Lettera ad un professore sui luoghi della filosofia


 

Luca di Tommaso

 

Lettera ad un professore sui luoghi della filosofia.

 

Caro professore (mi dispiace chiamarla così, ma non saprei come altro fare),

sono in camera e cerco di parlare con mia madre dell’incontro di stamattina. Provo con lei a comunicare, a trasmetterle qualcosa, forse a liberarmi dal grande peso che questo qualcosa porta con sé. Provo a farle capire come si è svolta l’esperienza straordinaria di un mio professore, alla quale ho avuto accesso indiretto. Provo ad interessarla. La guardo. Mi accorgo dei suoi occhi teneri che sta rivolgendo ad un figlio così eccitato. Ma poi mi interrompe e prende a parlare di cosa devo mangiare stasera e domani a pranzo. Abbasso la testa, mi cadono le braccia. Le rivolgo ancora uno sguardo, ho ancora quella carica dentro che prima trasportava le mie parole in un’enfasi non abituale. Siamo all’elenco di cose che potrò trovare domani a casa, perché lei torna tardi da scuola. Penso che non me ne fotte proprio niente di quello che devo mangiare, penso che non c’è fame che valga il mio entusiasmo, in questo momento, che nessun impegno impellente può giustificare il fatto che mi si interrompa quando parlo di qualcosa per cui sono tanto infervorato, per cui ora vivo. Penso che non ci sono scuse. Mi incazzo. I miei occhi si devono essere arrossati per un attimo. Mi rattristo. Ma dura solo un istante. Oramai l’abitudine ha imparato ad attutire le mie delusioni. Ormai ho imparato che se devo parlare con qualcuno di ciò che in certe circostanze mi interessa così tanto, questo qualcuno è meglio che lo cerchi in me stesso, o in facoltà. Sono disilluso. Mia madre parla di quello che devo mangiare, mentre io speravo in qualche domanda interessata o cose del genere. Penso che comunque forse è giusto così. Mi rassegno. Mi chiudo in me stesso, cercando qui, dentro di me, qualcuno che mi possa domandare di che cosa sia cambiato dopo questa esperienza. Mia madre continua a parlare, ma io la guardo con occhi diversi, con occhi di chi comprende, comprende di essere fuori luogo.Ecco cosa significa quello che lei ci dice sempre. La filosofia ha bisogno di luoghi perché possa esprimere ciò che ha da dire. Evidentemente la mia casa non è il luogo adatto. Né lo è la maggior parte dei posti in cui mi trovo a svolgere la mia vita. La filosofia è come estranea in ogni luogo. Straniera, forse perché noiosa, forse perché pesante. Ma se è vero che ogni cosa ha per lo meno due facce, nel senso che può essere guardata da due angolazioni diverse, sarà anche il caso di dire che la quotidianità e la maggior parte della vita non sono abbastanza degne della filosofia. Non abbastanza perché, forse, vigliacche, amanti della distrazione, che poi si usa chiamare leggerezza. La filosofia è pesante perché affronta determinati argomenti. Ma quali? Il suo libro parla della vita, del possibile senso, della libertà, della fiducia, dell’ io ... parole astratte, è vero, per un verso, dette così... ma anche parole che incarnano i turbamenti di chiunque, anche del più "anormale", incolto o ignorante e ineducato essere umano quando si chiede del perché di sé stesso... E’ vero: la filosofia ha bisogno di un luogo in cui, da cui far sentire cosa ha da dire. Ma questo luogo lo dobbiamo trovare tutti dentro di noi. Ciascuno in sé stesso. Certo, è utile andare sui confini, quei confini dove la realtà si incontra e si scontra con il suo opposto e dove ogni elemento sfuma nel suo contrario, dove il dubbio sulle barriere si concretizza in immagini, pietre, costruzioni, come... ospedali, asili, fabbriche... carceri. Ma prima di tutto bisogna averlo dentro di sé questo luogo. Bisogna cercarlo in se stessi, e quindi averlo dentro se stessi. E’ una questione che riguarda ognuno di noi in rapporto alla propria personalità, ai propri sentimenti, alle proprie emozioni eccetera.Io, qui, ma ovunque, mi sento fuori luogo quando faccio emergere la mia faccia di filosofo. Devo sopprimerla, invece, o travestirne i tratti essenziali, perché sia accettata dagli altri. La parola filosofica che talvolta pronuncio fuori delle mura accademiche lascia lì, immobili, senza sapere cosa controbattere. E allora meglio lasciare emergere altri lati, che pure ci sono, e numerosi, quelli più accessibili alla gente, se non altro per non farla addormentare mentre parli o mentre pensi ad alta voce, illudendoti di un ascolto che non incontri quasi mai. Recentemente sono uscito con una ragazza che avevo conosciuto circa una settimana prima in un locale, di sabato sera, per cinque minuti. L’avevo per così dire abbordata, attratto dalla sua bellezza. La sera che ci rivedemmo e uscimmo insieme, dopo circa mezz’ora, le chiesi cosa pensasse di me. Mi disse una parola. "Strano". Così. Per le cose che dicevo. O per quello che facevo, per come l’ero andata a conoscere una settimana prima, per quello che le avevo detto in cinque minuti o nella successiva telefonata in cui le avevo chiesto un appuntamento. Pensai molto a quella parola che mi disse. Non era la prima volta che mi era stata attribuita. Ma questa ragazza così bella, più di tutte le altre, mi guardava con un misto di incredulità, stupore, timore, sorpresa, ironia, ammirazione. C’erano tutte queste cose mentre parlavo. "Strano". Ad un certo punto mi ricordai che durante la telefonata, le avevo detto una frase, che forse aveva potuto lasciarla di stucco. Di stucco, sì. Mi aveva chiesto come mai stessi studiando il tedesco. Le avevo risposto che questa è forse la lingua più importante nell’ambito di uno studio come quello che sto svolgendo, in quanto la maggior parte degli autori che leggo sono di origine tedesca. Non capiva: avrei potuto leggerli in italiano. Allora avevo detto: "Sì, potrei leggerli in italiano, ma non è la stessa cosa: ogni traduzione è comunque una interpretazione e l’interpretazione è sempre un fraintendimento". La avevo buttata lì, così come mi venne. Non c’era stata risposta. E subito dopo mi ero reso conto che quella parte di me, lì, al telefono, come in molti altri luoghi, andava messa a tacere. Avevo cercato di riparare, facendo parlare quell’ altra voce che dice cose più comuni e che disse della mia intenzione di imparare quante più lingue possibile. Mi rendo conto: è strano anche questo. Ma non avevo saputo fare di meglio. Mi ricordai della telefonata poco dopo averle chiesto cosa pensasse di me. Immaginai allora che lo "Strano" si riferisse a affermazioni come quella. "Strano": è come dire " mai visto", "non normale", "fuori dai canoni" e tutto il resto appresso.Da quell’ episodio (uno di una lunga serie) ricavo questa consapevolezza: la mia sfaccettatura filosofica va velata e scoperta solo dove è prudente farlo. Nietzsche, che era filosofo fin dentro il midollo, disse che bisognava parlare solo quando non era lecito tacere ed, evidentemente, la sua pazzia consistette nel considerare lecito ogni quando ed ogni dove, perché la sua parola filosofica si spense in un grido soffocato. Oggi si tratta ancora di capire in quali luoghi e in quali tempi sia possibile liberarla, questa parola. Ma forse possiamo fare di più, di quanto Nietzsche stesso, disilluso, nei secondi anni ottanta, aveva pensato. Di sicuro qualcosa di diverso: possiamo trasformare la filosofia affinché non debba sempre vivere e scalpitare reclusa negli stanzini degli specialismi accademici, affinché il suo tacere divenga illecito almeno dove la società sembra disegnare i suoi confini. Lei, professore, a mio parere, è riuscito a farlo. E’ riuscito a capire che la filosofia ha molto da dire e a farla parlare lì dove più poteva servire ma, soprattutto, nel modo in cui poteva servire. Con grande forza ed entusiasmo, si è caricato sulle spalle la missione estrema di far accettare la sua parola di filosofo non a chi, come una ragazza piccolo-borghese che rimanga semplicemente come imbalsamata ad una frase un po’ fuori dagli schemi, ma a chi la filosofia non l’ha mai neanche immaginata o sentita nominare. A chi è abituato alla logica del furto, dello scippo e dell’ assenza di senso della vita. Si è recato in un luogo estremo come aveva fatto l’anno prima, armato solo di tanta voglia e tanto imbarazzo, dal momento che i suoi attrezzi abituali (libri, termini tecnici, ragionamenti rigorosi o apparentemente astratti) non potevano aiutarla che svolgendo il ruolo di simboli, strumenti del mestiere. Ma è riuscito. In tante cose ha avuto successo: nel sapere che ne ha lei stesso ricavato, nella riflessione a cui mi ha condotto la lettura del suo toccante libro e, forse, mi auguro, negli spunti, negli input che ha fornito a quei ragazzi, nei mezzi che ha loro "restituito" nell’ indicargli la strada verso se stessi. Leggendo questo testo mi è più volte venuto in mente Socrate. La maieutica.Costantino le chiedeva costantemente una risposta; come si fa a cambiare? Immagino quante volte al giorno, da dentro e da fuori di sé, abbia sentito voci bombardarlo con questo imperativo: "Cambia!". Immagino quante volte si sia scontrato con sé stesso nel tentativo di non deludere quelle voci; e quante volte abbia fallito, incapace di superare il vecchio se stesso (come direbbe lei disegnando un triangolo equilatero su un pezzetto di carta) ritrovandosi scisso nelle contraddizioni di sempre. Mi figuro ancora i suoi occhi di speranza, la speranza di chi si rivolge ad un uomo che rappresenta qualcosa di diverso, e che sembra conoscere la vita da tanti punti di vista tutti insieme. E vedo quest’uomo, allora, lei, professore, che da quegli occhi si sente costretto e oppresso perché lei una risposta la deve dare, perché lei nella sua vita ha letto tanto, ha studiato tanto, ha vissuto tanto, sempre correndo dietro delle risposte... e ora qualcuno gliele sta chiedendo, qualcuno che ne ha un bisogno impellente...Come si cambia? Qual è la strada? Fruga dentro sé per cercare una risposta valida, non di quelle racchiuse in qualche formula universale, ma di quelle che si tramutano nella realtà di ogni giorno, all’ esterno e all’ interno, dentro e fuori, una risposta che valga... e allora... la volontà... e poi alla fine... la relazione... si cambia in due, in tre, in quattro... comunque insieme... Eppure, professore, queste sono parole vuote... le parole sono sempre vuote e ognuno da sempre le riempie del senso e del valore che gli appartiene... perciò sono convinto che quelle parole siano rimaste solo suoni in aria, che per Costantino esse non significano nulla... o almeno nulla di quello che lei voleva intendere pronunciandole... "Costantino: Si cambia insieme... non basta la volontà...ci vuole la relazione... altrimenti si gira su se stessi...", ma lo sguardo, l’emozione con le quali sono state pronunciate questa mattina... quelli no, quelli restano. E restano così, ingenui, romantici, illusi dell’illusione più bella, quella per cui si cambia se realmente lo si desidera, quella più ottimistica e, per questo, anche più dinamica e più viva.Ecco Socrate che entra in gioco. Una risposta, professore, lei non l’ha data. Ha acceso invece una scintilla, sperando che chi lo ha ascoltato abbia la forza di ravvivarla sempre, tramutandola in un fuoco e, così, tramutando se stesso. Il suo intervento, la sua figura ha volute renderle semplice pretesto. Pretesto che servisse ad altri per trovare da sé la strada, le risposte... Ecco la maieutica: l’arte di chi non partorisce, ma fa partorire... Mi rimane impressa una sua frase. Riguarda l’insegnamento: dice che insegnare è come comunicare delle cose di cui la conclusione non si trova, ma che anzi servono da spunto perché altre questioni si aprano. Questioni che rimangano poi aperte in coloro i quali le ascoltano perché le portino con sé, ad aprirli alla novità, alla sorpresa, all’alterità, alla diversità, alla distanza. Un’apertura che sola può abbattere non la distanza, ma di questa la violenza e il dolore.Non so cos’altro dire... non perché mi manchino gli argomenti, ma perché anzi si sovrappongono in una confusione e un intreccio che mi riesce difficile sbrogliare... il cambiamento... la libertà... il senso della vita... sono tanti gli argomenti di cui vorrei scrivere... e allora mi viene in mente mia madre e quella ragazza con cui sono uscito i non-luoghi della filosofia... e questa scrittura che sembra essere una via di sfogo possibile per la filosofia, per quello che ho dentro, per quello che sento... la scrittura...l’arte...il linguaggio.Ecco, forse qui vale la pena di fermarmi. Su questo concetto, "linguaggio", che tanto è essenziale per noi, per la nostra dipendenza dagli altri e da noi stessi, per il cambiamento, per la vita, per tutto. Ricordo le parole del Rettore sullo specialismo. E penso alle stupide lezioni di professori che si compiacciono a non farsi comprendere, o a filosofi che, ne sono certo, se avessero parlato più facilmente, avrebbero perduto parte della propria celebrità. Il linguaggio difficile dà più soddisfazione: a chi parla perché si dà le arie solenni degli illuminati dalla verità e a chi ascolta perché quando comprende si ritiene particolarmente capace e, soprattutto, vicino a quella verità che avrebbe illuminato. Senza pensare che invece, dalla verità nulla è più lontano che l’uomo con la sua cultura, con il suo linguaggio eccetera eccetera eccetera. Finiamola con questo gioco di autocompiacimento! Abbiamo il coraggio di esporci nei nostri pensieri per quelli che essi sono in sostanza e non nella loro ampollosa apparenza di bei suoni! E’ solo vigliaccheria quella di chi ricopre di sontuosità linguistiche i propri pensieri, perché con la maschera, lo dicono anche i ragazzi di Nisida, si è meno attaccabili.Per questo il suo libro è così "alto". Il suo linguaggio è pulito anche se colorito e poetico. Chiaro. E questo di portare la filosofia a chi solo mastica l’italiano, è un merito ancora più grande di quello di averne fatto opera d’arte. Ci vuole coraggio per parlare in modo semplice, perché, in fondo, parlare è esporsi e fa sempre comodo uno scudo. Ci sono, le confesso, due questioni che mi lasciano dubbioso: 1) fino a che punto possano considerarsi come spontanee e sincere le parole dei ragazzi di Nisida, i quali comunque scrivevano sapendo che lei e le insegnanti le avreste lette. La mia perplessità è che possano aver approfittato di quelle occasioni per "adulare", in funzione di un secondo fine e non per esprimere un apprezzamento autentico; ad es. avrebbero potuto guadagnarci maggiore libertà, sconti di pena per buona condotta o anche solo per sentirsi maggiormente apprezzati e tenuti in considerazione. D’altra parte emerge dal libro come bastasse fare meglio del dovuto i propri doveri perché la durezza delle misure si allentasse e addirittura, mi sembra, si potesse guadagnare un giorno di libera uscita o cose del genere. 2) Mi chiedo fino a che punto sia reale e sentito dai ragazzi quel cambiamento quasi fantastico che viene descritto, riguardo i loro rapporti con le insegnanti e con la vita più in generale. Mi chiedo fino a dove il suo sguardo emotivamente coinvolto e provato, professore, abbia influenzato la descrizione oggettiva dei fatti e dei risultati. Mi chiedo fino a che punto ciò che lei ha ottenuto sia nettamente separato da ciò che sperava di ottenere fin dall’ inizio. Il libro mi è sembrato un film; di quelli che danno la speranza, di quelli a lieto fine (o quasi....)... insomma non so se posso credere a tutto quello che ho letto. Ci sono un paio di punti su cui vorrei scrivere ancora qualcosa. Riguardano la filosofia come arte della fuga da un lato, e il cambiamento come qualcosa che avviene in più di uno dall’ altra. Se pensiamo la filosofia come arte della fuga, dobbiamo prima chiarire cosa "fuga" stia a significare. Sono convinto che se per me questo termine indica di per sé un atto vigliacco, per lei non può essere così. Infatti la filosofia non sarà tanto l’arte di fuggire da se stessi nel senso di evitare di affrontarsi, ma piuttosto proprio fronteggiarsi, comprendersi e avere la capacità di superarsi. Ma, se è così (e se lo fosse penseremmo la stessa cosa), perché definire la filosofia con "arte della fuga", considerando quanto ambiguo possa essere questo termine per uno studioso che tiene a non apparire a sé e ai suoi studenti come un vigliacco che scappa via perché non è abbastanza forte da superarsi e, soprattutto, quanto possa essere pericoloso dirlo a dei ragazzi che stanno in un carcere? Sulla questione del cambiamento, mi sembra che lei abbia avuto un’intuizione solo dopo i suoi incontri con i ragazzi. Perciò stamattina ha tenuto tanto a comunicarla (a Costantino soprattutto). E questa intuizione l’ha portata dal piano della volontà, potrei dire, a quello della relazione. Se quando Luigi lesse quella frase dal libro di Wittgenstein lei credeva che volendo si può cambiare, nella valorizzazione delle proprie potenzialità, come una macchina che scala di marcia... poi invece ha voluto privilegiare un altro aspetto. Quello della relazione. Non si cambia che in più di uno. Per quanto mi riguarda, io accetto questa sua considerazione finale, ma ritengo che la volontà sia di gran lunga la cosa più importante perché si compia il salto di qualità. E sono convinto che si rischia, facendo il discorso che si cambia insieme. Si rischia di giustificare la stasi o la rassegnazione. Perché se mi convinco che l’altro è un elemento essenziale a ché io possa cambiare, allora io potrò sempre fare dell’altro un’attenuante che giustifichi il mio essere sempre uguale. Se l’altro non vuole, e l’altro è indispensabile affinché io cambi, come posso io cambiare, anche volendolo con tutte le mie forze? Questo ragionamento è molto pericoloso se fatto da chi, come i ragazzi di Nisida, cresce in una zona malfamata, dove l’altro è quasi sempre criminale e per di più orgoglioso di quella condizione, a volte addirittura inconsapevole. E lei sa bene quanto sia importante la consapevolezza perché possa esercitarsi la volontà. E come potrebbe l’altro volere cambiare se non sa nemmeno perché deve cambiare? Le voglio fare un esempio: se io voglio scalare una montagna, ma per me è troppo ripida e non ce la faccio, mi basterà allenarmi per mesi, forse anni; ma il cambiamento, il raggiungimento del traguardo, alla fine, dipenderà solo da me. Se invece gioco una partita di tennis e mi trovo davanti un giocatore per me troppo forte, non basterà che io migliori per batterlo, seppure dopo lunghi anni di allenamenti: infatti l’altro potrebbe essersi allenato il doppio di me e essere diventato ancora più forte. Dunque in tal caso la mia volontà sarebbe, come dire, condizione necessaria ma non sufficiente, per il raggiungimento della vittoria. A maggior ragione il discorso vale per gli sport di squadra, dove la vittoria non dipende solo da te e da un altro, ma da molti altri, compagni e avversari. Ora, se io partissi sia nel tennis sia negli sport di squadra dal presupposto che io conto solo una parte, perché la responsabilità del risultato finale sarà anche di molti altri, e cominciassi con questa forma mentis ad allenarmi, sarebbe molto difficile riuscire, in quanto mille fattori accidentali si frapporrebbero tra me e la vittoria. Invece bisognerebbe illudersi, anche nel calcio o nella vita di società (che è un po’ come uno sport di squadra), di essere soli contro una parete che dipende solo da te riuscire a scalare o no. Altrimenti l’attenuante diventa una tentazione troppo forte. Il mio vecchio allenatore di pallavolo ci diceva sempre: "Ragazzi, voi non dovete pensare: ‘ce la possiamo fare ma è difficile’, ma: ‘è difficile ma ce la possiamo fare’!". Per questo ritengo che, anche essendo fermamente convinti del fatto che non si cambia se non si è in due a volerlo, di fronte ai ragazzi di Nisida sarebbe stato meglio piuttosto, restare sulla prima posizione, quella di Wittgenstein; meglio mentire. Mentire per convincerli che basta la propria volontà per cambiare. Anche se non è vero, anche se non fosse proprio ammissibile, sarebbe meglio dirlo, per dare una illusione che forse non sarà mai realizzabile, ma che almeno potrà servire da motore verso quella realizzazione e ad allontanare l’attenuante. Dico sempre a mia madre (che di attenuanti se ne crea una continuazione): non è la tua volontà a dipendere dalla tua debolezza, ma è la tua debolezza a dipendere dalla tua volontà. Non siamo dei super-uomini ma almeno, così, potremo migliorare da uomini.La cosa che vorrei dirle prima di concludere questa mia lettera, lasciando da parte la questione della polemica che è scaturita alla fine dell’incontro di quest’oggi, riguarda il concetto del rispetto, su cui lei ha detto di aver appreso cose fondamentali da questi ragazzi. Da grande amatore di chi non bada tanto all’apparenza quanto alla autenticità, che pure nell’apparenza di ogni comportamento si manifesta, le confesso di aver apprezzato moltissimo questa idea di rispetto che mi ha trasmesso. E se rispettare significa tenere qualcuno non in una considerazione esteriore, formale, convenzionale, ma in una più profonda riconoscenza che rientra nell’ambito dell’interiorità, se rispettare significa tenere dentro e non davanti, se significa non dimenticare coloro dai quali abbiamo appreso qualcosa, allora, professore, sappia che io la rispetto molto per il lavoro che ha svolto con questi ragazzi. Ma non voglio adularla. Mi è piaciuto troppo lo Zarathustra perché la mia sia un’adulazione. Solo le sono riconoscente e vorrei ancora ringraziarla per quest’opportunità che mi ha dato di riflettere sulle cose della mia città, della mia realtà e soprattutto per avermi insegnato che la filosofia è una pratica in cui ne va di noi stessi e di ogni azione e pensiero. Non è vero che la filosofia non serve. La filosofia serve eccome! Il mio sguardo sul mondo e sulla vita cambia ad ogni rigo che leggo, ad ogni parola che ascolto, ogni attimo del mio presente viene modificato e vivificato dalla cultura storica di cui lo studio di questa disciplina mi riempie. E cosa conta di più che il nostro sguardo sul mondo? Cosa conta di più della nostra posizione nel mondo, del punto in cui ci poniamo a guardare e a giudicare il tutto? Forse non servirà al denaro, ma quando si provano queste grandi emozioni che ha vissuto lei in una esperienza come questa, quale moneta può eguagliarne il valore?Professore, lei ha avuto tanto, ma ha anche restituito tanto, come ultimamente ama dire. Se non altro ha restituito a me e, credo, ai miei compagni, che da tanta ricchezza di esperienza siamo stati riempiti e commossi.