altro resta apiretico.La speculazione ci rinvia a noi stessi,al nostro limite ,a quel senso dell’altro che è in noi e che costituisce la nostra identità.

Quindi l’ontologia precaria del sé,quel sé che conquista la certezza morale della propria identità come essere che agisce e che soffre, nel rapporto con gli altri e con le molteplici forme di alterità , non offre nessuna forma di accesso all’Essere assoluto ed eterno,sul piano della speculazione.

Il soggetto di Ricoeur è un soggetto decentrato e in quanto tale può avere la disponibilità necessaria all’incontro con l’Altro.

E’ molto importante qui ricordare che la riflessione di Ricoeur si muove lungo l’asse di una "filosofia della volontà" ,di ispirazione fenomenologia, tutta protesa a superare la chiusura della fenomenologia entro un ambito teoreticistico,contrassegnato dal primato della rappresentazione. Il"vissuto" è volizione e affettività oltre che percezione e giudizio.

Le ultime pagine di "Soi-meme comme un autre" sono un invito ad una lettura a ritroso che ci rinvia di nuovo alla dialettica dell’identità e dell’alterità sotto il segnio di Platone e Aristotele. Il riconoscimento dell’Atro irriducibile dentro il medesimo è condizione dell’esistenza.

Anche se si perde in queste pagine la speranza di poter identificare l’altro con Dio,ciò che si salva è lo stile interrogativo della domanda: chi sono io?,che a questo punto della ricerca su sé coincide con l’interrogativo:chi è l’altro in me che mi costituisce?.Si potrebbe dire che il compito del filosofo consista tutto nel mantenere aperto il senso di questa interrogazione.

La motivazione che ha spinto Ricoeur ad interessarsi del rapporto che il soggetto ha con le molteplici forme di alterità è data dalla lettura del "Diario di un curato di campagna"di G. Bernamos.

Il dramma di questo romanzo è nell’immane fatica che a quel povero curato costa l’adempiere alla sua missione:sopprimere la noia e l’odio, e diffondere l’amore (anche verso se stessi).

"Odiarsi è più facile di quanto si creda.La grazia consiste nel dimenticarsi.Ma se fosse morto in noi ogni orgoglio,la grazia delle grazie sarebbe di amare umilmente sé stessi, allo stesso modo di qualunque altro membro sofferente di Gesù Cristo".

Tali parole hanno ispirato il titolo dell’opera ricoeuriana.Questo linguaggio paradossale,che capovolge il precetto evangelico "Ama il tuo prossimo come te stesso,ci dice che dobbiamo amare noi stessi come un altro,essere pietosi verso noi stessi ,accettarsi con i propri limiti,rinunciare alle ambizioni impossibili,per ritrovarsi uno fra i tanti membri di una comunità, "membri di Gesù Cristo".

Cercare di amare gli altri e se stessi come gli altri è quell’ "amore difficile" di cui parla Ricoeur ,ma è l’unico possibile per quei soggetti che agiscono e che soffrono e che ricercano la via per la salvezza.

Tuttavia l’amore difficile di sé è un amore che combatte e che è combattuto in mille conflitti,e che si interroga sulla propria giustezza.

Ma qual è il giusto amore di sé? E’ da questa domanda che il nostro Autore parte per parlare del giusto amore verso Dio,espresso nella figura Biblica di Giobbe.

Giobbe arriva ad amare Dio senza condizioni.

"Dio è onnipotente;Dio è buono;tuttavia,il male esiste".

Bisogna amare Dio oltre ogni logica di retribuzione .Il rapporto con qualsiasi forma di alterità e amore se alla base non ci sono condizioni,è quell’ "amare per nulla" espresso nella Bibbia.

Però questo amore che non reclama diritti rischierebbe di essere un amore muto.Un rapporto intersoggettivo e,più precisamente,un rapporto d’amore, deve darsi una lingua.

Espressione di "un amore con parole" è quello tra i due amanti del CANTICO DEI CANTICI. In questo l’amante instaura un rapporto d’amore con l’amata mediante il comandamento "Amami!".

Il comandamento dell’amore è l’atto stesso della rivelazione,e l’auto comunicazione amorosa di Dio all’anima che chiede reciprocità .

Il retto amore di sé consiste nell’amare sé stessi con quello stesso amore che si riserva ad ogni altro nostro simile.

Ma per raggiungere la realtà dell’amore occorre che questo venga comandato.

"Ponimi come sigillo sul tuo cuore,

come un sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la Morte è l’Amore,

inesorabile come gli Inferi la passione;

le sue scintille sono scintille ardenti,

una fiamma divina!".

Ricoeur, esponente dell’ermeneutica filosofica,non può non affermare che l’ amore,e in generale qualsiasi rapporto intersoggettivo,si basa sul linguaggio e sulla comunicazione.

Quello del nostro Autore è un cammino che parte dalla Fenomenologia di Husserl,per poi abbandonarla e ritrovarla alla fine del suo percorso.

Sia Husserl che Ricoeur arrivano alla stessa conclusione: fare esperienza dell’altro per poi ritornare in noi stessi.

Bisogna seguire il detto delfico :CONOSCI TE STESSO,perché la verità abita in interiore omine.